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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Le Spose Proibite degli schiavi senza volto nella segreta dimora notturna dell'oscuro desiderio, recensione

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In una notte buia e tempestosa, una fanciulla fugge da una foresta popolata da mostruose creature cercando riparo dentro una vecchia magione che per una fortunata coincidenza si è trovata davanti. Dopo aver bussato più volte tra l’affanno e la paura di essere raggiunta dai mostri, la porta viene aperta da un vecchio e raggrinzito domestico, non meno minaccioso dei pericoli da cui la giovane era scampata. Il maggiordomo sembra conoscere il nome e la storia della fanciulla, Amelia Earnshaw, che costernata si chiede come ciò possa essere possibile: la ragazza viene attraversata dalla consapevolezza che la notte di terrore è appena iniziata. Intanto, nella vecchia villa diroccata di una famiglia nobile decaduta, un giovane rampollo e aspirante scrittore cerca invano di portare a termine il suo romanzo, tra un’ispirazione latitante e la frustrazione di non riuscire a tradurre in prosa la verità della vita vissuta.

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Le Spose Proibite degli Schiavi senza Volto nella Segreta Dimora Notturna dell’Oscuro Desiderio è l’adattamento dell’omonimo novella di Neil Gaiman, contenuta nella raccolta Cose Fragili e pubblicata in Italia da Mondadori. Il racconto è l’opera di un Gaiman appena ventenne, rifiutato all’epoca da vari editori e messo dallo scrittore, letteralmente, in uno scatolone in soffitta. Gaiman lo rispolverò una ventina d’anni dopo, quando gli venne chiesto un contributo per un’antologia di racconti gotici e decise che Spose Proibite potesse fare al caso suo. L'autore lo ritoccò giusto per eliminare alcune ingenuità da principiante e il risultato fu che la novella vinse il Locus Award come miglior racconto del 2005. Lo scorso anno ne è uscito per Dark Horse l’adattamento a fumetti, ad opera dello stesso Gaiman per i disegni di Shane Oakley.

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Pur trattandosi di un’opera minore, in questo breve e divertente sforzo letterario è possibile rintracciare tutti i temi che diventeranno tipici dello scrittore di Sandman: l’urgenza e la vocazione al racconto, attività salvifica capace di decifrare la realtà intima e quella circostante (si pensi alla dimensione boccacesca che sottende a un ciclo di Sandman come La Locanda alla Fine del Mondo o allo straordinario omaggio al mito di Batman rappresentato da Cos’è successo al Cavaliere Oscuro?, se non a tutto il corpus dell’opera gaimaniana); la realtà, o perlomeno quella che i più percepiscono come tale, che cortocircuita continuamente con gli emissari di dimensioni parallele, talvolta da sogno ma più frequentemente da incubo, capaci di determinare il corso della vita degli uomini. Il giovane Gaiman di questo racconto si pone il dilemma morale, sotto forma di riuscita parodia, della vera missione dell’arte: l’artista deve mirare alla riproduzione della vita vera, oppure fuggire da qualsiasi paletto o impedimento come una ragazza che fugge da una foresta stregata nella notte, infestata dai mostri che popolano i nostri incubi? Ed ecco, in chiusura, lo straordinario regalo dello scrittore ai suoi lettori: e se le nostre esistenze, appesantite dall’affanno del vivere quotidiano, fossero il frutto dell’immaginazione di uno scrittore di un altro mondo, dove i corvi parlano e i ritratti nei quadri muovono sinistramente gli occhi? Anche le nostre vite diventano così magicamente parte del mondo incantato dello scrittore di American Gods e Coraline. Il tutto avviene inserendosi magistralmente nella tradizione del romanzo gotico inglese, di cui Gaiman cita apertamente il capostipite, Il Castello di Otranto di Horace Walpole.

