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Il commissario Spada, recensione

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Se negli anni ’90 ne abbiamo assisto al declino definitivo, per tutti i decenni precedenti le riviste antologiche per ragazzi hanno rappresentato la linfa vitale del fumetto italiano che, grazie alla loro diffusione, hanno dato lavoro e spazio a tanti autori e lanciato centinaia di personaggi. La situazione odierna è totalmente differente, le riviste antologiche sono praticamente scomparse e il fumetto da edicola fatica sempre più a proporre serie durature e di successo, non a caso il genere si sta facendo strada nelle librerie segnando una crescita notevole e l’interesse degli editori di varia.
La formula antologica delle testate permetteva anche agli autori di sperimentare personaggi e serie senza assumersi il rischio diretto del successo o meno dell’intera pubblicazione: se un'idea piaceva e conquistava il pubblico, si andava avanti, altrimenti si passava ad altro.

Fra le riviste più importanti in tal senso, forse quella che per continuità ha dato più delle altre, troviamo Il Giornalino (che ancora vive in edicola seppur in una veste e con un target totalmente differente). Il Commissario Spada è una delle tante serie che hanno popolato le pagine della rivista e ne rappresenta un esempio ideale in tal senso sia per il suo work-in-progress, per cui gli autori hanno affinato il personaggio, lo stile e le tematiche col tempo, sia per il fatto di essere stato, nonostante il successo avuto all’epoca, una gemma nascosta per diversi anni. Immaginate quante altre opere degne di nota si nascondano in pagine ormai dimenticate da tutti.

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Il Commissario Spada nasce per mano del giornalista milanese Gianluigi Gonano, qui al suo esordio come sceneggiatore di fumetti, e del disegnatore romano di origini calabrese Gianni De Luca, autore di punta de Il Giornalino. Gonano, non ancora a suo agio con il medium, inizierà a impostare la serie in maniera piuttosto classica. Tuttavia, già nel suo esordio datato 1970, si intravedono alcuni degli aspetti fondamentali che diventeranno un marchio di fabbrica della saga. Quest’ultima, infatti, è ambientata a Milano, una città vera non solo perché realmente esistente ma perché fedelmente rappresentata. Eugenio Spada è un commissario di polizia integerrimo, ma al tempo stesso umano e non infallibile. L’uomo ha anche il compito non facile di crescere da solo il proprio figlio Mario, co-protagonista della serie e spesso antagonista del padre. Eugenio, spesso frustrato dal lavoro e dagli avvenimenti, non sempre comprende il figlio, arrivando anche a severi rimproveri e a sfoghi di rabbia molto duri. Mario, dal canto suo, sta crescendo in un’epoca di contestazioni e ribellioni sociali, e ciò ne amplifica i conflitti.

La serie di Spada va avanti a cicli, spesso con storie molto lunghe divise in atti e pubblicate a puntate. Il primo ciclo di 3 avventure - che comprende “Ladro d’uranio”, “L’uomo senza ricordi” e “Il segreto dell’isola” - mostrano un primo approccio che potremmo definire esplorativo: gli episodi sono gradevoli e mostrano un continuo crescendo, ma ancora troppi ancorati al “semplice” giallo e alla contrapposizione abbastanza schematica “buoni e cattivi” seppur con lievi e interessanti sfumature. È col ciclo di avventure successivo che avviene il salto di qualità che rende unica questa serie. Gonano e De Luca decidono, innanzitutto, di dare un nuovo volto al suo personaggio con un tratto più stilizzato e marcato e la soluzione narrativa applicata è un duro incidente che gli costerà una plastica facciale. Nelle storie “L’incidente”, “La Caccia” e “Mario, Mario”, dunque, vediamo Eugenio molto depresso e di cattivo umore, sfogare la propria rabbia anche verso il proprio figlio. In questi atteggiamenti si vede la grande umanità che gli autori hanno dato alla loro creatura.

