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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Daredevil Collection 15: Sognatore Americano, recensione: quando Ann Nocenti prese il posto di Frank Miller

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La storia della arti è ricca di successioni ed avvicendamenti creativi rischiosi sulla carta ma che in seguito si sono rivelati felici. In ambito musicale se ne contano svariati esempi, basti pensare alla fuoriuscita di Roger Waters dai Pink Floyd, che proseguirono il loro percorso sotto la guida di David Gilmour, straordinario chitarrista ma fino a quel momento “gregario” di lusso. Ancora più clamoroso fu la defezione di Peter Gabriel dai Genesis, gruppo del cui successo era stato il principale artefice, con la promozione di Phil Collins al ruolo di leader: se i Genesis di Gabriel erano stati tra i maggiori esponenti del rock progressive e di una musica colta e concettuale, quelli di Collins diventarono una band rock – pop da primo posto in classifica, capace di riempire gli stadi e di sfornare hit irresistibili. In entrambi i casi, un artista amato e rispettato abbandonava la sua creatura all’apice del successo, lasciando grosse incognite per il futuro. Tornando al fumetto, un caso similare fu la partenza di Jack Kirby dalla Marvel verso la DC nel 1970, evento che gettò nel panico Stan Lee e l’intero staff redazionale della Casa delle Idee: John Romita, che pure non era un novellino ma il rinomato disegnatore di Amazing Spider-Man, ancora oggi racconta dell’ansia che lo colse quando Lee gli comunicò di averlo scelto come successore del "King" sulle pagine di Fantastic Four.

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Un’ansia con cui fece i conti anche l’allora semisconosciuta Ann Nocenti quando, nel novembre del 1986, succedette a Frank Miller sulle pagine di Daredevil, nel il periodo più fulgido della carriera del cartoonist del Maryland. Dopo aver ridefinito il personaggio di Batman con The Dark Knight Returns, opera dalla portata rivoluzionaria di cui si interessano anche organi di stampa non specializzata, Miller torna alla Marvel per chiudere i punti lasciati in sospeso con la sua innovativa gestione di Daredevil, che ne aveva lanciato la carriera tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80. E lo fa con una tripletta straordinaria: gli audaci e sperimentali Daredevil: Love & War e Elektra: Assassin, in coppia con Bill Sienkiewicz e, soprattutto, Daredevil: Born Again per le matite di David Mazzucchelli. In quest’ultima, Miller faceva ritorno sulla serie regolare del Diavolo Rosso per raccontare la caduta in disgrazia di Matt Murdock orchestrata da Kingpin, venuto casualmente a conoscenza dell’identità segreta dell’eroe. La storia, ritenuta all’unanimità un capolavoro dell’arte sequenziale, univa alla consueta componente noir e hard-boiled con la quale Miller aveva reinventato il personaggio di Daredevil una forte dimensione spirituale, grazie all’uso di simboli religiosi e del cattolicesimo in particolare, confessione al quale l’eroe è devoto. Salutato da pubblico e critica come una pietra miliare del genere, al pari de Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, Rinascita divenne un classico istantaneo, da tutti ritenuta come la storia definitiva di Daredevil. Conclusa la saga, Miller si congedò nuovamente da Matt Murdock, diretto verso altri lidi. Si apriva quindi il problema della successione, una bella gatta da pelare con la quale pochi avevano voglia di confrontarsi. Steve Englehart, sceneggiatore veterano di Marvel e DC, nonché erede designato di Miller, si tirò presto indietro per divergenze creative. L’editor Ralph Macchio optò quindi per una soluzione “interna” e apparentemente di ripiego, rappresentata da Ann Nocenti. La Nocenti, a sua volta editor delle collane mutanti Uncanny X-Men e New Mutants, due tra i maggiori successi del decennio della casa editrice, è una delle personalità più interessanti nella lunghissima lista dei creativi che hanno collaborato con la Marvel. Giornalista e scrittrice dalle influenze colte, entra nello staff della Casa delle Idee agli inizi degli anni ’80, rispondendo ad un annuncio sul Village Voice. Pur non avendo mai letto fumetti di supereroi, dei quali anzi disprezzava l’immagina stereotipata con la quale venivano rappresentate le donne, viene comunque catturata dall’energia creativa, che lei definirà psichedelica, che viene rilasciata negli uffici dell’editore. Da li in poi il debutto come autrice è cosa breve, con titoli minori come Spider-Woman e Doctor Strange, fino ad arrivare alla miniserie dedicata a Longshot, l’eroe “fortunello” co-creato con Arthur Adams. Conscia di dover succedere ad un mostro sacro come Miller, la Nocenti si accomoda al timone di Daredevil con la stato d’animo di chi non ha nulla da perdere. Ne uscirà invece uno dei cicli più influenti e significativi di quel periodo.

