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Luca Tomassini

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Mad Run #2: I Peccati del Passato di Gwen Stacy nello Spider-Man di J. Micheal Straczynski

Bentornati su Mad Run, la rubrica che non teme le cadute di stile e gli scivoloni gratuiti di cui a volte si macchiano anche gli autori più blasonati. Prima di cominciare voglio ringraziarvi per l’accoglienza che avete tributato alla nostra prima puntata, nella speranza che vi siate divertiti a leggerla quanto mi sono divertito io nello scriverla. Il nostro viaggio nel tempo prosegue, lasciando i selvaggi anni ’70 del Doctor Strange di Steve Englehart per una tappa a noi più vicina, la metà degli anni 2000. Molti di voi saranno già attraversati dal sospetto di andare ad incappare nella più discussa e controversa saga di quel periodo, una delle storie più odiate che uno sceneggiatore di fumetti si sia mai permesso di scrivere. La storyline che ha oltraggiato la ragazza dei sogni di generazioni di lettori: Peccati del Passato, la vituperata saga ragnesca di J. Micheal Straczynski e Mike Deodato Jr.

Facciamo un passo indietro all’inizio degli anni 2000, dove troviamo un Uomo Ragno uscito con le ossa rotte dai ’90. Quegli anni avevano visto la DC Comics finire su tutti i media, anche non di settore, per saghe di successo come la Morte di Superman o Knightfall. La Marvel non volle essere da meno e concepì un evento, nelle intenzioni, ancora più sconvolgente: veniva rivelato che il Peter Parker di cui i fan leggevano le storie ogni mese era in realtà un clone, creato dal malvagio Miles Warren, lo Sciacallo, che era stato sostituito con l’originale durante la prima saga del clone, un ventennio prima. Il clone era ignaro di essere tale e pensava di essere l’originale; l’originale era convinto di essere un clone e aveva lasciato New York per rifarsi una vita. Il ritorno del clone, in realtà l’originale Uomo Ragno, nelle vite dei Parker scatenò una serie di eventi che tennero occupate le testate di Spider-Man per un lustro intero. I lettori all’inizio risposero positivamente alla saga, che però si dilungò eccessivamente stancando i fan che chiesero ben presto un ritorno allo status quo. Così, dopo quattro anni di rivelazioni e marce indietro, un redivivo Norman Osborn venne svelato come la mente criminale dietro all’intera vicenda, un complicato piano per far impazzire Peter, che non era quindi un clone ma l’unico e solo Uomo Ragno. La Saga del Clone fece più danni della grandine e provocò una generale disaffezione dei lettori verso le testate ragnesche. A nulla valse, a cavallo tra la fine del secolo e l’inizio del nuovo millennio, un rilancio ad opera di John Byrne, coadiuvato da Howard Mackie. Byrne era stato un gigante dell’industria dalla fine dei ’70 fino ai primi anni ’90, ma nel frattempo i gusti del pubblico erano cambiati e l’autore di Fantastic Four, Uncanny X-Men e Superman non sembrava più in grado di intercettarli. In un decennio iniziato con la sbornia di testosterone degli eroi Image e che stava volgendo al termine sotto il segno del realismo iconoclasta di The Authority, l’approccio di Byrne ai supereroi era ormai giudicato dai lettori demodé e fuori dal tempo. Il Ragno aveva bisogno di un autore che lo portasse nel nuovo millennio, e lo trovò nella persona di J. Michael Straczynski.

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Prima di debuttare nel mondo del fumetto, Straczynski era conosciuto e rispettato come l’autore di Babylon 5, serial di fantascienza trasmesso dal 1993 al 1998, celebre per aver contribuito ad innalzare la qualità della fiction televisiva di genere. Il suo ingresso nel mondo del fumetto avviene grazie alla Top Cow di Marc Silvestri, presso cui pubblica Rising Stars, serial supereroistico dall’impronta revisionista e Midnight Nation, una miniserie di 12 numeri che mischia brillantemente viaggio on the road, horror, malinconia, romanticismo e tematiche spirituali. Entrambi gli valgono il plauso della critica: all’alba del nuovo millennio, Straczynski è uno dei nomi più caldi del settore, tanto da finire inevitabilmente nella lista della spesa di Bill Jemas e Joe Quesada, gli uomini che stanno risollevando la Marvel dalle ceneri della bancarotta del decennio scorso. Per la nuova Marvel la priorità è quella di rilanciare X-Men e Spider-Man, le due proprietà che sono da poco diventate remunerativi franchise cinematografici. Se alla corte dei Figli dell’Atomo viene chiamato l’iconoclasta Grant Morrison, è proprio a Straczynski che Jemas e Quesada pensano per correre al capezzale del Tessiragnatele. La scommessa si rivela vincente: Straczynski in pochi numeri rivitalizza Amazing Spider-Man, rivisitando l’origine dei poteri del Ragno in chiave mistico-esoterica, aggiungendo alla schiera dei suoi comprimari l’enigmatico Ezekiel, che sembra sapere tutto sulla vita di Peter Parker, e il terribile vampiro energetico Morlun alla sua galleria di avversari. La parte iniziale della run di Straczynski si segnala per due momenti in particolare: la controversa e discussa storia scritta sull’onda dell’emozione all’indomani dei tragici eventi dell’11 settembre, con l’Uomo Ragno impotente spettatore di fronte agli attacchi alle Torri Gemelle e La Conversazione, in cui Zia May scopre casualmente la doppia vita di Peter, rivelazione che porta al primo vero confronto sincero tra zia e nipote dopo quasi quattro decenni di pubblicazione, in uno degli episodi più belli dell’intera saga ragnesca.