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Merita solo applausi, poi, il comparto grafico affidato a Shane Oakley. L’artista traduce alla perfezione l’ambientazione gotica della novella, affidandosi principalmente ad un sapiente uso dei neri e del colore. La dimensione reale, quella in cui opera il giovane scrittore (se reale si può definire un castello in cui una vecchia e mostruosa zia vive incatenata in cantina!), è dominata dai colori, tra cui un viola porpora degno di un film gotico, appunto, alla Mario Bava; la parte immaginaria, quella a cui il giovane scrittore tenta di infondere colore, è in bianco e nero e popolata da figure ricurve e distorte, da cinema espressionista. Tante le influenze e le suggestioni che vivono nelle tavole di Oakley: Murnau, il sopramenzionato Bava, i film gotici della Hammer e, in campo fumettistico, maestri dell’horror come Bernie Wrightson e Kelley Jones. Un lavoro sontuoso da parte di un artista di cui speriamo di vedere altre prove di questo livello in futuro.

Opera minore ma non meno importante della produzione di Neil Gaiman, Le Spose Proibite è un tassello necessario alla comprensione della poetica del più grande cantastorie della letteratura fantastica dei nostri tempi.

Justice League: la recensione del film

Nel 2012 Avengers frantumava ogni record al botteghino, diventando il terzo maggior successo della storia del cinema. I Marvel Studios passavano all’incasso dopo aver preparato la strada verso il film evento fin dalla famosa sequenza post-credit del primo Iron Man datato 2008, quella in cui Nick Fury appariva a sorpresa nel salotto di un incredulo Tony Stark proponendogli l’idea del Progetto Vendicatori. La scena introduceva per la prima volta in un cinecomic l’idea di un universo condiviso, che sarebbe poi diventata lo standard per questo genere di prodotto. Idea che nel frattempo non poteva essere ancora sviluppata dalla DC / Warner, impegnata nella conclusione della trilogia dedicata a Batman da Christopher Nolan e scottata dal flop del Green Lantern interpretato da Ryan Reynolds l’anno prima. Solo con Batman V Superman: Dawn of Justice del 2016, la casa di produzione cinematografica si imbarcava finalmente nella realizzazione del primo crossover tra i suoi personaggi. La regia venne affidata a Zack Snyder, reduce dal buon esito di Man of Steel, ma il suo approccio troppo dark divise, e a distanza di anni ancora divide, i fan. Il pubblico che era accorso in sala per assistere al primo incontro sul grande schermo tra le due più grandi icone del fumetto americano, si ritrovò davanti a un mattone dalla durata di quasi 3 ore, più interessato a disquisizioni teologiche sulla figura del supereroe e sulla natura cristologica di Superman che a raccontare una storia. Un collage di immagini spesso potenti, ma avulso da ogni logica narrativa. La realizzazione del successivo Justice League per mano del confermato ma contestatissimo Snyder non partiva sotto i migliori auspici, e la situazione si è fatta critica quando il regista ha dovuto abbandonare il progetto subito dopo la fine delle riprese a causa di un terribile lutto familiare, lasciando il lavoro di post-produzione a Joss Whedon. Viste le premesse, era lecito attendersi il peggio.

A dispetto dei pronostici, Justice League è invece un riuscito carrozzone che non si vergogna delle sue origini pop come il precedente BvS (chi cerca un trattato sull’esistenzialismo non perda tempo e si legga un libro di Jean-Paul Sartre), tappando sul nascere falle congenite che ne avrebbero potuto causare il naufragio e riuscendo addirittura a far convivere felicemente l’estetica di due autori lontani anni luce tra loro.

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Andrè Bazin, celebre critico cinematografico, fondatore dei prestigiosi Cahiers du Cinema e ispiratore della Nouvelle Vague, sosteneva nei suoi saggi la centralità del montaggio nella realizzazione di una pellicola. Il montaggio è “l’organizzazione delle immagini nel tempo” (cit.) e tra tutti i mezzi espressivi di cui il cinema dispone è il più importante, perché ha la funzione di generare senso. Tralasciando il gusto personale di ciascun spettatore nell’approcciare lo stile dark, monumentale e funereo di Snyder, i ralenty volti ad aumentare la dimensione epica delle sue pellicole, il gusto per singole immagini iperrealiste fortemente evocative e suggestive che faticano però a comporre un racconto, il problema di cui soffriva maggiormente BvS era proprio il montaggio. Il sospetto diventò una certezza dopo la visione della versione estesa del film, tre ore complessive in cui venivano recuperate sequenze fondamentali per la comprensione della trama. Nella versione destinata alle sale, non si capiva nulla del piano di Luthor fino allo "spiegone" finale del medesimo, né si comprendeva perché Clark Kent ce l’avesse tanto con Batman, visto che tutta la sequenza della sua inchiesta nei bassifondi di Gotham con relativi personaggi di contorno era stata tagliata. Per aumentare la comprensibilità della pellicola, sarebbe bastato tagliare cinque minuti di scazzottate nel prolisso finale e inserire qualcuna delle sequenza sopracitate. La notizia positiva di Justice League è che non ha nessuno di questi problemi. Il film è assolutamente godibile, con una piacevolissima fluidità narrativa, considerando la mole di avvenimenti che racconta e il discreto numero di personaggi nuovi che deve introdurre. E qui si vede la mano di Whedon, che ha una maggiore propensione al racconto rispetto al collega.

