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Mad Run #3: Il Film per adulti di Superman e Big Barda nell'Action Comics di John Byrne

  • Pubblicato in Focus

Bentornati su Mad Run, la rubrica che non teme di immergersi nei momenti più bizzarri della storia del fumetto a stelle a strisce. Dopo aver parlato di Marvel nelle prime due puntate, stavolta faremo un salto in casa DC Comics, in un momento cruciale per la storia editoriale della Distinta Concorrenza: i favolosi anni ’80! E visto che nelle prime due puntate abbiamo rimestato decisamente nel torbido, tra segreti e tradimenti, questa volta abbiamo deciso di andare oltre le squallide storie di corna già presentate optando per un argomento più delicato: parleremo di quella volta in cui Superman e Big Barda condivisero il set di un film porno! Il tutto narratoci da un gigante dell’industria, la star indiscussa del fumetto americano degli anni ’80, un maestro della Nona Arte che siamo onorati di ospitare nella nostra rubrica: John Byrne! Spostiamo quindi le lancette dell’orologio all’anno 1986, come se avessimo a disposizione la mitica DeLorean di Ritorno al Futuro, e diamo inizio a questa puntata di Mad Run!
 
A metà degli anni ’80, la DC avvia un’imponente ristrutturazione del proprio parco testate e un’opera di semplificazione della convulsa continuity narrativa, ormai gravata da cinquant’anni di storie, che impedisce a nuovi ed eventuali lettori di saltare a bordo della maggior parte delle serie della casa editrice. Lo scenario del Multiverso DC, come si presentava al pubblico all’inizio del decennio, era popolato da un numero pressoché infinito di terre parallele, ciascuna popolata da versioni alternative degli eroi più popolari: su Terra 1 vivevano le versioni moderne di Batman, Superman, Wonder Woman e soci, mentre su Terra 2 venivano narrate le avventure post-belliche degli stessi eroi, riuniti nella Justice Society of America. Gli eroi delle due terre si incontravano spesso, e frequenti erano le alleanze della Justice Society con la Justice League of America di Terra 1. Questa situazione rischiava di creare confusione tra i lettori, senza contare che i fumetti DC venivano percepiti dai più come troppo classicheggianti e non al passo con i tempi, cavalcati invece con furore dalla Marvel con serie innovative come X-Men di Chris Claremont & John Byrne e Daredevil di Frank Miller.  Serviva una scossa di rinnovamento, e il terremoto fu incarnato da Crisis on Infinite Earts, maxiserie di 12 numeri firmata da Marv Wolfman e George Pérez, con la quale l’editore fece piazza pulita delle infinite terre parallele e della tradizione naif derivata dalla Silver Age che ancora popolava molte delle sue testate, retaggio affascinante ma ormai anacronistico in anni in cui il cosiddetto revisionismo supereroistico cominciava a farsi largo. Quando Crisis terminò, nel marzo del 1986, il multiverso DC non esisteva più: adesso c’era una sola Terra, e della vecchia continuity era stato salvato solo ciò che funzionava. In realtà il coordinamento editoriale non fu perfetto e ci furono non poche contraddizioni, tipo la presenza dell’Hawkman pre-Crisis in una storia di Superman mentre ne debuttava la versione aggiornata nella miniserie Hawkworld, ma questa storia dovrà essere raccontata altrove. L’universo DC si presentava quindi, per la prima volta da cinque decadi, come una tabula rasa, e l’editore pensò bene di convocare i due artisti di maggior successo di quel momento, strappandoli alla concorrenza, per aggiornare le due più grandi icone del proprio catalogo. Così, mentre Frank Miller ci forniva la versione definitiva di Batman, John Byrne si mise a lavorare sul rilancio di Superman. All’epoca il passaggio di Miller e Byrne dalla Marvel e DC fece scalpore: la Casa delle Idee perdeva i due creativi sui quali aveva costruito la maggior parte dei suoi successi tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80. Se Batman era un personaggio che funzionava anche prima dell’arrivo di Miller e che aveva bisogno solo di una messa a punto, ben più gravoso appariva il compito di Byrne con l’Uomo d’Acciaio.