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Le tematiche sociali e i cambiamenti che avevano luogo negli anni ’70 e ’80 vengono fuori in storie anche inusuali visto il contenitore in cui venivano pubblicate, i figli dei fiori, il mondo della malavita,  i terroristi, le sette segrete, sono argomenti che Gonano affronta alla luce del sole, ma anche in maniera sfaccettata e mai banale, entrando a fondo nell’animo di tutti i personaggi raccontati. Il celebre ciclo de “I terroristi” segna il ritorno della serie dopo 4 anni di assenza ed è fondamentale anche perché, in questo periodo, Gianni De Luca affronta la celebre trilogia Shakespeariana (su testi di Raoul Traverso) in cui adatta 3 opere del celebre drammaturgo inglese. In questi lavori il fumettista affina ulteriormente la propria arte e sperimenta col medium applicando, poi, i risultati in maniera sempre più evidente nella serie di Spada alla sua ripresa. Se le soluzioni innovative di De Luca sono sempre state presenti, nelle ultime storie vediamo una ricerca artistica sempre più accentuata tanto che in “Fantasmi”, l’avventura conclusiva della serie, abbiamo la totale assenza delle classiche e schematiche griglie a favore di composizioni originali e uniche. Ad aumentare il distacco artistico, troviamo anche l’utilizzo di un tono di grigio aggiuntivo che permette di giocare ulteriormente con atmosfere e profondità grazie al suo chiaroscuro.

Come anticipato, con “Fantasmi” si chiude la saga del Commissario Spada, nonostante Gonano avesse in mente una nuova avventura, quest’ultimo decise di accantonarla definitivamente in quanto non ne era convinto al 100%. La scelta, dunque, di terminare la serie è anche un atto d’amore per non rischiare, nonostante il successo, di proporre materiale non valido e di prolungarla inutilmente.

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Tutti gli episodi de Il Commissario Spada sono ora raccolti in bianco e nero in un volume di circa 700 pagine edito da Mondadori nella collana Oscar Ink. Si tratta della prima riproposizione integrale in volume di un’opera imperdibile per ogni appassionato della Nona Arte. L’edizione, estremamente solida nonostante la sua mole, è impreziosita anche da un apparato critico a cura di Sergio Rossi.

 

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Commodore 64. Nostalgic edition

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La prima cosa che balza all’occhio della copertina del volume Mondadori dedicato al Commodore 64, oltre all’enorme logo centrale, è il sottotiolo “Nostalgic Edition”. In realtà, quello delle nostalgia, è un sentimento spesso troppo predominante e che tiene in ostaggio la nostra mente offuscandone i ricordi. In un vecchio articolo affermavo provocatoriamente il rigetto di tale stato d’animo dichiarando che “nuovo è sempre meglio”, un imperativo affinché la nostra mente sia sempre aperta alle novità e non mitizzi il passato. In realtà, abbandonarsi alla nostalgia non è un male se si pone quest’ultima nella giusta prospettiva e non ci si fa soggiogare da essa. Tuttavia, parlare del Commodore non deve avere solo un valore nostalgico ma sopratutto storico e celebrativo. Ed è quello che in effetti fa il volume Mondadori.

È inevitabile che sfogliando le pagine di questo enorme libro si torni subito indietro nel tempo a un’epoca diversa da quella attuale. Il Commodore 64 è stato immesso nel mercato nel 1982 e la sua produzione è terminata 11 anni dopo, diventando così il computer più venduto della storia. Comprensibile, dunque, l’enorme affetto che ancora lo circonda. La sua particolarità si può ricercare nel fatto che la macchina si poneva come un ibrido fra un computer e una console, il cui mercato in quel periodo non stava vivendo una fase molto positiva. La sua enorme versatilità e il fatto che fosse uno strumento utile anche per studio e lavoro (ma utilizzato praticamente solo per i giochi) la resero appetibile al grande pubblico e apprezzata dagli stessi sviluppatori che, ancora oggi in un mercato di amatori, sviluppano videogame originali.

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E così, sfogliando le pagine del volume la mente ritorna a quando avevo 3 anni e mi venne regalato il Commodore. Era il 1987 e ricordo ancora quei momenti come fossero ieri: il computer veniva collegato alla tv solo il sabato sera e la domenica mattina. A quel punto, inserivamo la cassetta con i giochi, digitavamo i comandi sulla tastiera e attendevano interminabili minuti di caricamento. Improvvisamente lo schermo diventava di mille colori e appariva la schermata iniziale del videogame. Ci immergevamo, così, in fantastici mondi a 8-bit pieni di pixel colorati in cui la nostra fantasia doveva sopperire a quelli che erano i limiti grafici dell’epoca. Ciò nulla toglieva al divertimento e alle ore passate con il joystick in mano.

