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Leonardo Cantone

Leonardo Cantone

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Una società Contronatura, la recensione del volume 1 di Mirka Andolfo

La saga romantica di Angelina e Damiano di Sacro/Profano ha permesso all’autrice Mirka Andolfo di mostrarsi al pubblico internazionale attraverso una storia dall’umorismo malizioso, dal disegno cartoonesco ma coinvolgente e capace di creare grande immedesimazione con chi legge: chiunque, in una relazione, ha vissuto le dinamiche della coppia angelo-demone creata dall’autrice.
Contronatura è diverso. Sembra rispetti le modalità narrative a cui la Andolfo ci ha abituato ma bastano poche pagine per aprire al lettore una storia inaspettata, dal sottofondo critico e dalle tematiche immortali.

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In un mondo dagli animali antropomorfizzati, la storia è quella della maialina Leslie che, al raggiungimento dei 25 anni, è costretta, per imposizione del governo, a cercare un compagno di riproduzione (non “di vita”), pena le onerose sanzioni della “tassa per single”. Dopo la presentazione dei personaggi e del setting in cui si muovono, la storia vira verso toni più mistery, con colpi di scena ben dosati, giustapposti negli argini narrativi di un climax finale che lascia piacevolmente ansiosi i lettori al termine del volume.
Andolfo imbastisce una storia che vive di funzionali e coinvolgenti cortocircuiti narrativi e grafici. Il disegno parodistico, ironico e gentile si presta a raffigurazioni dalla grande carica erotica o a scene drammatiche, serve i virtuosismi grafici e le spericolate prospettive, alternando momenti onirici, carichi di sofferta sensualità, a divertenti intermezzi maliziosi che alleggeriscono la lettura.
Ma il cortocircuito maggiormente coinvolgente è quello che si ha con il “quotidiano” dei personaggi: non importa siano maiali, topi, volpi o lupi, tutto è familiare, tutto è riconoscibile e il lettore parteggia per i protagonisti del volume.

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Discostandosi dalla divertente leggerezza del suo Sacro/Profano, Andolfo, tocca temi socialmente attuali e storicamente immortali: gli atti “contronatura” sono, in realtà, atti d’amore o di passione tra due specie animali diverse. Chiara la metafora di una società che ancora condanna l’altrui libertà d’amare, che impone regole socialmente e ipocritamente “politically correct”. Il mondo creato da Mirka Andolfo è giunto al parossismo: il “programma di riproduzione”, asettici e impersonali social per i single (anche quelli, a loro modo “contronatura”), la suddetta “tassa per single”, una procedurale “compatibilità procreativa”, sono solo alcuni degli elementi di questa società distopica immaginata dall’autrice che, amaramente, è fin troppo vicina alla nostra. Felice la scelta di utilizzare il mondo animale come espressione dell’istinto genetico alla riproduzione con membri della propria razza, perché calata, invece, nel nostro contesto sociale, questa è superficialmente la “bandiera” di pseudo paladini della salvaguardia dell’ordine “naturale” delle cose, dimenticando che nulla è più “naturale” dell’essere libero di amare chiunque si voglia.
Ma un affondo critico viene fatto anche verso il diffuso pensiero comune che attanaglia la generazione attuale tra i venticinque e i trentanni: la necessità di costruire un nucleo familiare. Il timer “biologico”, che di biologico non ha nulla, detta una deadline sociale che spinge verso una forzata e, pericolosamente, artefatta facciata familiare, fantasma, questo, anche nel passato della protagonista.

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Contronautura è un fumetto che sorprende, dunque. Sorprende l’uso narrativo dei colori, sorprendono le tematiche sottintese, sorprende la scelta grafica in funzione della storia raccontata. Ciò che, invece, non sorprende, è la grande capacità narrativa e immersiva di Mirka Andolfo che, grazie ai suoi mondi diversamente simili al nostro, riesce ad essere sempre condivisibile.

