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Raffaele Caporaso

Raffaele Caporaso

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Da Sins Past a Original Sin: tutti i peccati di Mike Deodato Jr.

Deodato Taumaturgo Borges Filho, meglio conosciuto da tutti gli appassionati di comics con lo pseudonimo di Mike Deodato Jr., è un disegnatore nato il 23 maggio 1963 a Campina Grande, Paraíba, Brasile. A questo ultimo Lucca Comics & Games, Panini Comics presenterà in anteprima la sua ultima fatica, Original Sin, miniserie Marvel Comics in sette numeri realizzata per i testi di Jason Aaron. Noi di Comicus abbiamo avuto la possibilità di parlare con l’artista del suo lavoro in Marvel e della sua longeva carriera.

Intervista a cura di Raffaele Caporaso e Pasquale Gennarelli.

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Partiamo da Original Sin, prossimo grande evento Marvel Comics in arrivo da noi in Italia: cosa puoi anticiparci a riguardo e che sfida lavorativa ha rappresentato per te?
Non si tratta del tipico evento Marvel, perché Original Sin è più piccolo in proporzioni, ma più grande come complessità narrativa: è un mistery, nel quale diversi personaggi dovranno scoprire chi è l’assassino dell’Osservatore. La storia è scritta in maniera più criptica, psicologica e intimista, senza che vi siano battaglie campali fra decine di eroi e villain.

Autore di Original Sin è Jason Aaron, scrittore sempre più importante nelle dinamiche dell’universo Marvel: come è stato lavorare con lui, quanto “spazio di manovra” ti ha concesso?
Avevo già lavorato con Jason in un’occasione, quando mi trovai a disegnare una sua storia breve sul basket. Lui mi ha dato libertà totale, il mio contributo a questa storia è stato un innovativo e sperimentale lavoro sul layout. Ho voluto fare qualcosa di diverso, facendo in modo che le matite sembrassero andare a comporre un puzzle che è la pagina, in sostanza. Il lavoro con il colorista Frank Martin, che è stato entusiasmante, ha reso tutto più visivamente aggressivo. Lui mi ha suggerito di non calcare le linee attorno ai personaggi. Il mio stile inoltre è pieno di ombre e ha reso tutto più dark. Inoltre, mi è stato concesso di disegnare il tutto nella maniera più violenta possibile: ho cercato di far sì che ogni scena sembrasse quella di un film horror, c’è parecchio sangue in Original Sin. Mi sono davvero divertito a lavorarci su, è stato davvero eccitante lavorare finalmente a un evento Marvel Comics, specialmente a uno così originale.

Oltre ad Aaron hai recentemente lavorato con altri due Architetti delle Casa della Idee: Jonathan Hickman e Brian Michael Bendis. Cosa puoi dirci riguardo loro? Quali sono le differenze fra questi nel rapporto scrittore/disegnatore?
Sono anche io un architetto! Magari in senso più piccolo, magari sono quello che porta la carriola in giro per il cantiere! Scherzi a parte, con Brian e Jonathan ho lavorato per più tempo rispetto ad Aaron, e li conosco quindi molto bene. Brian è un mio caro amico, a dire il vero: il modo in cui lui lavora si concentra maggiormente sul dialogo fra personaggi, sulla maniera in cui si relazionano. I personaggi fanno sì che le storie prendano vita attorno a loro. Al contrario Hickman costruisce una struttura narrativa generale, e all’interno di questa mette i personaggi: ha un atteggiamento più analitico. Tutti loro sono grandiosi, è un onore poterci lavorare assieme.

