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Alberto Palazzolo

Alberto Palazzolo

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Una sitcom a fumetti, la recensione di Giant Days 1

Giant Days ha quel sapore di comicità all'americana a cui ci hanno abituato le serie tv di successo degli ultimi anni. Friends, Big Bang Theory, Scrubs, hanno tutte in comune, oltre all'essere sit-com, una comicità basata su situazioni ai limiti del verosimile, assurde e anche tragicomiche, personaggi iper-caratterizzati e assolutamente riconoscibili in ogni loro azione e dialoghi paradossali, spesso con frasi a effetto assolutamente inutili ai fini della trama. Giant Day è tutto questo.
John Allison, Max Sarin e Lissa Treiman, rispettivamente autore e disegnatori della serie, forniscono una panoramica di un dormitorio dell'Università dello Sheffild, che benché assolutamente inglese, ricorda quello che accosteremmo a un college-drama statunitense.

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Le protagoniste di questa opera sono tre ragazze, Esther, Daisy e Susan, ognuna caratterizzata secondo alcuni canoni classici della letteratura e del cinema. Esther è una bella e pallida ragazza goth, forte, determinata e “attira-guari”; Daisy è lo spirito libero, l'ingenua e composta matricola che deve ancora fare esperienza del mondo; infine Susan, asse portante del terzetto, indipendente, femminista e dalla battuta pronta. Insieme, le tre amiche affrontano i primi giorni di università accompagnate da alcuni amici, facendo nuove conoscenze, ma soprattutto ritrovandone di vecchie.
La storia comincia con il presentarci le tre protagoniste appena uscite dal liceo e pronte per una nuova vita lontane dalle famiglie, amiche da poche settimane e già inseparabili. Il dormitorio universitario, quel luogo in cui il caso governa le vite degli studenti, così caro alla letteratura anglosassone, ma poco comprensibile per un italiano, ricopre anche in questo caso un ruolo di primo piano, rendendo possibile l'incontro di Esther, Daisy e Susan

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Senza che la sceneggiatura risulti ovvia e noiosa, Allison rappresenta una sfilza di situazioni del tutto verosimili di vita quotidiana tra una lezione universitaria e l'altra. Le vicende che vengono mostrate non sono né avventurose, né tanto meno straordinarie, ma semplici parentesi che chiunque potrebbe aver sperimentato, presentate con una verve quasi surreale tipica delle sit-com.
I problemi delle tre ragazze ci appaiono tanto ordinari quanto però interessanti nel rappresentare tematiche di attualità della cultura moderna: amore, sesso, omosessualità, oggettificazione della donna e maschilismo. Del resto la serie è molto femminile per il punto di vista che viene presentato, con Susan voce fuori campo a risolvere i suoi problemi e quelli delle due amiche; problemi che appaiono sempre nuovi ad ogni episodio, risolvendosi nel finale di ciascun capitolo.
Con un'esagerazione tipica dei problemi adolescenziali, portati all'estremo dall'autore, si ottiene la comicità di cui si permea questo fumetto.

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A sottolineare l'umorismo della storia uno splendido lavoro di disegno dallo stile umoristico e caricaturale, che riesce a mettere in rilievo gli elementi caratteristici dei personaggi, anche grazie alle tinte vive usate per la colorazione digitale da Whitney Cogar, mentre le vignette, molto regolari nella disposizione in pagina, scandiscono il tempo di sceneggiatura come fosse un'opera televisiva.
La serie, nata come web-comic e ora riproposta in volume da Edizione BD per l'Italia, è diventata una vera e propria pubblicazione ongoing grazie al successo ottenuto. Una storia a fumetti con protagonisti ragazzi e rivolta ad un pubblico di adolescenti, ma perfettamente godibile anche ai più grandi.