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Sognatore americano, quindicesimo volume della collana Daredevil Collection, raccoglie la parte iniziale della lunga run della Nocenti, che si concluderà solo nell’Aprile del 1991. Se la porzione più celebre del ciclo nocentiano coincide con l’arrivo di John Romita Jr. alle matite e con l’inizio della saga di Typhoid Mary, questo volume ci dà l’occasione di riscoprire, a più di 25 anni dalla prima edizione italiana, storie che hanno lasciato un solco indelebile nella storia del personaggio e nella memoria dei lettori. Già con queste prime prove, l’autrice dimostra una spiccata propensione per le tematiche a sfondo sociale e politico, con un trasporto inedito per il fumetto mainstream. Il protagonista indiscusso è Hell’s Kitchen, il quartiere degradato dove Matt Murdock è nato e dove fa ritorno insieme a Karen Page alla fine di Rinascita, per iniziare una nuova vita insieme al suo grande amore perduto e ritrovato. Daredevil è quasi una presenza di contorno, un espediente narrativo necessario per conferire azione e dinamicità alla trama, che si confonde all’umanità varia che popola il quartiere. Reduci di guerra che faticano a ritrovare un posto nella società come Jack Hazzard, il protagonista della struggente storia d’apertura che dà il titolo alla raccolta, risposta della Nocenti alla retorica militaresca dell’era Reagan, già criticata da Bruce Springsteen con quella magistrale seduta di psicanalisi travestita da fanfara trionfante che era Born in the U.S.A.; assassini come Marciume, nati dalla paranoia di un possibile contagio da parte del prossimo visto solo come veicolo di infezione e da un’educazione materna fobica ed opprimente; oppure Joe, operaio che in uno scatto d’ira uccide il titolare della sua fabbrica, dedito ad ingozzarsi di caviale mentre si fa gioco delle giuste rivendicazioni dei suoi dipendenti. Ribattezzato il Killer del Caviale, sarà sfruttato da un giornalista senza scrupoli per fare carriera.

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La Nocenti, che non ha mai fatto mistero delle sue simpatie politiche tendenti a sinistra, portò nella serie dell’Uomo Senza Paura temi forti che mai erano stati trattati prima in un fumetto di supereroi, come il controllo dei media sugli individui all’alba della società delle comunicazioni di massa, o questioni sociali come la redistribuzione del reddito e il crescente inquinamento che rende le città invivibili. La passione e l’impegno civile di cui erano permeate le sue storie le attirarono non poche critiche, non ultima l’accusa di essere comunista (accusa che, negli anni successivi, avrebbe conosciuto nel nostro paese una buona dose di successo). Il comparto grafico del volume è assolutamente eterogeneo e composito, con il contributo di artisti molto diversi tra loro, a testimonianza della difficoltà riscontrate all'epoca nella ricerca di un degno successore di Miller e Mazzucchelli. Tra i nomi presenti spicca senza dubbio il maestro britannico Barry Windor-Smith, autore delle matite di Sognatore Americano, che all’epoca stava vivendo una seconda giovinezza (ricordiamo lo straordinario dittico di Vitamorte  e Lupo Ferito, suoi contributi coevi alla saga degli X-Men). Con il suo stile fortemente espressionista, l’autore cattura alla perfezione il dramma di Jack Hazzard, descritto con commossa partecipazione dalla prosa della Nocenti. Sfilano inoltre veterani come Sal Buscema, debuttanti alle prime armi ma destinati ad una fulgida carriera come Todd McFarlane, e mestieranti di lungo corso come Keith Pollard e Chuck Patton. La maggioranza delle storie è disegnata da Louis Williams, artista dalle matite stilizzate che non rubano l’occhio, ma che proprio per questo non distraggono il lettore dalla prosa lirica ed ispirata della Nocenti. Come detto in precedenza, la serie avrebbe presto accolto tra le sue pagine la star della matita John Romita Jr., destinato a formare con la scrittrice un connubio riuscitissimo. Ma questa è un’altra storia, che speriamo di raccontarvi presto.