La Rinascita della Justice League, la recensione dei primi 2 albi RW Lion

Bryan Hitch, noto ai lettori Marvel sopratutto come disegnatore, co-creatore e ideatore della serie Ultimates, ha collaborato con le penne più illustri dei comics come Mark Millar, Warren Ellis, Brian Michael Bendis o Ed Brubaker. Per il rilancio targato Rinascita del suo supergruppo principale, la DC Comics gli affida i testi di Justice League, affiancandolo ad un’altra superstar del fumetto, Tony S. Daniel, amato dai fan per il lavoro su Batman New 52.

Il primo numero della testata proposta da RW Lion, di cui potete vedere la nostra anteprima esclusiva qui, si apre con lo speciale dal titolo "Temi il Mietitore", di cui Hitch è artefice sia della sceneggiatura che del disegno. Il fumettista britannico utilizza questa storia per dare al lettore una bussola narrativa per orientarsi durante la sua gestione. Una storia, dunque, introduttiva e che presenta una grande minaccia che solo la JL può affrontare. Ma va ricordato che quella che vediamo è una formazione mutilata: come noto, Superman è morto e, come svelato nella miniserie Convergence, un altro Kal-El, di un altro universo, è arrivato sulla Terra nascondendosi con la sua famiglia – Lois Lane e il loro figlio Jon – tra gli abitanti. Questo “nuovo” Superman, con grande riluttanza, ha deciso di rilevarsi al mondo “sostituendo” il paladino kryptoniano defunto. Ma che ruolo avrà nella JL? Hitch sceglie di introdurre tale questione che sarà palesemente cruciale negli eventi che seguiranno. Superman sarà membro della nuova formazione? Sarà un “cane sciolto”? Ci si potrà fidare?

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I testi di Hitch, forse troppo leggermente retorici e didascalici, si prestano però bene al suo tratto sporco che presenta le tipiche ombre nette che delineano i corpi muscolosi degli eroi e i volti carichi di espressività. Ed è proprio sui primi piani che Hitch concentra la storia: il racconto è pieno di azione supereroistica ma, spesso, si concede ad una visione più intimista e solitaria degli eroi, ricordando, così, l’importanza del singolo in funzione del gruppo.

"Le macchine di morte", invece, l'avventura che apre la nuova serie regolare della Justice League, fin dalle prime tavole concede poca quiete al lettore: Hitch e Daniel iniziano la propria storia già nel bel mezzo del caos e del pericolo. Una serie di devastanti scosse di terremoto hanno gettato il mondo nella distruzione planetaria. La League si è dislocata in diverse parti del globo per cercare di tamponare la pericolosa situazione. Quella che può sembrare una catastrofe naturale presto si rivelerà, attraverso una serie di colpi di scena, una minaccia molto più complessa di un “semplice” terremoto globale.

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I disegni di Daniel si aprono a spettacolari sequenze d’azione e di distruzione ricercando inusuali costruzioni per il layout: dal forte impatto visivo sono le diverse splash page che vedono gli eroi in supereroiche pose plastiche su cui si innestano altre vignette di dettagli, conferendo alla scena un grande ritmo narrativo. Ritmo, in cui la sceneggiatura, maggiormente incisiva rispetto alla storia precedente, ha il compito di serrare il lettore alla lettura, costantemente inquietato dalla percezione di un pericolo imminente che si sta per scatenare e di cui scoprirà (parzialmente) la natura già nella terza parte della storia.