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Si trattava di aggiornare la mitologia di un personaggio che, nella sua versione cartacea, non aveva saputo sfruttare il grande successo del lungometraggio di Richard Donner a lui dedicato nel 1978. Potendo contare sulla grande interpretazione dell’indimenticabile Christopher Reeve, il film ci aveva regalato un Superman più realistico e meno caricaturale di quello che i lettori dell’epoca ancora potevano trovare sulle pagine dei comic book, ancora alle prese con le esagerazioni di una Silver Age ormai lontana nel tempo, tra città in bottiglia e cani volanti. L’Uomo d’Acciaio di Reeve era un Superman con le sue debolezze e non onnipotente, profondamente ancorato al suo retaggio umano. Byrne tenne conto degli elementi di novità introdotti dal film e li portò nella sua versione, convinto del fatto che nel 1986 un eroe invincibile non interessasse più a nessuno. Così l’artista britannico presentò al pubblico un eroe con le sue vulnerabilità, simboleggiate dall’iconico costume che, a differenza del passato, finiva spesso in brandelli durante gli scontri più cruenti. Byrne stabilì inoltre che Kal-El era l’unico sopravvissuto della distrutta Krypton: vennero così eliminati dal “canone” del personaggio tutti gli altri profughi del suo pianeta natale, da Supergirl, al cane Krypto fino alla città in bottiglia di Kandor, allo scopo di amplificare il senso di solitudine dell’Uomo d’Acciaio. Le innovazioni introdotte dall’autore furono numerose, brillanti e attuali, a partire dal nuovo ruolo di Lex Luthor, non più semplice genio del male ma luciferino e tipico tycoon dell’era reaganiana, magnate dall’apparenza rispettabile ma dai non pochi scheletri nell’armadio. Il Superman di Byrne è un capolavoro che meriterebbe un'analisi a parte, la versione moderna e definitiva del personaggio che ha costituito la base per venticinque anni di storie, fino al reboot New 52 del 2011: quindi a quale titolo, direte voi, dobbiamo la sua presenza in questa puntata di Mad Run? Beh, come molti di voi ricorderanno, Big John era colui che aveva dedicato un episodio (esilarante) di Fantastic Four al tentativo di She-Hulk di riappropriarsi di una sua foto in topless “rubata”, ma basterebbe pensare al personaggio di Aurora in Alpha Flight, timida e sessuofoba insegnante nella sua identità borghese quanto sfrontata e disinibita nella sua veste di supereroina. Ogni tanto Byrne inseriva nelle sue storie qualche particolare un po’ piccante, per la gioia di noi fan all’epoca adolescenti. Ma quella volta che rese Superman il protagonista di un film pornografico si superò!
Il tutto venne raccontato in una storia in due parti contenuta in Action Comics 592 e 593 di settembre e ottobre 1987.

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Byrne aveva rinarrato le origini di Superman nella miniserie di sei numeri The Man Of Steel, per poi proseguire la sua opera di rinnovamento del personaggio su due mensili, il nuovissimo Superman e la classica Action Comics. Se il primo costituiva la sede primaria delle trame intessute dall’autore, il secondo presentava ogni mese un team-up diverso tra l’Uomo d’Acciaio e un protagonista del rinnovato Universo DC post-Crisis. Nel nostro caso, l’ultimo figlio di Krypton incontrava Mister Miracle e Big Barda, due tra le più famose creazioni di Jack Kirby, ideate per la sua celeberrima Saga del Quarto Mondo. Mister Miracle era Scott Free, l’artista della fuga fuggito da Apokolips e dal regno di terrore del suo sovrano, Darkseid. Barda, temibile guerriera e generale delle truppe di Darkseid, aveva tradito il tiranno dopo aver incontrato Scott ed essersene innamorata. Entrambi avevano trovato rifugio sulla Terra, dove erano convolati a giuste nozze. Scott, inoltre, aveva anche trovato il tempo di unirsi alla più recente incarnazione della Justice League of America.
La storia si apre con una smarrita Barda in visita a Metropolis. La guerriera si trova casualmente a Suicide Slum, la zona più degradata della città, tra prostitute e protettori. La situazione che si presenta alla supereroina è un incrocio tra i set de I Guerrieri della Notte, New Jack City e Boogie Nights. La donna è incredula per lo squallore che si presenta ai suoi occhi.