Abbiamo parlato di “peccati” e nel tuo passato alla Marvel ce ne sono altri: mi riferisco a "Sins Past", storico e discusso ciclo narrativo di The Amazing Spider-Man, scritto da J. Michael Straczynski: i fan si sono molto divisi riguardo questa storia, perché gettava una pesante ombra sulla memoria di Gwen Stacy. Tu come la pensi?
Per me non è stato questo grande shock, perché, avendo iniziato a leggere le storie di Spider-Man ai tempi di Steve Ditko, non mi ricordo che Gwen fosse poi una santarellina: trattava Peter in maniera terribile, il suo personaggio era tutto fuorché angelico. Quello che mi è piaciuto del lavorare su questa storia è avere avuto l’occasione di concentrarmi maggiormente sulle espressioni facciali, come se fosse una soap opera. Si tratta di una storia molto intensa, onestamente. Devo però confessare che non ho particolarmente apprezzato la scelta dell’autore di inserire nella storia i due figli di Gwen e Osborn: non c’entravano nulla, sembravano sempre fuori posto, e magari è anche colpa mia, perché non sono riuscito a ritrarli al meglio. Ma il fatto che Gwen abbia tradito Peter trovo sia incredibile, come anche la reazione di quest’ultimo.

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Un personaggio sul quale ti sei trovato a lavorare spesso nel passato è Norman Osborn (The Amazing Spider-Man, Thunderbolts, Dark Avengers): provi un qualche tipo di affezione verso uno dei villain più carismatici della Marvel Comics? Disegnandolo, in maniera molto originale, ti sei ispirato a qualche personaggio reale, magari Tommy Lee Jones?
Sì, hai fatto centro. Mi sono ispirato proprio a Lee Jones, che penso sia assolutamente simile a Osborn. Quando disegno un fumetto io sono il regista e quindi scelgo il mio cast di personaggi! Ma, a dire il vero, la Marvel mi ha fortemente rimproverato per questa scelta, perché, pur trattandosi di un mio omaggio a un grande attore, alcuni di questi sono molto “protettivi” nei confronti della loro immagine pubblica. Non posso dire con certezza che Tommy Lee Jones si sia andato a lamentare con la Marvel, ma quello che so è che tutto questo è cambiato quando Lee Jones ha recitato in Captain America: Il primo vendicatore. Avrei preferito che quel film fosse uscito prima, dato che pochi mesi prima mi fecero rifare da capo 10 pagine con protagonista Norman Osborn!

Osborn ha indossato, nel corso del "Dark Reign", l’armatura di Iron Man, divenendo Iron Patriot. A questo proposito, abbiamo notato come il design che tu proponi della suddetta armatura sia molto originale, poiché molto realistica, anatomicamente parlando, una sorta di seconda pelle. Ci puoi dire qualcosa a riguardo?
A dire il vero, tutto questo avviene perché non riesco a disegnarla diversamente! Amo disegnare i corpi, penso che le anatomie dei personaggi siano uno dei miei punti di forza. Ci ho provato a rendere l’armatura più “rigida”, ma veniva fuori una schifezza! Quindi questa non è una scelta, semplicemente non so come disegnarla in maniera “moderna”, anche perché preferisco di gran lunga l’Iron Man degli anni ’60.

Torniamo alla tua carriera: chi ti ha ispirato maggiormente dei grandi disegnatori del passato? Quando e come hai iniziato a lavorare per Marvel Comics?
Ovviamente, è iniziato tutto con mio padre, il quale era anch’egli un disegnatore. Nel 1963 lui creò un personaggio, chiamato The Flame, uno dei primi supereroi del fumetto brasiliano. Lui è stato la mia più grande ispirazione per diventare un artista. Le mie radici si sono legate saldamente anche a maestri come Neal Adams, Dick Giordano, Frank Frazetta, Jim Steranko, Will Eisner e John Buscema. Ho iniziato a lavorare per la Marvel nel 1995.

A proposito di “peccati”, qual è il più grande peccato, o meglio rimpianto, di Mike Deodato Jr., sotto il profilo strettamente lavorativo?
Tutti mi ricordano sempre che il mio Thor era orribile, per il suo design. Ma erano gli anni ’90, andiamo! Tutti noi eravamo ridicoli in quegli anni! I fumetti erano solo uno specchio della realtà di quel decennio. Il mio più grande rimpianto è l’aver deragliato dal mio binario alla fine degli anni ’90: volevo fare tutto alla perfezione, ero diventato altezzoso e troppo attratto dal denaro. Creai un mio Studio, il che fu un progetto fallimentare. Alla fine di quel periodo nessuno voleva più lavorare con me, perché avevo davvero fatto un casino. Per fortuna, alla fine si è risolto tutto per il meglio.