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Il lavoro di Snyder stesso ha beneficiato dalla rifinitura dell’ideatore di Buffy the Vampire Slayer, che lo ha sottratto all’esuberanza creativa generosa ma spesso fuori contesto del suo autore. Non sapremo mai come sarebbe stato uno Justice League interamente nelle mani di Snyder, ma se avesse avuto un cut confuso come il suo predecessore non è esagerato sostenere che Whedon ha salvato la pellicola, rendendo comunque giustizia al talento visionario del suo collega e arricchendo una tavola già preziosamente imbandita con dei re-shooting mirati ad aumentare l’empatia tra personaggi e pubblico. Volendo sottrarci alla noiosa querelle internettiana circa l'eccessiva ironia di film come questo o il recente Thor: Ragnarok, diremo che l’inserimento di scene condite da una leggerezza tipicamente whedoniane servono a stabilire una felice connessione emotiva che mancava del tutto nel film precedente, e di cui beneficia anche la prestazione degli attori.

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Ben Affleck è convincente tanto nella parte di Bruce Wayne che in quella di Batman, a dispetto delle tante critiche piovutegli addosso negli ultimi anni. Affleck interpreta un Cavaliere Oscuro dalla fisicità impressionante, un calco perfetto di quello disegnato su carta da Jim Lee e riproposto ogni mese da David Finch nella sua collana principale. È il Batman che i lettori aspettavano da sempre. Gal Gadot si conferma una splendida Wonder Woman, e i suoi meriti vanno oltre la sua prestazione in Justice League, peraltro ottima: la Gadot è il sole che illumina l’universo cinematografico DC, affascinante e carismatica, vera forza motrice dell’intero progetto, uno dei casting più azzeccati dell’intera storia dei cinecomic. Nonostante il poco tempo loro concesso per lasciare il segno, si fanno notare Ezra Miller nel ruolo di Flash e Jason Momoa in quello di Aquaman. Miller interpreta un Barry Allen ancora all’inizio del suo percorso e che è ancora lontano dal diventare la rispettata icona che sarà, mentre l’Arthur Curry di Momoa svolge alla perfezione il ruolo del solitario burbero ed irascibile che, contro ogni previsione, scoprirà la bellezza del gioco di squadra. Unica nota stonata il Cyborg di Ray Fisher che, come il celebre MacGuffin hitchcockiano, rappresenta più un elemento di snodo della trama che un personaggio ben caratterizzato. Deludente anche il villain, lo Steppenwolf modellato sulle fattezze dell’attore irlandese Ciaran Hinds, realizzato nella peggiore CGI dai tempi del Beowulf di Zemeckis e che nel 2017 non è accettabile in progetti di queste dimensioni. Sarebbe stato preferibile usare il vero volto di Hinds, il Mance Rayder di Game of Thrones, inquietante come non pochi, ma si tratta di un elemento che non pregiudica il giudizio finale sulla pellicola, che resta comunque positivo.

Segnaliamo con immenso piacere la partitura musicale di Danny Elfman, che torna a lavorare su un film di supereroi dopo aver realizzato l’indimenticabile colonna sonora dei due Batman diretti da Tim Burton, capostipiti dei cinecomic moderni. E quando l’arrivo sullo schermo del Cavaliere Oscuro è annunciato dal Batman Theme del 1989, un vecchio redattore ormai padre di famiglia torna ad essere un ragazzino di 13 anni e la magia ricomincia, a dimostrazione di quella connessione emotiva che rende Justice League sia la chiusura di un cerchio ideale, sia un nuovo e promettente inizio.

