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Luca Giovanelli

Luca Giovanelli

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10 ragioni per cui LEGO Batman The Movie è uno dei più bei film d'animazione degli ultimi 5 anni

LEGO Batman The Movie è il secondo evento cinematografico costruito (ed è proprio il caso di dire letteralmente) sfruttando le mille possibilità dei mattoncini del brand danese. Il primo film sorprese,  e non solo gli appassionati di lungo corso dei Lego come il sottoscritto, per l'intelligente e irrefrenabile esplosione di umorismo, immaginazione e atmosfera avventurosa-giocosa che si respirava dal primo all'ultimo minuto. Fra le tante gag alcune delle più memorabili riguardavano proprio la versione Lego del Cavaliere Oscuro, personaggio secondario ma che rapì subito il cuore degli spettatori. Naturale quindi voler dedicare una pellicola tutta per lui: e il risultato è bellissimo, entusiasmante, uno fra i migliori film di animazione degli ultimi 5 anni, complesso eppur comprensibilissimo, semplice ma foriero di riflessioni intriganti. Di seguito 10 ragioni che ne spiegano il perché:

1. Divertimento e (auto) ironia: LEGO Batman è un film divertentissimo e folle, pieno di gag e battute indimenticabili e arricchito da un'intelligente auto ironia che colpisce lo spettatore in faccia fin dai titoli di testa. Nessuno è salvo: i clichè di comics e cinecomics, il fandom, il “nolanismo”, persino la Warner/DC viene passata al setaccio impietosamente. Si va dalle battute sugli slip alle citazione “colte” e si ride sempre.

2. Il materiale e l'immaginario: ovvero i Lego, che sono contemporaneamente oggetto narrativo che fa procedere la trama, corpo e maschere del film, base materiale per la scenografia e gli effetti speciali, brand merceologico. L'omogeneità della materia plasma il film grazie alla versalità con cui il “linguaggio del mattoncino” viene declinato di volta in volta e contemporaneamente in ogni suo livello, tecnico, narrativo, cinematografico. Inoltre si potrebbe disquisire sulla continuità con la tradizione del teatro di figura fino a oggi. Insomma solo per questo punto ce ne sarebbe per almeno dieci tesi di semiotica o sociologia del cinema.

3. La meta-inter-paratestualità: il film è pieno di riferimenti alle varie incarnazioni del Crociato Incappucciato, sia nelle versioni fumettistiche, sia in quelle cinematografiche; il primo bersaglio degli sberleffi di cui al punto 1 è proprio Batman e la sua coolness. Il personaggio si prende sul serio e in giro contemporaneamente ed è parimenti credibile. Le varie citazioni non sono solo fan service o cose “da chiedere ai vostri amici nerd”, ma un atto di amore e rispetto per un intero immaginario collettivo e tutti quelli che con esso si sono nutriti.

4. “L'ecumenismo”: in mezzo a questo florilegio di riferimenti e citazioni non era facile arrivare a tutti. Invece il film di McKay ce la fa: ottima introduzione per piccoli e piccolissimi, battute sagaci per i genitori “porta-popcorn”, brodo di giuggiole per fan di Lego e Batman.

5. La musica: anni '80 saccheggiati a piene mani, senza ritegno o vergogna per ciò che è trash, kitsch, retrò. La musica è uno dei “carburanti” del protagonista, un accessorio indispensabile della sua personalità. E poi l'ossessione per hip-hop, nu metal e beatbox: come si fa a non amarlo!

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6. La sceneggiatura: a differenza di praticamente tutti i cinecomics Warner/Dc-eccetto-Nolan, habemus tramam. Ma proprio una vera, senza buchi, dove tutto viene motivato, ogni pezzo si incastra (anche qui ogni riferimento non è puramente casuale) perfettamente. Ogni dialogo, informazione, oggetto di scena, personaggio, avvenimento sta lì perchè lì deve stare e alla fine sarà usato, risolto, concluso. Infine la sospensione dell'incredulità è sostenibile.

7. Il ritmo e la durata: per le ragioni di cui sopra il film non ha mai battute d'arresto e sollecita continuamente lo spettatore: le scene di azione sono spettacolari, enormi, fragorose; le scene comiche fulminee e esilaranti; i momenti più pacati ci sono ma mai tetri, lenti o noiosi. Inoltre, cosa secondo me invidiabile, il film dura 90 minuti. Come quando eravamo piccoli, come quando i cinema avevano solo una sala e come quando non era necessario allungare il brodo con scene superflue e inutili per guadagnare giudizi positivi in più.

