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Alberto Palazzolo

Alberto Palazzolo

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Scalp, recensione: l'arte di Hughes Micol nella violenza del western

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La storia della vita di John Glanton, praticamente sconosciuta nel vecchio mondo, è invece fonte di ambiguità nel nuovo. Il personaggio realmente esistito nell'800 americano, è insieme eroe dell'indipendenza texana e della guerra messicano-americana del 1846, ma anche uno dei più grandi outsider del selvaggio West: alla testa di una numerosissima banda di mercenari, ha dapprima furiosamente difeso le terre messicane dalle razzie apache, per poi cominciare a compiere egli stesso razzie con i suoi uomini durante la famosa corsa all'oro californiano del 1850, fino a diventarne una delle vittime illustri.

Hughes Micol, autore francese parecchio influente nel panorama d'oltralpe, ha nello scorso anno completato una monografia sul personaggio, portata in Italia da Oblomov Edizione, in una delle prime pubblicazioni di questa giovane casa editrice.
Micol si appoggia a un testo non originale per il suo lavoro: una biografia su Glanton redatta da Samuel Chamberlain, cavalleggero dell'esercito americano, arrivato al grado di colonnello, che affermò di aver servito sotto Glanton durante la guerra e poi di averlo seguito nelle sue scorrerie come parte della banda. Micol utilizza proprio l'espediente del narratore interno alla storia, ossia un giovane Chamberlain, per raccontare, seguendo il libro del futuro colonnello, la vita del capo della banda degli scalpi.

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Micol, nell'illustrare le pagine del fumetto, abbandona totalmente la gabbia, per virare verso spash-page che coprono l'intero fronte del foglio. Si tratta per la maggior parte di immagini surreali: piccoli frammenti simultanei, messi uno accanto all'altro, in cui più momenti si aggrovigliano uno sull'altro, facendo perdere anche la bussola al lettore poco attento. Delle orgiastiche illustrazioni, fatte di violenza e massacri, oppure, in senso letterale, di momenti di alcol e sesso, che scandiscono le pagine, intramezzate dal cambio di scena in una più classica rappresentazione fumettistica, senza però mai nemmeno abbozzare una vignetta chiusa da linee. Ciò che balza subito all'occhio è l'aggressività di questi personaggi, che saltano da una razzia all'altra senza sosta e senza che si abbia mai la sensazione di stare assistendo ad un'azione eroica o epica nel classico senso del western. E questo l'autore lo sa bene.
Micol rende ancora più dirompenti le sue figure umane, dando loro delle fattezze anatomiche particolari e sproporzionate per quanto riguarda gli arti e la testa, più grande di quel che nella normalità è. Il tutto vergato da una mano nervosa e violenta essa stessa, con una grande propensione ai neri di impatto.

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Il western che la Oblomov presenta non è un fumetto semplice: non è fruibile facilmente nemmeno dal classico appassionato delle vicende dell'ovest americano; non c'è una vera e propria avventura a cui volersi appassionare, perché simpatizzare per Glanton è quasi impossibile quando se ne conosce la veridicità storica, ma anche perché la vicenda per come viene scandita da Micol perde di riferimenti temporali coerenti, saltando da un avvenimento ad un altro, lasciando dubbi, a cui si aggiungono le difficoltà nel leggere le tavole.

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Questo Scalp è un lavoro interessante, ma che perde la voglia di raccontare qualcosa, il fine di un'opera narrativa, per concentrarsi sulla realizzazione e l'arte in sé: una serie di curiose e affascinanti illustrazioni.
Qual è il punto debole del volume quindi? La narrazione. La vicenda, seppur entusiasmante in potenza, di una figura come Glanton, non è allo stesso livello del lavoro grafico di Micol, probabilmente più a suo agio in illustrazioni singole che non in 190 pagine di graphic novel.

