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Alberto Palazzolo

Alberto Palazzolo

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Mezza fetta di limone, recensione: il primo graphic novel di Labadessa

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Pubblicare un personaggio o una storia che ha già riscosso successo sui social è una mossa probabilmente meno rischiosa che puntare su autori del tutto sconosciuti. Anche Shockdom ha così deciso di seguire questa via, puntando (per la seconda volta) su Mattia Labadessa, grafico campano che è divenuto famoso su Facebook per le sue vignette comiche e dissacranti, raccogliendo più di 400.000 fan. Dopo la raccolta delle sue vignette, la stessa casa editrice pubblica ora Mezza fetta di limone, graphic novel che utilizza lo stesso stile e gli stessi ricorrenti personaggi che il pubblico ha imparato a conoscere sul web.

In poco meno di 200 tavole, Labadessa mette in campo lo stile per cui è stato apprezzato, con un grande disfattismo verso la vita come tema di fondo. Ma c'è un problema: Mezza fetta di limone non è una striscia, né è una singola illustrazione, ma è fatta da due centinaia di pagine, che l'autore non riesce a gestire con una qualità costante.
L'intreccio è molto semplice, un'uscita serale di tre amici diventa il veicolo/pretesto di alcune situazioni assolutamente grottesche e fuori dal comune, che manifestano infine un qualche tipo di morale sulla vita moderna, un insegnamento, o meglio una dissertazione con un qualche genere di critica ad alcuni comportamenti molto comuni, come il non riuscire a intrecciare nuovi rapporti con sconosciuti, la desensibilizzazione alla violenza, ma soprattutto le confortanti routine che bloccano le nuove esperienze, punto focale dell'opera.

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L'onnipresente Uomo Uccello, personaggio protagonista della maggior parte dei lavori di Mattia Labadessa, un volatile rosso antropomorfo, trasognato e abitudinario, è accompagnato in questa avventura dai due amici di sempre: il coniglio Wilson, personaggio nichilista e passivo, perennemente con la canna in mano, e Franco, un uccello nero entusiasta della vita e pronto a goderne fino in fondo. Tutto viene rappresentato dall'autore con 5 colori, il giallo (predominante), il nero, il rosso, l'azzurro e il bianco; questa “oligo-cromia” rende tutto il mondo rappresentato estraniante ed estraniato, mentre i personaggi dalla forma di animali risaltano sostanzialmente dal resto della tavola, in realtà del tutto vuota per circa la metà. Le vignette, dalla forma assolutamente irregolare e tondeggiante, per la stragrande maggioranza dei casi sono gialle, ma lasciano un'importante margine bianco su tutte le pagine, mentre i baloon dei dialoghi sono pressoché assenti, con le parole che si perdono sulla scena.

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Il libro, diviso in tre capitoli, si apre con L'Uomo Uccello nella sua camera, che tra un sogno ad occhi aperti e l'altro, riceve la chiamata dell'amico Wilson che gli propone di uscire. Il solito sabato sera ripetitivo, che però viene infine sconvolto da una disgrazia, l''esplosione di un locale.
Quello che si mostra al lettore, al di là della trama molto semplice, è un serie di voli pindarici sugli argomenti più disparati che il protagonista compie nella sua mente. Quando l'attenzione si focalizza su un soggetto, animato o inanimato, questo prende vita riversando sulle pagine insegnamenti spiccioli, come le due falene che, a più riprese, discutono della caducità della vita e della brevità di quella della loro specie.

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Quello di Labadessa è un lavoro che parla alla pancia della gente, rappresenta ciò che il pubblico adolescente, a cui è rivolto questo titolo, vuole sentirsi dire, su argomenti di interesse prettamente giovanile appunto, riguardante la vita sociale che i ragazzi vivono.
Benché alcuni spunti di riflessione e alcune delle trovate utilizzate per parlarne siano interessanti, rimangono scollegati dal corpus del racconto; ad ogni interruzione dello svolgimento della storia sul piano reale, con il conseguente flash del protagonista o focus su uno degli elementi di contorno, inizia una vera e propria divagazione, basata spesso sull'associazione di idee e nulla di più. La trama di fondo si rivela quindi un pretesto per virare su questi momenti che raccolgono una serie di pagine, o solo qualche vignetta, con una catch phrase, uno slogan, sul futuro, sugli affetti, sul rapporto con l'altro sesso. La sensazione è che ci si trovi davanti ad una pubblicazione di una serie delle classiche strisce umoristiche di Labadessa legate insieme tra loro da nulla più che una banale storiella.

