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Emanuele Amato

Emanuele Amato

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Il Canto dei Dannati, recensione: Il sermone oscuro

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Il Canto dei Dannati è un graphic poem dello scrittore e insegnante Jason Forbus. Edito da Ali Ribelli, piccolo editore indipendente nato come fanzine letteraria (ma che è aperta alle arti visive e alla musica), si è evoluto poi grazie al web e alle sue enormi potenzialità. L’idea di Forbus era quella di creare un collettivo artistico che condividesse opere letterarie qualitativamente di un certo livello e che fosse aperta a collaborazioni internazionali. A questo progetto si unirono due artisti russi Boris e Daria Sokolovsky, ovvero i Theoretical Part, che sono anche gli illustratori de Il Canto dei Dannati.
La poesia è oscura e decadente, ricorda molto Charles Baudelaire ed Edgar Allan Poe, mentre per lo scenario apocalittico in chiave profetica si avvicina all’immaginario di William Blake. Con Poe in particolare ha in comune nella sua La maschera della morte rossa il concetto di attraversamento (il palazzo e le stanze) e di stupore, nel comprendere che un’entità di cui si credeva l’esistenza, alla fine non c’è (la maschera nel caso di Poe e il padrone nel caso di Forbus).

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Il poema racconta la storia di un uomo che una volta morto si ritrova al cospetto del corvo, guardiano della casa del “Padrone”, che lo invita ad entrare. Lungo i corridoi di ossa e stanze con risa di donne, la festa è iniziata. Arrivati alla stanza principale, quella del “Padrone”, e una volta inchinati ad esso, la scoperta che egli non esiste, non è mai esistito, fa cadere a pezzi l’intero palazzo. Immaginario archetipico e simbolismo di schiavitù sono i temi chiave del racconto. La metafora narrata è quella del come siamo schiavi di un qualcosa che non esiste, imprigionati in stanze di apparente felicità. Qualcuno potrebbe cadere nell’errore di attribuzione di un testo polisemico quando invece l’interpretazione sfaccettata è solo una questione di sensibilità. Sintetizzando: il lettore interpreta magari in maniera diametralmente opposta ma non è una poesia polisemica (che difficilmente si incontra).

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Rispetto a una narrazione in prosa o di un fumetto, dove fondamentalmente l’intentio lectoris e l’intentio operis possono essere (ma spesso non accade) differenziate, nella poesia il confine è più labile ma di certo non sovrapponibile. Questo permette al graphic poem di avere maggiori libertà illustrative, potendosi basare meno sulle direttive dello sceneggiatore e soprattutto sull’interpretazione da parte del disegnatore e ai suggerimenti di chi ha scritto il testo. Ne Il Canto dei Dannati c’è una componente favorevole che ha essenzialmente aiutato, ovvero la struttura in terzine che ha permesso ai due illustratori di poter comporre la strutturazione visiva ideale per il disegno dei versi. Ogni immagine evoca perfettamente lo stile dark su cui poggia il poema, esprimendo con più libertà la visione del verso amplificandone il significato e l’emozione. I riferimenti al folklore russo e celtico sono molto forti con richiami, per quanto riguarda l’edificio e le stanze, alla geometria sacra. Alcune immagini stilisticamente rievocano Berserk di Kentaro Miura e hanno in comune anche un certo immaginario gotico ed esoterico. Lo stesso apparato immaginativo e simbolico è ritrovabile in Hellboy di Mike Mignola ma in questo caso solo concettualmente e non per tratto.

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L’opera insomma essendo chiaramente un libro illustrato (illustrated book), cioè un libro dove il testo è preesistente alla creazione delle immagini e queste ultime contribuiscono a creare valore interpretativo aggiunto, arriva quasi ad essere un albo illustrato (picturebook), ovvero un libro dove il significato della storia è creato e viene trasmesso dall’interazione tra immagini e testo.
Il Canto dei Dannati è un’opera interessante e ben strutturata, dove l’estetica e il contenuto si fondono per raccontare come l’uomo moderno sia schiavo di un padrone che egli stesso ha generato. Un padrone inesistente che ci sottomette rendendoci dipendenti grazie a gioie fittizie.