8. La psicologia: in 1 ora e mezza di film autori e animatori riescono a spiegare in modo asciutto, efficace e corretto chi è Batman, come “funziona”, perchè è così e quali sono i punti di forza e le debolezze che lo rendono uno dei character più fighi e affascinanti di sempre. In più il film racconta anche altre cose leggerine leggerine: spiega cosa vuol dire essere una famiglia, quali sono i pericoli della solitudine, perché gli altri non sono un inghippo ma ci completano o perché sono importanti la comprensione e la compassione. Il tutto senza pioggia e “Salva Martaaaaa”.

9. Il coraggio: autori e tecnici si confrontano senza paura, remora o disagio con due brand pesantissimi. Li capiscono, ne colgono le possibilità, le sfruttano tutte con grande entusiasmo. Soprattutto giocano e trasmettono, a noi che guardiamo, tutta la meraviglia, la gioiosa serietà che solo dal giocare, ad ogni età,  possiamo prendere.

10. The boy wonder: viene spiegato finalmente perché Robin non indossa pantaloni. I 40enni che guardano le avventure camp del Batman televisivo degli anni '60 potranno finalmente morire contenti.

La disfatta di Napoleone in Waterloo, recensione del volume Historica Mondadori

Waterloo è un nome che rappresenta uno spartiacque socio-politico e simbolico fondamentale nella storia dell'800: epilogo apparente degli ideali rivoluzionari e inizio delle illusioni di restaurazione di un mondo che – Napoleone o meno – non sarebbe comunque stato mai più lo stesso.
Bruno Falba, Christophe Regnault e il nostro Maurizio Geminiani si propongono ambiziosamente di raccontare una delle battaglie più famose di tutti i tempi, usando come punto di partenza le Mémoire de chirurgie militaire et campagnes di Dominique-Jean Larrey, capo chirurgo della Grande Armee, testimone di molte campagne militari napoleoniche e sopravvissuto a quest'ultima disfatta. Sarà lui a raccontarla al generale prussiano Blucher, uno dei vincitori di Napoleone e dei suoi più spietati avversari.

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Waterloo è un prodotto curatissimo per quanto riguarda la documentazione storiografica e visuale dei vari momenti e aspetti della battaglia, ma fallisce in modo abbastanza evidente quando deve utilizzare gli strumenti peculiari del medium fumettistico. Raccontare una battaglia così complicata dal punto di vista delle forze in campo, dei loro spostamenti e delle strategie è sicuramente un'impresa ardua, che viene affrontata in modo molto schematico alternando dialoghi fra due-tre personaggi che raccontano quello che è successo o che sta per succedere e i principali momenti della battaglia, che non risultano però sempre pienamente comprensibili (chi scrive ha dovuto colmare le lacune documentandosi in rete per esempio).
La sceneggiatura di Falba cade poi nelle trappole più ovvie dei fumetti che raccontano eventi storici: il nozionismo e il resoconto enciclopedico. I tanti balloon, ricchi di testo sono una naturale conseguenze delle scelte narrative di cui sopra, ma appesantiscono non poco la lettura e – a meno che non si sia appassionati di storia – rischiano di annoiare.

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La parte grafica, affidata a Regnault e Geminiani, è molto curata nei dettagli relativi ad armi, uniformi, rappresentazione dei vari ordini di battaglia degli eserciti; le tavole costruite anch'esse con grande attenzione falliscono però – difetto non da poco visto l'argomento dell'opera - nel trasmettere il giusto dinamismo nelle scene di azione: queste sono suggestive nei campi lunghi e nelle splash-page, ma risultano tali perché sembrano dipinti piuttosto che fumetti. I volti dei personaggi inoltre risultano legnosi, sovente inespressivi, molto somiglianti fra di loro, poco caratterizzati e riconoscibili.