Le Spose Proibite degli schiavi senza volto nella segreta dimora notturna dell'oscuro desiderio, recensione

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In una notte buia e tempestosa, una fanciulla fugge da una foresta popolata da mostruose creature cercando riparo dentro una vecchia magione che per una fortunata coincidenza si è trovata davanti. Dopo aver bussato più volte tra l’affanno e la paura di essere raggiunta dai mostri, la porta viene aperta da un vecchio e raggrinzito domestico, non meno minaccioso dei pericoli da cui la giovane era scampata. Il maggiordomo sembra conoscere il nome e la storia della fanciulla, Amelia Earnshaw, che costernata si chiede come ciò possa essere possibile: la ragazza viene attraversata dalla consapevolezza che la notte di terrore è appena iniziata. Intanto, nella vecchia villa diroccata di una famiglia nobile decaduta, un giovane rampollo e aspirante scrittore cerca invano di portare a termine il suo romanzo, tra un’ispirazione latitante e la frustrazione di non riuscire a tradurre in prosa la verità della vita vissuta.

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Le Spose Proibite degli Schiavi senza Volto nella Segreta Dimora Notturna dell’Oscuro Desiderio è l’adattamento dell’omonimo novella di Neil Gaiman, contenuta nella raccolta Cose Fragili e pubblicata in Italia da Mondadori. Il racconto è l’opera di un Gaiman appena ventenne, rifiutato all’epoca da vari editori e messo dallo scrittore, letteralmente, in uno scatolone in soffitta. Gaiman lo rispolverò una ventina d’anni dopo, quando gli venne chiesto un contributo per un’antologia di racconti gotici e decise che Spose Proibite potesse fare al caso suo. L'autore lo ritoccò giusto per eliminare alcune ingenuità da principiante e il risultato fu che la novella vinse il Locus Award come miglior racconto del 2005. Lo scorso anno ne è uscito per Dark Horse l’adattamento a fumetti, ad opera dello stesso Gaiman per i disegni di Shane Oakley.

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Pur trattandosi di un’opera minore, in questo breve e divertente sforzo letterario è possibile rintracciare tutti i temi che diventeranno tipici dello scrittore di Sandman: l’urgenza e la vocazione al racconto, attività salvifica capace di decifrare la realtà intima e quella circostante (si pensi alla dimensione boccacesca che sottende a un ciclo di Sandman come La Locanda alla Fine del Mondo o allo straordinario omaggio al mito di Batman rappresentato da Cos’è successo al Cavaliere Oscuro?, se non a tutto il corpus dell’opera gaimaniana); la realtà, o perlomeno quella che i più percepiscono come tale, che cortocircuita continuamente con gli emissari di dimensioni parallele, talvolta da sogno ma più frequentemente da incubo, capaci di determinare il corso della vita degli uomini. Il giovane Gaiman di questo racconto si pone il dilemma morale, sotto forma di riuscita parodia, della vera missione dell’arte: l’artista deve mirare alla riproduzione della vita vera, oppure fuggire da qualsiasi paletto o impedimento come una ragazza che fugge da una foresta stregata nella notte, infestata dai mostri che popolano i nostri incubi? Ed ecco, in chiusura, lo straordinario regalo dello scrittore ai suoi lettori: e se le nostre esistenze, appesantite dall’affanno del vivere quotidiano, fossero il frutto dell’immaginazione di uno scrittore di un altro mondo, dove i corvi parlano e i ritratti nei quadri muovono sinistramente gli occhi? Anche le nostre vite diventano così magicamente parte del mondo incantato dello scrittore di American Gods e Coraline. Il tutto avviene inserendosi magistralmente nella tradizione del romanzo gotico inglese, di cui Gaiman cita apertamente il capostipite, Il Castello di Otranto di Horace Walpole.

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Merita solo applausi, poi, il comparto grafico affidato a Shane Oakley. L’artista traduce alla perfezione l’ambientazione gotica della novella, affidandosi principalmente ad un sapiente uso dei neri e del colore. La dimensione reale, quella in cui opera il giovane scrittore (se reale si può definire un castello in cui una vecchia e mostruosa zia vive incatenata in cantina!), è dominata dai colori, tra cui un viola porpora degno di un film gotico, appunto, alla Mario Bava; la parte immaginaria, quella a cui il giovane scrittore tenta di infondere colore, è in bianco e nero e popolata da figure ricurve e distorte, da cinema espressionista. Tante le influenze e le suggestioni che vivono nelle tavole di Oakley: Murnau, il sopramenzionato Bava, i film gotici della Hammer e, in campo fumettistico, maestri dell’horror come Bernie Wrightson e Kelley Jones. Un lavoro sontuoso da parte di un artista di cui speriamo di vedere altre prove di questo livello in futuro.

