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American Monster 1, recensione: Il cuore di tenebra della provincia americana

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Un uomo orrendamente sfigurato e dalle motivazioni misteriose arriva in una non meglio precisata cittadina della provincia americana. L’imperscrutabile individuo sembra avere nel mirino la gang locale, un gruppo di ex militari guidati dall’ambiguo Felix che si sono riciclati arricchendosi con il traffico d’armi. Le sue azioni contro la banda vengono fraintese dalla popolazione locale: per quanto spinto dalla vendetta, l’uomo non vuole sgominare la banda, ma prenderne il controllo.

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È American Monster di Brian Azzarello e Juan Doe il titolo con cui Saldapress fa debuttare in Italia il catalogo della Aftershock Comics, di cui detiene l’esclusiva per il nostro paese. L’Aftershock è l’ultima arrivata nel variegato panorama editoriale a stelle e strisce e si è subito messo in mostra con produzioni interessanti e autori di livello. American Monster è sicuramente una proposta di forte impatto che conferma, se ce ne fosse bisogno, il talento di Brian Azzarello come scrittore di storie noir e pulp. Ritroviamo qui tutto l’armamentario tipico dell’autore di 100 Bullets, dalla capacità di costruire situazioni cariche di una tensione strisciante che esplode improvvisamente in scoppi di violenza incontrollata, alla bravura nel caratterizzare i personaggi con dialoghi secchi e taglienti.

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Il rischio del dejà vu era dietro l’angolo, perché la fiction a stelle e strisce ci ha già abituato da anni, da Twin Peaks a True Detective passando per Sons of Anarchy, a un ritratto della provincia americana che più degradante non si potrebbe. Anche in American Monster ci viene mostrato un gruppo di individui che se fosse veramente rappresentativo dell’umanità, potremmo augurarci l’estinzione di quest’ultima senza troppi rimpianti. Azzarello usa questo campionario di anime perse per piazzare qualche stoccata alla società americana, dalla critica a certi ambienti di reduci alla vacuità di una gioventù che non esita a scendere a compromessi degradanti per raggranellare qualche dollaro, fino alla sconcertante figura del predicatore, rivale di Felix e della sua banda nei loro sporchi traffici. Ribaltato è anche il classico stereotipo dello Straniero che arriva in città, non per portare la legge come nei western di Sergio Leone ma per diventare un boss locale.

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Brian Azzarello è sempre stato fortunato nella scelta dei suoi collaboratori. Il successo di 100 Bullets deve molto alla messa in scena dal ritmo cinematografico del maestro del fumetto argentino Eduardo Risso, così come il suo controverso ciclo di Hellblazer si avvalse inizialmente di un altro maestro della nona arte, Richard Corben, e dell’ottimo Marcelo Frusin poi. Lo script dello scrittore in questo caso viene tradotto in immagini da Juan Doe, conosciuto finora soprattutto per le numerose copertine realizzate per Marvel e DC nell’ultimo decennio. Nonostante un evidente predilezione per la grafica e per l’illustrazione a scapito della narrazione, Doe riesce comunque a proporre uno storytelling efficace grazie all’uso dei neri e di una palette cromatica dominata dal rosso, il colore del sangue che scorre a fiumi nelle scene più violente, ma che ritroviamo anche nei tramonti infuocati e nel volto devastato del protagonista, che getta così la sua ombra su tutta la vicenda. Un uso sapiente della colorazione che trasforma le pagine di American Monster nella rappresentazione grafica delle pene e dei tormenti delle anime perse che lo popolano.