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L'impressione generale è che gli autori, volendo concentrarsi sui dettagli, abbiano perso di vista questioni più generali e potenzialmente interessanti: Waterloo fu una battaglia sanguinosa, durissima, difficile, piena di episodi, da ambo le parti, di grande eroismo, resistenza, tragicità, crudeltà. Di questo viene mostrato poco e quel poco non coinvolge: non ci si arrabbia, non si soffre, ne ci si commuove o ci si esalta, non si parteggia per nessuno. Si legge e si seguono i fatti con distacco e tutto finisce lì: quale il valore aggiunto o la differenza rispetto ad un trattato di storia?
Il difetto maggiore dell'opera però è la “grande assenza” del suo protagonista principale: Napoleone, uno dei personaggi più famosi e importanti di tutti i tempi, poteva essere rappresentato come un'affascinante dio al crepuscolo, stanco, malinconico eppur combattivo e invece, inspiegabilmente, gli viene riservato un ruolo marginale e, nelle poche tavole in cui è presente, viene tratteggiato come un condottiero irascibile, rancoroso e isterico. Una caratterizzazione debole e superficiale che lascia ulteriormente l'amaro in bocca per un'opera potenzialmente molto interessante, ma complessivamente deludente.

Dal cinema al fumetto, Smetto quando voglio Masterclass: la recensione dell'albo di Recchioni e Bevilacqua

Quando uscì nelle sale nel 2014 Smetto quando voglio di Sydney Sibilia fu una piacevole sorpresa nel panorama cinematografico nostrano per la capacità di far ridere in maniera intelligente mettendo in scena una vicenda attuale e moderna, ma che pescava a piene mani dallo stile glorioso e rodato della commedia all'italiana. La scelta di un cast azzeccatissimo e affiatato e un po' di passa parola fecero il resto nel trasformarlo in un piccolo cult contemporaneo. L'uscita del sequel (nelle sale dal 2 febbraio) è accompagnata da questo agile volumetto dagli intenti prettamente promozionali ma confezionato con grande gusto e mestiere.

Roberto Recchioni e Giacomo Bevilacqua, autori conosciutissimi che non hanno bisogno di presentazioni, intrecciano le strada della meta-narrazione e quella dell'ironia, imbastendo una storia in cui prendono in giro affettuosamente loro stessi e il variegato mondo del fandom fumettistico e nerd in generale e giocano con i cliché del mezzo espressivo.
La sceneggiatura, leggera ma curata con intelligenza, introduce i personaggi e li getta in una vicenda surreale di smart drugs & comics, sostenuta nel ritmo da un fuoco di fila di citazioni e riferimenti: ci sono – in ordine sparso – l'immaginario anni '80, il popolo delle fumetterie, le serie tv da binge watching, Nanni Moretti, Star Wars, Rat-Man. Non mancano le auto-citazioni o i riferimenti al linguaggio fumettistico (come la closure tanto cara a Scott Mc Cloud) e la scure dell'ironia non risparmia neanche i fumetti con il messaggio morale alla fine. Alcuni lo chiamerebbero fan service: per quelli più attempati come il sottoscritto, che non amano usare queste brutte parole, è il brodo primordiale.

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Per quanto riguarda i disegni, Bevilacqua costruisce tavole dai colori estremamente vivaci luminosi e dal tratto semplice, fresco e divertente, molto adatti all'atmosfera generale che si respirava nel film che qui viene riproposta in modo “sintetico e stilizzato” ma estremamente efficace che ri-rappresentare i caratteri dei personaggi nei film (dalla fisicità, ai connotati, alle espressioni del viso).
L'impressione generale è che Recchioni e Bevilacqua si siano divertiti molto a scrivere e disegnare questo Masterclass e che non fosse stato per le poche pagine a disposizione, avrebbero voluto continuare a giocare ancora, ovvero: come è andata a finire la “battaglia di Spinaceto”? Insomma, questa versione fumettistica di Smetto quando voglio Masterclass diverte e mette appetito per il film: due obiettivi centrati e non scontati.

La morte di Stalin

Iosif Stalin fu un dittatore paranoico, sanguinario e spietato. Accanto alla tragedia maggiore dei molti innocenti arrestati, imprigionati, deportati o sommariamente giustiziati, ce ne fu un'altra, minore, ma significativa sul piano ideologico e politico: fare scivolare la spinta liberatrice della Rivoluzione d'Ottobre in un esercizio di potere fine a se stesso, assurdo e circolare, in cui la personalità del capo diventa nume tutelare e angosciante, le procedure burocratiche santificano il travisamento della realtà e gli uomini, così avulsi da ogni forma di verità, diventano, da eroi del Popolo, pedine miopi e spaventate di un gioco perverso che non possono fare altro che subire.

