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L'importanza della meraviglia, la recensione de La cosa smarrita di Shaun Tan

L’australiano (ma di origine asiatica) Shaun Tan, classe 1974, è un fumettista, illustratore e regista, noto soprattutto per l’acclamato L’approdo, riproposto di recente dalla Tunué e che vi abbiamo recensito qui, nonché per The Lost Thing. Conosciuto precedentemente in italiano come Oggetti smarriti, quest’opera del 1999 vanta ora una nuova edizione, sempre per la casa editrice di Latina, col nuovo titolo de La cosa smarrita. Lo stesso Tan, inoltre, ha diretto la versione animata di questo breve graphic novel di sole 32 pagine, vincitrice del Premio Oscar come Miglior Corto d’Animazione nel 2011. Potete vedere il trailer qui di seguito.

L’opera, a metà strada fra un fumetto e un racconto illustrato, ha una trama molto esile ma altamente evocativa. Un ragazzo vede da lontano un oggetto smarrito sulla spiaggia, abbandonato fra l’incuria e l’indifferenza della gente. Una sorta di teiera con un polipo dentro. Il ragazzo si avvicina e interagisce con essa stabilendo un contatto anche affettivo. Non potendola lasciare lì, il giovane decide di portarla con sé prima a casa, poi in un grigio edificio denominato “Dipartimento federale della paccottiglia” dove vengono raccolte le cose smarrite. Tuttavia, sembra che non ci sia posto per un oggetto tanto strano e insolito e che nessun luogo sia adatto.

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La storia, narrata in maniera semplice e lineare tanto da poter essere letta a un bambino come favola della buonanotte, vista anche la sua brevità, ha un alto valore simbolico e presta il fianco a numerose interpretazioni. L’ambientazione in cui si svolge la vicenda è una sorta di città industriale grigia e spersonalizzata in cui gli abitanti, come si deduce dalle varie scene di folla, sono chiuse in se stesse,  indaffarate nelle loro occupazioni. Anche i genitori del protagonista sembrano indifferenti alla “cosa smarrita” a cui solo il ragazzo presta cura e attenzione. Quest’oggetto, dunque, simboleggia la curiosità, la voglia di sognare, quella scintilla vitale di stupore e bellezza che il mondo è ancora in grado di offrire nascosta fra gli edifici alti e freddi. E solo chi sa cogliere questa meraviglia, chi riesce a guardare oltre il grigiore della nostra vita, chi ha un animo curioso, può vederla. E non è un caso se il luogo fisico a cui appartiene, come scopriremo, è un posto bizzarro e pieno di meraviglie adatto a chi sa cogliere il lato migliore della vita. Quando l’oggetto ritroverà il suo posto e lascerà il ragazzo, quest’ultimo andrà avanti con la propria vita e crescerà diventando dunque membro della società e trovando sempre maggiore difficoltà a scorgere in giro gli oggetti smarriti. Un invito, quello di Tan, a non perdere quello sguardo innocente e disincantato tipico della giovinezza e a non chiuderci in noi stessi in una solitudine perenne.

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La tavole su cui l’artista imbastisce il racconto sembrano grossi fogli di piani industriali, con macchinari e numeri in cui vengono ritagliate e poste sopra le vignette e le didascalie, a sottolineare proprio la natura industriale e meccanica del contesto narrativo. Lo stile pittorico di Tan si sposa con il contesto surreale tanto che alcune illustrazioni sembrano uscire da un quadro di Giorgio De Chirico. Perdersi ad osservare le tavole dell’artista resta un piacere unico, talmente sono ricche di dettagli e finezze che ne fanno apprezzare la genialità. Caratteristiche che, dunque, compensano la brevità del racconto e che offrono una ricchezza visiva appagante.

La grandezza artistica di Shaun Tan è ormai riconosciuta e le sue opere sono sempre meritevoli d’attenzione, seppur possono apparire semplicistiche a uno sguardo disattento. La cosa smarrita è ormai un suo classico e la nuova edizione Tunué ripropone tale racconto in una veste sicuramente degna.

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L’approdo

Si parte con il mettere via le cose più preziose, indispensabili: un ritratto di famiglia e qualche vestito, in una modesta valigia da viaggio. Si salutano dolorosamente gli affetti più cari, la propria vita con tanto sacrificio costruita, e si parte, alla ricerca si un futuro migliore, di nuove prospettive e nuovi orizzonti, per poter ricominciare lontano dall'orrore, dalla guerra, dal terrore, dalla morte. Così comincia il viaggio del migrante senza nome in L'approdo di Shaun Tan, pluripremiato autore di fama internazionale, sempre intento a sfornare un gioiello narrativo dopo l'altro, che viene nuovamente pubblicato in Italia da Tunué con questo lavoro risalente al 2006, dopo una prima pubblicazione italiana della Elliot nel 2008.