La gioventù bruciata di Stephenson, la recensione di They're not like us 1 e 2

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La prima cosa che viene in mente leggendo They're not like us sono gli X-Men. È una corrispondenza di idee così ovvia che sembra perfino superfluo sottolinearlo, eppure è un punto da non sottovalutare per parlare del lavoro di Eric Stephenson, l'autore statunitense che ha lavorato in passato anche per Marvel e ora si cimenta in questa serie che ripropone quegli stessi personaggi della “generazione X”, figli dell'era atomica e della Silver Age del fumetto, in una rilettura moderna, ma sostanzialmente identica a quei ragazzini in calzamaglia dei primi anni '60, così pieni di super problemi, per parafrasare qualcuno di loro.
Ad accompagnare Stephenson, ai disegni c'è Simon Gane, illustratore dal tratto particolarmente interessante, fatto di linee marcate e precise e di una grande espressività facciale dei soggetti rappresentati, senza però risultare realistici. I disegni, colorati dalle nette tinte unite di Jordie Bellaire, ricordano così approssimativamente gli antichi dipinti e stampe “Ukiyo-e” giapponesi; un rimando dettato dalla forma dei visi di Gane, dai contorni neri e appunto dalla colorazione.

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Con una premessa molto semplice, l'autore costruisce un teen drama al cui centro c'è l'esperienza di Thabita, una giovane telepate, e alcuni suoi compagni, anch'essi dotati di poteri strabilianti. Questi “eroi” alle prime armi, in una sequenza di eventi non sempre limpidi da interpretare, sono alla ricerca della propria indipendenza dall'uomo che li ha riuniti, li ha guidati e addestrati all'uso dei poteri, soggiogandoli però ad alcune severe regole di comportamento per fare sì da mantenere segreta la loro esistenza.

Se il fatto che i protagonisti sono dei ragazzi che si scoprono possedere potere strabilianti e per questo emarginati dai “normali” non bastasse a richiamare quei mutanti tanto famosi a livello internazionale, a questo ci pensa anche la casa in cui convivono, guidati dal già citato mentore, The Voice, anch'egli telepate, che li guida nella vita di tutti i giorni. Al contrario dello Xavier degli X-Men però, The Voice non è un personaggio buono e saggio, ma al contrario antepone l'interesse privato di sé e dei suoi protetti a quello dell'uomo comune. La lezione che Thabita, la dotata protagonista, apprende non appena entrata nel gruppo, è quella che non solo è lecito fare del male al prossimo se questo significa mantenere il riserbo sulla “Casa”, ma è anche divertente utilizzare i propri poteri per vendicarsi almeno un po' contro quei “normali” colpevoli di aver emarginato e maltrattato gli “speciali”, scambiati spesso per mentalmente instabili.

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Una gioventù rappresentata come violenta e senza un obbiettivo da Stephenson, che nella perdita di valori etici dei ragazzi costruisce il primo dei due volumi pubblicati da Saldpress, contenente gli episodi da 1 a 6; chi più chi meno, tra i compagni della protagonista, manifesta un'amoralità diffusa, un'arroganza e un sentimento di rivalsa sul mondo che per primo li ha messi alle strette. Ma accanto a questo c'è anche la possibilità di redenzione, o meglio di recupero, per chi sceglie come Thabita di dire “no” a questo modus operandi che The Voice ha convinto i suoi a tenere, forse utilizzando i suoi stessi poteri celebrali; in verità però questa aggressività è insita nei giovani e, prescindendo dalle influenze esterne, sempre rimarrà latente, pronta a venire fuori.

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La storia, molto interessante nel primo volume con le sue visioni introspettive dei personaggi coinvolti, non resiste al giro di boa (finora) del capitolo 7, dove si sviluppano le vicende di cui i primi episodi risultano una preparazione e presentazione dei comprimari. Una parte degli eventi qui narrati appare difficile da seguire con le poche informazioni sul background dei personaggi principali, a cui se ne aggiungono un bel numero a questo punto, ognuno portatore del proprio subplot a complicare ancora le cose in previsione del seguito di questa serie. Tutti i soggetti più giovani risultano tanto fragili e influenzabili, quanto i più adulti sembrano ambigui nella loro moralità: anche chi dovrebbe essere un alleato per Thabita, non è ben inquadrabile per il lettore, che non trova un modello di eroismo classico in nessuno dei comprimari e ben che meno nei personaggi principali. Del resto l'universo tratteggiato da Stephenson è lontano dai grandi atti di eroismo che il “super” il più delle volte suggerisce, ma è fatto di problemi ben più piccoli che stanno al livello di una singola persona alla ricerca del proprio posto nel mondo.