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Nell’anno del Signore 2004, dopo tre anni alla guida di una serie popolarissima tra i lettori, illustrata da un John Romita Jr. in stato di grazia e che sta beneficiando del successo delle trasposizioni cinematografiche curate da Sam Raimi, le cose sembrando andare a gonfie vele per J. Michael Straczynki. Ma come un maratoneta che cade a pochi passi dal traguardo dopo aver dominato la gara, il nostro sceneggiatore pensò bene di commettere un suicidio artistico dalle dimensioni epiche, un harakiri professionale che inserisce di diritto la sua run nel novero di quelle prese in considerazione dalla nostra rubrica.

Forse troppo sicuro del consenso per il lavoro svolto su Amazing fino a quel momento, “Strac” partorì la malsana idea di andare a toccare, qualcuno direbbe oltraggiare, il ricordo di un comprimario mai dimenticato della serie, il primo grande amore di Peter Parker e di molti lettori allo stesso tempo: Gwen Stacy. Gwen incarnò per i lettori degli anni ‘60 e dei primi ’70 l’immagine della fidanzata ideale e il suo assassinio brutale per mano di Norman Osborn, Goblin, scioccò il pubblico dell’epoca, ponendo idealmente fine all’innocenza della “Silver Age”. Neanche la morte poté cancellare dai nostri cuori il ricordo della sfortunata fanciulla e della sua purezza… almeno fino allo sciagurato pasticcio chiamato Peccati del Passato, pessimo esempio dell’uso della retcon.

Il tutto comincia su Amazing Spider-Man #509 quando Peter riceve con sua grande sorpresa, una lettera scritta da Gwen prima che morisse, anche se secondo il timbro postale è stata spedita da pochi giorni.

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Una parte della lettera risulta illeggibile e Peter, turbato da questo “ritorno” di Gwen nella sua vita, nei panni dell’Uomo Ragno chiede l’aiuto del Detective Lamont, poliziotto di cui si fida. Peter aveva notato infatti che il foglio su cui Gwen aveva scritto la lettera conteneva il calco di un secondo foglio non inserito nella busta, e confida nell’aiuto della scientifica per decifrarne il contenuto. La rivelazione è scioccante: Gwen aveva scritto la lettera, poi non spedita, per rivelargli che aveva lasciato New York per andare in Europa a partorire due gemelli. Contemporaneamente, mentre si trova sulla tomba di Gwen, viene attaccato da due misteriosi individui mascherati che lo accusano della morte della donna. I due dichiarano ad un Peter sconvolto di essere figli di Gwen.

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Sfuggito all’agguato, un Ragno assetato di verità decide di fare luce sulla vicenda. Lui non può essere il padre perché, contrariamente a quanti alcuni di noi hanno pensato per anni, la relazione con Gwen non aveva mai raggiunto quel “livello”, neanche dietro le quinte. Per scoprire se si tratta realmente dei figli del suo primo amore, Peter pensa bene di comparare il DNA dei gemelli recuperato dalla lettera che gli hanno spedito a quello della donna. E come recuperare il DNA di Gwen? Ovvio ragazzi: profanando la sua tomba!

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Così, dopo aver aggiornato il suo curriculum con questa turpe azione, Peter può effettuare l’esame che conferma la versione dei due misteriosi individui: sono davvero i figli di Gwen! Poco dopo Peter viene attaccato nuovamente dal terribile duo e il nostro eroe, prima di metterli in fuga, riesce a smascherarne uno: è una ragazza, identica a Gwen!