Chi è pronto a giocare con la vita?, la recensione di Gamble

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“Agg' campato tutta 'a vita mia c'a morte vicino a mme! Nun tengo paura 'e muri'!”
(Ciro di Marzio – Gomorra La serie)

“Nelle case dei giocatori non manca mai il dolore"
(Proverbio)

Seconda produzione cartacea per il collettivo La Stanza, a cura dell’Associazione Lettori Torresi ALT!. Gamble, opera che ha esordito al Napoli Comicon 2017, è un lavoro dai chiari toni americani che si rifà alla produzione Vertigo per temi e tratto. Scritto e sceneggiato da Salvatore Vivenzio, ai disegni troviamo Gabriele Falzone mentre la colorazione e la grafica è di Chiara Raimondi, il tutto sotto supervisione di Salvatore Cervasio.

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Gamble è un noir che narra le vicende di un gruppetto di ragazzi di strada che, per colpa di circostanze e di scelte sbagliate, si ritrovano a spacciare per conto di Daze, uno dei boss del quartiere. Guerre tra bande, sparatorie, esecuzioni per il territorio, Gamble è il gioco in cui ci si ritrova e non ne si esce se non da morti. Ad indagare sui decessi nel ghetto c’è il detective Sparkle che cerca di far luce sugli omicidi del suo quartiere senza speranza.

La sceneggiatura di Vivenzio è serrata e senza sosta, le tavole sono molto dinamiche e l’approccio ha una regia fluida e un taglio molto cinematografico. Molti stacchi per una narrazione non lineare sono un buon tipo di compromesso di dinamicità, anche se forse in questo caso risultano troppo frequenti. In alcuni punti, infatti, si potevano sviluppare una o due tavole in più per chiudere in maniera meno netta e terminare una scena in modo meno brusco. Funziona questa tecnica? In alcuni casi è funzionale staccare perché genera un certo pathos ma questo eccesso possono portare a una forte discontinuità narrativa.
Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi viene risaltato quasi esclusivamente il detective Sparkle, mentre i membri della banda, pur avendo il ruolo madre nella storia, non vengono approfonditi più di tanto. In tutto l’albo aleggia la presenza di Daze come figura misteriosa e crudele: appare solo un paio di volte, ma si avverte il suo continuo sguardo. La costante “presenza” del boss, che conosce ogni movimento nel quartiere, è stato abilmente gestita dall’autore.

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Falzone ha un tratto molto americano, asciutto e pulito, una scelta pressoché perfetta per una narrazione ambientata nei bassifondi di una città degli States. L'artista ricorda in alcune tavole le atmosfere create da Edoardo Risso in 100 Bullets, e non è cosa da poco. Le scene dove i ragazzi si esercitano a sparare sono i picchi più alti da parte del disegnatore, soprattutto la sequenza del proiettile che va a perforare la bottiglia. Si nota che Falzone ha un debole per le scene action, per la cura con cui studia e sottolinea i dettagli e nel dare voce al linguaggio del corpo.

Il lavoro di Chiara Raimondi ai colori è uno dei punti forti dell’albo. La scelta di utilizzare i toni cromatici di rosso che sfumano nell’arancione rende l’ambiente tutto più caldo, nell’accezione in cui sembra che da un momento all’altro possa scorrere sangue. L’uso di chiaroscuri tattici nei campi medi e lunghi, dove i vicoli risultano oscuri e insidiosi, risaltano la pericolosità degli anfratti cittadini dove tutto accade ma pochi dicono. Il risultato è un un team up riuscito dell’apparato illustrativo e ottima anche la prova della parte grafica sempre di Raimondi.

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Molti gli spunti tematici inseriti in Gamble, come il pregiudizio razziale che in America è ancora caldo e che causa centinaia di morti l’anno da parte dei poliziotti. Altra questione ben introdotta è quella dei ragazzi spacciatori che per tirare avanti si uniscono alle gang ritrovandosi in un “gioco” che non finisce mai bene. Come primo volume introduttivo la storia regge nonostante l’eccesso di dinamicità, grazie ad un’ottima costruzione visiva delle tavole che rende meno pesanti alcuni stacchi.

Il girone infernale del condominio, la recensione di Residenza Arcadia

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Mi divertono molto gli anziani ora, nella loro razionale follia. [...] Mi diverto a guardare le loro pazzie senili, fonte inesauribile di gag, dall'ossessione per i lavori stradali a certi commenti geniali. (Leo Ortolani)

ll vecchio vive di ricordi e per i ricordi. (Norberto Bobbio)

Residenza Arcadia è il primo graphic novel edito da Bao Publishing di Daniel Cuello, fumettista che sul web ha già un bel seguito. Argentino di nascita e italiano d’adozione, Daniel è conosciuto al pubblico per le sue strisce online su danielcuello.com e per Il mio primo dizionario delle Serie Tv cult e Il mio secondo dizionario delle Serie Tv cult scritti da Matteo Marino e Claudio Gotti per Beccogiallo Edizioni.