Fuck, recensione: il futuro distopico di Crippa e Santucci

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Quali sono le caratteristiche più evidenti dell'era del digitale e della post informazione in cui l'umanità vive oggi? La risposta più ovvia è il relativismo della Verità, manipolata nel contesto di un'informazione di massa e popolare, fatta per il popolo, ma soprattutto, fatta dal popolo. Proprio una visione negativa della super informazione è quella che fornisce Fuck, l'opera di Alex Crippa e Giorgio Santucci per Edizioni Inkiostro che, partendo da questo presupposto di “non-verità”, descrive un futuro vicinissimo e violento, popolato da figure stereotipate e grottesche di ciò che l'attualità presenta ogni giorno; si tratta di una visione dell'avvenire condensata di quelle paure che oggi la fanno da padrone tra le discussioni del popolo della rete: disoccupazione alle stelle, istituzioni inefficienti e inaffidabili, media sotto controllo, immigrazione selvaggia, bande armate, neo fascisti e illegalità diffusa. Un'immagine iperbolica di ciò che il mondo reale, estremizzandolo, già è. Crippa gioca proprio a raccogliere una ad una queste tematiche per denunciare la società di oggi, in una trama del tutto semplice e lineare, ma interessante negli avvenimenti che si sviluppano lungo la linea retta del percorso dei personaggi.

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La città protagonista della vicende è preda di problemi di ordine pubblico, tra quartieri ghetto e senza legge controllati dalle bande, guidata da un sindaco accondiscendete che non riesce a mantenere l'ordine. A lui si oppone un altro candidato che nelle elezioni, oramai prossime, si erge a difensore dell'ordine attraverso la violenza, contro barboni, stranieri e gang. In questa scalata alla poltrona di primo cittadino, il nuovo candidato Max si avvale però di quegli stessi criminali che afferma di volere fermare, per diffondere il terrore in modo da apparire l'uomo forte necessario alla cittadinanza. Ma esiste un video che lo incastra. Come poter diffondere questo documento senza però incappare nella censura dei media e del web? Tutti i mezzi d'informazione sono controllati da Max stesso, mentre su internet un algoritmo detto “Muro” cancella ciò che non è gradito ai piani alti.

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Da qui parte il viaggio di tre amici, il fratello di uno dei quali ha girato il video, attraverso la città e alla ricerca di una leggendaria stazione radio clandestina; tutto mentre sono braccati dagli uomini di Max, tra neo nazisti, suore armate, bande di motocicliste lesbiche, barboni cannibali e tanto altro. Si tratta di tre personaggi ai margini della società, uno sfigato, una muscolosissima africana e un nerd; mediocri persone, con nulla di speciale, che si ritrovano catapultati nel turbine degli eventi, reagendo per avere salva la vita, prima ancora che per cerare di mostrare la Verità.

Dal lato visivo Santucci produce un lavoro di spessore, con un bianco e nero deciso, carico, fatto di grandi contrasti tra i due colori. L'aggressività che il disegno trasmette è resa più marcata dai tratti dell'illustratore, duri e taglienti, che a volte sembrano essere ancora incompleti, con segni tuttora visibili della matita usata per la costruzione preventiva della pagina. Lo stile di Santucci si presta parecchio alla violenza e alla dinamicità che la storia presenta, alternando illustrazioni molto particolareggiate, ad altre più libere, in cui il nero si dimostra sempre un fattore importante nel circondare i personaggi nella scena; quando al contrario è il bianco il colore dominante sullo sfondo, non è raro che le figure, invece di essere circondate da una spessa linea di contorno, vengano presentate in negativo. Le pagine di questo libro presentano però una dinamicità in sé stesse grazie all'abbandono della tipica griglia italiana, in favore di una tavola libera e a volte di splash-page.

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Il viaggio on the road di questi eroi per caso è un veicolo che permette a Crippa di analizzare la società digitalizzata all'estremo di quel mondo che serve da monito a alla nostra realtà. Ma la storia di Fuck non presenta una soluzione ai problemi della città, i protagonisti non trovano un pulsante con cui liberare i cittadini dalla tirannide del Muro, o le strade dalla violenza. L'autore punta a generare nel lettore il senso di identificazione tra quello che legge e quello che vede accadere intorno a sé, attraverso un'estremizzazione volontaria di ciò che descrive. E ci riesce facilmente.

Haxa 1, recensione: Il fantasy italiano di Nicolò Pellizzon

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Il futuro è solitamente la sede di fantasie tecnologiche, auto volanti, strumenti straordinari, materiali dalle proprietà incredibili; il passato, al contrario, è il palcoscenico ideale per ambientare le nostre visioni arcane e magiche, tra creature misteriose e cavalieri senza macchia. Eppure esistono alcune opere che fondono questi due elementi contemporaneamente in cui il futuro ipertecnologico si unisce alla magia di avvenimenti inspiegabili e poteri sovraumani; Haxa ne è un altro esempio. L'opera in questione è la nuova fatica di Nicolò Pellizzon per Bao Publishing, di cui il primo dei quattro corposi volumi previsti è già stato da poco pubblicato. Pellizzon lavora da solo a questo grosso progetto, con il solo contributo di Myriam El Assil, assistente alla colorazione, riuscendo a tirare fuori un universo narrativo molto vasto, dai risvolti altrettanto grandiosi per quanto riguarda possibili progetti futuri.