Domanda secca: qual è il tuo personaggio Marvel preferito da disegnare? E quale il più “odiato”?
Sicuramente Wolverine è il mio personaggio preferito, e il più odiato è proprio Iron Man: non ci riesco proprio a fare quella maledetta armatura! Fatemi disegnare corpi, non armature!

In chiusura, cosa ti aspetta nel futuro? Hai progetti Marvel o personali in cantiere?
Ho da poco finito di disegnare Avengers #37 e #39, e ora sto lavorando a New Avengers #28. Per il futuro proprio non so: penso che la Marvel voglia tenermi sulle testate dei Vendicatori per farmi battere il record di longevità di Buscema. La Marvel ha dei progetti rivoluzionari che sono segreti anche a noi artisti, al momento. Io ho già chiesto di poter lavorare in futuro su Wolverine, tanto sappiamo bene che tornerà prima o poi: voglio fare una serie standalone, perché è più facile concentrarsi su pochi personaggi e lavorare al meglio.

La Guardia dei Topi, intervista a David Petersen

Panini Comics ha da poco pubblicato i primi due volumi de La Guardia dei Topi di David Petersen, vincitore di tre Eisner Award, ospitando l'autore alla recente Lucca Comics & Games. Noi di Comicus abbiamo intervistato Petersen, che ci ha parlato della sua saga, e recensito i volumi che lo hanno consacrato come uno degli autori emergenti più interessanti in assoluto.

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Ciao David e benvenuto su Comicus.
Ciao a voi e grazie!

Partiamo ovviamente da La Guardia dei Topi, opera che finalmente avremo la possibilità di leggere completamente per la prima volta in Italia, grazie a Panini Comics. Cosa devono aspettarsi i lettori da questa?
La Guardia dei Topi è un divertente fumetto medievale con protagonisti degli animali, ma pur avendo dei topi come protagonisti non ha il mood di un cartone animato, poiché ha un tono maturo e a tratti cupo. Insomma non è una lettura per bambini piccoli, ma allo stesso tempo non è così dark e violenta da non poter essere letta da tutti. Non parliamo di un fumetto horror! Negli USA sono usciti tre volumi, Autunno, Inverno e La Scure Nera, che negli Stati Uniti è il terzo in ordine di uscita: progressivamente i temi trattati diventano sempre più oscuri, come se fosse un essere vivente che cresce. Un po’ come per i libri di Harry Potter.

Protagonisti di Autunno, prima parte de La Guardia dei Topi, sono Saxon, Kenzie e Liem, tre personalità molto diverse fra loro: a cosa, o meglio chi, ti sei ispirato per delineare il loro carattere? Su chi ti sei divertito maggiormente a lavorare?
Tutti e tre questi personaggi sono basati, in qualche modo, su persone reali. Saxon è basato su di me, o meglio, sulla parte peggiore di me: questi presenta tutti i miei peggiori tratti caratteriali. Ho preso tutte le mie qualità più famose, in primis l’essere troppo impetuoso, cosa che mi ha creato una montagna di problemi. Kenzie è basato sul mio migliore amico Jesse: ci siamo incontrati da giovani, eravamo entrambi nei boy scout. Noi ci relazioniamo nella stessa maniera complementare di Kenzie e Saxon: se io sono impetuoso, lui è pacato e riservato. Se dovessimo affrontare una battaglia, Jesse farebbe strategie per due settimane prima di iniziare a combattere, io invece mi butterei nella lotta con un piano pensato il giorno prima, o anche senza. Insieme i due personaggi sono complementari e costituiscono una grande squadra. Liem è basato su un altro amico, che si chiama Emerson, il quale è un po’ più giovane di me e Jesse. Nei libri Liem rappresenta “il potenziale”: non ha ancora raggiunto il suo punto massimo, ma sin dal principio capiamo che ha un grande potenziale in lui, il potenziale di essere un eroe. Ed è la prima cosa che ho avvertito quando ho conosciuto Emerson.