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Sconvolto Peter torna a casa e, esausto, racconta l’intera vicenda alla consorte Mary Jane. Con sua grande sorpresa, Mary Jane gli confessa non solo di sapere dei figli di Gwen, ma di essere addirittura a conoscenza dell’identità del padre: è Norman Osborn, Goblin, l’arcinemico dell’Uomo Ragno! MJ racconta a un provato e sbigottito Peter la verità che Gwen tanti anni prima gli aveva confidato chiedendole di non rivelarla mai a nessuno. Il fattaccio era successo nel periodo in cui Harry, il figlio di Norman, era nel pieno dei suoi problemi di tossicodipendenza. Norman però si rifiutava di far ricoverare il figlio, sospeso tra la vita e la morte, per evitare che la sua dipendenza dalle droghe venisse alla luce dando luogo ad uno scandalo che potesse travolgere la reputazione della famiglia e gli affari della Oscorp. Il gruppo di amici di Harry, formato da Peter, Mary Jane e Gwen, faceva visita tutti i giorni ad Harry e cercava di fare pressione su Norman per far ricoverare il figlio. Un giorno Mary Jane, per caso ascolta una lite tra Norman e Gwen.

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Sono nel pieno di una strana discussione, stanno parlando di due bambini di cui Norman pretende l’affidamento, ma Gwen intima all’uomo di non avvicinarli nemmeno. La ragazza esce in lacrime dalla stanza e si imbatte in MJ, alla quale non può fare a meno di confessare tutto. Ha avuto una relazione con Norman, affascinata dalla sua forza e dal suo carisma (dice lei), dalla quale sono nati due gemelli, Sarah e Gabriel.

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Peter non sa nulla: dopo aver scoperto di essere incinta, Gwen è andata a partorirli a Parigi, nel periodo in cui si era allontanata da New York. I due gemelli, che hanno nel sangue il siero di Goblin, crescono più velocemente del normale e Norman, della cui vera natura Gwen è ormai consapevole, li vuole come suoi legittimi eredi al posto del debole Harry. Gwen rifiuta e tutta la vicenda getta una luce diversa sull’omicidio della ragazza da parte di Goblin. Ascoltata la verità, Peter tutto sommato la prende bene.

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Decide comunque di aiutare i due gemelli: il siero di Goblin li sta portando ad un invecchiamento precoce e moriranno in pochi anni. Con un messaggio lanciato in televisione, l’Uomo Ragno dà appuntamento ai due in cima al ponte di Brooklyn, dove Gwen aveva trovato la morte per mano di Goblin. L’eroe racconta la verità a Gabriel e Sarah: la ragazza gli crede, ma Gabriel è stato indottrinato bene da Norman e odia Peter, che ritiene ancora il responsabile della sorte della madre. In una colluttazione con Peter, Gabriel ferisce involontariamente Sarah, sparandole, e scappa. Seguendo la traccia per un rifugio di Norman, l’uomo scopre la terribile verità: il magazzino contiene due costumi da Goblin, uno per lui e uno per la sorella, il terrificante retaggio degli Osborn.

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Un Gabriel ormai impazzito abbraccia l’eredità paterna e diventa il Goblin Grigio. Nel frattempo, Peter porta Sarah in ospedale e solo una trasfusione col suo sangue potenziato può salvare la ragazza. Neanche il tempo di riprendere fiato e il Goblin Grigio lo attacca.

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Inizia un brutale confronto sul tetto dell’ospedale in cui Peter cerca di far ragionare per l’ennesima volta un ormai folle Gabriel: l’Uomo Ragno sta per soccombere quando una rediviva Sarah, che ha raggiunto il luogo dello scontro, spara all’aliante del fratello, che esplode scagliando il Goblin Grigio lontano. Peter, stremato, sviene. Quando riprende i sensi, Sarah è scomparsa. Gabriel si risveglia a km di distanza, privo di memoria. Peter torna a casa, chiedendosi quale sia stata la sorte dei figli della donna che aveva amato tanto. Il lettore, a sua volta, si chiede come sia stato possibile partorire e far approvare dallo staff editoriale della Marvel un pasticcio del genere.

Peccati del Passato, oltre ad essere un polpettone di cattivo gusto, è un disastro sotto il profilo narrativo che fa acqua da tutte le parti. Straczynski vuole farci credere che una ragazza che si professa innamoratissima del suo fidanzato, a meno che non menta a se stessa e ai lettori, perda la verginità con un vecchio businessman solo perché, a suo dire, “l’aveva trovato sconvolto ed abbattuto e gli faceva pena”. Oltre a fornire una motivazione al tradimento che si commenta da sola, Strac propone una caratterizzazione completamente fuori dal personaggio che abbiamo conosciuto. Del tutto assurdo è anche il fatto che Mary Jane, che porta dentro di sé il peso di vivere con un marito che pensa tutti i giorni che Dio manda in terra ad un’altra donna, peraltro defunta, non ne parli con Peter, se non altro per aiutarlo a liberarsi del fantasma di Gwen. Sbarazzarsi dello spettro di una rivale idealizzata per poter poi vivere in pace col marito costituirebbe per lei un’occasione troppo ghiotta da cogliere, e nessun giuramento potrebbe impedirlo.