Mad Run #3: Il Film per adulti di Superman e Big Barda nell'Action Comics di John Byrne

Bentornati su Mad Run, la rubrica che non teme di immergersi nei momenti più bizzarri della storia del fumetto a stelle a strisce. Dopo aver parlato di Marvel nelle prime due puntate, stavolta faremo un salto in casa DC Comics, in un momento cruciale per la storia editoriale della Distinta Concorrenza: i favolosi anni ’80! E visto che nelle prime due puntate abbiamo rimestato decisamente nel torbido, tra segreti e tradimenti, questa volta abbiamo deciso di andare oltre le squallide storie di corna già presentate optando per un argomento più delicato: parleremo di quella volta in cui Superman e Big Barda condivisero il set di un film porno! Il tutto narratoci da un gigante dell’industria, la star indiscussa del fumetto americano degli anni ’80, un maestro della Nona Arte che siamo onorati di ospitare nella nostra rubrica: John Byrne! Spostiamo quindi le lancette dell’orologio all’anno 1986, come se avessimo a disposizione la mitica DeLorean di Ritorno al Futuro, e diamo inizio a questa puntata di Mad Run!
 
A metà degli anni ’80, la DC avvia un’imponente ristrutturazione del proprio parco testate e un’opera di semplificazione della convulsa continuity narrativa, ormai gravata da cinquant’anni di storie, che impedisce a nuovi ed eventuali lettori di saltare a bordo della maggior parte delle serie della casa editrice. Lo scenario del Multiverso DC, come si presentava al pubblico all’inizio del decennio, era popolato da un numero pressoché infinito di terre parallele, ciascuna popolata da versioni alternative degli eroi più popolari: su Terra 1 vivevano le versioni moderne di Batman, Superman, Wonder Woman e soci, mentre su Terra 2 venivano narrate le avventure post-belliche degli stessi eroi, riuniti nella Justice Society of America. Gli eroi delle due terre si incontravano spesso, e frequenti erano le alleanze della Justice Society con la Justice League of America di Terra 1. Questa situazione rischiava di creare confusione tra i lettori, senza contare che i fumetti DC venivano percepiti dai più come troppo classicheggianti e non al passo con i tempi, cavalcati invece con furore dalla Marvel con serie innovative come X-Men di Chris Claremont & John Byrne e Daredevil di Frank Miller.  Serviva una scossa di rinnovamento, e il terremoto fu incarnato da Crisis on Infinite Earts, maxiserie di 12 numeri firmata da Marv Wolfman e George Pérez, con la quale l’editore fece piazza pulita delle infinite terre parallele e della tradizione naif derivata dalla Silver Age che ancora popolava molte delle sue testate, retaggio affascinante ma ormai anacronistico in anni in cui il cosiddetto revisionismo supereroistico cominciava a farsi largo. Quando Crisis terminò, nel marzo del 1986, il multiverso DC non esisteva più: adesso c’era una sola Terra, e della vecchia continuity era stato salvato solo ciò che funzionava. In realtà il coordinamento editoriale non fu perfetto e ci furono non poche contraddizioni, tipo la presenza dell’Hawkman pre-Crisis in una storia di Superman mentre ne debuttava la versione aggiornata nella miniserie Hawkworld, ma questa storia dovrà essere raccontata altrove. L’universo DC si presentava quindi, per la prima volta da cinque decadi, come una tabula rasa, e l’editore pensò bene di convocare i due artisti di maggior successo di quel momento, strappandoli alla concorrenza, per aggiornare le due più grandi icone del proprio catalogo. Così, mentre Frank Miller ci forniva la versione definitiva di Batman, John Byrne si mise a lavorare sul rilancio di Superman. All’epoca il passaggio di Miller e Byrne dalla Marvel e DC fece scalpore: la Casa delle Idee perdeva i due creativi sui quali aveva costruito la maggior parte dei suoi successi tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80. Se Batman era un personaggio che funzionava anche prima dell’arrivo di Miller e che aveva bisogno solo di una messa a punto, ben più gravoso appariva il compito di Byrne con l’Uomo d’Acciaio.