Sei un artista completo, dato che ti occupi sia dei testi che dei disegni delle tue opere: come si svolge il tuo processo creativo? Inizi sempre dai testi per poi passare ai disegni o i due processi vanno di pari passo?
Ci sono tre libri, e per tutti e tre ho avuto un approccio lavorativo sempre un po’ differente: Autunno è stato il mio primo fumetto scritto in assoluto. Imparavo a scrivere fumetti mentre lo realizzavo: con questo avevo alcune note su come la storia sarebbe stata, ma non scrissi alcuna vera sceneggiatura. Iniziai disegnando le cose che sarebbero accadute: i protagonisti che vanno in esplorazione, affrontano un serpente, e tutto il resto, scrivendo alcune note di scrittura o i dialoghi ai lati del foglio. Più tardi inserii le nuvolette nelle quali scrissi i dialoghi definitivi. Con Inverno, scrissi delle sceneggiature per le varie scene, individualmente l’una dall’altra, solo più tardi, dopo aver disegnato il fumetto, scrissi i dialoghi. Per La Scura Nera scrissi l’intera sceneggiatura e poi realizzai i disegni: per la precisione, dato che negli USA usciva un capitolo alla volta, scrivevo la sceneggiatura di un capitolo alla volta e poi lo disegnavo. Mai tutti insieme, quindi.

Autunno si conclude con la frase "L'inverno sta arrivando". È impossibile non cogliere il riferimento a Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. Quanto apprezzi questa saga e quanto ti ha ispirato nella realizzazione de La Guardia dei Topi.
A dire il vero, non ho mai letto nessun romanzo della saga. Non conoscevo proprio quella frase quando ho scritto il fumetto. Ne sono venuto a conoscenza dopo, quando ho visto alcuni episodi di Game of Thrones, che mi piacciono molto. Ma non ci sono state influenze di nessun tipo.

L'opera si rifà molto al Medioevo. Come ti sei documentato sulla vita medievale e sulla società del tempo?
Pochissimo. Perché qui si tratta della cultura dei topi, che è diversa da quella degli umani: ci sono aspetti tecnologici e architettonici che non combaciano con quelli umani del 1152, come le lenti per gli occhi. Sotto il pinto di vista architettonico si tratta di un “gothic revival”, visivamente molto più interessante: queste sono architetture “Tudor”, ancora più “Tudor”.

I topi sono esseri estremamente adattabili, un po' come l'essere umano. Quanto l'universo narrativo che hai creato è metafora dell'esistenza umana? E in cosa si differenzia?
Penso che la metafora sia che i topi sono fragili e non equipaggiati di “armi naturali”, non hanno zanne, artigli o massa muscolare. Ogni sfida che affrontano è più grande di loro, e noi come umani lo capiamo bene: ogni sfida nelle vita di un uomo, come ottenere un lavoro, o andare a scuola, o la malattia sembra più grande di te. E nei fumetti i topi, come gli umani, trovano uno stratagemma per superarle, con l’intelligenza e la determinazione. Questo il parallelismo tra uomo e topo.

Da La Guardia dei Topi è stato tratto anche un manuale da gioco RPG molto apprezzato. Come ti sei approcciato al progetto? E come si compenetrano le due opere, quella ludica e quella fumettistica?
Quando ero bambino giocavo moltissimo ai giochi di ruolo e la cosa più divertiva parecchio. Penso di aver imparato a raccontare storie per merito dei giochi di ruolo, perché in questi quello che si fa è raccontare storie assieme ad altre persone. Quando la gente ha letto il primo libro, mi ha chiesto se ci fosse un RPG dedicato, ma non c’era. Così l’ho realizzato con un RPG designer, Luke Crane, con il quale sono diventato molto amico: lui ha scritto tutte le regole del gioco, io mi sono occupato del materiale extra, così che i giocatori potessero avere una comprensione maggiore di questo universo narrativo. Un collaborazione davvero efficace.