A 13 anni dalla sua pubblicazione, Peccati del Passato rimane una pagina nera della Marvel recente, un guazzabuglio che ancora imbarazza gli autori stessi. Il primo a prenderne le distanze è stato infatti lo stesso Straczynski, sottolineando che la sua idea originale era quella di rendere Peter il padre dei gemelli, idea cestina dalla dirigenza per non invecchiare il personaggio (a cui avevano, per questo motivo, già "ucciso" una figlia). Spiacente Strac ma questo non ti scagiona! Successivamente, gli autori provarono a "scagionare" Gwen dichiarando che quello con Norman Osborn si trattava di uno stupro e non di un atto consenziente. Colpevole è anche lo staff editoriale, e il concetto stesso di creare storyline scioccanti per vendere qualche copia in più grazie all’hype generato, pazienza se viene oltraggiato un personaggio amatissimo. Bisogna sottolineare che dopo Sins Past, i gemelli Stacy hanno fatto parlare di sé solo in altre due occasioni. Sarah tornò in Sins Remembered, una sorta di sequel scritto in maniera sciatta da Samm Barnes, una protegé dello stesso Straczynski, per poi sparire nel dimenticatoio. Gabriel fece una comparsa nella miniserie American Son, che pur ospitando Norman Osborn tra i coprotagonisti non faceva alcun riferimento alla figura di Gwen. Nessun vuole avere più a che fare con Peccati del Passato, a cominciare dallo stesso Straczynski secondo cui l’intera saga è da ritenersi cancellata a seguito di One More Day, la controversa storia con la quale ha chiuso (su input di Joe Quesada) la sua gestione dell’Uomo Ragno modificandone il passato e cancellando dalla continuity il matrimonio con Mary Jane. Versione, però, che non coincide con quella ufficiale della Marvel.

Personalmente, ho sempre provato dispiacere per la piega che prese la run di Straczynski su Amazing Spider-Man. Le prime storie, disegnate da un Romita Jr. in grande spolvero, erano davvero notevoli. Poi un declino improvviso ed imprevisto, a cominciare da questa Sins Past, peraltro appesantita dalla sostituzione di Romita con un ancora incerto Mike Deodato Jr. Ma se non fosse stato così, non ne avremmo potuto parlare su Mad Run: anche di epic fails come questa è fatta la nostra rubrica.

È tutto per questa puntata di Mad Run! Vi lascio con una mia raccomandazione: se venite a sapere che la ragazza del vostro migliore amico lo ha tradito con un vecchio uomo d’affari che la notte va in giro vestito da folletto verde sopra ad un aliante, fatevi gli affari vostri: non è mai successo. E per quanto riguarda te, Gwendolyne, non abbiamo mai creduto neanche per un momento a queste calunnie: ti vogliamo tutti bene e sarai sempre la ragazza dei nostri sogni, simbolo di innocenza e purezza come ti ritrasse il sommo Alex Ross in Marvels.

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Alla prossima, e come sempre…
HEY, HO, LET’S GO!

American Monster 1, recensione: Il cuore di tenebra della provincia americana

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Un uomo orrendamente sfigurato e dalle motivazioni misteriose arriva in una non meglio precisata cittadina della provincia americana. L’imperscrutabile individuo sembra avere nel mirino la gang locale, un gruppo di ex militari guidati dall’ambiguo Felix che si sono riciclati arricchendosi con il traffico d’armi. Le sue azioni contro la banda vengono fraintese dalla popolazione locale: per quanto spinto dalla vendetta, l’uomo non vuole sgominare la banda, ma prenderne il controllo.

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È American Monster di Brian Azzarello e Juan Doe il titolo con cui Saldapress fa debuttare in Italia il catalogo della Aftershock Comics, di cui detiene l’esclusiva per il nostro paese. L’Aftershock è l’ultima arrivata nel variegato panorama editoriale a stelle e strisce e si è subito messo in mostra con produzioni interessanti e autori di livello. American Monster è sicuramente una proposta di forte impatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, il talento di Brian Azzarello come scrittore di storie noir e pulp. Ritroviamo qui tutto l’armamentario tipico dell’autore di 100 Bullets, dalla capacità di costruire situazioni cariche di una tensione strisciante che esplode improvvisamente in scoppi di violenza incontrollata, alla bravura nel caratterizzare i personaggi con dialoghi secchi e taglienti.