L'epopea dei diavoli di Go Nagai, la recensione di Devilman Omnibus

Se paragonassimo Go Nagai a uno dei maestri del Rinascimento, probabilmente Devilman sarebbe la sua Monna Lisa.
Considerato uno dei mangaka più influenti di sempre, Go Nagai ha dedicato praticamente 4 decenni al suo universo demoniaco, iniziato nel 1971 con il manga Mao Dante, rimasto incompiuto, il quale costituirà l'anno successivo il telaio di Devilman per tematiche e ambientazioni; un “quasi remake” del lavoro precedente, come lo descrisse l'autore stesso, inizialmente pensato quale soggetto per una serie tv molto più vicino agli stilemi occidentali supereroistici rispetto a quello che sarebbe stato il manga.

Devilman è un'opera complessa e stratificata, i cui disegni dalle linee semplici e chiare, perfettamente in linea con il target shoen a cui è indirizzato, entrano in contraddizione con il significato profondo del manga, molto più maturo. Un messaggio rivolto ai ragazzi che affronta temi diversi e che Go Nagai ha inserito man man nella narrazione.
La vicenda narra di Akira Fudo, impacciato studente giapponese che viene a sapere dal suo migliore amico, Ryo Asuka, che nel passato il mondo era dominato da una razza di creature mostruose, i demoni, il cui potere principale era quello di legarsi ad alte creature ed assumerne le abilità. Un tempo questi esseri governavano la Terra, prima di scomparire misteriosamente e lasciare all'uomo il dominio sul pianeta. Ryo però fa anche un'altra rivelazione: i demoni stanno per tornare nel tentativo di riprendersi quello che considerano loro di diritto, la terra.
Akira e Ryo decidono di diventare i paladini a difesa del genere umano e per farlo escogitano un modo per fare sì che un demone si fonda con loro, utilizzando però il loro cuore puro per resistere alla coscienza del mostro, così da controllarne i poteri, divenendo dei devilman, uomini diavolo.

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Comicia in questo modo l'epopea di Akira, unico dei due a fondersi con un diavolo, il prode Amon, potente guerriero demoniaco, e di Ryo, quale suo aiutante, nel compito di sconfiggere le orde infernali che stanno piano piano tornando nel mondo. In una commistione tra vari generi letterari, il manga si trasforma da supereroistico ad apocalittico, passando per il viaggio nel tempo e il comico e avendo sempre una forte componente horror.
I demoni si rivelano al mondo e scoppia il panico, la guerra annunciata da Ryo scoppia e gli eserciti infernali calano sulle città dell'uomo, portando distruzione e destabilizzando i rapporti tra gli uomini, sospettosi verso il prossimo che potrebbe essere posseduto da un demone, mentre altri umani riescono a trasformarsi anch'essi in devilman.
Un fatalismo assoluto pervade l'ultima parte del manga, in cui gli uomini, in una rinnovata caccia alle streghe, uccidono senza pietà chiunque sospettino essere un demone. Questo è il gioco di Satana, sovrano infernale che ha manipolato il genere umano perché si autodistrugga.
Akira non può fare altro che cercare di proteggere la sua famiglia e infine, in un ultimo assalto, dopo che l'umanità ha perso, impedire che i demoni si impadroniscano finalmente della Terra.

Go Nagai intraprende qui l'esplorazione dell'argomento religioso e demoniaco che segnerà una parte consistente della sua produzione. Unendo la mitologia cristiana, ispirata dalla Commedia di Dante, alla cultura nipponica, l'autore riscrive la storia di Lucifero dalle origini: gli oni del folklore giapponese si legano agli angeli caduti occidentali, in una serie di creature composte da elementi diversi e confusi, in un risultato mostruoso.
Satana non è però un personaggio malvagio in assoluto, il che lo rende un tipico cattivo alla Go Nagai: cacciato da Dio, ha voluto difendere i demoni dalla distruzione divina e ha così cominciato una lotta contro il suo stesso Padre. Allo stesso modo Akira non impersona l'eroe senza macchia nel senso classico, in lui si cela un lato oscuro, quello demoniaco, che lo rende quantomeno ambiguo. Un dualismo tra bene e male tipico dell'autore, qui portato al suo massimo sviluppo in virtù dello scontro universale cui si assiste.