Opera minore ma non meno importante della produzione di Neil Gaiman, Le Spose Proibite è un tassello necessario alla comprensione della poetica del più grande cantastorie della letteratura fantastica dei nostri tempi.

Justice League: la recensione del film

Nel 2012 Avengers frantumava ogni record al botteghino, diventando il terzo maggior successo della storia del cinema. I Marvel Studios passavano all’incasso dopo aver preparato la strada verso il film evento fin dalla famosa sequenza post-credit del primo Iron Man datato 2008, quella in cui Nick Fury appariva a sorpresa nel salotto di un incredulo Tony Stark proponendogli l’idea del Progetto Vendicatori. La scena introduceva per la prima volta in un cinecomic l’idea di un universo condiviso, che sarebbe poi diventata lo standard per questo genere di prodotto. Idea che nel frattempo non poteva essere ancora sviluppata dalla DC / Warner, impegnata nella conclusione della trilogia dedicata a Batman da Christopher Nolan e scottata dal flop del Green Lantern interpretato da Ryan Reynolds l’anno prima. Solo con Batman V Superman: Dawn of Justice del 2016, la casa di produzione cinematografica si imbarcava finalmente nella realizzazione del primo crossover tra i suoi personaggi. La regia venne affidata a Zack Snyder, reduce dal buon esito di Man of Steel, ma il suo approccio troppo dark divise, e a distanza di anni ancora divide, i fan. Il pubblico che era accorso in sala per assistere al primo incontro sul grande schermo tra le due più grandi icone del fumetto americano, si ritrovò davanti a un mattone dalla durata di quasi 3 ore, più interessato a disquisizioni teologiche sulla figura del supereroe e sulla natura cristologica di Superman che a raccontare una storia. Un collage di immagini spesso potenti, ma avulso da ogni logica narrativa. La realizzazione del successivo Justice League per mano del confermato ma contestatissimo Snyder non partiva sotto i migliori auspici, e la situazione si è fatta critica quando il regista ha dovuto abbandonare il progetto subito dopo la fine delle riprese a causa di un terribile lutto familiare, lasciando il lavoro di post-produzione a Joss Whedon. Viste le premesse, era lecito attendersi il peggio.

A dispetto dei pronostici, Justice League è invece un riuscito carrozzone che non si vergogna delle sue origini pop come il precedente BvS (chi cerca un trattato sull’esistenzialismo non perda tempo e si legga un libro di Jean-Paul Sartre), tappando sul nascere falle congenite che ne avrebbero potuto causare il naufragio e riuscendo addirittura a far convivere felicemente l’estetica di due autori lontani anni luce tra loro.

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Andrè Bazin, celebre critico cinematografico, fondatore dei prestigiosi Cahiers du Cinema e ispiratore della Nouvelle Vague, sosteneva nei suoi saggi la centralità del montaggio nella realizzazione di una pellicola. Il montaggio è “l’organizzazione delle immagini nel tempo” (cit.) e tra tutti i mezzi espressivi di cui il cinema dispone è il più importante, perché ha la funzione di generare senso. Tralasciando il gusto personale di ciascun spettatore nell’approcciare lo stile dark, monumentale e funereo di Snyder, i ralenty volti ad aumentare la dimensione epica delle sue pellicole, il gusto per singole immagini iperrealiste fortemente evocative e suggestive che faticano però a comporre un racconto, il problema di cui soffriva maggiormente BvS era proprio il montaggio. Il sospetto diventò una certezza dopo la visione della versione estesa del film, tre ore complessive in cui venivano recuperate sequenze fondamentali per la comprensione della trama. Nella versione destinata alle sale, non si capiva nulla del piano di Luthor fino allo "spiegone" finale del medesimo, né si comprendeva perché Clark Kent ce l’avesse tanto con Batman, visto che tutta la sequenza della sua inchiesta nei bassifondi di Gotham con relativi personaggi di contorno era stata tagliata. Per aumentare la comprensibilità della pellicola, sarebbe bastato tagliare cinque minuti di scazzottate nel prolisso finale e inserire qualcuna delle sequenza sopracitate. La notizia positiva di Justice League è che non ha nessuno di questi problemi. Il film è assolutamente godibile, con una piacevolissima fluidità narrativa, considerando la mole di avvenimenti che racconta e il discreto numero di personaggi nuovi che deve introdurre. E qui si vede la mano di Whedon, che ha una maggiore propensione al racconto rispetto al collega.