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La vicenda di Haxa prende avvio nel 2035, quando il mondo scopre che la magia è reale. Nell'anno della catastrofe, quando crolla la torre invisibile di al-Hillah che permetteva alla magia di rimanere nascosta, si dispiega agli occhi dei “normali” la verità sul “Haxa”, l'energia arcana presente nel mondo, e sugli Assidi, coloro che la controllano e la incanalano. Insieme a questa nuova consapevolezza, il mondo scopre anche di una guerra tra due fazioni: coloro che controllano gli elementi (Alchemici), riuniti in una società paramilitare e ben strutturata, e gli evocatori di creature (Goetiani), bande di terroristi il cui scopo non è chiaro. Il clima di tensione si ripercuote sulla popolazione di Ellidi (i privi di potere), che, terrorizzati dalla magia, si armano per proteggersi dai poteri degli evocatori grazie a una polizia speciale. Quasi un secolo dopo dal crollo della Torre, la protagonista Sophie si innesta in questo ambiente, alla ricerca di un'identità dopo essere fuggita da scuola per aver scoperto di possedere anch'ella dei poteri misteriosi, diversi da entrambi i tipi conosciuti; insieme a lei un gruppo di ragazzi rinnegati in grado di controllare sia l'arte degli elementi che quella dell'evocazione, disorientando i vertici dei clan alchemici.

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La protagonista si muove in questo modo tra i misteri di una esistenza a lei del tutto nuova, attraverso una trasformazione del personaggio a caccia di risposte sul proprio ruolo nel mondo. A ciò si innesta un ricorrente riferimento alle tematiche del diverso, dell'integrazione delle minoranze, riferite alla diffidenza degli Ellidi verso i maghi. Sebbene Sophie non risulti particolarmente interessante come personaggio, l'autore riesce a creare alcuni comprimari molto riusciti e caratterizzati, in un cast davvero vasto che si muove con lo scopo di scoprire la verità sulla magia che i clan alchemici tengono celata.

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Il mondo che Pellizzon immagina è così articolato che risulta difficile trovare tutte le fonti di ispirazione utilizzate. La terra in cui si muovono i personaggi, la mittle Europa e i paesi baltici e scandinavi, nonostante sia caratterizzata da visioni di futuro tecnologico, sembra una landa inospitale da saga fantasy, con foreste e montagne da valicare, templi nascosti e fortezze da conquistare. Perfino le città, in tutto simili a quelle odierne, danno l'impressione di metropoli ai confini delle terre selvagge, un luogo di frontiera tra la foresta tipicamente magica e il mondo dei non dotati fatto di tecnologia; come se ci si aspettasse di trovare tra i cunicoli un mondo sotterraneo anch'esso popolato da creature straordinarie.

La colorazione delle tavole di Pellizzon risulta ben azzeccata grazie alle tinte psichedeliche, con toni piatti e corposi; il tutto rende l'ambientazione molto immersiva, soprattutto nelle zone scure, in cui risultano predominanti il viola, il rosso e il giallo. Il tratto dell'autore ne risulta però inficiato, rendendo non semplice la comprensione di alcuni passaggi dinamici; a ciò si aggiunge una non sempre ottima gestione dei dialoghi, spesso non troppo chiari da capire se non con una lettura molto attenta a più passaggi. La trama, pressoché lineare, è arricchita da parecchi particolari che richiedono una certa concentrazione per essere colti, anche a causa di un'insufficiente conoscenza dell'universo narrativo che si va a rivelare al lettore a mano a mano; a uscirne vincitrice è la regia, che Pellizzon sapientemente giostra grazie ad una narrazione efficacie.

L'universo di Haxa è in definitiva molto interessante, sebbene richieda qualche messa a punto che sicuramente non mancherà di arrivare con il proseguimento della serie.