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Uno scippatore commette l’errore madornale di rubare la borsa di Barda, che contiene la sua bacchetta del potere, arma potentissima originaria di Apokolips. Ma prima che possa essere raggiunto da Barda, che si è gettata al suo inseguimento, il ladro viene catturato dai tentacoli di un essere mostruoso. Quando la donna sopraggiunge, il delinquente è già cadavere: neanche il tempo di capire il da farsi e viene colpita da un raggio sparato dalla sua stessa arma.

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Uno strano essere verde, compiaciuto, si avvicina sogghignando all’eroina svenuta.

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Stesso destino subisce Superman poco dopo, giunto sul posto dopo aver captato una forte aura energetica provenire da lì. L’alieno si rivela essere un nativo di Apokolips dal nome quanto mai appropriato, Repellente. Consigliere di Darkseid durante gli anni giovanili di quest’ultimo, era stato in seguito esiliato dal despota per le sue inclinazioni oscene e perverse. C’è da considerare che essere giudicati impresentabili e banditi da un tiranno dello spazio che annovera la tortura come suo interesse principale è una bella impresa. Il tipo ha le capacità di corrompere psichicamente le persone, sottomettendole alla sua volontà. Il genere di potere che piacerebbe ad Harvey Weinstein, anche se, al contrario dell’ex boss della Miramax, Repellente ha il buon gusto di non accogliere le sue vittime in accappatoio in una stanza d’albergo. In ogni caso, l’alieno sa bene come utilizzarlo con Barda: costringe la malcapitata ad indossare un costume che lascia ben poco all’immaginazione e a lanciarsi in una danza sexy, filmandola.

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Eh si, perché Repellente ha pensato bene di riciclarsi sulla Terra come impresario nell’industria dell’home video a luci rosse.
Nel frattempo Mister Miracle rincasa, in compagnia del suo amico e assistente, il nano Oberon.

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Al posto di Barda, trova un ospite decisamente sgradito: il sovrano di Apokolips in persona, il malvagio Darkseid.

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Scott sta per attaccare il suo acerrimo nemico, dedito a sorseggiare un drink in salotto, ma questi lo ferma. Gli porge un vhs, acquistato dai suoi agenti in una zona malfamata della città, che è sicuro che Mister Miracle troverà di suo interesse. La tavola successiva è un capolavoro di arte sequenziale: Scott e Oberon riconoscono Barda nel filmato, anche se pesantemente truccata, ma restano di stucco davanti al contenuto… un tantino osé, come suggerisce il malizioso Byrne.

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Sconvolto, il buon Scott Free si lancia alla volta di Suicide Slum seguendo la dritta del suo eterno avversario. La cosa fantastica è che l’incarnazione del male stesso abbia trovato il tempo, tra una devastazione e l’altra, di andare ad avvertire uno dei suoi peggiori nemici dei pericoli che sta correndo la moglie e, non trovandolo, di accomodarsi sulla sua poltrona a bere un whisky. Diavolo di un Byrne!
Diventiamo quindi testimoni della lotta contro il tempo di Mister Miracle, che deve scoprire dove si trovi Barda prima che possa accadere qualcosa di realmente irreparabile. E farà bene a sbrigarsi perché Grossman, il produttore degli “assoli” di successo della povera e soggiogata supereroina, ha in mente di accoppiarla col nuovo “stallone” della sua scuderia: l’altrettanto sottomesso Superman, piegato dal controllo psichico di Repellente!

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Scott si imbatte in qualche ostacolo durante la sua corsa contro il tempo: arrivato a Suicide Slum, viene aggredito da una gang di delinquenti che lo stordiscono, lo chiudono in un sacco, e lo sigillano con una fiamma ossidrica in un cassonetto dell’immondizia. Una trappola degna di Houdini per il Maestro dell’ escapismo!