Il volume Mondadori vuole in fondo rievocare quelle atmosfere e si presenta essenzialmente come un libro grafico, composto per il 90% da immagini a due o una pagina provenienti direttamente dai giochi con frame dal gameplay o dalla schermata iniziale mentre, in altri casi, ne viene mostrata la copertina. In un angolo leggiamo un breve commento di uno sviluppatore o di un appassionato che commenta il gioco in questione. Non c’è un intento divulgativo, non viene spiegata nel dettaglio la storia del Commodore o dei singoli giochi,  sfogliando le pagine sembra piuttosto di trovarsi davanti a un album dei ricordi. Il che non è un aspetto negativo, tutt’altro: l’opera è un libro d’arte perfettamente riuscito, interessante e dall’alto valore evocativo. Inoltre, occasionalmente, non mancano approfondimenti e interviste che ne aumentano il valore critico.

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Commodore 64 – Nostalgic Edition è l’edizione italiana del volume Commodore 64: A visual commpendium, e si presenta come un must have per tutti gli amanti del mitico C64: a fronte del prezzo di copertina di 38€ è un tomo che non può mancare nelle librerie degli appassionati.

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House Of Penance, recensione: Lo strano caso di Sarah Winchester tra ghost story e western

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“Dobbiamo imparare a vivere tutti insieme. I vivi e i morti”.
(The Others, di Alejandro Amenabar, 2001).

La Winchester House è una delle attrazioni turistiche più popolari della città di San José, nella California del Nord. È una residenza dalle dimensioni gargantuesche, che ha fama di essere stregata. L’origine della dimora affonda le sue radici in una vicenda umana tragica, quella di Sarah Pardee Winchester, erede della fortuna dell’omonima famiglia al cui patriarca, Oliver, si deve la nefasta invenzione della famigerata carabina. Sarah aveva sposato l’unico figlio maschio del vecchio, William, e dopo pochi anni la coppia aveva avuto una bambina, Annie. Ma un destino infausto attendeva la sfortunata famiglia. La piccola Annie morì nel 1866, poche settimane dopo la nascita, di marasma infantile, una forma di malnutrizione dovuta a uno svezzamento precoce. Nel 1881 la raggiunse anche William, ucciso dalla tubercolosi, lasciando Sarah in un gravissimo stato di prostrazione mentale dalla quale non si sarebbe mai più ripresa. La donna, ricchissima erede del 50% della fortuna della Winchester Repeating Arms Company, si rivolse a uno spiritista, pratica piuttosto in voga negli Stati Uniti di fine ‘800, per scoprire se sulla sua famiglia pendesse una maledizione. Il medium le confermò questo sospetto, precisandole che la famiglia era stata maledetta da tutti gli spiriti delle persone uccise dal fucile Winchester, e invitò la donna a trasferirsi dal Connecticut, in cui risiedeva, a Ovest, per costruire un’immensa dimora che ospitasse lei e tutti gli spiriti. Il ciarlatano le intimò di non terminare mai i lavori, altrimenti la donna sarebbe morta. E i lavori andarono avanti, incessantemente, per 24 ore al giorno, 7 giorni la settimana, 365 giorni l'anno per i successivi 38 anni.

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Questi tragici fatti costituiscono l’antefatto a House Of Penance, miniserie uscita lo scorso anno per la Dark Horse ad opera di Peter J. Tomasi, Ian Bertram e Dave Stewart, edita in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink. Tomasi riprende la figura storica di Sarah Winchester e la rende protagonista di un avvincente ghost story, dove l’elemento fantastico si confonde con gli abissi della follia umana. Lo scrittore apporta alcuni cambiamenti rispetto alla vicenda reale, soprattutto di carattere temporale: la storia si svolge alla fine del secolo e i decessi di Annie e William Winchester sono accaduti a pochi mesi di distanza; inoltre, la Sarah che ci viene mostrata qui è più giovane della sua controparte reale. La donna ha già cominciato la costruzione della residenza, alla quale dedicherà la sua ingente fortuna e il resto della sua vita. La mano d’opera è fornita da un gran numero di operai, in realtà assassini giunti alla Winchester House in cerca di redenzione. Sarah li accoglie dando loro vitto e alloggio a patto di consegnare le proprie armi, che la donna provvede a fondere gettandole in una fucina, e di contribuire alla costruzione della casa. Un giorno arriva nella magione Warren Peck, un killer dall’oscuro passato: i fantasmi degli innocenti che ha ucciso, tra cui alcuni bambini, lo perseguitano. Tra tutti gli ospiti, è l’unico ad essere angosciato dagli stessi demoni della padrona di casa. E infatti i due si avvicineranno molto, diventando l’un per l’altra l’unico essere umano con cui stabilire una connessione. Nel frattempo, dovranno fare i conti con apparizioni terrificanti e con i continui lavori di ampliamento della magione, allo scopo di renderla un labirinto inestricabile per gli stessi spettri che la abitano.