Mezza fetta di limone, recensione: il primo graphic novel di Labadessa

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Pubblicare un personaggio o una storia che ha già riscosso successo sui social è una mossa probabilmente meno rischiosa che puntare su autori del tutto sconosciuti. Anche Shockdom ha così deciso di seguire questa via, puntando (per la seconda volta) su Mattia Labadessa, grafico campano che è divenuto famoso su Facebook per le sue vignette comiche e dissacranti, raccogliendo più di 400.000 fan. Dopo la raccolta delle sue vignette, la stessa casa editrice pubblica ora Mezza fetta di limone, graphic novel che utilizza lo stesso stile e gli stessi ricorrenti personaggi che il pubblico ha imparato a conoscere sul web.

In poco meno di 200 tavole, Labadessa mette in campo lo stile per cui è stato apprezzato, con un grande disfattismo verso la vita come tema di fondo. Ma c'è un problema: Mezza fetta di limone non è una striscia, né è una singola illustrazione, ma è fatta da due centinaia di pagine, che l'autore non riesce a gestire con una qualità costante.
L'intreccio è molto semplice, un'uscita serale di tre amici diventa il veicolo/pretesto di alcune situazioni assolutamente grottesche e fuori dal comune, che manifestano infine un qualche tipo di morale sulla vita moderna, un insegnamento, o meglio una dissertazione con un qualche genere di critica ad alcuni comportamenti molto comuni, come il non riuscire a intrecciare nuovi rapporti con sconosciuti, la desensibilizzazione alla violenza, ma soprattutto le confortanti routine che bloccano le nuove esperienze, punto focale dell'opera.

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L'onnipresente Uomo Uccello, personaggio protagonista della maggior parte dei lavori di Mattia Labadessa, un volatile rosso antropomorfo, trasognato e abitudinario, è accompagnato in questa avventura dai due amici di sempre: il coniglio Wilson, personaggio nichilista e passivo, perennemente con la canna in mano, e Franco, un uccello nero entusiasta della vita e pronto a goderne fino in fondo. Tutto viene rappresentato dall'autore con 5 colori, il giallo (predominante), il nero, il rosso, l'azzurro e il bianco; questa “oligo-cromia” rende tutto il mondo rappresentato estraniante ed estraniato, mentre i personaggi dalla forma di animali risaltano sostanzialmente dal resto della tavola, in realtà del tutto vuota per circa la metà. Le vignette, dalla forma assolutamente irregolare e tondeggiante, per la stragrande maggioranza dei casi sono gialle, ma lasciano un'importante margine bianco su tutte le pagine, mentre i baloon dei dialoghi sono pressoché assenti, con le parole che si perdono sulla scena.

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Il libro, diviso in tre capitoli, si apre con L'Uomo Uccello nella sua camera, che tra un sogno ad occhi aperti e l'altro, riceve la chiamata dell'amico Wilson che gli propone di uscire. Il solito sabato sera ripetitivo, che però viene infine sconvolto da una disgrazia, l''esplosione di un locale.
Quello che si mostra al lettore, al di là della trama molto semplice, è un serie di voli pindarici sugli argomenti più disparati che il protagonista compie nella sua mente. Quando l'attenzione si focalizza su un soggetto, animato o inanimato, questo prende vita riversando sulle pagine insegnamenti spiccioli, come le due falene che, a più riprese, discutono della caducità della vita e della brevità di quella della loro specie.

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Quello di Labadessa è un lavoro che parla alla pancia della gente, rappresenta ciò che il pubblico adolescente, a cui è rivolto questo titolo, vuole sentirsi dire, su argomenti di interesse prettamente giovanile appunto, riguardante la vita sociale che i ragazzi vivono.
Benché alcuni spunti di riflessione e alcune delle trovate utilizzate per parlarne siano interessanti, rimangono scollegati dal corpus del racconto; ad ogni interruzione dello svolgimento della storia sul piano reale, con il conseguente flash del protagonista o focus su uno degli elementi di contorno, inizia una vera e propria divagazione, basata spesso sull'associazione di idee e nulla di più. La trama di fondo si rivela quindi un pretesto per virare su questi momenti che raccolgono una serie di pagine, o solo qualche vignetta, con una catch phrase, uno slogan, sul futuro, sugli affetti, sul rapporto con l'altro sesso. La sensazione è che ci si trovi davanti ad una pubblicazione di una serie delle classiche strisce umoristiche di Labadessa legate insieme tra loro da nulla più che una banale storiella.

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