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Il lavoro di Snyder stesso ha beneficiato dalla rifinitura dell’ideatore di Buffy the Vampire Slayer, che lo ha sottratto all’esuberanza creativa generosa ma spesso fuori contesto del suo autore. Non sapremo mai come sarebbe stato uno Justice League interamente nelle mani di Snyder, ma se avesse avuto un cut confuso come il suo predecessore non è esagerato sostenere che Whedon ha salvato la pellicola, rendendo comunque giustizia al talento visionario del suo collega e arricchendo una tavola già preziosamente imbandita con dei re-shooting mirati ad aumentare l’empatia tra personaggi e pubblico. Volendo sottrarci alla noiosa querelle internettiana circa l'eccessiva ironia di film come questo o il recente Thor: Ragnarok, diremo che l’inserimento di scene condite da una leggerezza tipicamente whedoniane servono a stabilire una felice connessione emotiva che mancava del tutto nel film precedente, e di cui beneficia anche la prestazione degli attori.

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Ben Affleck è convincente tanto nella parte di Bruce Wayne che in quella di Batman, a dispetto delle tante critiche piovutegli addosso negli ultimi anni. Affleck interpreta un Cavaliere Oscuro dalla fisicità impressionante, un calco perfetto di quello disegnato su carta da Jim Lee e riproposto ogni mese da David Finch nella sua collana principale. È il Batman che i lettori aspettavano da sempre. Gal Gadot si conferma una splendida Wonder Woman, e i suoi meriti vanno oltre la sua prestazione in Justice League, peraltro ottima: la Gadot è il sole che illumina l’universo cinematografico DC, affascinante e carismatica, vera forza motrice dell’intero progetto, uno dei casting più azzeccati dell’intera storia dei cinecomic. Nonostante il poco tempo loro concesso per lasciare il segno, si fanno notare Ezra Miller nel ruolo di Flash e Jason Momoa in quello di Aquaman. Miller interpreta un Barry Allen ancora all’inizio del suo percorso e che è ancora lontano dal diventare la rispettata icona che sarà, mentre l’Arthur Curry di Momoa svolge alla perfezione il ruolo del solitario burbero ed irascibile che, contro ogni previsione, scoprirà la bellezza del gioco di squadra. Unica nota stonata il Cyborg di Ray Fisher che, come il celebre MacGuffin hitchcockiano, rappresenta più un elemento di snodo della trama che un personaggio ben caratterizzato. Deludente anche il villain, lo Steppenwolf modellato sulle fattezze dell’attore irlandese Ciaran Hinds, realizzato nella peggiore CGI dai tempi del Beowulf di Zemeckis e che nel 2017 non è accettabile in progetti di queste dimensioni. Sarebbe stato preferibile usare il vero volto di Hinds, il Mance Rayder di Game of Thrones, inquietante come non pochi, ma si tratta di un elemento che non pregiudica il giudizio finale sulla pellicola, che resta comunque positivo.

Segnaliamo con immenso piacere la partitura musicale di Danny Elfman, che torna a lavorare su un film di supereroi dopo aver realizzato l’indimenticabile colonna sonora dei due Batman diretti da Tim Burton, capostipiti dei cinecomic moderni. E quando l’arrivo sullo schermo del Cavaliere Oscuro è annunciato dal Batman Theme del 1989, un vecchio redattore ormai padre di famiglia torna ad essere un ragazzino di 13 anni e la magia ricomincia, a dimostrazione di quella connessione emotiva che rende Justice League sia la chiusura di un cerchio ideale, sia un nuovo e promettente inizio.

Mad Run #3: Il Film per adulti di Superman e Big Barda nell'Action Comics di John Byrne

Bentornati su Mad Run, la rubrica che non teme di immergersi nei momenti più bizzarri della storia del fumetto a stelle a strisce. Dopo aver parlato di Marvel nelle prime due puntate, stavolta faremo un salto in casa DC Comics, in un momento cruciale per la storia editoriale della Distinta Concorrenza: i favolosi anni ’80! E visto che nelle prime due puntate abbiamo rimestato decisamente nel torbido, tra segreti e tradimenti, questa volta abbiamo deciso di andare oltre le squallide storie di corna già presentate optando per un argomento più delicato: parleremo di quella volta in cui Superman e Big Barda condivisero il set di un film porno! Il tutto narratoci da un gigante dell’industria, la star indiscussa del fumetto americano degli anni ’80, un maestro della Nona Arte che siamo onorati di ospitare nella nostra rubrica: John Byrne! Spostiamo quindi le lancette dell’orologio all’anno 1986, come se avessimo a disposizione la mitica DeLorean di Ritorno al Futuro, e diamo inizio a questa puntata di Mad Run!
 