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Il rischio del dejà vu era dietro l’angolo, perché la fiction a stelle e strisce ci ha già abituato da anni, da Twin Peaks a True Detective passando per Sons of Anarchy, a un ritratto della provincia americana che più degradante non si potrebbe. Anche in American Monster ci viene mostrato un gruppo di individui che se fosse veramente rappresentativo dell’umanità, potremmo augurarci l’estinzione di quest’ultima senza troppi rimpianti. Azzarello usa questo campionario di anime perse per piazzare qualche stoccata alla società americana, dalla critica a certi ambienti di reduci alla vacuità di una gioventù che non esita a scendere a compromessi degradanti per raggranellare qualche dollaro, fino alla sconcertante figura del predicatore, rivale di Felix e della sua banda nei loro sporchi traffici. Ribaltato è anche il classico stereotipo dello Straniero che arriva in città, non per portare la legge come nei western di Sergio Leone ma per diventare un boss locale.

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Brian Azzarello è sempre stato fortunato nella scelta dei suoi collaboratori. Il successo di 100 Bullets deve molto alla messa in scena dal ritmo cinematografico del maestro del fumetto argentino Eduardo Risso, così come il suo controverso ciclo di Hellblazer si avvalse inizialmente di un altro maestro della nona arte, Richard Corben, e dell’ottimo Marcelo Frusin poi. Lo script dello scrittore in questo caso viene tradotto in immagini da Juan Doe, conosciuto finora soprattutto per le numerose copertine realizzate per Marvel e DC nell’ultimo decennio. Nonostante un evidente predilezione per la grafica e per l’illustrazione a scapito della narrazione, Doe riesce comunque a proporre uno storytelling efficace grazie all’uso dei neri e di una palette cromatica dominata dal rosso, il colore del sangue che scorre a fiumi nelle scene più violente, ma che ritroviamo anche nei tramonti infuocati e nel volto devastato del protagonista, che getta così la sua ombra su tutta la vicenda. Un uso sapiente della colorazione che trasforma le pagine di American Monster nella rappresentazione grafica delle pene e dei tormenti delle anime perse che lo popolano.

Deadpool: Cattivo Sangue, recensione: il ritorno di Rob Liefeld sul Mercenario Chiacchierone

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Come tutti i campi della vita, anche la critica fumettistica non è esente da luoghi comuni. Chi opera in questo campo spesso si dimentica di quel sense of wonder che contraddistingueva alcune letture della giovane età, puntualmente rinnegate, e sfoglia le pagine di un fumetto con la supponenza di una signora ingioiellata che sorseggia un Martini ad un vernissage. In questo senso, uno dei cliché più abusati del settore è la derisione preventiva e sistematica dell’opera di Robert “Rob” Liefeld, idolo delle folle tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 e oggi considerato il paradigma di tutto quello che c’è di sbagliato nell’industria del fumetto a stelle a strisce. Liefeld non è certo un artista raffinato e non lo è mai stato, ma la sua estetica muscolare e steroidea, così come i suoi personaggi ipertrofici e armati fino a ai denti, hanno segnato un’epoca. Peter David, il grande sceneggiatore di Incredible Hulk, lo apostrofò con il non invidiabile titolo di “Ed Wood dei fumetti”. L’accostamento al re del cinema trash, la cui vicenda umana ed artistica venne immortalata in uno splendido film da Tim Burton, non è peregrina.

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Un elemento che avvicina Liefeld a Wood è sicuramente l'entusiasmo fanciullesco e sincero che attraversa le sue opere, che scivolano però facilmente in un grottesco involontario. Un distinguo è comunque necessario, perché Wood non ebbe mai nel cinema il successo di cui Liefeld ha goduto nei primi anni della sua carriera di disegnatore, tra gli inizi in DC e l’esplosione in Marvel con New Mutants. L’artista fu il capofila, insieme a Todd McFarlane e a Jim Lee, del più profondo rinnovamento grafico del fumetto americano dai tempi di Jack Kirby, tra splash-pages e personaggi che schizzavano letteralmente fuori dalla tavola, abbandonando la rigidità della griglia a schema fisso. Senza contare i numeri: cinque milioni di copie per il primo numero di X-Force, cifre per le quali oggi i proprietari delle fumetterie, da anni in debito di ossigeno, firmerebbero col sangue. Inoltre, si deve al buon Rob l’intuizione che portò alla nascita della Image Comics, la casa editrice sinonimo di qualità oggi acclamatissima, creata da Liefeld nel 1992 con gli altri celebri sei transfughi dalla Marvel. A conti fatti non sono pochi i meriti ascrivibili al creatore di Youngblood, non ultimo quello di aver fornito ad Alan Moore la materia prima per scrivere una delle run metatestuali più celebrate di sempre, lo splendido Supreme. Eppure, Rob Liefeld continua ad essere il bersaglio preferito degli haters del web, che lo impallinano puntualmente ad ogni sua nuova uscita. Nel bene o nel male, l’annuncio di un suo nuovo lavoro fa sempre rumore e non ha fatto eccezione quest’ultimo Deadpool: Cattivo Sangue che segna il ritorno dell’artista in Marvel e alla sua creazione di maggior successo.

