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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Il kolossal dell'anticipation: gli intrighi che muovono il mondo, la recensione di Ghost Money

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“Le persone come voi fanno parte di quella che chiamiamo la comunità della realtà. Voi credete che le soluzioni emergano dallo studio giudizioso delle realtà percettibile. MA NON È PIÙ COSÌ CHE VA IL MONDO. ORA NOI SIAMO UN IMPERO, E QUANDO AGIAMO CREIAMO LA NOSTRA REALTÀ. E mentre voi questa realtà la studiate – giudiziosamente, certo – noi continuiamo ad agire, creando altre realtà che potrete ricominciare a studiare, ed è così ormai che vengono distribuiti i ruoli. NOI SIAMO GLI ATTORI DELLA STORIA, E A VOI, TUTTI QUANTI VOI, NON RESTA ALTRO CHE STUDIARE QUELLO CHE NOI FACCIAMO”.

Karl Rove, consigliere di George W. Bush, in un’affermazione rivolta al giornalista Ron Suskind del New York Times, estate 2002.

Era indispensabile iniziare questa recensione citando la dichiarazione di Karl Rove, esponente di spicco della controversa amministrazione Bush, riportata in apertura dello straordinario thriller fantapolitico Ghost Money, di Thierry Smolderen e Dominique Bertail, per calarci fin da subito nelle zone d’ombra di questa avvincente bande dessinée, dove nulla è ciò che sembra. Intrighi politici, speculazioni finanziarie, dramma ed avventura per un vero e proprio kolossal a fumetti che, pur ispirandosi a political dramas come le serie tv House of Cards e Homeland, ai best-sellers di Robert Ludlum ed in particolare alla serie dedicata a Jason Bourne, si inserisce invece nel filone del genere anticipation. Gli autori riescono infatti a delineare un possibile futuro prossimo del mondo partendo però dall’attualità del nostro presente, rendendo così plausibili gli sviluppi politici, sociali, economici e tecnologici inseriti nell’opera.

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Ghost Money è stato concepito durante gli anni bui dell’amministrazione Bush e il primo volume, di cinque, uscì nel 2008, all’alba dell’era Obama. Leggendo il bel volume, edito in Francia dallo storico editore Dargaud e proposto in Italia in una veste splendida da Mondadori, non si può fare a meno di restare stupefatti di fronte alla lucida intuizione di Smolderen che già 10 anni fa, mentre il mondo festeggiava il primo presidente colored della storia americana, aveva previsto la difficile gestione del bubbone mediorientale a seguito della scellerata politica estera di Bush, Dick Cheney e Donald Rumsfeld e il conseguente ritorno dei repubblicani, da li ad un paio di lustri, alla Casa Bianca.

In quest’opera ambiziosa, gli autori ci portano un futuro ormai molto prossimo, il 2020. La storia si svolge su due binari, destinati presto a convergere. A Londra Lindsey, una giovane attivista, viene coinvolta in un attentato durante una manifestazione di protesta a seguito dell’elezione del nuovo Presidente degli U.S.A., il repubblicano Burton. L’intervento provvidenziale di un’altra giovane, Chamza, le evita di venire travolta dalla folla terrorizzata. Lindsey viene ben presto colpita dallo charme della giovane, facoltosa studentessa d’economia dalle notevoli possibilità economiche, e se ne innamora. La sua nuova amica la trascinerà nel suo mondo fatto di agi e lusso: tutto grazie ad una misteriosa eredità, lasciatale dalla madre, scomparsa quando la ragazza era bambina. Parallelamente seguiamo le vicende della Caesar’s Hand, una squadra di mercenari senza scrupoli al soldo del governo americano, attivi fin dai tempi dell’attacco in Iraq in seguito alla tragedia dell’11 settembre. Guidati dal risoluto Kendricks, questa milizia viene impiegata per svolgere missioni segrete, di cui l’opinione pubblica non deve essere a conoscenza, compresa la destabilizzazione di Stati ritenuti “strategici” dall’amministrazione americana. Dal giorno successivo all’attentato più tristemente noto della storia moderna, il gruppo di mercenari è sulle tracce del cosiddetto “tesoro dell’11 settembre”, cioè di quegli immensi fondi finanziari scomparsi dalle borse mondiali alla vigilia della tragedia. Chi ha speculato sul quel triste evento? Da dove viene la ricchezza di Chamza? Perché la Caesar’s Hand è sulle sue tracce? E che ruolo potrebbe giocare il misterioso “Emiro delle luci”, leader arabo illuminato che gli U.S.A. hanno interesse a mettere in cattiva luce per poter perseguire i propri interessi?