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Nella vignetta successiva, Mister Miracle è già fuggito e sta correndo sui tetti verso la sua meta. Una trappola che sembrava mortale era solo una scocciatura per l’Artista della fuga. La cosa più divertente è che una banda di malintenzionati avesse a disposizione l’armamentario per una trappola del genere. Mah!
Nel frattempo, sul set del film per adulti con protagonisti Superman e Barda, non tutto fila come dovrebbe. Grossman si lamenta della scarso “sex appeal” dell’Uomo d’Acciaio, a suo dire troppo legnoso: Repellente capisce che Supes sta opponendo resistenza al suo potere grazie alla sua forte fibra morale, quindi tenta il tutto per tutto e aumenta l’intensità del suo controllo.

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Proprio mentre Superman sembra cedere e comincia a baciare appassionatamente una discinta Barda, Mister Miracle interrompe le riprese facendo irruzione dal lucernario!

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Il set diventa un parapiglia: Scott Free si lancia all’inseguimento di Repellente, che gli scaglia contro il mostro dai tentacoli mollicci che avevamo visto in apertura della saga. Scott viene salvato da Barda, ormai ristabilitasi, che senza fatica fa a pezzi la mostruosità natia dei pozzi neri di Apokolips. Superman insegue Repellente nelle fogne (il posto giusto per un tipo così) ma il laido alieno, piuttosto che farsi catturare, preferisce suicidarsi facendosi esplodere vicino ad una conduttura di gas. L'Uomo d'Acciaio raggiunge i suoi alleati e li informa sull’infausto destino di Repellente, l’Harvey Weinstein venuto dallo spazio. È il momento dei saluti: ma Superman confida a Barda che gli sembra di ricordare che era successo davvero qualcosa tra di loro, quando erano sotto l’influsso dell’alieno. Barda lo interrompe, suggerendogli che è meglio lasciare le cose così. La storia si conclude con un infastidito Mister Miracle che si accomiata da Superman in compagnia della moglie ritrovata.

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Quindi Superman non è mai stato davvero il protagonista di un film per adulti, grazie all’intervento provvidenziale di Mister Miracle ma chissà, qualche foto di scena piccante in compagnia di Barda un giorno potrebbe saltare fuori, tra un reboot e l’altro dell’ Universo DC. Con buona pace del povero Scott Free.

È tutto per questa puntata di Mad Run e mi raccomando, non fatevi beccare in atteggiamenti compromettenti con la moglie di un vostro amico, o quantomeno assicuratevi che l’appartamento non abbia il luceranario: in ogni caso, la scusa del controllo mentale non reggerebbe!
Scrivete a Comicus.it o lasciate un commento sulla nostra pagina Facebook per segnalarci una Mad Run da recuperare!
Fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

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Marvel Omnibus: Namor

Se siete lettori di fumetti americani cresciuti negli anni ’80 e ’90, ben pochi nomi potranno provocare in voi nostalgici ricordi di ore di letture avvincenti come quello di John Byrne. L’autore, inglese di nascita ma cresciuto in Canada, ha attraversato da assoluto protagonista quel decennio chiave in cui il fumetto americano è diventato adulto, scrivendone pagine indimenticabili: dagli inizi, sul finire degli anni ’70, come jolly sui titoli più disparati della Marvel (Avengers, Iron Fist, Star-Lord, Marvel Team-Up, Champions), fino alla consacrazione con il seminale ciclo di Uncanny X-Men in coppia con Chris Claremont che ha cambiato la storia del fumetto seriale a stelle e strisce; il debutto come autore completo con la lunga ed eccezionale run, durata ben cinque anni, di Fantastic Four, giustamente considerata la versione definitiva del Quartetto dopo quella di Stan Lee e Jack Kirby; la rottura con la Marvel a seguito di un violento alterco con l’allora editor-in-chief Jim Shooter e il passaggio alla DC Comics, dove aggiorna il mito di Superman per l’era moderna depurandolo dalle ingenuità tipicamente Silver Age. Se i lavori dell’amico e contemporaneo Frank Miller bruciano di ardore innovatore e rivoluzionario, l’approccio di Byrne al mezzo è del tutto antitetico ed è ben sintetizzato nel motto back to the basics (ritorno alle origini) che aveva caratterizzato la sua gestione del Favoloso Quartetto, cioè il recupero degli elementi classici e dei caratteri originali dei personaggi per proiettarli poi in una nuova era. I lavori più riusciti di John Byrne sono in apparenza dei splendidi fumetti d’avventura, fra le cui pieghe l’autore inserisce sottilmente elementi di grande novità, come lo spessore inedito conferito ai personaggi femminili. Il ciclo di Fantastic Four è un’ode a Susan Storm, a cui Byrne modifica il nome da Invisible Girl a Invisible Woman, segnando il passaggio da “fidanzatina del capo” dei tempi di Lee & Kirby a quello di consapevole donna, madre ed eroina della sua straordinaria gestione.