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Liefeld fece debuttare il “mercenario chiacchierone” su New Mutants 98 del febbraio 1991, mentre la testata dedicata agli studenti più giovani del Professor Xavier, di cui aveva risollevato le vendite, si stava per trasformare nella più aggressiva X-Force. Il personaggio è un incrocio tra l’Uomo Ragno, con cui ha in comune una certa parlantina e un costume simile, e Deathstroke, il villain della DC avversario dei Teen Titans. Deadpool, al secolo Wade Wilson, ruba subito la scena ai titolari dell’albo e diventa un beniamino dei fan, che ne chiedono a gran voce il ritorno. Il grande salto del mercenario da comprimario a protagonista assoluto avviene dopo la partenza del suo ideatore dalla Marvel, grazie ad autori come Fabian Nicieza, Mark Waid e, soprattutto, Joe Kelly. Ma Cattivo Sangue è un revival a tutti gli effetti, e Liefeld riavvia il nastro ai tempi delle prime apparizioni di Deadpool. Tra flashback e apparizioni di altre creazioni celebri di Liefeld come Cable, Domino, la X-Force e Garrison Kane, Wade Wilson dovrà risolvere il mistero dell’identità di un misterioso avversario che lo perseguita da anni, la cui soluzione potrebbe nascondersi nel passato remoto del mercenario.

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Deadpool: Cattivo Sangue, primo graphic novel dedicato al personaggio, è un divertissment gioioso e fracassone, che riporta le lancette dell’orologio a quegli anni ’90 di cui Liefeld ha saputo senza dubbio cogliere lo spirito, più di celebrati colleghi come Jim Lee, con le sue eroine belle ed impossibili, o il sontuoso ma discontinuo Travis Charest. Approcciare il lavoro di Liefeld con gli strumenti tradizionali della critica è un’operazione che lascia il tempo che trova, oltre ad essere priva di senso. Rob Liefeld non sa disegnare i piedi? Probabilmente. Non sa cosa siano gli sfondi? Senza ombra di dubbio. Eppure l’energia e l’entusiasmo contagioso che sprigionano i suoi disegni è innegabile. È un Liefeld in forma, quello che troviamo in queste pagine: avvertendo probabilmente il clima da occasione speciale, limita al massimo le improbabili distorsioni anatomiche che lo hanno reso celebre, producendo comunque tavole godibilissime e ricche d’azione. Il risultato è quello di un b-movie spassoso ed appagante, soprattutto per l’atmosfera da reunion di cui è permeato: la sequenza in cui Liefeld torna a disegnare Cable e la X-Force a distanza di un ventennio farà scattare l’applauso in tutti i fan dell’epoca. Contribuiscono alla festa Chris Sims e Chad Bowers, che hanno il compito di sceneggiare la trama imbastita da Liefeld, collaborazione che si è recentemente rinnovata negli States con il rilancio di Youngblood.

Convinti che presto o tardi tornerà a far parlare di sé, lasciamo il “caso Rob Liefeld” ad altri approfondimenti e ci congediamo con le parole che Robert Kirkman, creatore di The Walking Dead e suo sostenitore da sempre ha speso in suo favore: “Tutto quello che disegna ha un certo grado di energia in sé. E tutto quel che disegna è interessante, che sia accurato o meno. Molta gente guarda ai disegni di Liefeld e pensa: ai miei occhi questo disegno è sbagliato; ecco, direi che questa gente non ha gioia nell’anima”.