A metà degli anni ’80, la DC avvia un’imponente ristrutturazione del proprio parco testate e un’opera di semplificazione della convulsa continuity narrativa, ormai gravata da cinquant’anni di storie, che impedisce a nuovi ed eventuali lettori di saltare a bordo della maggior parte delle serie della casa editrice. Lo scenario del Multiverso DC, come si presentava al pubblico all’inizio del decennio, era popolato da un numero pressoché infinito di terre parallele, ciascuna popolata da versioni alternative degli eroi più popolari: su Terra 1 vivevano le versioni moderne di Batman, Superman, Wonder Woman e soci, mentre su Terra 2 venivano narrate le avventure post-belliche degli stessi eroi, riuniti nella Justice Society of America. Gli eroi delle due terre si incontravano spesso, e frequenti erano le alleanze della Justice Society con la Justice League of America di Terra 1. Questa situazione rischiava di creare confusione tra i lettori, senza contare che i fumetti DC venivano percepiti dai più come troppo classicheggianti e non al passo con i tempi, cavalcati invece con furore dalla Marvel con serie innovative come X-Men di Chris Claremont & John Byrne e Daredevil di Frank Miller.  Serviva una scossa di rinnovamento, e il terremoto fu incarnato da Crisis on Infinite Earts, maxiserie di 12 numeri firmata da Marv Wolfman e George Pérez, con la quale l’editore fece piazza pulita delle infinite terre parallele e della tradizione naif derivata dalla Silver Age che ancora popolava molte delle sue testate, retaggio affascinante ma ormai anacronistico in anni in cui il cosiddetto revisionismo supereroistico cominciava a farsi largo. Quando Crisis terminò, nel marzo del 1986, il multiverso DC non esisteva più: adesso c’era una sola Terra, e della vecchia continuity era stato salvato solo ciò che funzionava. In realtà il coordinamento editoriale non fu perfetto e ci furono non poche contraddizioni, tipo la presenza dell’Hawkman pre-Crisis in una storia di Superman mentre ne debuttava la versione aggiornata nella miniserie Hawkworld, ma questa storia dovrà essere raccontata altrove. L’universo DC si presentava quindi, per la prima volta da cinque decadi, come una tabula rasa, e l’editore pensò bene di convocare i due artisti di maggior successo di quel momento, strappandoli alla concorrenza, per aggiornare le due più grandi icone del proprio catalogo. Così, mentre Frank Miller ci forniva la versione definitiva di Batman, John Byrne si mise a lavorare sul rilancio di Superman. All’epoca il passaggio di Miller e Byrne dalla Marvel e DC fece scalpore: la Casa delle Idee perdeva i due creativi sui quali aveva costruito la maggior parte dei suoi successi tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80. Se Batman era un personaggio che funzionava anche prima dell’arrivo di Miller e che aveva bisogno solo di una messa a punto, ben più gravoso appariva il compito di Byrne con l’Uomo d’Acciaio.

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Si trattava di aggiornare la mitologia di un personaggio che, nella sua versione cartacea, non aveva saputo sfruttare il grande successo del lungometraggio di Richard Donner a lui dedicato nel 1978. Potendo contare sulla grande interpretazione dell’indimenticabile Christopher Reeve, il film ci aveva regalato un Superman più realistico e meno caricaturale di quello che i lettori dell’epoca ancora potevano trovare sulle pagine dei comic book, ancora alle prese con le esagerazioni di una Silver Age ormai lontana nel tempo, tra città in bottiglia e cani volanti. L’Uomo d’Acciaio di Reeve era un Superman con le sue debolezze e non onnipotente, profondamente ancorato al suo retaggio umano. Byrne tenne conto degli elementi di novità introdotti dal film e li portò nella sua versione, convinto del fatto che nel 1986 un eroe invincibile non interessasse più a nessuno. Così l’artista britannico presentò al pubblico un eroe con le sue vulnerabilità, simboleggiate dall’iconico costume che, a differenza del passato, finiva spesso in brandelli durante gli scontri più cruenti. Byrne stabilì inoltre che Kal-El era l’unico sopravvissuto della distrutta Krypton: vennero così eliminati dal “canone” del personaggio tutti gli altri profughi del suo pianeta natale, da Supergirl, al cane Krypto fino alla città in bottiglia di Kandor, allo scopo di amplificare il senso di solitudine dell’Uomo d’Acciaio. Le innovazioni introdotte dall’autore furono numerose, brillanti e attuali, a partire dal nuovo ruolo di Lex Luthor, non più semplice genio del male ma luciferino e tipico tycoon dell’era reaganiana, magnate dall’apparenza rispettabile ma dai non pochi scheletri nell’armadio. Il Superman di Byrne è un capolavoro che meriterebbe un'analisi a parte, la versione moderna e definitiva del personaggio che ha costituito la base per venticinque anni di storie, fino al reboot New 52 del 2011: quindi a quale titolo, direte voi, dobbiamo la sua presenza in questa puntata di Mad Run? Beh, come molti di voi ricorderanno, Big John era colui che aveva dedicato un episodio (esilarante) di Fantastic Four al tentativo di She-Hulk di riappropriarsi di una sua foto in topless “rubata”, ma basterebbe pensare al personaggio di Aurora in Alpha Flight, timida e sessuofoba insegnante nella sua identità borghese quanto sfrontata e disinibita nella sua veste di supereroina. Ogni tanto Byrne inseriva nelle sue storie qualche particolare un po’ piccante, per la gioia di noi fan all’epoca adolescenti. Ma quella volta che rese Superman il protagonista di un film pornografico si superò!
Il tutto venne raccontato in una storia in due parti contenuta in Action Comics 592 e 593 di settembre e ottobre 1987.