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Lo stile grafico, sebbene del tutto riconoscibile per l'intera opera, cambia e matura insieme all'evoluzione tematica che subisce la storia, virando sempre più spesso verso neri pieni man mano che la vicenda si avvicina al suo tragico epilogo; il tratto di Go Nagai risulta umoristico per lo più all'inizio, per deviare decisamente verso una componente più cupa nella metà della storia. Nella stessa tavola non è poi raro notare una maggiore cura per i dettagli in alcune vignette, per dei volti, o addirittura per intere pagine, tanto da sfiorare una sorta di realismo grafico in taluni punti chiave.

Dietro la scrittura di Devilman però c'è molto più che una semplice prova di bravura dell'autore, il manga è un vero manifesto del movimento controculturale degli anni '70, in cui si esprime una sfiducia profonda per la società che l'uomo ha prodotto, fatta di guerre e lotte dei più forti sui deboli; a questo si aggiunge un sincero messaggio ecologico portato avanti da Go Nagai nelle parole dei demoni, critici verso il comportamento dell'uomo nei confronti della natura, un tempo lussureggiante e ora asservita e piegata agli interessi umani.
Insicurezza riguardo al futuro, paura di una guerra mondiale, diffidenza verso i governi, sono i sentimenti principali di quegli anni. La guerra del Vietnam era in pieno svolgimento e perfino in Giappone i movimenti di protesta giovanile sconvolgono la vita dell'uomo comune; un'escalation nucleare tra le grandi potenze è dietro l'angolo e il Giappone, che bene sa cosa si prova a subire un bombardamento atomico, trova una rappresentazione delle proprie angosce in Devilman.

Il finale del manga è proprio un monito all'inutilità di una guerra che assicurerebbe una distruzione mutua e totale: "Chi è forte" dice Satana "non dovrebbe avere il diritto di approfittasi degli esseri più deboli solo in virtù del proprio potere, perdonami Akira sono stato un folle".

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L'opera più famosa di Go Nagai è stata ora, in occasione del 45° anniversario della pubblicazione giapponese, ristampata da J-Pop in formato integrale in un omnibus. Per la prima volta gli appassionati italiani hanno la possibilità di assaporare questo cult in un volume unico da 1300 pagine in bianco e nero, con alcune tavole a colori: un poderoso tomo cartonato di buona qualità, disponibile anche con la variant cover Feltrinelli dorata, che presenta la saga completa e alcuni extra in un formato con tavole più grandi rispetto alle precedenti edizione di J-Pop e delle altre case editrici che in Italia si sono alternate alla pubblicazione di Devilman. Ad arricchire il volume anche un'extra scritto dallo stesso autore per il pubblico italiano con una digressione storica sulla creazione del manga e alcune illustrazioni a colori su pagine patinate dei personaggi principali sia dal manga stesso che dall'anime.
La grandezza però, ma soprattutto il peso di questo volume (quasi 2,5 kg!), ne rendono la lettura un po' difficoltosa senza un sostegno adeguato, tanto che il dorso dà l'idea di poter cedere a causa della mole che deve sostenere. La qualità generale della carta e della stampa è comunque molto buona, rendendo questo un buon acquisto sia per un collezionista, quanto per un neofita.

Spazio profondo e horror nella nuova opera di Steve Niles, la recensione di The Disciples

Steve Niles, già autore della serie cinematografica 30 giorni di buio, torna sul suo genere preferito, l'horror, con The Diciples, opera a fumetti ambientata in un futuro in cui i viaggi spaziali sono una realtà quotidiana. The Diciples ha come protagonisti tre cacciatori di taglie, mercenari che per questa missione sono stati assunti da un facoltoso personaggio che ha chiesto loro di recuperare la figlia scappata su una colonia spaziale con il ricco capo di una setta, a cui fa riferimento il titolo della miniserie (“Discepoli” in inglese). La missione, però, nel più classico stile degli horror, non si rivelerà semplice come sospettavano Dagmar, Rick e Jules, i tre mercenari che tra apparizioni nello spazio profondo e spiriti dei morti, si troveranno ad affrontare dell'entità non esattamente amichevoli.