Quando e come hai capito di voler fare del fumetto il tuo lavoro? Chi ti ha ispirato maggiormente nel tuo percorso di formazione?
Volevo scrivere e disegnare fumetti da quando avevo 11, 12 anni. Leggevo X-Men e TMNT. Per i primi, preferivo il materiale un po’ più datato: amavo le storie degli anni’70 scritte da Chris Claremont. Questi mi ha ispirato maggiormente, senza dimenticare artisti come Mike Mignola e Neal Adams.

Cosa ha rappresentato per te essere insignito di ben tre Eisner Award?
Si tratta di emozioni incredibili. Con mia moglie qui presente a fare da testimone, posso dire per certo che, quando uscivamo da ragazzi, dicevo sempre “un giorno sogno di vincere un Eisner Award”. E ora ne ho qualcuno.

Ti piace il fumetto mainstrem e ti piacerebbe scrivere qualcosa della Marvel Comics o DC Comics?
Non posso dire che mi dispiaccia, ma penso che quel tipo di mercato sia più che saturato. Mi piacciono ancora i personaggi degli X-Men, per esempio, ma ogni volta che prendo un fumetto di questi appena uscito e lo leggo, non avverto le stesse emozioni del passato. Magari sono storie bellissime, ma non hanno la stessa atmosfera per quanto mi riguarda: penso che ciò sia dovuto al fatto che si rivolgono a un pubblico molto più giovane di quanto sia io! Se potessi scegliere scriverei X-Men, però vorrei anche disegnare le mie storie.

A cosa stai lavorando al momento?
Sto lavorando all’adattamento a fumetti di Il vento tra i salici di Kenneth Grahame. Mi occupo solo delle illustrazioni, dato che il testo è lo stesso del romanzo. Poi lavorerò a una nuova antologia di Legends of the Guard, la terza. E forse lavorerò al quarto capitolo di La Guardia dei Topi, che si dovrebbe intitolare The Wizard War of 1149.

The Walking Dead: Kirkman anticipa alcuni elementi della nuova stagione

The Walking Dead è tornato con la sua quinta stagione e nuovi record di ascolti, e il creatore della serie a fumetti Robert Kirkman ne ha parlato con IGN:
“Facciamo quello che abbiamo già fatto con il fumetto di The Walking Dead sin dal primo giorno. Facciamo sì che il pubblico si innamori dei personaggi, li conosca a fondo e si identifichi in questi… E poi li ammazziamo. Queste morti non conterebbero se non si fosse legati ai personaggi. La quinta stagione seguirà gli eventi narrati nel fumetto più delle precedenti. Ci saranno più eventi del fumetto adattati per la serie TV, quindi sarà molto figo per chi legge il fumetto, perché si troveranno di fronte a cose che già conoscono, narrate ovviamente in maniera diversa. Ci saranno molti momenti chiave che provengono direttamente dal fumetto”.

Kirkman ha poi continuato:
“L’aspetto più grande della quinta stagione è che la storia cambierà completamente. C’è una missione da portare a termine, che consiste nell’arrivare a Washington dove dovrebbe esserci la possibilità di trovare una cura. Ma cosa ci sarà davvero a Washington? Penso che l’avere tutti i nostri personaggi improvvisamente guidati dal fatto di avere uno scopo che possono raggiungere cambierà radicalmente il modo nel quale raccontiamo la storia. Gli episodi di questa stagione avranno un sapore diverso rispetto a prima”.

Intanto, di seguito vi mostriamo il promo della 5 puntata della quinta stagione dal titolo "The Choice".

Basato sull'omonima serie a fumetti scritta da Robert Kirkman, The Walking Dead vede per protagonisti Andrew Lincoln (Rick Grimes), Steven Yeun (Glenn Rhee), Norman Reedus (Daryl Dixon), Chandler Riggs (Carl Grimes), Lauren Cohan (Maggie Greene), Melissa McBride (Carol Peletier), Danai Gurira (Michonne), Chad Coleman (Tyreese), Sonequa Martin-Green (Sasha), Emily Kinney (Beth Greene), Lawrence Gilliard Jr. (Bob Stookey), Michael Cudlitz (Abraham Ford), Josh McDermitt (Eugene Porter), Christian Serratos (Rosita Espinosa), Seth Gilliam (Padre Gabriel) e Tyler James Williams (Noah).

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