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Thriller al fulmicotone, condito da un susseguirsi di colpi di scena che lasciano senza fiato, Ghost Money offre un punto di vista “europeo” sulla crisi del Medio Oriente che, fin dall’attacco dell’amministrazione Bush a seguito dell’11 settembre, non conosce sosta né soluzione. L’opera ha il merito di affrontare un argomento così scottante senza incorrere nell’emotività retorica, nazionalistica e patriottica tipica di tanta fiction a stelle e strisce. Lascia senza parole la naturalezza con cui Smolderen tratta questioni politiche e finanziarie e il modo in cui le padroneggia, riuscendo allo stesso tempo a proporre un racconto avventuroso assolutamente godibile e comprensibile anche al lettore non avvezzo al genere. Geopolitica, oscuri movimenti finanziari: è un mondo di zone grigie, quello descritto dall’autore, dove la storia segreta del mondo si fa in ristretti circoli, dove ci si arroga il diritto di decidere del destino del mondo e delle vite degli innocenti in nome di un presunto “interesse nazionale” che in realtà non porta beneficio a nessun popolo se non a piccoli gruppi di lobbisti e politici corrotti. Corrosive e puntuali le stoccate nei confronti delle amministrazioni americane che hanno destabilizzato intere aree geografiche per i loro interessi con effetti nefasti che la storia del mondo deve ancora inquadrare e decifrare.

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Alla sceneggiatura densa di temi, trame e sottotrame, corrispondono le tavole altrettanto dense e ricche di dettagli di Dominique Bertail, che fa esplodere davanti agli occhi del lettore pagine di inconsueta bellezza. Splendida la resa visiva di una tecnologia del domani che è già nel nostro presente, dalle vetture ai vari gadget in possesso dei personaggi, l’ideazione di edifici che sembrano usciti dallo studio di un architetto di grido, lo storytelling adrenalinico che non ha nulla da invidiare ad un lungometraggio di Bond o Bourne. L’artista si è recato personalmente a Shangai, Dubai e in altre capitali dove la storia è ambientata allo scopo di ricreare con assoluta precisione queste città su carta, sintomo di un’etica del lavoro non comune. Notevole è anche la versione italiana dell’opera, curata da Mondadori per la sua neonata collana Oscar Ink: un cartonato di grande formato, con un rapporto qualità/prezzo assolutamente convincente. Ghost Money si impone come una delle più belle sorprese a fumetti di questo 2017, una lettura avvincente ed estremamente attuale e profetica visto l’esito delle recenti elezioni presidenziali americane, già vaticinato da Smolderen nel lontano 2008.

La recensione di Spider-Man: Homecoming

“Cazzo! Hanno messo un costume anche a lui? Non ci posso credere” esclamava Riggan Thomson, alter-ego di Micheal Keaton nel superbo Birdman di Alejandro Gonzalez – Inarritu, nel prendere atto che attori del calibro di Robert Downey Jr. e Jeremy Renner sono da tempo tra i volti più rappresentativi dei cinecomic. L’origine della fama dello stesso Keaton si deve, d’altronde, alla sua interpretazione del Cavaliere Oscuro di Gotham City in quel Batman di Tim Burton, datato 1989, che può essere considerato il primo, grande successo di massa dell’era moderna per un adattamento cinematografico di un personaggio dei fumetti. Se la grande prova dell’attore di Beetlejuice nel film di Inarritu era stata letta da tutti come il tentativo di prendere le distanze dal genere che gli aveva dato il successo, la sua presenza in Spider-Man: Homecoming, terza versione cinematografica delle avventure del Tessiragnatele di casa Marvel in 15 anni, ha destato un certo scalpore fin dal suo annuncio. D’altra parte, la consapevolezza di poter contare sulle qualità di un veterano come Keaton per la parte del villain, donava certezze ad un progetto sulla cui bontà sono state nutrite fin dall’inizio dubbi e perplessità, visto che esce a soli tre anni di distanza dall’ultimo capitolo del fallimentare dittico a firma Marc Webb – Andrew Garfield.