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Si trattava di aggiornare la mitologia di un personaggio che, nella sua versione cartacea, non aveva saputo sfruttare il grande successo del lungometraggio di Richard Donner a lui dedicato nel 1978. Potendo contare sulla grande interpretazione dell’indimenticabile Christopher Reeve, il film ci aveva regalato un Superman più realistico e meno caricaturale di quello che i lettori dell’epoca ancora potevano trovare sulle pagine dei comic book, ancora alle prese con le esagerazioni di una Silver Age ormai lontana nel tempo, tra città in bottiglia e cani volanti. L’Uomo d’Acciaio di Reeve era un Superman con le sue debolezze e non onnipotente, profondamente ancorato al suo retaggio umano. Byrne tenne conto degli elementi di novità introdotti dal film e li portò nella sua versione, convinto del fatto che nel 1986 un eroe invincibile non interessasse più a nessuno. Così l’artista britannico presentò al pubblico un eroe con le sue vulnerabilità, simboleggiate dall’iconico costume che, a differenza del passato, finiva spesso in brandelli durante gli scontri più cruenti. Byrne stabilì inoltre che Kal-El era l’unico sopravvissuto della distrutta Krypton: vennero così eliminati dal “canone” del personaggio tutti gli altri profughi del suo pianeta natale, da Supergirl, al cane Krypto fino alla città in bottiglia di Kandor, allo scopo di amplificare il senso di solitudine dell’Uomo d’Acciaio. Le innovazioni introdotte dall’autore furono numerose, brillanti e attuali, a partire dal nuovo ruolo di Lex Luthor, non più semplice genio del male ma luciferino e tipico tycoon dell’era reaganiana, magnate dall’apparenza rispettabile ma dai non pochi scheletri nell’armadio. Il Superman di Byrne è un capolavoro che meriterebbe un'analisi a parte, la versione moderna e definitiva del personaggio che ha costituito la base per venticinque anni di storie, fino al reboot New 52 del 2011: quindi a quale titolo, direte voi, dobbiamo la sua presenza in questa puntata di Mad Run? Beh, come molti di voi ricorderanno, Big John era colui che aveva dedicato un episodio (esilarante) di Fantastic Four al tentativo di She-Hulk di riappropriarsi di una sua foto in topless “rubata”, ma basterebbe pensare al personaggio di Aurora in Alpha Flight, timida e sessuofoba insegnante nella sua identità borghese quanto sfrontata e disinibita nella sua veste di supereroina. Ogni tanto Byrne inseriva nelle sue storie qualche particolare un po’ piccante, per la gioia di noi fan all’epoca adolescenti. Ma quella volta che rese Superman il protagonista di un film pornografico si superò!
Il tutto venne raccontato in una storia in due parti contenuta in Action Comics 592 e 593 di settembre e ottobre 1987.

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Byrne aveva rinarrato le origini di Superman nella miniserie di sei numeri The Man Of Steel, per poi proseguire la sua opera di rinnovamento del personaggio su due mensili, il nuovissimo Superman e la classica Action Comics. Se il primo costituiva la sede primaria delle trame intessute dall’autore, il secondo presentava ogni mese un team-up diverso tra l’Uomo d’Acciaio e un protagonista del rinnovato Universo DC post-Crisis. Nel nostro caso, l’ultimo figlio di Krypton incontrava Mister Miracle e Big Barda, due tra le più famose creazioni di Jack Kirby, ideate per la sua celeberrima Saga del Quarto Mondo. Mister Miracle era Scott Free, l’artista della fuga fuggito da Apokolips e dal regno di terrore del suo sovrano, Darkseid. Barda, temibile guerriera e generale delle truppe di Darkseid, aveva tradito il tiranno dopo aver incontrato Scott ed essersene innamorata. Entrambi avevano trovato rifugio sulla Terra, dove erano convolati a giuste nozze. Scott, inoltre, aveva anche trovato il tempo di unirsi alla più recente incarnazione della Justice League of America.
La storia si apre con una smarrita Barda in visita a Metropolis. La guerriera si trova casualmente a Suicide Slum, la zona più degradata della città, tra prostitute e protettori. La situazione che si presenta alla supereroina è un incrocio tra i set de I Guerrieri della Notte, New Jack City e Boogie Nights. La donna è incredula per lo squallore che si presenta ai suoi occhi.