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Byrne aveva rinarrato le origini di Superman nella miniserie di sei numeri The Man Of Steel, per poi proseguire la sua opera di rinnovamento del personaggio su due mensili, il nuovissimo Superman e la classica Action Comics. Se il primo costituiva la sede primaria delle trame intessute dall’autore, il secondo presentava ogni mese un team-up diverso tra l’Uomo d’Acciaio e un protagonista del rinnovato Universo DC post-Crisis. Nel nostro caso, l’ultimo figlio di Krypton incontrava Mister Miracle e Big Barda, due tra le più famose creazioni di Jack Kirby, ideate per la sua celeberrima Saga del Quarto Mondo. Mister Miracle era Scott Free, l’artista della fuga fuggito da Apokolips e dal regno di terrore del suo sovrano, Darkseid. Barda, temibile guerriera e generale delle truppe di Darkseid, aveva tradito il tiranno dopo aver incontrato Scott ed essersene innamorata. Entrambi avevano trovato rifugio sulla Terra, dove erano convolati a giuste nozze. Scott, inoltre, aveva anche trovato il tempo di unirsi alla più recente incarnazione della Justice League of America.
La storia si apre con una smarrita Barda in visita a Metropolis. La guerriera si trova casualmente a Suicide Slum, la zona più degradata della città, tra prostitute e protettori. La situazione che si presenta alla supereroina è un incrocio tra i set de I Guerrieri della Notte, New Jack City e Boogie Nights. La donna è incredula per lo squallore che si presenta ai suoi occhi.

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Uno scippatore commette l’errore madornale di rubare la borsa di Barda, che contiene la sua bacchetta del potere, arma potentissima originaria di Apokolips. Ma prima che possa essere raggiunto da Barda, che si è gettata al suo inseguimento, il ladro viene catturato dai tentacoli di un essere mostruoso. Quando la donna sopraggiunge, il delinquente è già cadavere: neanche il tempo di capire il da farsi e viene colpita da un raggio sparato dalla sua stessa arma.

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Uno strano essere verde, compiaciuto, si avvicina sogghignando all’eroina svenuta.

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Stesso destino subisce Superman poco dopo, giunto sul posto dopo aver captato una forte aura energetica provenire da lì. L’alieno si rivela essere un nativo di Apokolips dal nome quanto mai appropriato, Repellente. Consigliere di Darkseid durante gli anni giovanili di quest’ultimo, era stato in seguito esiliato dal despota per le sue inclinazioni oscene e perverse. C’è da considerare che essere giudicati impresentabili e banditi da un tiranno dello spazio che annovera la tortura come suo interesse principale è una bella impresa. Il tipo ha le capacità di corrompere psichicamente le persone, sottomettendole alla sua volontà. Il genere di potere che piacerebbe ad Harvey Weinstein, anche se, al contrario dell’ex boss della Miramax, Repellente ha il buon gusto di non accogliere le sue vittime in accappatoio in una stanza d’albergo. In ogni caso, l’alieno sa bene come utilizzarlo con Barda: costringe la malcapitata ad indossare un costume che lascia ben poco all’immaginazione e a lanciarsi in una danza sexy, filmandola.

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Eh si, perché Repellente ha pensato bene di riciclarsi sulla Terra come impresario nell’industria dell’home video a luci rosse.
Nel frattempo Mister Miracle rincasa, in compagnia del suo amico e assistente, il nano Oberon.