 

La misteriosa isola di Lavennder, recensione del 4° Speciale de Le Storie Bonelli

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Cosa c'è di meglio che passare le proprie ferie su un'isola deserta insieme al proprio partner? Questo avrà pensato Aaron, protagonista del quarto speciale a colori delle Storie Bonelli “Lavennder”, prenotando la sua vacanza alla rinomata agenzia di viaggi omonima, specializzata in luoghi misteriosi. Dieci giorni su un isolotto tropicale in mezzo all'oceano, da solo nella natura con la fidanzata Gwen per non pensare più ai problema della vita di tutti i giorni, potrebbero essere un'esperienza riposante ma, nella letteratura, nel cinema e nel fumetto mai nulla è così semplice.
Giacomo Bevilacqua, autore romano divenuto famoso per A Panda piace, e apprezzato per lavori come il recente libro per Bao Publishing Il suono del mondo a memoria, porta al pubblico Bonelli questa avventura a metà tra Laguna Blu e un thriller, sceneggiando e illustrando da solo le 125 pagine dell'albo annunciato un paio di anni fa e proposto ora dalla casa editrice.

Aaron e Gwen, i due giovani e avventurosi ragazzi protagonisti, una volta lasciati sulla spiaggia con una barca da Piotr, uomo dell'agenzia, si abbandonano all'atmosfera rilassante e romantica di un ambiente caraibico, ma ben presto si fa largo in loro la sensazione di non essere soli in quel piccolo quadratino di terra in mezzo all'oceano. Al centro della giungla Gwen scopre infatti una casa sull'albero con dei graffiti all'interno che sembrano fatti da un bambino, mentre qualcosa tra le fronde segue i movimenti dei protagonisti dimostrando un particolare interesse per la ragazza.
Dall'altro lato dell'atollo, poco dopo, Aaron e Gwen trovano altri due coinquilini dell'isola, sempre meno deserta: due uomini, il monco Jacques e il silenzioso Mr Smee, hanno allestito il proprio campo da cui partire per battute di pesca di frodo. Una coppia di soggetti poco raccomandabili che, trovati i due ragazzi intenti a spiarli, ci tiene a mantenerli lontani dai loro affari con una minaccia a mezzo armi. Ma durante la notte l'accampamento dei giovani fidanzati viene messo a soqquadro, facendo ricadere i sospetti sui due criminali, che Aaron vuole coraggiosamente affrontare nonostante il pericolo.

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Quello di Bevilacqua è un piccolo thriller che si sviluppa in un intervallo di tempo molto breve, ma che riesce a concludere il proprio arco narrativo con soddisfazione. L'originalità della storia non è certo nella trama che, per quanto riserbi delle sorprese molto interessanti nel finale, riprende classici modelli letterari, tra cui quello horror del luogo erroneamente creduto disabitato. I due protagonisti, benché poco caratterizzati, sono sufficientemente tratteggiati per la brevità della storia; mentre il resto dell'esile cast risulta solo abbozzato, ma anche in questo caso non è necessariamente una limitazione data la brevità. In generale questi personaggi, ma anche parte della trama, risultano ricadere in cliché tipici delle storie d'avventura.

Lo stile grafico dell'autore, riconoscibile dal tratto spesso, le cui linee nere dei contorni sono molto ben visibili, ha la particolarità di riuscire a trasmettere una profonda espressività attraverso gli occhi dei personaggi, molto in risalto sul resto del viso. Le vignette sono particolarmente luminose, grazie a un azzeccato utilizzo di colori molto accesi, ma mai invasi, che trasmettono esattamente la sensazione di calura di una spiaggia tropicale. Anche negli anfratti ombrosi all'interno della giungla, dove le ombre risultano estremamente interessanti e ben congegniate, il chiaroscuro rende pienamente giustizia all'ambiente naturale,  ma i colori sono particolarmente efficaci in pieno sole, tra l'azzurro del cielo e quello del mare.

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Bevilacqua in questa storia, nella creazione di alcuni personaggi e dell'ambiente, utilizza elementi non immediatamente chiari al lettore più disattento, ma in realtà referenti a una particolare opera citata. Questi elementi risultano sempre più confusi man mano che la vicenda prosegue, per poi essere svelati nelle ultime 5 pagine con un colpo di scena notevole. La narrazione si conclude proprio rispondendo ad alcuni dei misteri dell'isola, ma anche suscitando nuove domande su qualcosa che va al di là della realtà, qualcosa che sarebbe possibile solo in una storia per ragazzi, se non fosse connotato anche da un aspetto spaventoso e angosciante.
Il finale è il punto di forza di tutto l'albo, insieme allo splendido utilizzo del colore, che farà scorrere indietro le pagine lette per recuperare quelle inizialmente oscure e ora perfettamente comprensibili per il lettore: in fondo la guida Piotr aveva condotto Aaron e Gwen su un'isola senza nome, tra pirati sena mano, disegni di bimbi nella giungla e misteri.

