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Luca Giovanelli

Luca Giovanelli

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Pussey!, recensione: Daniel Clowes, gli eroi prima della caduta e i nerd prima della rivincita

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Nelle tavole introduttive, con semplicità disarmante, Daniel Clowes evidenzia come l'immaginario collettivo mainstream odierno ricalchi grossomodo quello dei geek dei mid-80's: elfi, maghi, mostri e supereroi monopolizzano i gusti delle masse a livello mondiale, quando fino a pochi decenni fa questa era una nicchia ad uso e consumo di quelli che i più ritenevano dei disadattati sociali. Una bella rivincita come fa notare l'autore stesso per lui e per il personaggio ri-presentato in questo volume di Oblomov: Dan Pussey, buffo epigone del “professionista” che del comicdom statunitense riassume soprattutto sfortune e meschinità.

Un paio di passi indietro. Siamo tra la fine degli anni'80 e il primo lustro dei 90' quando il mercato americano dei comics inizia a espandersi. La frenesia editoriale è data dal nascere e dall'affermarsi delle case indipendenti che sfidano direttamente i colossi dell'intrattenimento cartaceo come DCe Marvel. Il fumetto seriale supereroistico, condito con nuove grafiche accattivanti e supportato da aggressive strategie di marketing, sembra destinato a “conquistare il mondo”.  Ma alcuni sentono già puzza di crisi. Fra questi ci sono alcuni folli (e follemente innamorati) del medium fumettistico come Daniel Clowes che, con spirito prettamente underground, decidono di farseli da soli i comics, e di offrire uno sguardo divergente e acuto su quel mondo adolescenziale che ne era il maggior consumatore e il potenziale destinatario. Eightball, creatura antologica clowesiana, è definita come “un' orgia di livore, vendette, desolazione, disperazione e perversioni sessuali”, e dalla sue pagine scaturiranno il fortunato Ghost World o capolavori come David Boring, solo per citarne due.

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Anche Pussey! quindi viene da lì: due degli otto capitoli (L'angolo del collezionista di fumetti e La morte di Dan Pussey) trattano in modo ferocemente satirico quella “bolla” speculativa che ha rischiato di mandare a gambe all'aria il settore a metà degli anni '90. Le altre parti seguono questa linea satirica fornendo un ritratto spietato e cinico di tempi, modi e meccanismi del dietro le quinte del mondo del fumetto. Le nove vignette per pagina sono lo schema, più o meno variato, con il quale Clowes scandisce gli spietati ritmi di produzione della immaginaria Infinity Comics, fucina di giovani talenti in cui approda anche il protagonista, giovane disegnatore alle prime armi. Ne seguiamo passo passo le tappe della carriera fino alla mesta dipartita: le prime pubblicazioni, le recensioni della stampa specializzata, il successo. Clowes non trattiene la sua matita nemmeno quando si affronta il tema del fumetto d'autore o dell'artisticità della Nona Arte, quello del ricambio generazionale e del rapporto fra editori e stampa specializzata.

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Quella di Dan Pussey è una parabola artistica e (dis)umana connaturata già nel nome del protagonista e dei comprimari (Szucker, Dick Small) così come nel loro visus grottesco e i tratti esasperati: le figure di Clowes con le loro teste sproporzionate incassate sul tronco e i denti enormi guardano spesso il lettore dritto in faccia e richiamano una presa in giro feroce, risultante di rabbia post-adolescenziale, acume critico e gusto puro di non prendersi mai troppo sul serio. Ma questi personaggi hanno sempre in sé anche qualcosa di tenero e disperato, come se l'amore per quel mondo di nerd al quale lo stesso Clowes apparteneva avesse forza uguale e contraria ai propositi di rivalsa che, nelle parole dell'autore, lo ha portato a creare questa serie.

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In epoca, come quella attuale, di pieno sdoganamento dei nerd e della loro cultura, di parodie dello stesso sdoganamento e di, talvolta, capitalizzazione di un intero immaginario, le riflessioni di Clowes (le sue didascalie e i balloon sovrabbondanti di testo) appaiono un dato acquisito e forse poco originale, ma sono interessanti in primo luogo perché vengono da un grande autore e dalla rivista che è stata il suo principale laboratorio di idee, segnalando quindi alcune traiettorie della sua poetica; in secondo luogo sono una testimonianza dall'interno, deformata quindi, ed emotiva ma sincera, di un preciso e cruciale momento della storia del fumetto americano. In terzo luogo Pussey! è molto divertente.