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Peter Tomasi, veterano dello staff editoriale della DC Comics per la quale ha supervisionato e sceneggiato importanti cicli di Green Lantern Corps, Batman & Robin e Superman, scrive un emozionante romanzo horror a fumetti di rara finezza psicologica, dove l’elemento orrorifico, splendidamente visualizzato dalle tavole di Ian Bertram, è strettamente connesso al disagio mentale dei protagonisti. Commovente il ritratto di Sarah Winchester fornitoci dall’autore, una donna che ha perso tutto e che dedica il resto della sua vita a quella che lei percepisce come una missione irrinunciabile che il resto del mondo giudica solamente follia. Struggenti i suoi monologhi, in cui si rivolge alla figlia e al marito defunti. Notevole è la costruzione della suspense da parte di Tomasi, che riesce a trascinare il lettore nella spirale di follia da cui è afflitta la protagonista, rendendo precaria la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è immaginario: impossibile non pensare a classici del genere come i racconti di Edgar Allan Poe, il Giro di Vite di Henry James e la sua traduzione cinematografica, Suspense di Jack Clayton, o thriller come The Others di Alejandro Amenabar e The Orphanage di Juan Antonio Bayona, opere in cui l’elemento fantastico è spesso solamente una suggestione ed un pretesto per indagare i recessi più oscuri della mente umana. Una grandissima prova d’autore per Tomasi, fin qui noto soprattutto per la sua produzione supereroistica, come notevole è l’apporto del già citato Ian Bertram ai disegni. L’illustratore regala all’opera immagini di notevole impatto, soprattutto nella raffigurazione dell’inquietante Winchester House, un dedalo volutamente privo di qualsiasi criterio architettonico che nelle intenzioni della padrona di casa avrebbe dovuto metterla al sicuro dagli spiriti rabbiosi che la infestavano. Ecco quindi scale che portano verso il nulla, porte che si aprono sul vuoto o che nascondono dei muri, il tutto studiato per disorientare e confondere gli spettri. Una follia che viene resa con rigorosa furia geometrica da Bertram, che riempe i corridoi e le stanze della villa di fiumi di sangue ed interiora visibili solo dalla povera Sarah, come penitenza per le colpe dei Winchester. Significativo è inoltre l’uso delle onomatopee, in particolare i “blam” di cui Bertram inonda le tavole dedicate ai lavori di costruzione della casa: scambiati per colpi di pistola, sono i realtà i colpi di martello battuti dagli operai, che tramite questa associazione di idee non possono mai dimenticare il loro passato di assassini e le atrocità che hanno commesso.

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Ricordiamo, in conclusione, l’apporto rilevante dei colori di Dave Stewart, abituale collaboratore di Mike Mignola per le storie di Hellboy e quindi decisamente a suo agio con le storie di fantasmi, che siano veri o il frutto di una mente devastata dal dolore.

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Le Spose Proibite degli schiavi senza volto nella segreta dimora notturna dell'oscuro desiderio, recensione

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In una notte buia e tempestosa, una fanciulla fugge da una foresta popolata da mostruose creature cercando riparo dentro una vecchia magione che per una fortunata coincidenza si è trovata davanti. Dopo aver bussato più volte tra l’affanno e la paura di essere raggiunta dai mostri, la porta viene aperta da un vecchio e raggrinzito domestico, non meno minaccioso dei pericoli da cui la giovane era scampata. Il maggiordomo sembra conoscere il nome e la storia della fanciulla, Amelia Earnshaw, che costernata si chiede come ciò possa essere possibile: la ragazza viene attraversata dalla consapevolezza che la notte di terrore è appena iniziata. Intanto, nella vecchia villa diroccata di una famiglia nobile decaduta, un giovane rampollo e aspirante scrittore cerca invano di portare a termine il suo romanzo, tra un’ispirazione latitante e la frustrazione di non riuscire a tradurre in prosa la verità della vita vissuta.