Il fantasy contemporaneo di Birthright, la recensione dei primi 4 volumi

Il fantasy è un genere dalle caratteristiche molto ben definite che, nel corso del secolo che lo ha visto nascere e svilupparsi, ha subito un evoluzione molto importante, ma che non ha saputo abbandonare alcuni archetipi propri del genere, di derivazione squisitamente Tolkieniana, autore che ne è riconosciuto universalmente come il padre. Questo ha portato alla cristallizzazione di alcuni stereotipi (nella sua accezione peggiore) nella maggior parte delle storie fantasy.

In questo Birthright, in corso di pubblicazione dal 2014 per la Image Comics negli Usa e portata in Italia dalla Saldpress finora in 4 volumi, è un po' una voce fuori dal coro per due motivi. La serie a fumetti di John Williamson e Andrei Bressan si discosta parecchio dalla classica narrazione del fantasy epico, o anche dal classico sword and sorcery, dimostrando coraggio nel tentativo di uscire fuori dagli schemi, sebbene molti degli elementi presenti potrebbero essere facilmente definiti come tali. Qui sta la seconda differenza dal comun denominatore delle migliaia di opere fantasy sul mercato: se Brithright ha saputo abbandonare una parte degli stereotipi del genere, dall'altro ha abbandonato anche lo spirito più puro del fantasy epico ed eroico che richiamava, ricadendo invece nel genere più di nicchia dello urban fantasy, con scenari metropolitani nostrani piuttosto che tipicamente selvaggi e inesplorati. Una scelta degli autori che, benché non esattamente una novità, rende questa serie godibile da un gruppo di persone non necessariamente interessate al genere di riferimento.

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Altro punto di novità è il concept alla base: protagonista della vicenda è il “piccolo” Mike, che quando è solo un bambino sparisce in un bosco mentre gioca con il padre. Quest'ultimo viene così accusato dell'omicidio del figlio dall'opinione pubblica, causandone la depressione e la separazione dalla moglie e dal primogenito. Un anno dopo fa la sua comparsa un uomo adulto che afferma di essere il piccolo Mike, tornato da un altro mondo, dove il tempo scorre più velocemente, fatto di magia e creature spaventose. Lì, riconosciuto come il prescelto di un'antica leggenda, è stato addestrato per anni al fine di sconfiggere il Signore Oscuro di turno, il Dio-Re Lore e adempiere al proprio destino. Terminato il suo compito nel mondo parallelo, è tornato sulla Terra per completare la sua impresa e riportare su Terrenos alcuni maghi fuggitivi, criminali di guerra, con l'aiuto del padre, unico a credere fin da subito all'uomo che affermava di essere Mike, e del fratello. Ma la verità su come sia finita la guerra e la reale identità dei maghi risulta da principio ambigua.

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La trama si dipana in questo modo davanti al lettore su due livelli: il presente nel nostro mondo con la ricerca dei maghi malvagi e parallelamente una serie di flsahback che mostrano come si sono sviluppate le vicende nel reame di Terrenos, dai primi giorni di addestramento di Mike, fino alle battaglie contro le armate dell'oscurità. Entrambi questi filoni narrativi sono disegnati magistralmente da Andrei Bressan, alternando un buon realismo grafico per la Terra, a una visione travolgente di Terrenos, con colori accecanti e linee stravaganti, dando all'ambiente una dettagliatissima visione magica.

Questo dualismo narrativo e grafico è ribadito da Williamson, da poco avvicinatosi a mondo del fumetto dopo una carriera da scrittore per la tv, con una serie di dicotomie sparse per tutta la struttura narrativa: essendo questo un fantasy che si rifà all'epica e all'eroico, la prima che salta subito all'occhio è il classico scontro bene-male, qui però attualizzato nella moderna incertezza di valori morali dei personaggi. Il protagonista, sebbene rappresenti l'archetipo di eroe forte della tradizione epica, presenta una serie di ambiguità centrali dal punto di vista narrativo. Contemporaneamente gli antagonisti, maghi rifugiatisi sulla terra, sono portatori di una propria verità sul passato del mondo da cui provengono e su Mike stesso, contrapposta a quella del protagonista.

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La narrazione, molto robusta e lineare, è assolutamente un punto di forza che Williamson ha saputo valorizzare con colpi di scena molto azzeccati che accelerano nello svolgimento della storia, aggiungendo sempre nuovi elementi al passato di Mike e rivelando a poco a poco la verità su ciò che è accaduto su Terrenos. Questo mistero è il motore della vicenda, che attraverso richiami al giallo investigativo mantiene l'attenzione del lettore sempre elevata nella curiosità per il passato.
Detto ciò, Birthright non stupisce. Il lavoro degli autori è molto più che mediocre prova di sé, senza però raggiungere la lode; un soggetto e uno sviluppo interessanti, ma non eccellenti, che non catturano fino in fondo l'attenzione, lasciando queste serie in un angolo rispetto ad altre produzioni, probabilmente più “commerciali”, ma non coraggiose.

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