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Al posto di Barda, trova un ospite decisamente sgradito: il sovrano di Apokolips in persona, il malvagio Darkseid.

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Scott sta per attaccare il suo acerrimo nemico, dedito a sorseggiare un drink in salotto, ma questi lo ferma. Gli porge un vhs, acquistato dai suoi agenti in una zona malfamata della città, che è sicuro che Mister Miracle troverà di suo interesse. La tavola successiva è un capolavoro di arte sequenziale: Scott e Oberon riconoscono Barda nel filmato, anche se pesantemente truccata, ma restano di stucco davanti al contenuto… un tantino osé, come suggerisce il malizioso Byrne.

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Sconvolto, il buon Scott Free si lancia alla volta di Suicide Slum seguendo la dritta del suo eterno avversario. La cosa fantastica è che l’incarnazione del male stesso abbia trovato il tempo, tra una devastazione e l’altra, di andare ad avvertire uno dei suoi peggiori nemici dei pericoli che sta correndo la moglie e, non trovandolo, di accomodarsi sulla sua poltrona a bere un whisky. Diavolo di un Byrne!
Diventiamo quindi testimoni della lotta contro il tempo di Mister Miracle, che deve scoprire dove si trovi Barda prima che possa accadere qualcosa di realmente irreparabile. E farà bene a sbrigarsi perché Grossman, il produttore degli “assoli” di successo della povera e soggiogata supereroina, ha in mente di accoppiarla col nuovo “stallone” della sua scuderia: l’altrettanto sottomesso Superman, piegato dal controllo psichico di Repellente!

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Scott si imbatte in qualche ostacolo durante la sua corsa contro il tempo: arrivato a Suicide Slum, viene aggredito da una gang di delinquenti che lo stordiscono, lo chiudono in un sacco, e lo sigillano con una fiamma ossidrica in un cassonetto dell’immondizia. Una trappola degna di Houdini per il Maestro dell’ escapismo!

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Nella vignetta successiva, Mister Miracle è già fuggito e sta correndo sui tetti verso la sua meta. Una trappola che sembrava mortale era solo una scocciatura per l’Artista della fuga. La cosa più divertente è che una banda di malintenzionati avesse a disposizione l’armamentario per una trappola del genere. Mah!
Nel frattempo, sul set del film per adulti con protagonisti Superman e Barda, non tutto fila come dovrebbe. Grossman si lamenta della scarso “sex appeal” dell’Uomo d’Acciaio, a suo dire troppo legnoso: Repellente capisce che Supes sta opponendo resistenza al suo potere grazie alla sua forte fibra morale, quindi tenta il tutto per tutto e aumenta l’intensità del suo controllo.

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Proprio mentre Superman sembra cedere e comincia a baciare appassionatamente una discinta Barda, Mister Miracle interrompe le riprese facendo irruzione dal lucernario!

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Il set diventa un parapiglia: Scott Free si lancia all’inseguimento di Repellente, che gli scaglia contro il mostro dai tentacoli mollicci che avevamo visto in apertura della saga. Scott viene salvato da Barda, ormai ristabilitasi, che senza fatica fa a pezzi la mostruosità natia dei pozzi neri di Apokolips. Superman insegue Repellente nelle fogne (il posto giusto per un tipo così) ma il laido alieno, piuttosto che farsi catturare, preferisce suicidarsi facendosi esplodere vicino ad una conduttura di gas. L'Uomo d'Acciaio raggiunge i suoi alleati e li informa sull’infausto destino di Repellente, l’Harvey Weinstein venuto dallo spazio. È il momento dei saluti: ma Superman confida a Barda che gli sembra di ricordare che era successo davvero qualcosa tra di loro, quando erano sotto l’influsso dell’alieno. Barda lo interrompe, suggerendogli che è meglio lasciare le cose così. La storia si conclude con un infastidito Mister Miracle che si accomiata da Superman in compagnia della moglie ritrovata.

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Quindi Superman non è mai stato davvero il protagonista di un film per adulti, grazie all’intervento provvidenziale di Mister Miracle ma chissà, qualche foto di scena piccante in compagnia di Barda un giorno potrebbe saltare fuori, tra un reboot e l’altro dell’ Universo DC. Con buona pace del povero Scott Free.

È tutto per questa puntata di Mad Run e mi raccomando, non fatevi beccare in atteggiamenti compromettenti con la moglie di un vostro amico, o quantomeno assicuratevi che l’appartamento non abbia il luceranario: in ogni caso, la scusa del controllo mentale non reggerebbe!
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Fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

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