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E poi i disegni. Parlare di John Byrne significa parlare, molto semplicemente, di fumetti belli da guardare, di anatomie scolpite ma dinamiche, di un tratto che coniuga potenza e grazia, di forme atletiche ma fluide e sinuose allo stesso tempo, di eroi carismatici e di eroine di cui è impossibile non innamorarsi. Big John è uno dei primi autori intorno al quale si crea uno zoccolo duro di fan che acquista tutto quello che lui produce, che si tratti di Superman o degli eroi disfunzionali e problematici di Alpha Flight, supergruppo canadese che annovera tra le sue fila il velocista Northstar, il primo eroe dichiaratamente gay della storia del fumetto e la sorella gemella Aurora, schizofrenica dalla doppia personalità, pudica fanciulla nella sua identità borghese, sensuale e dissoluta nei suoi panni da eroina. Pur in un contesto classico, Byrne continuerà ad infarcire i suoi lavori di elementi di rottura, soprattutto nel secondo periodo in Marvel dopo il ritorno dal suo “esilio” alla DC, dal 1988 in poi. È il periodo di Sensational She-Hulk, dove la protagonista, che sa di essere la star di un fumetto, parla direttamente col lettore e si lamenta del trattamento riservatole dall’autore (anticipando di qualche anno quello "sfondamento della quarta parete" che è alla base del successo di Deadpool), e di Avengers West Coast, dove il fumettista canadese per primo ci mostra una Scarlet Witch fuori controllo e in preda alla follia, idea che verrà ripresa quasi un ventennio dopo da Brian Micheal Bendis e che sarà alla base del ciclo di Avengers Disassembled e delle trame della Marvel del primo decennio degli anni 2000. È in questo felice periodo della produzione di Byrne che trova posto Namor The Sub-Mariner, serie del 1990 dedicata all’eroe anfibio della Marvel, di cui Panini Comics ripropone i primi 18 episodi in un prezioso Omnibus.

Namor, sovrano mezzosangue di Atlantide nato dalla fantasia di Bill Everett, è il primo supereroe pubblicato dalla Marvel a partire dal 1939, quando la casa editrice si chiamava ancora Timely Comics. Viene presentato inizialmente come una minaccia affrontata dall’altro eroe della casa editrice, la Torcia Umana originale, Jim Hammond. A seguito dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, anche Namor si arruola per il fronte e, insieme agli eroi della Timely, affronterà le forze dell’Asse. Dopo essere caduto nel dimenticatoio per tutti gli anni ’50, il personaggio viene ripescato da Stan Lee & Jack Kirby come antagonista dei Fantastici Quattro, che fermano più volte i suoi tentativi di invasione, da lui giustificati come risposta all’inquinamento degli oceani perpetrato dagli abitanti di superficie. Da quel momento sarà un comprimario ricorrente della serie del Quartetto di cui diventerà un alleato, innamorandosi della bella Susan Storm. Quando Byrne si mette al lavoro su Namor, quest’ultimo è un personaggio quasi dimenticato: le ultime storie degne di nota sono quelle illustrate da Gene Colan negli anni ’60 e le successive miniserie a lui dedicate nel corso degli anni non hanno lasciato il segno. Ma sono gli anni in cui l’autore inglese trasforma in oro tutto ciò che tocca e Namor non fa eccezione. A Byrne basta un numero per dare una spiegazione al comportamento impulsivo e rissoso del personaggio: è causato da uno squilibrio biologico dovuto alla sua doppia natura, umana e atlantidea allo stesso tempo. Dopo essere tornato in possesso delle sue facoltà, e constatato lo stato d’inquinamento in cui versano ormai gli oceani, Namor decide di investire le ricchezze trovate nella carcassa di un veliero rilevando una compagnia in bancarotta e trasformandola in una nuova azienda con la difesa dell'ambiente come core business, la Oracle Inc. Nel giro di poche pagine l’autore regala al personaggio un setting  e una “missione” completamente nuova: Atlantide non appare praticamente mai e Namor, novello uomo d’affari, si districa in giacca e cravatta tra le insidie della borsa. Da ricordare che ci troviamo negli anni successivi a Wall Street di Oliver Stone, il cui protagonista senza scrupoli, Gordon Gekko, ha pesantemente segnato l’immaginario degli anni ’80.