Mad Run #1: Il Dr. Strange di Steve Englehart fra follie e tradimenti

Benvenuti a Mad Run, nuova rubrica del palinsesto di Comicus che vi accompagnerà attraverso le svolte narrative più folli, inaspettate ed irriverenti del comicdom a stelle e strisce. Compiremo insieme un viaggio a ritroso nel passato, in alcuni casi remoto e in altri prossimo, alla riscoperta di run celebrate o dimenticate che, ad un certo punto, hanno compiuto una svolta narrativa strana ed inaspettata. Una full immersion nel bizzarro che non risparmierà anche celebratissimi autori beniamini del pubblico.

La run di cui parleremo oggi mi riporta alla mente i miei primissimi incontri col meraviglioso universo Marvel di quand’ero bambino. Non avendo ancora imparato a leggere, mi limitavo solamente a sfogliare le pagine di quei meravigliosi, ultimi albi della leggendaria era Corno che si avviava malinconicamente alla conclusione. A volte non ricordo neanche cosa ho fatto la settimana precedente ma ricordo perfettamente l’inverno del 1980, quando mia madre tornò a casa con un numero dei Fantastici Quattro comprato per consolarmi, visto che ero a letto con un bel febbrone. Si trattava del numero 250, “Morte Nella Palude”, e non era una storia particolarmente significativa: in quel periodo la Corno mischiava le storie di Fantastic Four con quelle in solitaria della Cosa tratte da Marvel Two-In-One. Questa qui aveva il pregio di essere il prologo alla saga del Progetto Pegaso e di essere disegnata da un disegnatore dotato di uno stile che rubava l’occhio, un certo John Byrne che di lì a poco sarebbe diventato una star, ma nulla più. Di quegli ultimi numeri de I Fantastici Quattro Corno ricordo alcune chicche, come quella storia disegnata da un giovane Frank Miller con la partita a poker tra la Cosa, Nick Fury e amici ma soprattutto la variegata galleria di comprimari: le atmosfere notturne della Donna Ragno disegnata da Carmine Infantino, la fantascienza del Killraven di Don McGregor e Philip Craig Russell, la Ms. Marvel di Chris Claremont, la terribile prima apparizione di Satana, The Devil’s Daughter, in un raccontino breve a firma Roy Thomas e John Romita Sr. che ben poco s'addiceva alle letture di un bambino di pochi anni.

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Ma tra tutti questi personaggi, ben pochi avevano catturato la mia attenzione come il Dottor Strange, il Maestro delle Arti Mistiche. Stephen Strange era un personaggio in cui la Corno credeva molto così, dopo averlo proposto in appendice al suo primo mensile, L’Uomo Ragno, lo aveva poi inserito nelle testate de I Difensori e di Hulk & I Difensori, per poi finire la sua corsa, prima della chiusura dell’editore milanese, su I Fantastici Quattro. Furono queste ultime le storie in cui mi imbattei, e una in particolare mi si stampò ben impressa nella mente. Quella in cui la fidanzata e apprendista di Strange, Clea, tradisce il buon Dottore che è impegnato a proteggerla da un mago malvagio… con Beniamino Franklin! Scioccato da un simile comportamento, per anni ho rimosso questa storia, capitolo finale della brillante run di Steve Englehart su Doctor Strange… salva vederla riapparire recentemente nel penultimo volume della notevole Serie Oro da edicola dedicata al personaggio. Una caduta nell’assurdo e nel bizzarro tale da meritare l’onore di aprire la nostra rubrica! Esaurita la narrazione delle “origini segrete” di questo redattore, che peraltro non avevate mai richiesto, parliamo un po’ del nostro autore.

Steve Englehart è un nome fondamentale della Marvel degli anni ’70 e non solo, uno dei primi sceneggiatori a guadagnarsi un numero nutrito di fan accaniti (tra cui un giovane Grant Morrison) grazie ad idee non convenzionali e a trovate fuori dall’ordinario. Prima di trasferirsi in casa DC, dove scriverà con successo Batman e Justice League, segna il decennio della Casa delle Idee con alcune run consegnate alla storia: "L’Impero Segreto" e "Nomad" per Captain America, "La Madonna Celestiale" per Avengers e "Una Realtà Separata" per Doctor Strange. L’ultima serie in particolare, realizzata inizialmente insieme al disegnatore Frank Brunner, sembra essere la sede ideale per la fantasia senza limiti di Englehart, aiutata dall’assunzione regolare di LSD e altre sostanze allucinogene. Entrarono nella leggenda le serate a base di acidi di Englehart e Brunner insieme a Jim Starlin, che in quel momento lavorava a Captain Marvel, come raccontato nel fondamentale volume di Sean Howe Marvel Comics: Una Storia di Eroi e Supereroi che ogni vero true believer deve possedere. Se Starlin riversava le conseguenze dei suoi sballi nelle storie cosmiche di Capitan Marvel, Englehart realizzava le storie di Dottor Strange come un trip psichedelico che incarnava lo spirito dell’epoca. Il suo Doctor Strange stava al fumetto come i dischi dei Pink Floyd e di Emerson Lake e Palmer stavano alla musica. La serie gli forniva la possibilità, inoltre, di parlare apertamente dei suoi interessi maggiori: misticismo, occultismo, cabala ed astrologia.