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Le Spose Proibite degli Schiavi senza Volto nella Segreta Dimora Notturna dell’Oscuro Desiderio è l’adattamento dell’omonimo novella di Neil Gaiman, contenuta nella raccolta Cose Fragili e pubblicata in Italia da Mondadori. Il racconto è l’opera di un Gaiman appena ventenne, rifiutato all’epoca da vari editori e messo dallo scrittore, letteralmente, in uno scatolone in soffitta. Gaiman lo rispolverò una ventina d’anni dopo, quando gli venne chiesto un contributo per un’antologia di racconti gotici e decise che Spose Proibite potesse fare al caso suo. L'autore lo ritoccò giusto per eliminare alcune ingenuità da principiante e il risultato fu che la novella vinse il Locus Award come miglior racconto del 2005. Lo scorso anno ne è uscito per Dark Horse l’adattamento a fumetti, ad opera dello stesso Gaiman per i disegni di Shane Oakley.

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Pur trattandosi di un’opera minore, in questo breve e divertente sforzo letterario è possibile rintracciare tutti i temi che diventeranno tipici dello scrittore di Sandman: l’urgenza e la vocazione al racconto, attività salvifica capace di decifrare la realtà intima e quella circostante (si pensi alla dimensione boccacesca che sottende a un ciclo di Sandman come La Locanda alla Fine del Mondo o allo straordinario omaggio al mito di Batman rappresentato da Cos’è successo al Cavaliere Oscuro?, se non a tutto il corpus dell’opera gaimaniana); la realtà, o perlomeno quella che i più percepiscono come tale, che cortocircuita continuamente con gli emissari di dimensioni parallele, talvolta da sogno ma più frequentemente da incubo, capaci di determinare il corso della vita degli uomini. Il giovane Gaiman di questo racconto si pone il dilemma morale, sotto forma di riuscita parodia, della vera missione dell’arte: l’artista deve mirare alla riproduzione della vita vera, oppure fuggire da qualsiasi paletto o impedimento come una ragazza che fugge da una foresta stregata nella notte, infestata dai mostri che popolano i nostri incubi? Ed ecco, in chiusura, lo straordinario regalo dello scrittore ai suoi lettori: e se le nostre esistenze, appesantite dall’affanno del vivere quotidiano, fossero il frutto dell’immaginazione di uno scrittore di un altro mondo, dove i corvi parlano e i ritratti nei quadri muovono sinistramente gli occhi? Anche le nostre vite diventano così magicamente parte del mondo incantato dello scrittore di American Gods e Coraline. Il tutto avviene inserendosi magistralmente nella tradizione del romanzo gotico inglese, di cui Gaiman cita apertamente il capostipite, Il Castello di Otranto di Horace Walpole.

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Merita solo applausi, poi, il comparto grafico affidato a Shane Oakley. L’artista traduce alla perfezione l’ambientazione gotica della novella, affidandosi principalmente ad un sapiente uso dei neri e del colore. La dimensione reale, quella in cui opera il giovane scrittore (se reale si può definire un castello in cui una vecchia e mostruosa zia vive incatenata in cantina!), è dominata dai colori, tra cui un viola porpora degno di un film gotico, appunto, alla Mario Bava; la parte immaginaria, quella a cui il giovane scrittore tenta di infondere colore, è in bianco e nero e popolata da figure ricurve e distorte, da cinema espressionista. Tante le influenze e le suggestioni che vivono nelle tavole di Oakley: Murnau, il sopramenzionato Bava, i film gotici della Hammer e, in campo fumettistico, maestri dell’horror come Bernie Wrightson e Kelley Jones. Un lavoro sontuoso da parte di un artista di cui speriamo di vedere altre prove di questo livello in futuro.

Opera minore ma non meno importante della produzione di Neil Gaiman, Le Spose Proibite è un tassello necessario alla comprensione della poetica del più grande cantastorie della letteratura fantastica dei nostri tempi.

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