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Le vicende che hanno portato alla nascita di questa terza iterazione della saga di Peter Parker, dopo quelle di Sam Raimi e di Webb, sono note: la necessità da parte della Sony di continuare a girare film con protagonista l’Uomo Ragno per non perderne i diritti di sfruttamento cinematografico e la presa d’atto, dopo l’esito non soddisfacente degli ultimi due film, di dover chiedere l’aiuto di chi il Ragno lo conosce bene. Da qui l’accordo, siglato dalla dirigente Amy Pascal con Kevin Feige per la cessione dell’aspetto creativo ai suoi Marvel Studios, mentre la produzione e la distribuzione sarebbero rimasti saldamente in mano alla Sony. In sostanza, a Feige e soci spettava la scelta del “tono” della pellicola, degli interpreti, nonché del regista, un condottiero capace di condurre la nave in porto. Ora che arriva finalmente sugli schermi, com’è questo Spider-Man: Homecoming? Ci sono cose che ci hanno convinto ed altre meno.

Diciamo subito che a livello stilistico si tratta di un tipico “prodotto Marvel Studios”, rispettoso del materiale di provenienza ma capace di non prendersi troppo sul serio. Il marchio del Marvel Cinematic Universe è ben impresso dalla solita, carismatica presenza di Robert Downey Jr./Tony Stark, qui nel ruolo del mentore del giovane Peter Parker. La storia, inoltre, prende le mosse dalle vicende del primo film degli Avengers, datato ormai 2012, di cui è una diretta conseguenza. L’approccio scelto dagli sceneggiatori John Francis Daley e Jonathan M. Goldstein è quello del teen movie alla John Hughes, il regista specializzato in commedie adolescenziali peraltro evocato in una scena del film, quando Spider-Man, durante un inseguimento, ruzzola nel giardino di una villetta dove viene proiettato Una pazza giornata di vacanza, film dell’ 86 con Matthew Broderick diretto proprio da Hughes. E come in un film del regista di Breakfast Club, il setting ideale è quello del liceo: è qui che ritroviamo Peter Parker, ragazzo del Queens, che vive le sue giornate tra la scuola, dove non è certamente tra in ragazzi più popolari, e la vita con sua Zia May, con la quale divide un appartamento in uno squallido condominio di periferia. Quello che la zia non sa è che Peter è segretamente Spider-Man, l’amichevole Tessiragnatele di quartiere che ha già vissuto un’ avventura con gli Avengers in Captain America: Civil War e che dovrà tornare in azione quando la città verrà minacciata dai loschi traffici di Adrian Toomes, contrabbandiere di tecnologia aliena lasciata incustodita durante la battaglia di New York del film del 2012 e di cui si è servito per trasformarsi nel temibile Avvoltoio.

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Se ci sono cose, in Homecoming, che finiranno per conquistare anche gli spettatori più scettici, una di queste è sicuramente la prova di Tom Holland, viso acqua e sapone e modi da bravo ragazzo. Il giovane attore riesce a trovare una propria via per portare sullo schermo un personaggio iconico e amato come Peter Parker, evitando di esasperarne sia una goffaggine che nell’interpretazione di Tobey Maguire era spesso scivolata nel grottesco, sia di indugiare nell’autocompiacimento emo tipico della versione di Andrew Garfield. Questo Parker è un ragazzo di periferia come tanti, che prova un incontenibile sense of wonder di fronte alle meraviglie di cui è costellata la sua nuova vita: un eroe springsteeniano della classe operaia, come lo definisce Tony Stark con una battuta fulminante e azzeccata che ha fatto scoppiare l'applauso in sala. E vederlo volteggiare al ritmo di Blitzkrieg Bop dei Ramones è francamente irresistibile. Michael Keaton dona spessore ad ogni scena che lo vede protagonista, dando vita ad un villain carismatico e rapace, come l’animale a cui si ispira. L’Avvoltoio, nelle storie classiche di Stan Lee e Steve Ditko, era il secondo criminale affrontato dall’Uomo Ragno e la scelta del regista Jon Watts e dei suoi collaboratori non avrebbe potuto essere filologicamente più corretta. Un applauso al dipartimento degli effetti speciali e alla costume designer Louise Frogley per la resa del personaggio, un riuscitissimo mix tra la versione classica, richiamata dalla pelliccia intorno al collo, e un moderno look da aviatore che coglie l’essenza predatoria del villain. Spettacolare, d’altronde, è anche la resa del costume del Tessiragnatele, mai così vicino alla sua controparte cartacea, in particolare alla versione classica di John Romita Sr., di cui riprende alcune espressioni iconiche grazie all’idea, semplice ma geniale, di far muovere le lenti della maschera dell’eroe come se facessero parte dell’obiettivo di una macchina fotografica.