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Uno scippatore commette l’errore madornale di rubare la borsa di Barda, che contiene la sua bacchetta del potere, arma potentissima originaria di Apokolips. Ma prima che possa essere raggiunto da Barda, che si è gettata al suo inseguimento, il ladro viene catturato dai tentacoli di un essere mostruoso. Quando la donna sopraggiunge, il delinquente è già cadavere: neanche il tempo di capire il da farsi e viene colpita da un raggio sparato dalla sua stessa arma.

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Uno strano essere verde, compiaciuto, si avvicina sogghignando all’eroina svenuta.

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Stesso destino subisce Superman poco dopo, giunto sul posto dopo aver captato una forte aura energetica provenire da lì. L’alieno si rivela essere un nativo di Apokolips dal nome quanto mai appropriato, Repellente. Consigliere di Darkseid durante gli anni giovanili di quest’ultimo, era stato in seguito esiliato dal despota per le sue inclinazioni oscene e perverse. C’è da considerare che essere giudicati impresentabili e banditi da un tiranno dello spazio che annovera la tortura come suo interesse principale è una bella impresa. Il tipo ha le capacità di corrompere psichicamente le persone, sottomettendole alla sua volontà. Il genere di potere che piacerebbe ad Harvey Weinstein, anche se, al contrario dell’ex boss della Miramax, Repellente ha il buon gusto di non accogliere le sue vittime in accappatoio in una stanza d’albergo. In ogni caso, l’alieno sa bene come utilizzarlo con Barda: costringe la malcapitata ad indossare un costume che lascia ben poco all’immaginazione e a lanciarsi in una danza sexy, filmandola.

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Eh si, perché Repellente ha pensato bene di riciclarsi sulla Terra come impresario nell’industria dell’home video a luci rosse.
Nel frattempo Mister Miracle rincasa, in compagnia del suo amico e assistente, il nano Oberon.

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Al posto di Barda, trova un ospite decisamente sgradito: il sovrano di Apokolips in persona, il malvagio Darkseid.

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Scott sta per attaccare il suo acerrimo nemico, dedito a sorseggiare un drink in salotto, ma questi lo ferma. Gli porge un vhs, acquistato dai suoi agenti in una zona malfamata della città, che è sicuro che Mister Miracle troverà di suo interesse. La tavola successiva è un capolavoro di arte sequenziale: Scott e Oberon riconoscono Barda nel filmato, anche se pesantemente truccata, ma restano di stucco davanti al contenuto… un tantino osé, come suggerisce il malizioso Byrne.

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Sconvolto, il buon Scott Free si lancia alla volta di Suicide Slum seguendo la dritta del suo eterno avversario. La cosa fantastica è che l’incarnazione del male stesso abbia trovato il tempo, tra una devastazione e l’altra, di andare ad avvertire uno dei suoi peggiori nemici dei pericoli che sta correndo la moglie e, non trovandolo, di accomodarsi sulla sua poltrona a bere un whisky. Diavolo di un Byrne!
Diventiamo quindi testimoni della lotta contro il tempo di Mister Miracle, che deve scoprire dove si trovi Barda prima che possa accadere qualcosa di realmente irreparabile. E farà bene a sbrigarsi perché Grossman, il produttore degli “assoli” di successo della povera e soggiogata supereroina, ha in mente di accoppiarla col nuovo “stallone” della sua scuderia: l’altrettanto sottomesso Superman, piegato dal controllo psichico di Repellente!

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Scott si imbatte in qualche ostacolo durante la sua corsa contro il tempo: arrivato a Suicide Slum, viene aggredito da una gang di delinquenti che lo stordiscono, lo chiudono in un sacco, e lo sigillano con una fiamma ossidrica in un cassonetto dell’immondizia. Una trappola degna di Houdini per il Maestro dell’ escapismo!