In quest'opera, viene rappresentata la travagliata e drammatica ordinaria epopea di un profugo, di un essere umano costretto a fuggire da un orrido e terribile mostro tentacolare, rappresentante un agente esterno tanto malvagio quanto generico, ad indicare le molteplici cause di una fuga, per approdare, per l'appunto, ad una nuova esistenza, ad un nuovo ciclo di sacrifici per poter permettere alla propria famiglia di raggiungere una condizione sociale meno precaria, più confortante e sicura. Un'epopea, dicevamo, che non ha nulla di omerico o di fastoso, ma è costellata da piccole cose, piccoli drammi, piccoli gesti di altruismo. Un titanismo che trova la sua eroicità nello stoicismo umano, nella perseveranza e nel sacrificio penoso ma inevitabile che impregna una simile transizione.

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Non servono parole per questa narrazione: sarebbero superflue e condannerebbero all'uso di un linguaggio specifico, che ridurrebbe la generalizzazione ad una casistica singolare, contrariamente a quello che sembra essere il volere dell’autore. Non c'è lingua per non contestualizzare, non ci sono segni comprensibili se non quelli universali, intuitivi, gestuali e figurativi. Non ci sono città reali, solo virtuosismi immaginari, rappresentazioni di molteplici realtà possibili. Anche la contingenza temporale non è così importante, in quanto vi confluiscono aspetti di epoche diverse, realmente ispirati da materiale di archivio che l’autore ha consultato come documentazione, sebbene rimanga prevalente un affascinante look d’inizio ‘900.

Ma in questa astrazione generalizzante non c'è per nulla omologazione, non c'è perdita d'identità, smarrimento e amalgama di entità distinte. Ognuno mantiene la sua personalità, la sua unicità, il suo io, come magnificamente rappresentato in seconda e terza di copertina, con la serie di dettagliatissimi ritratti di numerosi migranti.
Le storie sono tante, sono diverse. I passati sono differenti e le ferite pure. Ma la condizione umana è la medesima, la sfida da affrontare la stessa, il futuro a cui mirare pure. E così il protagonista di questo viaggio disegnato non è che uno dei molti personaggi che possiamo incontrare nel corso della nostra esistenza e nel corso del romanzo grafico stesso, come il reduce di guerra o la ragazza al termine del volume.

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Le nostre esistenze si intrecciano e lo fanno in maniera intensa. Ci incontriamo spesso inconsapevoli dei passati finora vissuti dagli altri, pensando che siamo stati gli unici a soffrire, che solo noi abbiamo patito le pene dell’inferno. Ma Tan ci suggerisce che chiunque può essere un esule, un migrante in fuga da qualcosa, in un momento o nell’altro della propria esistenza, con i propri drammi personali, e la voglia di superarli, di reagire e di andare oltre, di non fermarsi di fronte alle avversità.
Shaun Tan realizza un’opera meravigliosamente maestosa, analitica, che con l’ausilio unicamente di tavole profondamente sequenziali, che scansionano nei minimi dettagli il procedere di attività minimali, gestuali e squisitamente ordinarie,  alternate a quadri di un’imponenza impressionante, dà vita ad un racconto di rara bellezza, che deborda ampiamente dalla semplice categoria di fumetto.

Dal punto di vista artistico, le tavole sono delle opere d’arte tratteggiate a matita con una perizia e un realismo, così meticolose e curate che non basta un’osservazione prolungata per godersele appieno, bisogna ritornarci, più e più volte, per ammirare e stupirsi ogni volta di più di quanto il genio artistico di Tan sia difficilmente eguagliabile. Anche la struttura delle tavole è di una bellezza incredibile, con soluzioni spesso tradizionali ma molto rapide nella scansione delle sequenze, e splash pages che potrebbero essere esposte in un museo. Un tripudio di dettagli e immaginazione, accostata ad una profonda conoscenza personale della realtà e del fenomeno narrato, considerando che anche il padre di Tan migrò nel 1960 dalla Malesia all'Australia, oltre a reali testimonianze di profughi di varia nazionalità ed epoche.

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Tunué confeziona in maniera impeccabile un gioiello che quanto mai nella nostra contingenza temporale rappresenta un vademecum comportamentale ed esistenziale nei confronti di un fenomeno intrinsecamente presente nella storia dell’umanità, che purtroppo ultimamente è sempre più una problematica con cui fare i conti, ma, rigorosamente, senza mai perdere la nostra splendida umanità. Capolavoro.

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Tunué: Il premio Oscar Shaun Tan torna con L'approdo

  • Pubblicato in News

Riceviamo e pubblichiamo:

Da domani in libreria Il premio Oscar 2011 che continua a incantare i lettori con un picture book indimenticabile tra i più venduti al mondo


Il potere della narrazione silenziosa

In un tempo lontano, un uomo co­stretto dall’indigenza, lascia moglie e figlia per intraprendere un lungo viaggio da migrante. Ad attenderlo, un mondo nuovo vi­sto con lo sguardo emotivo del viaggiatore che frammi­schia a immagini di oggetti cari, animali eso­tici, strumenti musicali e abiti, un immagi­nario magico, surreale, dove la perdita e l’ignoto danzano con la speranza. Il libro si sfoglia come un album di vecchie foto, una serie di immagini in ordine cronolo­gico che riempiono gli occhi e toccano il cuore.

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