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Buona prova anche quella del cast di supporto, a partire dai giovani compagni di scuola di Peter Parker tra tutti spicca Jacob Batalon nella parte di Ned Leeds, simpatica spalla di Peter, che nulla ha però a che fare col classico personaggio di Lee e Ditko ma sembra essere derivato piuttosto dal Kong creato da Brian Micheal Bendis e Mark Bagley in Ultimate Spider-Man, il remake delle avventure del Ragno aggiornato agli anni 2000 firmato dalla coppia di autori ormai 17 anni fa. Lo spirito dell'opera di Bendis e Bagley aleggia fortemente sulla pellicola, di cui sembra essere stata l'ispirazione principale. La classe di Peter è formata da un melting pot razziale del tutto coerente con la composizione sociale di un quartiere popolare come il Queens. Tra gli altri, citiamo Tony Revolori, già visto in Grand Budapest Hotel, nella parte di Flash Thompson, e Zendaya nella parte di Michelle, protagonista di un rumor finora non confermato che continuerà, c'è da scommetterci, a suscitare grandi polemiche tra i lettori storici del fumetto. Piacevole ma ininfluente ai fini della trama la presenza di Marisa Tomei nella parte di Zia May, personaggio storico opportunamente ringiovanito vista la giovane età di Peter nella pellicola.

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La sceneggiatura di Daley e Goldstein, a cui ha contribuito, tra gli altri, lo stesso Jon Watts, scivola via gradevolmente tra momenti spettacolari e divertenti, spingendo decisamente sul pedale della commedia. Per volontà dei produttori le origini di Spider-Man non vengono mostrate nuovamente: se la scelta è da comprendere, perché una terza versione delle origini in 15 anni sarebbe stata irricevibile, finisce comunque per togliere spessore alla pellicola. Ricordiamo che la storia di Peter Parker è una storia di potere e responsabilità, di errori e di conseguenze: tutti nodi che dovranno essere affrontati nei prossimi capitoli della serie, per non allontanarsi troppo dallo spirito del personaggio. La trama, non dovendo soffermarsi su elementi già visti in precedenza, è funzionale al collocamento del personaggio nell'affresco del Marvel Cinematic Universe. in questo senso, la nuova pellicola ragnesca si differenzia nettamente da quelle che l'hanno preceduta diventando a tutti gli effetti un nuovo capitolo del grande serial cinematografico Marvel.

Nonostante i dubbi derivanti dal suo scarso curriculum, che conteneva solamente i poco visti Clown e Cop Car, la prova di Jon Watts può considerarsi più che buona. L’insidia, per ogni regista che presta la propria opera ad un film targato Marvel, è sempre quella di venire assorbito da un processo produttivo più grande di lui che uccide sul nascere ogni vocazione autoriale, vedi il caso Edgar Wright/Ant-Man, finendo per essere risucchiati nel flusso narrativo di un universo cinematografico che rischia di livellare ogni talento. Ci sono almeno due momenti di grande cinema nel film, che segnalano il talento di Watts. Il primo è la scena del salvataggio al monumento di George Washington. Il secondo, che rivela la provenienza del regista dal thriller, è quello in cui Keaton e Holland sono in macchina insieme, in borghese, e il villain è attraversato dal dubbio circa la vera identità del ragazzo. Il volto dell’uomo è illuminato dalla luce rossa del semaforo, che si fa verde quando Toomes non ha più dubbi. Una piccola sequenza d’autore estratta da un blockbuster estivo che fa ben capire che, pur contenti del “ritorno a casa” del Ragno, il rinnovato franchise di Spider-Man potrà avere un futuro solo se lasciato libero di trovare la propria voce, per quanto all’interno del Marvel Cinematic Universe.