Ad affiancare la serie principale troviamo Titans (a cui si aggiungeranno presto Cyborg e Red Hood & The Outlaws), che vede al timone artistico Dan Abnett ai testi e Brett Booth alle matite. Il loro compito è quello di “riesumare” il gruppo di “spalle” (ormai non più tali) e lo fanno prendendo le fila dell’albo Rinascita, che aveva visto Wally West perso «fuori dal tempo» e riportato indietro dall’incontro con Barry Allen. Nessuno dei suoi vecchi compagni di squadra e amici sembra, però, riconoscerlo. La storia, dunque, si sviluppa tra presente e passato, in un continuo alternarsi e, complice il layout frammentato, il lettore si sente smarrito come Wally alla ricerca di risposte: chi ha rubato 10 anni di ricordi? E perché?
Le risposte, nei successivi numeri, non tarderanno ad arrivare, recuperando una nemesi da tempo assente sulle testate DC. I testi di di Abnett restituiscono tale smarrimento, arricchendolo di un senso nostalgico e amaro per il tempo perduto del velocista, mentre i disegni di Booth non possono che ricordare la plasticità delle figure di Jim Lee destinate ad immagini dalla coinvolgente ricchezza grafica.

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Il quindicinale Justice League inizia, dunque, la propria “rinascita” gettando gli eroi nel mistero e lasciando presagire minacce inquietanti. Ma, sopratutto, permettendo al lettore di osservare dall’interno le nuove dinamiche relazioni di due importanti supergruppi DC Comics: il “nuovo” Superman e il “redivivo” Wally come gestiranno i rapporti con dei compagni di squadra ormai abituati alla loro assenza?

Non solo nostalgia, la recensione di Paper Girls 2

Brian K. Vaughan, su determinati elementi, è una garanzia di sicurezza per il lettore: nelle opere dello sceneggiatore statunitense l’incontro con elementi familiari, estrapolati dal proprio contesto naturale e adattati alla storia di matrice fantascientifica, è una certezza.
Y – l’ultimo uomo, come Ex Machina e ancora di più Saga, pescando a piene mani nell’immaginario fantascientifico, filmico e fumettistico, operavano sulla ri-contestualizzazione degli elementi quotidiani in situazioni “limite”, che sia un olocausto genetico, una distopia o un pianeta lontano. Paper Girls non è da meno.

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Con il primo ciclo di storie, Vaughan aveva creato un mondo estremamente familiare per l’attuale generazione di trent’enni: lo spirito degli anni ‘80 rivive prepotentemente e si ancora all’universo filmico del periodo – a pellicole come I Goonies o Scuola di Mostri lo sceneggiatore deve tanto – creando un pungete affresco-omaggio a un decennio storico che, attualmente, vede le proprie icone rivivere di nuova e ri-mediata gloria.
Quella che sembra una versione al femminile di Stand by Me si tramuta presto in grande fantascienza – viaggi nel tempo, strumenti e armi ipertecnologiche – fondendola con un immaginario fantasy – i cavalieri a cavallo di quelli che sembrano draghi – in un meltin pot immaginativo che conquista il lettore, alimentando la propria curiosità attraverso ben dosati cliffhanger.
Ed è proprio con un cliffhanger di grande impatto che Vaughan aveva chiuso questo primo ciclo di avventure delle quattro “paper gilrs” –  le dodicenni protagoniste che consegnano i giornali sulle loro biciclette – che, dal 1988, si sono ritrovate nel 2016, in piena notte, nel bel mezzo di una strada, davanti alla versione adulta di una di loro.

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Grazie al lavoro di presentazione tematico e dei personaggi, il lavoro di Vaughan può concentrarsi maggiormente, e con grande intelligenza, sul nucleo concettuale principale e più profondo: la crescita individuale, la propria formazione emotiva e sociale, porta ad accantonare parte del proprio vissuto che, riemergendo, immerge nella nostalgia del tempo passato.
L’incontro della Erin dodicenne con la Erin adulta, centrale in questo secondo ciclo di storie, consente all’autore di creare un divertente, nostalgico, e dal pungente carattere empatico, scontro generazionale, che chiunque, almeno una volta nella vita, ha sognato di sperimentare: poter parlare con il se stesso del passato per metterlo in guardia, o semplicemente per “rivivere” un tempo più innocente o poter sbirciare la vita del se stesso del futuro per avere conferme o dare, forse, un indirizzo diverso alla propria esistenza. Lo scontro è dunque, identitario – la nostra identità cambia e si modula in base all’età – e coinvolge non solo Erin, ma anche le compagne.
Questo fondamentale snodo tematico del fumetto fa da sfondo a un racconto che vira, rispetto al volume precedente, maggiormente verso l’asse fantascientifico, ancora una volta estremamente citazionistico – Godzilla e Ritorno al Futuro su tutti – e accresce il tono drammatico dei vissuti personali delle piccole protagoniste: le ragazze devono fare i conti con i diversi drammi, personali e più universali, che la conoscenza del futuro porta con se.