Replica 1, recensione: clonazione e umorismo nell'epoca del multi-tasking

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Saldapress raccoglie in volume i primi cinque numeri di Replica, serie del 2015 di Aftershock che fonde fantascienza e detective story. Il Transfer è un misterioso agglomerato che “fluttua dentro mille punti di spazio ripiegato, all'epicentro dell'universo conosciuto […] nessuno sa chi l'abbia costruito o perché […] un milione di specie si scontrano ogni giorno in questo guscio di ottanta chilometri di diametro. Un milione di specie, tutte in competizione, che sgomitano in questo gigantesco minestrone”. Fra questi ovviamente gli umani, che ne amministrano la giustizia e la pubblica sicurezza. Lo fanno come possono visto la mole di lavoro e gli inghippi burocratici: è per ovviare al sovraccarico di incarichi e all'incompetenza dei colleghi che il detective Trevor Churchill decide di “regalarsi” un clone, ma qualcosa va storto e il risultato sono 50 repliche di se stesso, ciascuna delle quali rappresenta una parte della sua personalità. In più un omicidio rischia di fare esplodere le tensioni razziali e socio-politiche del melting pot interplanetario del Transfer. Confusi? È giusto così. Sì, perché Replica del poliedrico e talentuoso Paul Jenkins (Inhumans, The Sentry, Wolverine: Origin) inizia come un'autentica implosione di generi, sotto-generi e influenze sci-fi: si va dalla space opera al cyberpunk, da Star Trek a Star Wars, passando per Blade Runner. Nulla di nuovo e molto di rimasticato quindi, e la prima impressione è proprio quella di trovarsi davanti qualcosa di non proprio originale.
Ma è un errore.

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In primo luogo perché Replica è divertentissimo. Credete freghi qualcosa all'autore inglese di essere “derivativo”?  Jenkins seppellisce ogni remora sotto coltri di umorismo e ironia. I dialoghi sono frizzanti e, in alcuni momenti, irresistibili. Lo “spezzettamento” del protagonista nei suoi molteplici alter ego dà il via ad una serie di gag comiche, battute e situazioni ai limiti del demenziale in cui caratteri e cliché di genere sono esasperati e quindi demoliti.
In secondo luogo la detective story avvince: Jenkins riesce magistralmente a bombardare il lettore con fatti, informazioni, particolari, descrizioni mirabolanti, ma allo stesso tempo lo tiene incollato alla storyline principale spingendolo dannatamente a voler sapere come andrà a finire. Il ritmo del racconto ti catapulta dentro il “mistero misterioso” senza accorgertene e ti rendi conto che tutto questo ti piace tantissimo.
In terzo luogo come ogni buona opera fantascientifica anche in Replica scorre una vena sotterranea di critica sociale, declinata attraverso uno spirito caustico e satirico che non risparmia nessuno. Il Transfer è la deformazione grottesca dell'ideale di una società multi-culturale in cui esseri umani e alieni convivono ma all'insegna di sospetto, competizione sociale e frenesia “consumistica”; Trevor Churchill è un archetipo di disorientamento e sfortuna che di fronte a un mondo disordinato si frantuma in tante parti mosso dal desiderio di forzare i propri limiti personali. Personaggi spassosi certo, ma anche soli e desolanti verso cui Jenkins mantiene uno sguardo a volte tenero e a volte feroci, ma a cui si può guardare solamente attraverso il filtro della risata.

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Replica si avvale inoltre di un ulteriore e per nulla secondario asso nella manica: i disegni di Andy Clarke (Batman, Judge Dredd). Il tratto realistico, ricchissimo di particolari, elegante, che ricorda in più punti quello del primo Travis Charest, dà forma all'ambientazione, sviluppandosi soprattutto su ampie vignette orizzontali, che esaltano le scene d'azione e sono particolarmente funzionali all'”affollamento” di certe sequenze. Niente sperimentalismi, ma il grande equilibrio e la pulizia formale del disegnatore britannico regalano possibilità suggestive a Dan Brown e ai suoi giochi cromatici.

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Intrattenimento e intelligenza tutt'altro che banali quindi in Replica, che dimostra come pur non inventando nulla di nuovo, la fantasia è sempre uno spazio infinito entro cui scrivere belle storie.