Nato dalla collaborazione di Sony Pictures e Marvel Studios, Spider-Man: Homecoming sarà diretto da Jon Watts ed è previsto per il 6 luglio 2017. Alla sceneggiatura troviamo John Francis Daley e Jonathan M. Goldstein (Vacation) mentre il protagonista della pellicola sarà Tom Holland. Nel cast anche Marisa Tomei (Zia May), Zendaya (Michelle), Laura Harrier (Liz Allen), Tony Revolori (Flash Thompson), Jacob Batalon (Ned Leeds), Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Michael Keaton (Avvoltoio), Kenneth Choi, Michael Barbieri, Donald Glover, Logan Marshall-Green, Martin Starr, Isabella Amara, Jorge Lendeborg Jr., Hannibal Buress, Abraham Attah, Angourie Rice, Martha Kelly e J.J. Totah. Il film sarà inserito nel MCU.

Un rilancio riuscito a metà, la recensione di Karnak - Il punto debole in ogni cosa

A distanza di 50 anni dalla loro creazione per mano di Stan Lee e Jack Kirby sulle pagine di Fantastic Four, Gli Inumani hanno conosciuto nell’ultimo lustro una popolarità mai vissuta precedentemente. Citati a più riprese nella serie tv Agents of S.H.I.E.L.D., a breve avranno l’onore di un serial ad essi interamente dedicato, ad accompagnare la grande quantità di iniziative editoriali che la Marvel dedica ormai stabilmente alla razza segreta più famosa del proprio universo. Il tutto rientra in una precisa strategia della Casa delle Idee, che non potendo contare sui diritti di sfruttamento cinematografico legati agli X-Men, da tempo stabilmente in mano alla Fox, ha progressivamente depotenziato le serie mutanti a favore degli Inumani, cercando di farne i nuovi outsider di successo dell’editore. Ma la trasformazione di Freccia Nera, Medusa e soci da tradizionali comprimari a protagonisti della ribalta non ha dato i frutti sperati, sia dal punto di vista commerciale che da quello qualitativo.

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Nella pletora di progetti dedicati agli Inumani, il più atteso era certamente la serie dedicata al loro membro più misterioso, Karnak, realizzata dalla penna prestigiosa di Warren Ellis per le matite di Gerardo Zaffino. Diventata in corsa una miniserie di sei numeri a causa dei ritardi dovuti a divergenze creative culminate con l’abbandono dell’illustratore, sostituito da Roland Boschi, arriva finalmente in Italia grazie a Panini Comics.

Come nelle sue più recenti prove su commissione, vedi la straordinaria run di sei numeri su Moon Knight, Ellis si avvicina a un personaggio dalla lunga vita editoriale sottoponendolo ad un processo di revisione che, pur non tradendone la rappresentazione tradizionale, mira ad individuare e ad estrarre quell’idea specifica che lo caratterizza facendone il perno su cui costruire l’intera serie. Karnak, guerriero appartenente alla famiglia reale degli Inumani, rappresentava in tal senso un candidato ideale al revisionismo ellisiano, in virtù di una psicologia complessa ma mai esplorata appieno nei suoi oltre 50 anni di vita. Inumano atipico, per volere paterno non è stato sottoposto al tradizionale rituale della Terrigenesi, procedimento grazie al quale i giovani della sua razza acquisiscono capacità fuori dall’ordinario grazie all’esposizione alle nebbie terrigene; uomo normale tra esseri speciali, ha colmato il gap con i suoi concittadini con lo studio, la meditazione e l’allenamento, diventando il primo tra i guerrieri di Attilan, capace di individuare il punto debole in ogni cosa e frantumarla. Toltosi la vita durante gli eventi di Inhumanity, è stato capace anche di individuare una crepa nell’oltretomba e tornare tra i vivi.

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Ellis alza ulteriormente la posta trasformando Karnak nel Magister della Torre della Saggezza, rettore di una scuola di filosofia il cui indirizzo è un incrocio tra nichilismo, realismo speculativo e decostruzionismo alla Jacques Derrida. Le capacità particolari del personaggio vengono quindi spostate sul piano astratto: il guerriero inumano riesce ad individuare le falle e le contraddizioni nella struttura del pensiero e nelle convinzioni degli avversari per poi abbatterle. È proprio nella sua torre che lo troviamo ad inizio volume, quando viene distolto dal suo ritiro dall’agente Coulson dello S.H.I.E.L.D.. La spia chiede il suo aiuto per ritrovare un ragazzo rapito da una setta interna al gruppo terroristico dell’A.I.M. e restituirlo ai suoi genitori. Si tratta però di un giovane fuori dal comune, che ha acquisito poteri speciali in seguito al rilascio della bomba terrigena da parte di Freccia Nera durante Infinity. Ma Karnak scoprirà presto che il ragazzo potrebbe non essere una vittima e che le cose sono molto diverse da quelle che sembrano.