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Altrettanto spietati sono i villain che Byrne introduce nella serie, i crudeli gemelli Desmond e Phoebe Marrs, legati da un rapporto perverso e incestuoso che l’autore si limita solo a suggerire. I due faranno di tutto per mettere i bastoni tra le ruote all’ex sovrano di Atlantide, ma non saranno le uniche minacce che Namor dovrà affrontare: si va da Headhunter, la cacciatrice di teste di Wall Street, geniale e neanche troppo velata critica al capitalismo finanziario, al recupero di classici villain come Griffin e il Super-Skrull. Byrne realizza una serie divertente e la infarcisce di colpi di scena e di sottotrame accennate che poi esplodono nei numeri successivi, divertendosi a giocare col pantheon dell’Universo Marvel di cui è un profondo conoscitore: ecco apparire in rapida sequenza Fantastici Quattro, Iron Man, Capitan America, Thor, la Torcia Umana originale, Misty Knight & Colleen Wing, le Figlie del Drago, Iron Fist (ma sarà davvero lui?), il Punitore, Ka-Zar, Shanna e tanti altri.

La sequenza di storie che farà la gioia dei vecchi fan è quella che vede Namor tornare a Berlino dopo tanti anni per affrontare la perversa eredità del Reich rappresentata da Master Man e Warrior Woman: ne scaturirà l’occasione per una reunion degli Invasori, la squadra formata ai tempi della guerra dall’eroe anfibio, Cap e la Torcia originale, qui raggiunti anche da Spitfire e dal nuovo Union Jack, in quello che è un sentito omaggio dell’autore alle storie classiche degli Invaders di Roy Thomas e Frank Robbins. L’azione si sussegue senza un attimo di tregua e, pur condita da qualche ingenuità del tempo, la sceneggiatura dell’autore canadese sfrutta le 22 pagine concesse da ogni albo per infarcirle di eventi, diversamente (e non ci dispiace) dallo stile decompresso dei fumetti di oggi.

Dal punto di vista dei disegni, qui ci troviamo di fronte ad uno dei picchi del Byrne artista. Nonostante abbia sempre inserito Jack Kirby nel suo pantheon di riferimento, il tratto del penciler sembra appartenere più al lignaggio di un Alex Raymond, la cui aristocrazia un po’ ingessata viene scossa da un dinamismo alla Neal Adams. Namor è scolpito e possente come un vero nuotatore, le figure femminili, come sempre in Byrne, sono sensuali e rubano l’occhio, si veda la cugina Namorita, vero e proprio sidekick del Principe Vendicativo. Menzione d’onore per il personaggio di Phoebe Marrs, la cui figura sensuale esprime allo stesso tempo perversione e fragilità, crudeltà e dolcezza. La serie si segnalò all’epoca per l’uso innovativo del duo-shade: era una tecnica grazie alla quale l’artista disegnava e inchiostrava direttamente su cartoncino Bristol, trattato poi con un agente chimico che rilasciava sul disegno linee e punti d’ombra, a formare un piacevole effetto di chiaroscuro. Byrne utilizzò la duo-shade per questa serie e per O.M.A.C. alla DC, salvo abbandonarla con l’avvento della colorazione digitale. La resa finale mantiene comunque un certo fascino ancora oggi.

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Unica pecca da trovare ad un volume dalla qualità eccellente è la decisione dell’editore di troncare la sequenza di storie col numero 18, lasciando così insoluti i misteri del ritorno di Lady Dorma e del destino di Danny Rand, Iron Fist: la speranza è che i numeri conclusivi della run di Byrne, metà dei quali disegnati da un allora debuttante Jae Lee, possano trovare spazio in un eventuale, secondo volume.