Ai disegni, ancora una volta Cliff Chiang, artista perfetto per illustrare il racconto messo in piedi da Vaughan. Complice i colori di Matt Wilson – che sceglie campiture molto sature e molto piatte – il disegno si carica di straordinarie capacità narrative espressioniste, dall’approccio sintetico, e viene imbrigliato in una griglia rigida, capace per questo,di dare una coinvolgente cadenza ritmica alla narrazione. L’atmosfera di apparentemente mero revival degli anni ‘80 è data proprio dal disegno e dal colore che concorrono al coinvolgimento del lettore: straordinarie e spericolate splash-page si alternano a primi piani intimisti, vere e proprie carrellate cinematografiche fanno da contrappunto a momenti di quiete, più familiari. Tale approccio grafico non potrebbe essere altrimenti: un disegno troppo ricco, dettagliato o plastico, avrebbe distratto il lettore, dirottandolo verso un grafismo incapace di dare il giusto peso alla narrazione.

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Questo secondo volume conferma lo straordinario lavoro di Vaughan e Chiang senza essere, per questo, prevedibile. Il racconto, portando avanti e indagando le diverse trame e sotto-trame create nel primo tomo, si dirama verso altre tensioni narrative e ulteriori contesti tematici, senza disdegnare una buona dose di action e fantascienza.
Tra i numerosi revival delle atmosfere o delle icone degli anni ‘80, il lavoro di Vaughan e Chiang riesce dove molti invece falliscono: piuttosto che scegliere la semplice strada nostalgica e citazionista, questo fumetto della Image Comics utilizza la “nostalgia” non come semplice aggancio emozionale, ma come ancora di sicurezza, come bussola per orientare il lettore nelle avventure delle “paper girls” e nel proprio, personale, vissuto.

Harley Quinn e la gang delle Harley, la recensione

L’universo fumettistico contemporaneo – indubbiamente con la complicità di quello cinematografico – da qualche anno è alla rincorsa di un obiettivo, la cui portata narrativa è ancora da decifrare: la “riabilitazione” dei cattivi.
Il mondo dei comics non è assolutamente estraneo al cattivo che si ravvede, che compie una buona azione, o che per un periodo “riga dritto”, ma l’operazione in atto in questi anni è diversa. Il “cattivo” da sempre è stato un personaggio affascinante, spesso più dello stesso eroe, capace di sfumature psicologiche e declinazioni ambigue che al protagonista non sono e non possono essere narrativamente concesse, e per questo più seducente e abile nell’ancorarsi all’immaginario del fruitore. In un contesto sociale di rinegoziazione di valori e di bombardamento mediatico su “cattivi” reali che vandalizzano il mondo e chi lo abita, il villian di carta o al cinema è costretto a cambiare identità, non a stravolgerla, ma a mutarla: ed è il caso di Harley Quinn. La “nuova” Harley, declinata nel mondo di celluloide, è diventata icona per le adolescenti, le “cattive ragazze” ancora alla ricerca di una propria identità. Dopotutto, il mondo ha bisogno di “cattivi” con cui identificarsi, senza sentirsi colpevole nel farlo.