Historica Biografie 2: Mao Zedong, recensione: “L'altra metà del cielo”, l'altra metà della Storia

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Scrivo questa recensione quando cade la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Coincidenza in realtà, ma occasione più che appropriata per parlare di questo volume Historica-Biografie di Mondadori Comics dedicato al Grande Timoniere della Rivoluzione cinese Mao Zedong, ma che sottopone al lettore, con forza e intelligenza, la questione del ruolo della donna nella Storia e nella società
È infatti, quella scritto da Jean-David Morvan e Frederique Voulyzè, una narrazione militante e divergente che propone, con passione e senza troppi artifici ideologici, il punto di vista di Deng Yingchao, comunista della prima ora e compagna di quel Zhou Enlai che fu uno più originali ideologi marxisti del comunismo cinese, oltre che abile e popolare diplomatico (come Ministro degli Esteri negli anni 70 riallacciò rapporti con Richard Nixon e gli USA). Ma è soprattutto un racconto dell'anima femminile della Rivoluzione, di quell'”altra metà del cielo”, nella definizione data dallo stesso Mao, che dalla fedeltà al partito e dalla militanza ebbe a guadagnare più oneri più che onori. E sofferenze. Il racconto di “Grande Sorella” Deng ci informa infatti continuamente di donne abbandonate, brutalmente giustiziate, tradite dall'uomo e dall'idea di società in cui credevano. Nomi che che recuperiamo dall'oblio: He Zizhen, Yang Kaihui. Sono le mogli e le compagne che Mao non si faceva scrupoli a sacrificare in nome delle proprie ambizioni politiche o di semplici desideri carnali.

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Storie molto tristi che scavano un solco immane fra le parole della propaganda attorno a Mao e la reale portata degli eventi che portarono a costruire la Cina come la conosciamo oggi. Ci sono tutti i principali eventi che ne hanno costellato la storia recente: l'apprendistato politico di Mao, la lunga marcia, il grande balzo in avanti, la rivoluzione culturale. Ma sotto lo sguardo pacato e le parole semplici e efficaci di Deng ne esce un ritratto impietoso, entro cui Mao si staglia indirettamente, come un fantasma, capace di sfruttare gli spiragli che la Storia gli offre e tuttavia incapace di aderire nella realtà a quel mito che aveva costruito intorno e che continuò a sopravvivergli.

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Partendo da un'attenta ricostruzione storico-iconografica, le tavole trovano la loro originalità ponendo le inquadrature quasi sempre “ad altezza uomo” e restituendo umanità alla vicende spesso inumane raccontate. I disegni Rafael Ortiz sono semplici e curati: volti “scolpiti nel legno e nella Storia”, mai impersonali. Nelle sue vignette la figura ingombrante di Mao, non occupa quasi mai un posto preponderante, molto spazio è lasciato a personaggi “secondari” e in senso più generale, attraverso scene collettive dettagliatissime, al popolo senza nome che la Rivoluzione l'ha fatta in concreto e che qui riconquista quindi visivamente i propri spazi di libertà. Belli anche i colori di Giulia Priori e Andrea Meloni che passano progressivamente dai grigi e dai toni generalmente tenui delle prima pagine ai colori caldi, mano a mano che il passo della guerra e della Rivoluzione si fa sempre più urgente.

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Complessivamente emerge quindi il ritratto di un idolo fragile, complesso e grande come la Cina stessa: veneratissimo all'esterno e oggetto in patria di culto della personalità e poi di prudenti revisioni e critiche mosse dall'interno. La narratrice Deng è in fondo una comunista fermamente consapevole e convinta del proprio percorso e della proprie scelte che decide di illuminare un altro percorso, quello di Mao, sbagliato, tragico e che ha tradito ideali originari di giustizia. Questa prospettiva consente un distanziamento doveroso con il lettore, permettendogli di fare raffronti, evitando le trappole di una rapida immedesimazione, e con gli autori stessi che, in modo molto intelligente, evitano le sterili polemiche, le condanne unilaterali e quindi il qualunquismo scegliendo una prospettiva che riesce a mantenere un equilibrio invidiabile fra rispetto delle ideologie di chi racconta e esigenze ineludibili di verità storica.