Namor The Sub-Mariner è una serie che proporrà ai nuovi lettori una visione classica e moderna allo stesso tempo del Marvel Universe e farà conoscere loro un autore leggendario di cui forse avranno sentito parlare. Per i vecchi lettori sarà una passeggiata sul viale dei ricordi che emergeranno con forza dal fondale della memoria. Ci sono cose, nella vita e nei fumetti, che passano, altre che restano. L’epoca d’oro della Marvel di John Byrne certamente resterà.

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Marvel Omnibus: Power Man & Iron Fist

Gli anni ’70 vengono ricordati come una decade di grande vitalità e sperimentazione nella storia della Marvel. Dopo essere esplosa come fenomeno di costume nel decennio precedente, è in questi anni che la casa editrice di Park Avenue South consolida la sua posizione predominante sul mercato, aggiungendo al suo già nutrito parco testate nuovi titoli che cavalcano lo spirito del tempo. Sempre attenta a nuove mode e tendenze, la Marvel attraversa gli impetuosi anni ’70 come un riff di chitarra selvaggio, lanciando nuove proposte che riflettono gli stimoli della cultura popolare dell’epoca. I film horror della Hammer Films riscuotevano successo? Ecco arrivare sugli scaffali delle fumetterie Tomb Of Dracula e Werewolf By Night. Shaft e Foxy Brown erano gli alfieri della blaxploitation? Ecco arrivare l’eroe di Harlem, Luke Cage, Power Man. E se il successo dei film con Bruce Lee e del telefilm Kung Fu con David Carradine aveva fatto esplodere nel paese la moda delle arti marziali, la Marvel rispondeva con Shang-Chi, Master of Kung Fu e Iron Fist, The Living Weapon.

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Le testate di Luke Cage, Hero for Hire, e di Iron Fist in particolare conoscono un buon successo di vendite fino alla seconda metà degli anni ’70, grazie alla qualità dei team creativi che vi si alternano e per le atmosfere inusuali rispetto alle altre collane Marvel del periodo. Le storie di Cage, ambientate tra bassifondi e gang di strada, vengono realizzate da autori come Archie Goodwin, George Tuska, Steve Englehart, Don McGregor e Billy Graham, con un design del personaggio curato nientemeno che da John Romita Sr.; le vicende di Danny Rand, alias Pugno d’Acciaio, sospese tra New York e la mistica città di K’un-Lun, debuttano grazie alle firme prestigiose di Roy Thomas e Gil Kane, prima di essere affidate ad una coppia che di li a poco farà la storia del fumetto americano grazie ad un epocale ciclo di Uncanny X-Men, Chris Claremont e John Byrne. Ma sul finire del decennio sia il genere blaxploitation che quello delle arti marziali cominciano a segnare il passo, cominciando un rapido declino. Il primo a farne le spese è Iron Fist, la cui testata viene chiusa nonostante l’ottimo ciclo di Claremont & Byrne; nel momento in cui anche le vendite della serie di Cage, ribattezzato nel frattempo Power Man, cominciano a scricchiolare, la Marvel tenta una mossa a sorpresa nel tentativo di salvarla dal dimenticatoio. I numeri 48 e 49 vengono eccezionalmente affidati proprio alla premiata ditta Claremont & Byrne, che ne approfittano per affiancare all’Eroe Nero quel Pugno d’Acciaio orfano ormai di una serie personale. Dal numero 50 la testata cambia nome in Power Man & Iron Fist, e la scommessa di abbinare due eroi in declino per tentare un disperato rilancio viene subito vinta, dando vita ad una serie ancora oggi considerata di culto, tanto da meritare di essere ospitata nella linea Marvel Omnibus di Panini Comics.