Harley Quinn e la Gang delle Harley 1

Creata da Bruce Timm e Paul Dini, la dottoressa Harleen Frances Quinzel, poi Harley Quinn e compagna di vita e scorribande del Joker, è un personaggio che dalla serie animata che ne ha decretato la comparsa nell’universo DC ha saputo conquistarsi uno spazio di grande rilievo nel cuore di tutti i lettori delle testate di Batman.
Un cattivo che si è stratificato in maniera sempre più complessa nel corso di più di vent’anni dalla sua comparsa: divertente, ironica, violenta psicopatica, succube, martire ma anche crudele e carnefice, sfaccettature ambigue di una figura che, necessariamente, data la sua identità narrativa, deve essere tale. Ed è proprio tale ambiguità che ha permesso a Jimmy Palmiotti e a Frank Tieri di costruire la serie a fumetti dal grande successo dedicata al personaggio: Harely Quinn non è più un “cattivo” così com’è nata, non supera più un certo limite che, convenzionalmente, la lascerebbe identificare come una nemesi seriamente pericolosa. La sua cattiveria è stata mitigata in favore di un divertente gioco grottesco, a tratti surreale che, con un personaggio come “l’ex del Joker”, permette agli sceneggiatori di mettere in piedi un testo dalla grande ironia, capace di giocare con il concetto di supereroe, nemesi e, sopratutto, di antieroe. Operazione simile, a quella fatta da Daniel Way con la sua straordinaria run dedicata a Deadpool. La miniserie Harley Quinn e la gang delle Harley ovviamente non fa eccezione.

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Protagonisti del volume sono i membri della “gang” conosciuti sulla testata principale di Harley che permette al duo Palmiotti-Tieri di intraprendere un racconto meno battuto per una serie supereroistica di questo tipo: il noir. Harley Quinn, dunque, non è la protagonista, ma il motore dell’azione, il suo personaggio agisce ma lo fa in secondo piano, parallelamente ai membri della sua banda. Il lettore è abituato a vedere la pazza “arlecchina” in situazioni difficili, assurde, da commedia nera e, in questa mini, Harley è stata rapita. Compito della sua “gang” è di salvarla.
Palmiotti e Tieri, dunque, costruiscono la storia come un vero e proprio giallo, in cui i pezzi lentamente prendono il giusto posto nella ricostruzione della vicenda e conducono il lettore verso il climax risolutivo attraverso dosati colpi di scena e alleggerendo la narrazione con surreali e comici intermezzi che ricordano costantemente che questa, non è una storia di supereroi contro supercattivi, ma quella di un antieroe, anzi, antieroina.

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Il paniere di disegnatori che hanno illustrato l’avventura della “gang” di Harley è variegato. A Mauricet il compito di essere la prima matita della miniserie: lo stile si presta al comico e al grottesco della storia ma, forse, a volte cede troppo alla deformazione anatomica inducendo in errore, cosa che non accade invece con le espressioni dei volti dei protagonisti che riescono a restituire tutta l’assurdità della vicenda e le risposte emotive dei personaggi. Ad Inkai Miranda è affidato, invece, il compito di narrare il passato del villian della mini: lo stacco grafico permette al ritmo narrativo nelle battute ultime del racconto di alternarsi e, sopratutto di rallentare e contemporaneamente di alimentare la risoluzione finale. Lo stile è meno “giocoso”, più spigoloso, trsposizione, forse, dei drammatici e conflittuali eventi che racconta. Il penultimo albo vede tra i disegnatori Dawn McTeigue che fonde le due narrazioni precedenti e raccoglie la trama nel momento della sua deriva action, grazie ad uno stile che si presta perfettamente al fumetto supereroistico. Amanda Conner e Frank Cho, invece, ci regalano le divertenti, surreali e giocose cover e rispettive variant.

La miniserie Harley Quinn e la gang delle Harley è l’ideale compendio per chi segue la testata principale dedicata all’arlecchina DC, ma risulta godibile anche per una lettura avulsa dal contesto in cui si inscrive. Il piacere della lettura è riservato, in misura maggiore, al testo scorrevole e accattivante, coadiuvato da interessanti trovate grafiche che concedono molto spazio alla spettacolarità della narrazione.

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