Con Stalin, l'Unione Sovietica senza saperlo aveva di fatto già abdicato ad ogni suo progetto di guida mondiale del proletariato e di liberazione dell'umanità: non più (forse mai) uno statista in grado di influenzare le umane e progressive sorti, Stalin diventa feticcio, corpo e immagine di uno status quo monolitico da mantenere e preservare. Fabien Nury e Thierry Robin sembrano particolarmente interessati a sottolineare tutti questi aspetti e lo fanno con un'operazione intelligente ed elegante: restringere il campo ai momenti immediatamente precedenti e successivi alla morte del dittatore sovietico, giocando abilmente con generi e influenze diverse, dati storiografici e caratterizzazioni grafiche dei personaggi.

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La prima parte della storia – Agonia – prende le mosse dall'ictus che colpisce Stalin il 28 febbraio del 1953 e dei tentativi, da parte del Comitato Centrale del PCUS di “gestirne” la possibile (e poi effettiva) dipartita. Le tavole presentano griglie estremamente varie e articolate, con vignette di dimensione medio-piccole, in cui prevalgono i primi piani, le figure intere, i piani americani e medi. Da questo impianto grafico ne scaturisce un thriller grottesco e paranoico, in cui i personaggi si muovono come se fossero incastonati o imprigionati nelle loro stesse paure. Su tutti torreggia la figura luciferina di Lavrentij Berija, il potentissimo capo della polizia segreta sovietica, la cui caratterizzazione grafica riassume ottimamente lo stile Robin: un tratto nervoso, caricaturale, che ricorda in molti punti il Tim Sale di The Long Halloween e Dark Victory. Ricchi di ampie campiture nere e di giochi chiaroscurali, i disegni sono arricchiti da colori eleganti, plumbei e tenui sui quali le figure umane sovente sfociano in vere e proprie silhouette: parodie di corpi e volti e del potere insomma, che unitamente alle poche inquadrature più ampie, spesso dall'alto, alleggeriscono l'atmosfera cupa di questa prima parte con massicce dosi di humor nero e sarcasmo.

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Se il corpo di Stalin, nella prima parte è oggetto reale e quasi ripugnante, da nascondere e rinchiudere, nella seconda parte della storia – I Funerali – è simbolo artificiale da mostrare e condividere: qui le tavole respirano maggiormente. Gli autori includono inquadrature più ampie, corali, si concedono le splash-page, i campi lunghi e medi, i colori virano verso tonalità più chiare giocando sui contrasti del bianco (di Mosca, delle divise) e dei rossi: la morte di Stalin riguarda tutti, il tiranno crudele è stato anche l'amatissimo padre del popolo. Lo sceneggiatore Fabien Nury dà ritmo alla vicenda alternando abilmente scene all'interno e all'esterno dei palazzi del potere. Nel primo caso riesce a rendere credibili e mai noiosi i dialoghi da politburo delle riunioni del Comitato Centrale dove la lotta di potere per la successione di Stalin richiama per tensione e efficacia film come La parola ai giurati. Nel secondo caso Nury usando in modo creativo e funzionale alcuni episodi realmente accaduti e altri “aggiustati” per l'occasione, sfrutta le convenzioni del dramma storico per descrivere scene corali dall'effetto drammatico ed espressionistico che in più punti ricordano il cinema di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

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C'è una vena profondamente sarcastica ne La Morte di Stalin: è  con questo sguardo che Fabien Nury e Thierry Robin proteggono loro stessi, e soprattutto i lettori, dalle trappole più prevedibili che riguardano i giudizi su Stalin e lo stalinismo, ovvero la condanna urlata, la mesta e debole auto-critica o la disonesta apologetica. Gli autori sono partecipi alle vicende umane dei protagonisti, ma mai ciecamente schierati. Il punto di vista corrosivo, a tratti veramente feroce, lascia spazio a momenti di sentita compassione che regalano a molti dei personaggi inaspettate sfaccettature: ci scopriamo così genuinamente solidali con l'ingenua figlia del dittatore Svetlana, partigiani di Kruscev e compagni, nonostante le loro evidenti meschinità, disgustati prima e tristi poi per Vassia, l'altro figlio di Stalin; lo stesso, mostruoso Berija, ricettacolo delle ingiustizie e delle crudeltà del regime, suscita sentimenti contrastanti quando nel finale appare come l'ennesima vittima. In questo senso, nel mostrare in modo semplice e diretto il retroscena del potere assoluto e delle sue strutture come un terreno popolato da riconoscibili e umanissime debolezze e pulsioni, La Morte di Stalin è un'opera intelligente, acuta, emozionante.

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