Ellis ci accompagna attraverso l’affascinante indagine psicologica di un personaggio che reinventa completamente, trasformando il vecchio comprimario di Fantastic Four in un asceta del pensiero a metà strada tra un monaco ed un santone. Un guru dalla forte connotazione filosofica le cui convinzioni verranno messe a dura prova dagli eventi. Lo sceneggiatore inglese ci ricorda costantemente che c’è un punto debole in ogni cosa, anche in un guerriero che si è dotato di un sistema di pensiero apparentemente inattaccabile: e se lo avesse fatto per nascondere il suo senso di inadeguatezza e la sua immaturità emotiva? La risposta arriverà in un finale che lascia interdetti per un cinismo inusuale in un prodotto mainstream.

Potremmo obiettare che le questioni filosofiche poste dall’autore attraverso la bocca di Karnak non vengono adeguatamente sviluppate e si perdono in un finale non del tutto all’altezza, ma necessario per smascherare la natura ipocrita del protagonista. Ritroviamo invece tutti gli elementi caratteristici della scrittura di Ellis, dalla tensione narrativa incalzante ai dialoghi taglienti, vedi gli scambi di opinione tra Karnak e Coulson, perfetto contraltare ai deliri autoreferenziali dell’inumano.

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La continuità grafica soffre purtroppo del repentino abbandono di Gerardo Zaffino, figlio di Jorge, maestro del fumetto argentino autore di alcune storie del Punitore negli anni ’80, pubblicate anche in Italia dalla Star Comics. Dotato di un segno grezzo e sporco, arricchito dall’abbondante uso di neri e retini, Zaffino si è rivelato subito la scelta ideale per illustrare le vicende di un personaggio così complesso e ambiguo. Il passaggio dal suo stile a quello più tradizionale e pulito di Boschi, con un intermezzo del nostro Antonio Fuso, è il punto debole dell’intera miniserie. Il francese è autore di un buon storytelling ma senza particolari guizzi, che suscita il rimpianto per la riuscita finale di un’opera che, pur con qualche difetto, occupa un posto di rilievo tra i progetti più interessanti della Marvel odierna.

Le novelle di Dino Battaglia, la recensione di Lovecraft e altre storie

Continua la riproposizione da parte delle Edizioni Npe dell’opera di Dino Battaglia, maestro veneziano del tavolo da disegno che ha lasciato un solco profondo nella storia del fumetto italiano, nonostante i 34 anni ormai trascorsi dalla sua prematura scomparsa. Dopo i primi tre volumi dedicati rispettivamente alle trasposizioni realizzate dai racconti di Poe e Maupassant e a L’Uomo della legione, prima storia realizzata da Battaglia per la collana Un uomo, un avventura di Sergio Bonelli, è la volta di Lovecraft e altre storie, raccolta antologica di racconti brevi a sfondo fantastico in cui l’influenza dello scrittore di Providence è palese, nonché dichiarata fin dal titolo, solo nel primo episodio. Le altre novelle, che a una prima lettura non sembrano contenere alcun nesso tra loro, sono in realtà accomunate dal mostrare al lettore le conseguenze, dall’esito sempre tragico, delle scelte dei protagonisti. In questo senso, non è fuori luogo inserire questi brevi parabole nella categoria dei racconti morali.

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In Omaggio a Lovecraft, un guidatore sfortunato è costretto da una pioggia torrenziale a fermarsi in una cittadina apparentemente deserta, fino al tragico epilogo; in La Malizia del diavolo Battaglia si rifà alla tradizione delle miniature medievali per raccontare la storia di un fante e del furto della sua borsa piena d’oro, punita dal diavolo in persona; in Totetanz l’artista si produce in una nerissima danza macabra, genere tipico della pittura medievale, in cui le anime degli uomini danzavano con la morte che le trascinava verso il suo regno. In questo racconto dalle atmosfere gotiche, il pittore Peter è intento a derubare il vecchio e avaro maestro Annekeen quando quest’ultimo lo trova con le mani nel sacco; non avendo altra scelta che ucciderlo, Peter sogna di usare l’insperata ricchezza per convincere la vedova di Annekeen, Marion, a scappare con lui. Peccato che l’anima del defunto tornerà per tormentare l’apprendista. Ne Il Patto, la Contessa Mansi teme che la sua bellezza, ammirata da tutti, possa un giorno sfiorire. Per allontanare il pericolo, la Contessa stringerà un patto dalle conseguenze nefaste. Il volume si chiude con gli adattamenti di due classici: in Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde l’autore mette i suoi chiaroscuri al servizio dell’omonima novella di Robert Louis Stevenson, mentre ne Il Golem Battaglia si confronta col più celebre mito del folklore praghese, ispirandosi in parte all’omonimo capolavoro del cinema espressionista tedesco girato da Paul Wegener nel 1920, per cercare poi una via personale nell’illustrare con la consueta efficace i vicoli fumosi della Praga del ‘500.