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In un connubio tra sci-fi e horror, l'opera fa propri una grande quantità di archetipi dei due generi, citando cult quali Alien di Ridley Scott, George A. Romero con i suoi morti viventi e anche i classici western nella caratterizzazione dei personaggi dei cacciatori di taglie.
La meta della squadra di avventurieri è Ganimede, luna di Giove, acquistata da Mccauley Richmond, ricco industriale e capo della setta, che ne ha fatto la terra utopistica della propria comunità religiosa. Il tragitto per raggiungere il gigante gassoso e il suo satellite inizia con un breve viaggio bordo della navetta del capitano della squadra, Rick; tale salto iperspaziale è anche pretesto per rispolverare un classico della fantascienza che ha perso negli ultimi decenni lo slancio che aveva originariamente, la space opera. Con questo singolo percorso fino a Giove, Niles fa calare il lettore nei temi più classici e puri della fantascienza: la curiosità dello spazio, l'entusiasmo della scoperta di nuovi mondi, la bellezza di pianeti alieni, tutto ciò traspare dalle parole di Dagmar, Rick e Jules arrivati in vista della loro destinazione. L'autore riesce così ad andare oltre la semplice rappresentazione di una realtà futura, con navette spaziali e pianeti lontani, che altrimenti sarebbe solo una cornice informe intorno alla vicenda spaventosa in cui rimangono invischiati i protagonisti. Ma arrivati in vista di Ganimede cominciano gli strani avvistamenti che porteranno l'equipaggio in una spirale di avvenimenti fuori dal comune. La comunità religiosa non esiste più, tutti, o quasi, sono stati uccisi da un'entità che viveva su quel satellite e disturbata dall'arrivo dell'uomo, mentre i protagonisti dovranno cercare di sopravvivere e portare a termine la missione.

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Le tavole di Christopher Mitten, dai tratti quasi tremolanti, ma sempre precise e puntuali nell'obbiettivo costituito dalle tematiche rappresentate, sono abbellite dagli splendidi colori di Jay Fotos, vera perla di questa miniserie, che con delle scelte semplici ma molto efficaci rende le vignette emblematiche e di facile lettura. La colorazione digitale piatta e poco particolareggiata per esempio sui volti, dà il meglio di sé sulla copertura dei campi larghi e degli ambienti illustrati da Mitten, riuscendo in un'accurata contrapposizione tra colori freddi e caldi.

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Il punto debole del volume è però la sceneggiatura. Le 94 tavole della storia sono di fin troppo rapida lettura, con contenuti horror poco convincenti che non arrivano del tutto al lettore; la velocità della storia fa sì che non si riesca a somatizzare la paura che un fumetto del genere dovrebbe suscitare, né a generare suspance o disgusto in quelle poche scene splatter presenti. Nella seconda parte della miniserie, in cui si concentrano i passaggi orrorifici, si assiste a un susseguirsi di eventi talmente rapidi da non averne quasi cognizione e che si risolvono in un finale irrilevante.
Nonostante gli eminenti modelli tirati in ballo da Niles, nessuna delle scelte prettamente horror si può dire riuscita a pieno, finendo per scivolare in numerosi cliché.

Un giallo nella Little Italy di inizio '900, recensione de La Mano Nera (Le Storie Bonelli 54)

Un bastimento avanza sul mare mentre i passeggeri, accalcati, si sporgono per vedere finalmente il profilarsi degli edifici della loro destinazione: infine la tanto agognata meta, che per molti dei viaggiatori significa una nuova vita, forse migliore. Ci troviamo nel 1907, il bastimento si chiama Regina d'Italia e a bordo si trovano italiani che hanno lasciato la propria patria diretti vero il Nuovo Mondo. Questo è l'incipit de La Mano Nera, 54° volume de Le Storie della Sergio Bonelli Editore, episodio sceneggiato e disegnato da Onofrio Catacchio e dedicato all'eroe italo-americano Joe Petrosino.