La storia si svolge all’interno di una palazzina, la Residenza Arcadia, in un paese non specificato e in un periodo storico non definito, dove il partito politico è sovrano incontrastato decidendo l’ordine e le leggi da seguire senza se e senza ma. All’interno di questo stabile coabitano vari inquilini, tutti di una certa età, che rispecchiano un po’ la vita quotidiana della realtà che ci circonda, tra screzi e diatribe condominiali. Qualcuno potrebbe sussurrare “Noioso”, ebbene no, il racconto è tutt’altro che noioso e le 176 pagine che compongono l’opera sono di una freschezza disarmante e si lasciano leggere d’un fiato.
Tecnicamente Cuello tesse una trama con 4 storyline che si intrecciano rafforzando la core story. Le 4 storie sono quelle di Emilio e la moglie Dirce (a cui si aggiungerà il nipote ribelle), la signora Mirta, il burbero Dimitri e il suo chiassoso cane Rasputin e l’enigmatica signora Ester.

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La sceneggiatura di Cuello non perde mai il ritmo, pur non avendo una narrazione sincopata. La prima metà del volume è preparatoria, nel senso che, quello che viene solo lamentato dai personaggi nella prima parte, passa ai fatti nella seconda, avendo anche un’accelerazione espositiva (non grandissima ma la si nota). La caratterizzazione dei personaggi è l’elemento chiave della narrazione più che l’aspetto situazionistico in sé. Ognuno ha le sue esigenze e i suoi disappunti che, chi in modo velato, chi in maniera estremamente diretta e brusca, non tendono a nascondere. L’amministratore “sostituto” si ritroverà in un vortice di pettegolezzi e malelingue da gestire, richieste molte volte al limite dell’inverosimile, che gli daranno non pochi grattacapi. La riunione di condominio è l’esempio lampante delle beghe giornaliere a cui deve far fronte. L’autore insomma prende la classica situazione condominiale in cui è facile riconoscersi e mette a nudo i vari egoismi comportamentali, accompagnando il lettore in una riflessione su di essi. I personaggi man mano che verranno conosciuti saranno compresi nella loro totalità, cosa che a volte non avviene nella realtà quotidiana, rimanendo nell’estraneità e nel saluto di cortesia, ipotizzando solo le vite che si celano dietro quelle porte. Quanti di noi realmente conoscono chi abita nel nostro stesso condominio? Quanti sappiamo quali mondi e quali storie ci sono dietro ognuna di quelle persone? Chi non ha mai giudicato o parlato della signora del terzo piano o del figlio dell’inquilino di sotto che magari non saluta mai e fa solo baccano? L’empatia è la chiave di volta che purtroppo manca col vicinato. Non a tutti e non sempre ma in molti casi risulta essere così.

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Attraverso due flashback, l'autore fa comprendere quale storia c’è dietro gli atteggiamenti magari paranoici di qualcuno o il carattere ostile di qualcun altro. Non solo, la narrazione abbraccia temi ancora più ampi quali la diversità e la tolleranza come ideali. C’è chi li auspica e chi invece vuole permanere nello status quo perché “ai tempi miei era tutto migliore”.
L’opera viaggia quindi tra comicità e tragedia, dove il dramma morale e la leggerezza si confondono e si intrecciano.

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Lo stile grafico di Cuello è influenzato molto dalla sua attività di vignettista. Ogni scena potrebbe essere presa e staccata, creando una striscia a se stante di comicità e tragedia. Il tratto pulito e caricaturale dona unicità espressiva ad ogni personaggio che con un solo sguardo o una sola smorfia, comunica a volte più di alcuni baloon. Infatti alcune delle migliori scene sono proprio quelle mute. Non mancano imperfezioni in alcuni punti della narrazione, ma come prima opera il risultato è veramente di qualità. 
Bao Publishing impreziosisce l’opera con uno splendido cartonato e dal prezzo modico. La cura editoriale dei cartonati della casa editrice risulta sempre di un certo livello.