Così, in Doctor Strange 17 dell’agosto 1976, in piena celebrazione del bicentenario degli Stati Uniti d’America, Englehart pensò bene di far compiere un viaggio a ritroso nel tempo a Strange e alla sua apprendista, fidanzata e futura moglie, Clea, alla scoperta della storia del misticismo in America. I due arrivano in un primo momento nella Londra del 1618 dove, dopo aver tramutato i propri costumi in abiti del tempo, fanno la conoscenza di Francis Bacon, filosofo e autore de La Nuova Atlantide.

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Strange è affascinato dalla figura di Bacon come fondatore del misticismo occidentale. Nel loro incontro, lo scrittore confida al mago di aver ricevuto dal re il compito di dirigere il tentativo di colonizzazione del nuovo mondo, allo scopo di creare una società di uomini liberi, utopia che non era mai stato possibile realizzare in Europa. Poco dopo, il convivio viene attaccato da Stygyro, un mago dalle motivazioni misteriose che sembra voler mettere i bastoni tra le ruote alla nascita della nazione americana. Dopo averlo messo in fuga, Strange e Clea ripartono fermandosi questa volta nel 1775, su una nave in viaggio da Londra alle Americhe (Doctor Strange 18). È qui che fanno la conoscenza di Benjamin Franklin.

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Figura fondamentale della Rivoluzione Americana, politico, scienziato, inventore, diplomatico, giornalista, rappresentante eccellente dello spirito dell’Illuminismo, Franklin passò alla storia anche per alcune invenzioni di uso comune, come la stufa, il parafulmine e le lenti bifocali. In più, secondo numerose testimonianze dell’epoca, aveva la fama di essere un accanito donnaiolo, nonostante la sua scarsa avvenenza. Ma Strange è interessato alla figura di Franklin soprattutto come Gran Maestro della stessa Società di filosofi e mistici di cui aveva fatto parte Bacon. I due hanno appena cominciato a confrontarsi quando vengono attaccati da Stygyro. Strange pensa bene di chiudere Franklin e Clea nella stessa cabina e di sigillarla misticamente per la loro sicurezza.

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Non si rende conto di cosa ha fatto! Colpito dalla bellezza di Clea, Franklin si mette subito all’opera per sedurla con parole suadenti. Il tipo ci sa fare! Si vanta pure di non essere un puritano. C’è da dire che negli episodi precedenti, Strange aveva trattato piuttosto male Clea. Messo a dura prova dopo gli scontri con Eternità e Dracula, il Mago Supremo aveva respinto con modi bruschi le attenzioni della sua fidanzata, dicendole di non avere tempo per lei. Certo non avrebbe mai immaginato questi sviluppi, illustrati dalle matite ombrose di Gene "Il Decano" Colan , subentrato a metà run a Brunner. Colan suggerisce con eleganza quello che, per la morale dell’epoca, non può essere mostrato. La cabina si trasforma abbastanza chiaramente in un’alcova. Terminato lo scontro con Stygyro, Strange torna dai due e si rende conto ben presto che sono diventati piuttosto intimi!

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Englehart lascia la serie con questo numero per dissapori creativi. Dal numero successivo subentra al timone dei testi Marv Wolfman, editor della testata e sceneggiatore di Tomb of Dracula. La prima preoccupazione di Wolfman sarà quella di cancellare gli elementi più bizzarri conferiti da Englehart alla serie, togliendole però gran parte del fascino. Anche il tradimento di Clea viene cancellato con un colpo di spugna: viene rivelato che Ben Franklin era in realtà Stygyro camuffato e che tutta la vicenda era un incubo indotto per far vacillare le certezze di Strange. Ma nonostante questo “intervento dall’alto” noi ti abbiamo visto, cara Clea, ti abbiamo beccato!

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È tutto per questa puntata di Mad Run e ricordate: non trascurate mai le vostre fidanzate e, soprattutto, non lasciatele mai sole con affascinanti uomini politici grassottelli dagli appetiti sessuali voraci!
Scrivete pure a Comicus o lasciate un commento sulla nostra pagina Facebook se desiderate un approfondimento sulla vostra mad run preferita.

E fino ad allora, che l’occhio di Agamotto vegli su di voi e vi protegga!
HEY, HO, LET’S GO!

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