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Poliziotto newyorkese di origini italiane, Petrosino è stato storicamente il primo ad affrontare apertamente la mafia italo-americana a Little Italy, in un periodo in cui si cominciava solo a sospettare cosa potesse essere. E proprio al nome della "mala" di origine italiana, Mano Nera, si rifà il titolo di questo albo. Un thriller ambientato nella New York di inizio secolo scorso e raccontato dagli occhi di un giornalista italiano, Davide Orsi, che ha compiuto il viaggio con tutti gli altri disperati, per raccontare in patria come vivono i connazionali emigrati.
"Sembra che gli italiani sbarchino in America per commettere omicidi, violentare donne e bambini, mettere bombe nei negozi e ricattare chiunque gli capiti a tiro. Non c’è di che andar troppo fieri, vero?" Così il tenente Petrosino descrive la situazione a Little Italy di quei migranti con cui Davide si trovava a viaggiare poco prima e che rispecchia la realtà del razzismo di cui erano vittime gli italiani in quegli anni di migrazioni di massa.
Vero protagonista di questa vicenda, Davide è un giovane ingenuo che suo malgrado si ritrova nel turbine degli eventi della metropoli più grande del mondo, dalle tinte noir e per lui totalmente sconosciuta. Una città frenetica, vecchia di un secolo e nonostante ciò immersa nel caos delle sue strade, la cui atmosfera cupa e misteriosa è ben ritratta da un ottimo realismo grafico di semplice lettura.

Il giovane giornalista, al seguito di Petrosino – chiaramente modellato sull'archetipo di Sherlock Holmes –  e delle sue indagini su una serie di omicidi che interessano giovani ragazze provenienti dal quartiere italiano, si rende conto che le condizioni di vita a Little Italy, dove sono segregati i suoi connazionali, non sono facili: protetti da barriere linguistiche e culturali (pochissimi degli immigrati italiani parlano infatti inglese), la polizia ha difficoltà a tenere sotto controllo la zona, rendendo il sobborgo facile preda della criminalità. Petrosino e il suo Italian Branch, formato da poliziotti italo-americani, diviene l'ultimo baluardo di legalità in una comunità altrimenti totalmente vittima della Mano Nera, che vive di racket e sfruttamento della prostituzione, di cui vittime sono i nuovi arrivati dall'Europa.
Viene fuori una città divisa in due, con il centro finanziario e culturale della metropoli in cui passeggia la borghesia, anglofona e industriale, mentre gli immigrati sono costretti a una segregazione autoimposta in zone malsane e sovraffollate, ma soprattutto autogovernate.

La narrazione, a metà tra cronaca e fiction, prende spunto da una serie di avvenimenti e personaggi realmente esistiti, esemplificativa una parentesi con il celebre tenore Enrico Caruso, a New York per una tournée, e che nella realtà storica ha subito un tentativo di estorsione da parte della Mano Nera, sventato dalla squadra di poliziotti italo-americani. La realtà storica si ferma però a nulla più che una cornice per una vicenda totalmente di fantasia su un assassino seriale che, chiaramente ispirato al canone di Jack lo Squartatore, aggredisce giovani donne per poi scalparle.
Un racconto affascinante, pieno di curiosità e spunti di riflessione sul passato dei nostri connazionali, ma che si perde in queste tematiche, dimostrando difficoltà nel portare a termine l'intreccio degli eventi rappresentati.

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La ripartizione grafica della pagine è semplice e uniforme, in linea con i disegni generalmente puliti e mai troppo scuri per la presenza massiccia di zone d'ombra e in cui si alternano fondali ricchi di particolari o totalmente bianchi quando l'autore vuole porre l'accento sul personaggio rappresentato. Il realismo è perfezionato da una buona caratterizzazione degli ambienti e dei personaggi dai nomi chiaramente familiari per i siciliani; l'atmosfera viene però smorzata dal ritmo della narrazione, a volte troppo lenta e lo stesso scioglimento del mistero dell'assassino seriale è troppo ingenuo e banale, fatto ancora più grave per un giallo il cui investigatore è il tenente Petrosino, paragonato a Sherlock Holmes dai libri di storia in primis e dallo stesso autore in particolare.

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