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La gioventù bruciata di Stephenson, la recensione di They're not like us 1 e 2

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La prima cosa che viene in mente leggendo They're not like us sono gli X-Men. È una corrispondenza di idee così ovvia che sembra perfino superfluo sottolinearlo, eppure è un punto da non sottovalutare per parlare del lavoro di Eric Stephenson, l'autore statunitense che ha lavorato in passato anche per Marvel e ora si cimenta in questa serie che ripropone quegli stessi personaggi della “generazione X”, figli dell'era atomica e della Silver Age del fumetto, in una rilettura moderna, ma sostanzialmente identica a quei ragazzini in calzamaglia dei primi anni '60, così pieni di super problemi, per parafrasare qualcuno di loro.
Ad accompagnare Stephenson, ai disegni c'è Simon Gane, illustratore dal tratto particolarmente interessante, fatto di linee marcate e precise e di una grande espressività facciale dei soggetti rappresentati, senza però risultare realistici. I disegni, colorati dalle nette tinte unite di Jordie Bellaire, ricordano così approssimativamente gli antichi dipinti e stampe “Ukiyo-e” giapponesi; un rimando dettato dalla forma dei visi di Gane, dai contorni neri e appunto dalla colorazione.

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Con una premessa molto semplice, l'autore costruisce un teen drama al cui centro c'è l'esperienza di Thabita, una giovane telepate, e alcuni suoi compagni, anch'essi dotati di poteri strabilianti. Questi “eroi” alle prime armi, in una sequenza di eventi non sempre limpidi da interpretare, sono alla ricerca della propria indipendenza dall'uomo che li ha riuniti, li ha guidati e addestrati all'uso dei poteri, soggiogandoli però ad alcune severe regole di comportamento per fare sì da mantenere segreta la loro esistenza.

Se il fatto che i protagonisti sono dei ragazzi che si scoprono possedere potere strabilianti e per questo emarginati dai “normali” non bastasse a richiamare quei mutanti tanto famosi a livello internazionale, a questo ci pensa anche la casa in cui convivono, guidati dal già citato mentore, The Voice, anch'egli telepate, che li guida nella vita di tutti i giorni. Al contrario dello Xavier degli X-Men però, The Voice non è un personaggio buono e saggio, ma al contrario antepone l'interesse privato di sé e dei suoi protetti a quello dell'uomo comune. La lezione che Thabita, la dotata protagonista, apprende non appena entrata nel gruppo, è quella che non solo è lecito fare del male al prossimo se questo significa mantenere il riserbo sulla “Casa”, ma è anche divertente utilizzare i propri poteri per vendicarsi almeno un po' contro quei “normali” colpevoli di aver emarginato e maltrattato gli “speciali”, scambiati spesso per mentalmente instabili.

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Una gioventù rappresentata come violenta e senza un obbiettivo da Stephenson, che nella perdita di valori etici dei ragazzi costruisce il primo dei due volumi pubblicati da Saldpress, contenente gli episodi da 1 a 6; chi più chi meno, tra i compagni della protagonista, manifesta un'amoralità diffusa, un'arroganza e un sentimento di rivalsa sul mondo che per primo li ha messi alle strette. Ma accanto a questo c'è anche la possibilità di redenzione, o meglio di recupero, per chi sceglie come Thabita di dire “no” a questo modus operandi che The Voice ha convinto i suoi a tenere, forse utilizzando i suoi stessi poteri celebrali; in verità però questa aggressività è insita nei giovani e, prescindendo dalle influenze esterne, sempre rimarrà latente, pronta a venire fuori.

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La storia, molto interessante nel primo volume con le sue visioni introspettive dei personaggi coinvolti, non resiste al giro di boa (finora) del capitolo 7, dove si sviluppano le vicende di cui i primi episodi risultano una preparazione e presentazione dei comprimari. Una parte degli eventi qui narrati appare difficile da seguire con le poche informazioni sul background dei personaggi principali, a cui se ne aggiungono un bel numero a questo punto, ognuno portatore del proprio subplot a complicare ancora le cose in previsione del seguito di questa serie. Tutti i soggetti più giovani risultano tanto fragili e influenzabili, quanto i più adulti sembrano ambigui nella loro moralità: anche chi dovrebbe essere un alleato per Thabita, non è ben inquadrabile per il lettore, che non trova un modello di eroismo classico in nessuno dei comprimari e ben che meno nei personaggi principali. Del resto l'universo tratteggiato da Stephenson è lontano dai grandi atti di eroismo che il “super” il più delle volte suggerisce, ma è fatto di problemi ben più piccoli che stanno al livello di una singola persona alla ricerca del proprio posto nel mondo.

 

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