 

Ishiki No Kashi. Il letargo dei sentimenti, recensione: amori "sospesi" fra antico e nuovo nel futuro distopico di Igort

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Igort ripropone con la Oblomov Edizioni Ishiki No Kashi. Il Letargo dei sentimenti, uno dei suoi lavori risalenti agli anni '80, periodo dei suoi esordi, e lui stesso ci accompagna per mano, nella bella introduzione, alla scoperta di quest'opera, che ha subito negli anni alterne sorti di pubblicazioni fino a quest'ultima revisione che risponde filologicamente alle intenzioni originarie dell'autore.
Un viaggio breve e lieve durante il quale si dipana un triangolo amoroso tanto passionale quanto fragile e segnato dalla caducità: Tsukuma, giovane militare in carriera ama Zusho, esteta - architetto (forse, ci suggerisce lo stesso Igort) dalle velleità artistiche e dall'animo riflessivo, che si innamora a sua volta di Naomi, femme fatale misteriosa.
Lo scenario di tutto questo è un Giappone distopico e dispotico, marziale e solenne, dove architetture futuriste convivono con i segni della tradizione e tutta la vita pare muoversi su fili sottilissimi e segreti.

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È una narrazione “sospesa”, volutamente povera di azione, in cui tutto ciò che accade  è raccontato per cenni lievi, delicate pennellate narrative in cui sono ben più importanti il sottinteso e il non detto.
Lo sguardo si sofferma sulla superficie di tavole di grande impatto visivo, costruite - da un Igort molto giovane ma già molto consapevole - con estrema eleganza affinché si possa cogliere con calma la ricchezza del particolare, il dettaglio, la citazione e il riferimento. Linee sinuose e precise che disegnano ambienti geometrici e figure umane dall'intensa e ambigua sensualità. Un ruolo importante lo svolgono i colori che -  stando sempre alle parole dell'autore – sono uno degli elementi che in questa edizione sono stati riportati a nuova vita. Cromatismi tenui e algidi per la metropoli giapponese che si spezzano improvvisi e sfociano in colori più vivaci e “pieni” nel momento dell'incontro dei corpi e del gioco della seduzione fra i tre protagonisti: ecco allora esplodere il verde o il blu più elettrico, fino all'inevitabile rosso acceso della Mosca sovietica, luogo del climax – ma sempre soffuso, quasi distante - e città estraniante nel suo monolitico realismo, se confrontata con l'estetica della capitale giapponese.

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Come si evince, quindi, poche pagine, ma tavole densissime per una lettura densissima. E lenta, come conviene al ritmo contemplativo di una storia che mette al centro sofferenze umane sempre in bilico, incastonandole in un tempo futuro, rapido e sfuggente, perfino spietato, che sospinge i personaggi verso il loro destino, quasi contro il loro volere, lasciando per strada fantasmi di amori mai compiuti o soddisfatti. Una delicatezza che riesce ad andare in profondità e che, per il peso dato ai sentimenti, al quotidiano e all'ineluttabilità, richiama in più di un frangente tanto le atmosfere di Una giornata particolare di Ettore Scola, quanto la semplicità dei film di Ozu.

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Il volume, disponibile sia in edizione brossurata che cartinata deluxe, contiene un'appendice dove le cordialissime e puntuali spiegazioni di Igort ci ragguagliano sul making of e le influenze principali dell'opera dal punto di visiva grafico-visivo.
E queste pagine confermano che è proprio il dialogo incessante, pagina dopo pagina, fra arti figurative occidentali e orientali, il risultato più riuscito di Ishiki No Kashi: i debiti dichiarati di Igort sono il futurismo, le stampe di Kitagawa Utamaro, il costruttivismo, la Bauhaus, ma nella composizione delle tavole si ritrovano suggestioni liberty, l'architettura razionale, sprazzi di optical art e, nella stilizzazione dei personaggi soprattutto, quel filo rosso della Nona Arte nostrana che risale indietro fino a Sergio Tofano.

Ishiki No Kashi è dunque una mirabile e raffinatissima opera di sintesi in grado di saldare in unico compatto immaginario visivo vaste influenze inter-mediali del passato (fumetto, pittura, design, architettura) con l'attitudine di Igort a guardare avanti in un percorso che, ieri come oggi, è sempre proiettato alla ricerca di nuovi linguaggi per il medium fumettistico. Tutte cose di cui oggi c'è molto bisogno.

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