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Nella vignetta successiva, Mister Miracle è già fuggito e sta correndo sui tetti verso la sua meta. Una trappola che sembrava mortale era solo una scocciatura per l’Artista della fuga. La cosa più divertente è che una banda di malintenzionati avesse a disposizione l’armamentario per una trappola del genere. Mah!
Nel frattempo, sul set del film per adulti con protagonisti Superman e Barda, non tutto fila come dovrebbe. Grossman si lamenta della scarso “sex appeal” dell’Uomo d’Acciaio, a suo dire troppo legnoso: Repellente capisce che Supes sta opponendo resistenza al suo potere grazie alla sua forte fibra morale, quindi tenta il tutto per tutto e aumenta l’intensità del suo controllo.

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Proprio mentre Superman sembra cedere e comincia a baciare appassionatamente una discinta Barda, Mister Miracle interrompe le riprese facendo irruzione dal lucernario!

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Il set diventa un parapiglia: Scott Free si lancia all’inseguimento di Repellente, che gli scaglia contro il mostro dai tentacoli mollicci che avevamo visto in apertura della saga. Scott viene salvato da Barda, ormai ristabilitasi, che senza fatica fa a pezzi la mostruosità natia dei pozzi neri di Apokolips. Superman insegue Repellente nelle fogne (il posto giusto per un tipo così) ma il laido alieno, piuttosto che farsi catturare, preferisce suicidarsi facendosi esplodere vicino ad una conduttura di gas. L'Uomo d'Acciaio raggiunge i suoi alleati e li informa sull’infausto destino di Repellente, l’Harvey Weinstein venuto dallo spazio. È il momento dei saluti: ma Superman confida a Barda che gli sembra di ricordare che era successo davvero qualcosa tra di loro, quando erano sotto l’influsso dell’alieno. Barda lo interrompe, suggerendogli che è meglio lasciare le cose così. La storia si conclude con un infastidito Mister Miracle che si accomiata da Superman in compagnia della moglie ritrovata.

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Quindi Superman non è mai stato davvero il protagonista di un film per adulti, grazie all’intervento provvidenziale di Mister Miracle ma chissà, qualche foto di scena piccante in compagnia di Barda un giorno potrebbe saltare fuori, tra un reboot e l’altro dell’ Universo DC. Con buona pace del povero Scott Free.

È tutto per questa puntata di Mad Run e mi raccomando, non fatevi beccare in atteggiamenti compromettenti con la moglie di un vostro amico, o quantomeno assicuratevi che l’appartamento non abbia il luceranario: in ogni caso, la scusa del controllo mentale non reggerebbe!
Scrivete a Comicus.it o lasciate un commento sulla nostra pagina Facebook per segnalarci una Mad Run da recuperare!
Fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

Green Valley, recensione: Il fantasy a cavallo dei generi di Landis e Camuncoli

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Sir Bertwald,  Sir Ralphus,  Sir Gulliver e Sir Indrid sono i Cavalieri di Kelodia, protettori del Regno al servizio di Re Micheal. Insieme hanno compiuto gesta leggendarie e ispirato ballate. Sono eroi amati ed ammirati, sia a corte che tra il popolo, ed animati da un’amicizia fraterna e sincera, senza ombra di rivalità. La loro ultima impresa è stata quella di aver respinto, da soli, un’orda di quattrocento barbari guidati dal bruto Pendergast. Una volta tornati a casa, vengono acclamati dalla folla festante e il re organizza un banchetto in loro onore. Ma Bertwald è stanco del campo di battaglia e ha solo voglia di raggiungere la sua amata Amalia che lo aspetta per una cena romantica in riva al lago, lontano dal clamore. Bertwald la chiede in sposa e la ragazza accetta. Il giorno dopo, a corte, gli altri cavalieri brindano in suo onore. Si prevedono anni di pace e di prosperità. Ma il destino baro a volte ci mette lo zampino, e neanche eroi leggendari ed invincibili possono farci nulla…

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Dopo il convincente teaser rappresentato dal numero 1 uscito in anteprima in occasione dello scorso Romics, arriva finalmente nelle fumetterie nella sua interezza Green Valley, il nuovo fantasy di Max Landis e Giuseppe “Cammo” Camuncoli, ultimo gioiello targato Skybound, la factory di Robert Kirkman che opera in seno alla Image Comics. Durante la kermesse romana avevamo avuto modo di parlare con la Saldapress, che presenta la serie in Italia, e l’editore ci era parso subito fiducioso sul riscontro che avrebbe avuto quest’opera presso i lettori, contando sulla bontà del lavoro dei due autori. Senza spoilerare il prosieguo della storia, ci era stato suggerito di attendere l’uscita dei numeri successivi per comprenderne il motivo. D’altronde, già nella postfazione al primo numero Landis e Camuncoli alludevano ad una svolta narrativa di notevole portata. Ora che abbiamo letto l’intera serie, possiamo dire che le promesse sono state ampiamente mantenute.