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Il volume si apre con le storie sopra citate, a firma Claremont & Byrne, che servono a far incontrare per la prima volta i due personaggi: il pretesto è il rapimento di Misty Knight, compagna di Iron Fist, da parte di un Cage tenuto in scacco dal bieco Bushmaster, che minaccia altrimenti di fare uccidere le due persone più care della sua vita, la fidanzata Claire Temple e l’amico Professor Burnstein. Dopo un’inevitabile scontro, i due eroi si uniranno per sconfiggere il losco criminale. Iron Fist, nella sua identità civile di Danny Rand, fornirà inoltre a Cage l’assistenza del suo scaltro legale, Jeryn Hogarth, per essere scagionato da un’ingiusta accusa di omicidio che lo perseguitava fin dalla sua prima apparizione. È l’inizio di una imprevedibile e profonda amicizia, che porterà due eroi e due uomini molto diversi tra loro a diventare soci nell’agenzia Eroi in vendita.

Dieci anni prima che lo sceneggiatore Shane Black e il regista Richard Donner ci presentassero con gli agenti Riggs e Murtaugh di Arma Letale l’esempio più riuscito di buddy movie, Luke Cage e Danny Rand erano già li a calcare le strade. Come brillantemente sottolineato da Aurelio Pausini nell’introduzione al volume, fu illuminata la scelta di abbinare due personaggi apparentemente agli antipodi, ma accomunati in realtà da un passato doloroso. Il ricco ereditiere Danny Rand poteva condurre la sua crociata contro il crimine nei panni di Iron Fist senza alcuna preoccupazione di carattere economico ma aveva visto perire i genitori da piccolo nella spedizione verso la città incantata di K’un-Lun; Luke Cage poteva farsi strada nella vita grazie alla sua forza ma portava il peso di un’infanzia difficile nel ghetto e l’onta di una ingiusta carcerazione. Danny imparerà a conoscere grazie a Luke la dignità del lavoro e le difficoltà della vita delle persone normali; al contrario l’irruento Cage imparerà da Danny l’importanza della disciplina. Amicizia, rispetto, valori, esempio: argomenti importanti per un semplice fumetto di supereroi.
Anche se dobbiamo a Chris Claremont la felice intuizione di aver messo in società Power Man e Iron Fist, è a Mary Jo Duffy, efficace scrittrice ed editor dimenticata della Marvel degli anni ’70 e ’80 che va il plauso per aver confezionato, nei tre anni della sua gestione, una serie scanzonata ma attenta alla caratterizzazione dei personaggi, dove azione e ironia vanno di pari passo con un riuscito approfondimento psicologico, pur con tutte le ingenuità dell’epoca.

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Il comparto grafico del volume è nobilitato dalla presenza di John Byrne che da sola ne giustifica l’acquisto. Le pagine dell’artista canadese blandiscono la pupilla del lettore oggi come ieri, grazie ad un dinamismo e una composizione della tavola che sono pura espressione del Marvel Style di quegli anni. Dopo un lieve calo dovuto alla presenza di un Mike Zeck ancora agli inizi della carriera e a un non troppo ispirato Lee Elias, la qualità dei disegni si risolleva grazie a Trevor Von Eeden e al sicuro mestiere di Kerry Gammill, ottimo artigiano ormai dimenticato.

Marvel Omnibus: Power Man & Iron Fist è una piacevole lettura estiva, consigliata sia per nuovi lettori impazienti di conoscere i protagonisti dei prossimi due serial Marvel/Netflix, sia per vecchi lettori desiderosi di fare una passeggiata sul viale dei ricordi della Marvel che fu.

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Jim Lee consegna a Frank Miller il suo Eisner Award

  • Pubblicato in News

Un Frank Miller sorridente e sempre più segnato nel fisico ha ricevuto, nel suo studio a New York, da Jim Lee un Eisner Award che sancisse il suo ingresso nella Eisner Hall of Fame, classe 2015. Sui rispettivi profili Twitter sia Miller che Lee hanno diffuso una foto della consegna del prestigioso riconoscimento.

Stessa sorte è toccata anche ad un altro influente artista inglese, John Byrne, il quale però ha scoperto di essere stato ammesso nella Hall of Fame senza particolari annunci o consegne a domicilio, ma sul proprio forum. Ha così commentato Byrne "stavo guardando gli altri nomi degli artisti introdotti nella Hall of Fame. Mi trovo in buona compagnia".

(Via Bleedingcool)

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