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In Lovecraft e altre storie ritroviamo le stesse atmosfere gotiche del precedente volume dedicato agli adattamenti da Poe, inquietanti ed ammalianti allo stesso tempo. Pur scegliendo di adattare racconti classici, è un sentimento senza tempo come l’angoscia del vivere quello che Battaglia illustra con maestria nelle sue novelle. Bisogna considerare l’arco temporale nel quale si sviluppa la carriera dell’autore, dal dopoguerra fino alla prematura scomparsa, all’alba degli anni ’80: anni in cui il nostro paese esce in macerie dal secondo conflitto mondiale, per arrivare fino alle violenze degli anni di piombo e della strategia della tensione. Pur non trattando direttamente tematiche politiche e sociali nei suoi lavori, è l’inquietudine strisciante per un presente non facilmente decifrabile e un futuro incerto, sublimata dalla paura della morte, che impregna tutta l’opera di Battaglia e i racconti contenuti in questo volume in particolare. E nessuno meglio di lui è riuscito a mettere su carta questa angoscia, grazie alle atmosfere spettrali ed opprimenti delle sue storie, realizzate con un uso dei chiaroscuri e di toni grigi che ha fatto scuola. Abbandonata “l’ossessione” per i neri pieni tipica del suo apprendistato su strisce come Asso di Picche nell’immediato dopoguerra, come sottolineato da Angelo Nencetti nella sua brillante introduzione, Battaglia si apre alle influenze artistiche più disparate: guarda alla grafica mitteleuropea, subisce l’influsso del Liberty e dell’Art Nouveau e ammira l’opera di artisti come Duilio Cambellotti e il Gustavino, uno dei più grandi illustratori del dopoguerra per libri di grandi case editrici come Mondadori e Rizzoli. Proprio da quest’ultimo apprende la tecnica che diventerà la cifra stilistica tipica della sua opera, cioè quella di creare effetti chiaroscurali grazie ad un uso misto di “neri” realizzati a pennino a cui andava ad aggiungere sfumature a secco di matite e pastelli.

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La svolta finale verso la mezza tinta avviene quando la casa editrice inglese Fleetway commissiona a Battaglia degli adattamenti di Shakespeare e racconti mitologici, incoraggiandolo in quella direzione. È in questo periodo che l’autore conosce il lavoro di illustratori come l’inglese Aubrey Beardsley e l’irlandese Harry Clarke, famosi per i loro adattamenti delle opere di Poe. Se degli inglesi apprezzava la compostezza formale, Battaglia ammirava anche le illustrazioni di autori mitteleuropei come Bruno Paul e Adolf Munzer, capaci di riproporre su carta quei tormenti e i toni passionali che erano stati tipici dello Sturm und Drang, grazie ad uno stile che faceva del grottesco la propria caratteristica precipua. È possibile ritrovare queste e altre influenze nello straordinario lavoro dell’artista veneto, un intellettuale del tavolo da disegno la cui arte sapeva parlare però a tutti. E a distanza di quasi cinquant’anni dal primo apparire di questi racconti, siamo ancora rapiti dalle atmosfere gotiche, dai foschi paesaggi, dai luoghi spettrali, dalle misteriose presenze, “metafore delle nostre più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della psicologia umana e negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria ed enigmatica” (Gianni Brunoro).

Un plauso al lavoro delle Edizioni NPE, che stanno riproponendo ad una nuova generazione di lettori i lavori di Battaglia, Sergio Toppi e, prossimamente, Attilio Micheluzzi, facendoli così uscire dallo scrigno della memoria al quale erano stati confinati dopo conclusione della gloriosa epoca delle riviste d’autore e donandogli una nuova giovinezza.

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