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L’architrave di Green Valley è costituito da un plot twist straordinario ed originale, che lascerà i lettori a bocca aperta. Ovviamente in questa recensione eviteremo di svelarlo, per rispetto all’ottimo lavoro dei due autori e per salvaguardare il piacere della lettura dell’opera. Diremo solamente che, in un’epoca in cui si è visto tutto e tutto viene continuamente rifatto, mescolato, agitato e propinato al lettore come se fosse nuovo, Green Valley costituisce davvero una novità e questo è solo uno dei suoi pregi. Sorprende la facilità con cui Max Landis gioca con i generi, contaminandoli e sovrapponendoli, la scioltezza con cui introduce personaggi che vediamo per la prima volta ma che, grazie a dialoghi azzeccati e brillanti, ci sembrano già familiari. È evidente come il giovane Landis abbia ereditato un po’ del talento di papà John, il genio di Animal House e Un Lupo Mannaro Americano a Londra, talento che aveva già messo in mostra nell’acclamato Chronicle, ibrido tra film di supereroi e found footage: ma questo Green Valley, per qualità della scrittura, caratterizzazione dei personaggi, padronanza del mezzo e ambizione, ci sembra addirittura superiore.

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La ciliegina sulla torta è costituita dalla parte grafica, affidata al nostro Giuseppe Camuncoli a cui facciamo i nostri più sinceri complimenti per l’ottimo lavoro svolto. Lo stile plastico e cinetico di Cammo è perfettamente complementare allo script di Landis, tanto nei momenti dove l’azione è frenetica tanto nei momenti più intimisti. Notevole il lavoro di design sui personaggi, a ciascuno dei quali l’artista riesce a donare anima e personalità, facilitando il processo di immedesimazione del lettore. Basti pensare a Bertwald, il protagonista a cui ci si affeziona subito, e le cui rughe del volto raccontano più di una storia. Come da lui dichiarato nella postfazione al primo numero, pur non avendo mai lavorato ad un fantasy prima, Camuncoli è un vecchio appassionato di giochi di ruolo come Dungeons & Dragons e classici come Il Signore degli Anelli e queste influenze sono evidenti in particolare nella scene di battaglia, come il fulminante incipit. Notevole è anche la cura per i settings, che spaziano da prati verdi in mezzo alle montagne a villaggi a banchetti reali, tutti ricostruiti con attenzione ai dettagli. Cammo è ormai una star negli USA da tanti anni, con un curriculum di tutto rispetto tra Marvel e DC, eppure Green Valley ci pare uno dei suoi lavori migliori. Menzione speciale anche per le chine di Cliff Rathburn, che rifinisce con accuratezza le matite di Camuncoli, e per i colori delicati di Jean - Francois Beaulieu, che non sovrastano i disegni come spesso accade con la colorazione digitale. Il colorista è stato molto attento a ricreare un illuminazione degli ambienti coerente con l’epoca in cui si svolge la vicenda, si veda l’uso della luce negli interni del castello e la scena dell’assalto notturno.

Saldapress presenta Green Valley con una confezione inconsueta e sperimentale: un regular pack contenente tutti e nove i numeri che compongono la serie e che andranno in edicola di mese in mese, e un premium pack dove troverete i nove numeri più una versione “cover blank” del numero 1 da far autografare o “sketchare” da Camuncoli nel caso lo incontraste in qualche fiera. Una formula “tutto e subito” che ci è piaciuta moltissimo, quasi una versione cartacea del binge watching stile Netflix. E a proposito di serial, un appello ai signori di Hollywood: Green Valley sembra essere nata apposta per una trasposizione su piccolo o, meglio ancora, grande schermo. Lo si faccia al più presto, per cortesia.

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