Justice League VS Suicide Squad, la recensione di Justice League America 1-2

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Fra le nuove proposte della RW Lion legate al progetto Rinascita della DC Comics troviamo Justice League America. Questo nuovo spillato mensile porta ai lettori la seconda formazione della Justice League, qui ancora non apparsa, dando spazio prima ad un prequel che da solo può essere definito un mini evento: Justice League Vs Suicide Squad. Chi non vorrebbe vedere cosa succede se mettessimo il team di supereroi più forti al mondo contro il più spietato gruppo di supercriminali in circolazione? Oltre alla serie già citata, troviamo gli esordi di un’altra formazione di giovani eroi: i Teen Titans. 

Il primo albo è composto dalle prime due parti di JL vs SS scritte da Joshua Williamson, già autore di The Flash. La storia ha inizio quando la Justice League scopre dell'esistenza della Suicide Squad e Batman decide che la Task Force X di Amanda Waller è inutile in un mondo in cui già esiste la JL. Ma lo scontro tra i gruppi verrà messo in secondo piano quando entrambi combatteranno un misterioso nemico comune. La sceneggiatura è fresca e dinamica e lascia poco spazio, nel primo capitolo, a momenti intimisti e di riflessione per sottolineare il più possibile la scia che ha deciso di intraprendere: l’azione pura. I botta e risposta tra i due team sono tanti e funzionano bene, soprattutto perché evidenziano le differenze morali e caratteriali dei singoli personaggi.
Ai disegni del primo capitolo troviamo Jason Fabok che fa risaltare bene le dinamiche cinematografiche create da Williamson. Tratto muscolare e preciso che dona la giusta espressività emotività e forza alle inquadrature, evidenziando molto la regia dinamica dello sceneggiatore. Il secondo capitolo è affidato a Tony S. Daniel il cui tratto non differisce molto da quello precedente, se non in pulizia di linea, e continua la scia presa da Fabok.
I colori sia della prima che della seconda parte sono di Alex Sinclair che amalgama bene le somiglianze dei due disegnatori e minimizza le differenze del loro tratto in maniera perfetta.

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Il secondo albo vede alla sceneggiatura di JL vs SS sempre Williamson ma con un team di disegnatori differenti. La terza parte della run, cioè il primo capitolo del numero, abbassa l’adrenalina e il ritmo per descrivere al meglio la situazione e fornire maggiori chiarimenti su quanto accade. L’autore introduce in maniera dinamica ed esaustiva personaggi gloriosi della DC pre New 52, non appesantendo la narrazione per chi già conosce questi villain e potrebbe storcere il naso per una qualche ridondanza del racconto. Nel quarto capitolo Williamson rimette il piede sull’acceleratore, regalandoci un’altra epica scazzottata tra un’inedita fazione della JL (questa volta aiutata dalla SS) versus la prima Suicide Squad creata dalla Waller. Tutta questa parte si legge d’un fiato, arrivando alla tavola finale che non può non far presagire guai molto grossi su scala mondiale.

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Anche in questo caso le tavole dei due artisti che si succedono presentano un tratto similare così da non staccare troppo la percezione visiva delle tavole durante la lettura. La prima storia è disegnata da Jesus Merino, già disegnatore di alcuni capitoli della nuova serie su John Constantine, The Hellblazer: rinascita e copertinista di alcuni numeri di Wonder Woman. Fernando Pasarin invece è alle matite della seconda storia. Stesso lavoro fatto in precedenza di amalgamazione è sempre affidato all’ottimo Alex Sinclair che aggiunge ulteriore scorrevolezza alla lettura.

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Passiamo ora ai Giovani Titani, sceneggiati da Benjamin Percy, noto in casa DC per Green Arrow. L’autore dedica una ricca fetta del capitolo all’introduzione dei personaggi e alle loro vite dopo la scomparsa di Tim Drake dal gruppo e, anche nel secondo albo, la narrazione prende un respiro per descrivere la situazione attuale e la futura prospettiva del team. Le matite sono ad opera di Jonboy Meyers, artista che non nasconde influenze orientali. La narrazione è dinamica e molto fluida, pensata per un target più ampio, oltre ai fedelissimi di casa DC, ovvero un pubblico giovane che magari è alle prime armi con i fumetti supereroistici. Il duo creativo è molto in sinergia rendendo questo nuovo progetto di Rinascita, pur essendo una serie ombrello, davvero interessante.

I primi due albi di Justice League America quindi lasciano solo intravedere il potenziale della testata, ma risultando godibili e ben strutturati. Essendo un progetto ambizioso devono ancora superare la prova del nove, non avendo ancora introdotto quella che sarà la reale core story della serie, ovvero vedere la seconda Lega della Giustizia in azione.

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