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Guerra bianca

La Guerra Bianca è un episodio poco conosciuto dei tragici eventi accaduti sul versante italiano della Prima Guerra Mondiale, la catastrofe umanitaria passata alla storia come Grande Guerra che è costata la vita ad un’intera generazione di giovani. Un conflitto crudo e spietato tra Italia e Impero Austro-Ungarico si consumò sulle innevate montagne del Trentino, nei territori di confine reclamati con forza dal governo italiano. La strategia bellica utilizzata assomigliava a tutti gli effetti alla guerra di trincea, con un’unica, crudele variante fornita dall’opportunità di trovarsi sulle ghiacciate cime del Trentino e delle Dolomiti: il ricorso a valanghe di neve deliberatamente provocate da esplosivi allo scopo di seppellire gli eserciti nemici. Si stima che sul fronte italiano abbiano perso la vita tra i 60.000 e i 100.000 soldati travolti da valanghe provocate dal nemico, che riuscì così a sfruttare in modo implacabile l’innata crudeltà della natura. È merito di Robbie Morrison e Charlie Adlard, autori di questo Guerra Bianca, quello di aver riportato alla luce una pagina non sufficientemente approfondita dai libri di storia.

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Morrison (da non confondere col più illustre Grant) si è costruito una reputazione nel mercato inglese con le storie del personaggio di sua creazione Nikolai Dante, pubblicate sulla prestigiosa rivista 2000 AD; in Italia è stato pubblicato qualche suo lavoro sparso tra Marvel e DC e un non esaltante ciclo dell’Authority post – Mark Millar. Lo scrittore venne ispirato dalla visione di un documentario sulla Prima Guerra Mondiale e iniziò la stesura dello script proprio mentre si trovava in vacanza in Italia, a Frascati: il monumento dedicato ai caduti della Grande Guerra che si trova nei pressi del Belvedere della graziosa cittadina laziale gli suggerì i nomi dei protagonisti. A chiudere il cerchio di fortunate coincidenze arrivò la telefonata di Charlie Adlard, che stava sperimentando una nuova tecnica, a suo dire perfetta per un fumetto di ambientazione bellica, e chiese a Morrison se fosse interessato a collaborare con lui. Siamo alla fine degli anni’90 e Adlard non è ancora il disegnatore delle fortunatissima The Walking Dead; è appena uscito da un lungo ciclo di X-Files realizzato per la Topps, grande successo di vendite ma insoddisfacente dal punto di vista artistico. L’artista sente il bisogno di cercare nuove sfide e di addentrarsi in territori più autoriali, svincolati dalle scadenze di un impegno seriale. Come spiega a Morrison, sta sperimentando una nuova tecnica, una combinazione di carboncino e gesso su carta grigia, grazie alla quale riesce ad evocare l’atmosfera malinconica di un racconto di guerra. L’artista mette l’anima nella realizzazione del progetto e, allo scopo di avere il final cut, fonda con alcuni amici un collettivo per autoprodursi e lo chiama Les Cartoonistes Dangereux, richiamo francofono alla grande tradizione del fumetto europeo: l’opera che nasce dagli sforzi di Morrison e Adlard si rifà infatti ai classici del fumetto di guerra italiano e francese.

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Guerra Bianca ci racconta la storia di Pietro Acquasanta, italiano d’Istria di stanza nell’esercito austriaco che, dopo essere stato catturato dal nemico, si unisce alle truppe italiane pur di aver salva la vita. Siamo sull’altopiano Alighieri, Trentino, fronte italiano. Pietro conosce bene quelle valli perché è li che è nato e cresciuto, prima del trasferimento in Austria. Suo padre comandava una squadra di soccorso alpino e gli ha insegnato tutto sulle montagne, compresi i punti fragili… e come provocare delle valanghe. Abilità che gli torna utile quando se ne serve per salvare se stesso e i suoi commilitoni da un attacco al gas lanciato dagli austriaci. Il crudele Capitano Orsini coglie subito al balzo la nuova opportunità che gli si presenta e nomina Pietro caporale, mettendolo a capo di una pattuglia di ricognizione che dovrà individuare quei punti strategici dove sia possibile provocare valanghe allo scopo di distruggere l’esercito nemico. La Morte Bianca, come recita il titolo originale dell’opera.

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Se lo scopo di Guerra Bianca era dimostrare la crudeltà e la futilità della guerra di ogni epoca, l’obiettivo è stato centrato pienamente. Le tavole ammantate di bianco e griglio di Charlie Adlard trasformano le valli del Trentino da regno di avventure di ragazzo in cupi scenari di morte. Il griglio delle uniformi e delle maschere a gas fanno da triste contraltare al bianco sporco della neve, simbolo di un’innocenza perduta che non si può più recuperare. Come perduta per sempre è l’innocenza di Pietro Acquasanta, che le circostanze hanno portato a diventare assassino, “portatore di morte bianca”, ruolo per il quale non può evitare di provare una vergogna profonda. Non c’è nulla di epico in questa guerra, a dispetto della maestosità dello scenario: solo le miserie degli esseri umani che si trucidano l’un l’altro nell’inferno delle trincee, lo squallore degli ospedali da campo dove ci si chiede se sia meglio curare i mutilati o dargli il colpo di grazia, la possibilità di aprire il proprio cuore offerta dal fugace incontro con una prostituta in un bordello. C’è anche tanta pietas e compassione nell’ispirato script di Robbie Morrison, che fa dissolvere in un istante il secolo che ci separa dalle vicende di Pietro Acquasanta e dei suoi commilitoni. Che rivivono purtroppo in tutti gli scenari di guerra di cui ci arrivano le tristi immagini quotidianamente, a cominciare dalla Siria.

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