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Iperurania, il nuovo graphic novel di Francesco Guarnaccia in arrivo per Bao Publishing

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Apprendiamo direttamente dal catalogo promozionale Preview #28  tutti i dettagli di Iperurania, il nuovo graphic novel sci-fi realizzato da Francesco Guarnaccia, autore di From Here to Eternity per Shockdom nonchè membro del collettivo Mammaiuto, tra gli autori più apprezzati del momento. Di seguito trovate tutte le informazioni attualmente disponibili riguardo a quest'opera, in arrivo ad aprile 2018. Potete cliccare sulle immagini per ingrandirle mentre potete recarvi a questo indirizzo per sfogliare tutto il catalogo.

Iperurania
di Francesco Guarnaccia
192 pagine, colori, 20x27 cm, cartonato, 23€

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In arrivo per Bao Publishing la versione Deluxe di Happy! di Grant Morrison e Darick Robertson

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Apprendiamo dal #28 del catalogo Preview che Bao Publishing riproporrà al pubblico italiano Happy! di Grant Morrison e Darick Robertson in formato deluxe. Come noto, l'opera è diventata di recente un telefilm per Syfy con Christopher Meloni protagonista che è stata rinnovata per una seconda stagione qualche giorno fa.

Il volume cartonato, 17x26 cm, avrà un costo di 18€. Di seguito trovate tutti i dettagli.

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Non stancarti di andare: alla ricerca della bellezza, intervista a Teresa Radice e Stefano Turconi

Teresa Radice e Stefano Turconi diventano noti al grande pubblico grazie al loro lavoro su Topolino, in cui aggiungono un tocco romantico e personale ai personaggi Disney, e a diverse storie per ragazzi. Nel 2015 l'uscita de Il Porto Proibito, pubblicato da BAO Publishing, ci mostra i due autori sotto una nuova luce grazie a una storia per un pubblico maturo intensa e affascinante. Dopo aver vinto numerosi premi, fra cui il Gran Guinigi, il Premio Micheluzzi e il Prix BD dell’Académie de Marine, Radice e Turconi confermano tutta la loro bravura in una nuova opera di alto valore: Non stancarti di andare, romanzo esistenziale ambientato fra l'Italia e la Siria edito sempre da BAO Publishing. Abbiamo approfondito il lavoro e le tematiche del libro con i due autori in una interessante intervista che potete leggere qui di seguito.

Diamo il bentornato su Comicus a Teresa Radice e a Stefano Turconi su Comicus. L’ultima volta che ci siamo sentiti è stato due anni fa in occasione dell’uscita de Il Porto Proibito (BAO Publishing, 2015). Avete ricevuto un’accoglienza davvero calorosa e positiva per questo lavoro, quale sono le vostre sensazioni a riguardo?

La prima sensazione è di gratitudine. La seconda, altrettanto forte, è che a volte – davvero – il più grosso rischio è non rischiare. Il Porto Proibito era un libro “assurdo”, a pensarci razionalmente: oltre trecento tavole di storia marinaresca tutta a matita, e per di più con la poesia inglese ottocentesca come filo conduttore! Una roba da pazzi, che non si inseriva in nessun canone esistente. Eppure in BAO ci hanno creduto con noi… e il pubblico ha apprezzato, scatenando un bellissimo passaparola che ha messo al libro il vento in poppa!
Il Porto Proibito, tra l’altro, ha vinto sia il Gran Guinigi come Miglior Graphic Novel che il Premio Micheluzzi come Miglior Fumetto e in Francia si è aggiudicato il prestigioso Prix BD dell’Académie de Marine. Anche noi, che sapevamo di essere etichettati sia qui che oltralpe come “autori per bambini”, siamo rimasti esterrefatti da tanta accoglienza!
Questo ci ha confermato che i lettori, in realtà, sono pronti ad accettare e amare anche cose diverse e insolite, e con tanta generosità: il regalo più bello per chi, come noi, ama raccontare storie ogni volta differenti e sperimentare nuovi temi, momenti storici e modi di narrare.

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Il vostro nuovo libro si intitola Non stancarti di andare (BAO Publishing, 2017). Potete parlarci di com’è nata questa idea e di come si è sviluppata? È vero che la storia nasce da un vostro viaggio in Siria?

Siamo stati in Siria nel 2007, 10 anni esatti prima dell'uscita del libro. È stato il bisogno di fermare su carta le emozioni e gli incontri di quel viaggio a innescare l’idea di Non stancarti di andare. In particolare, la necessità forte di raccontare a più persone possibili quel che avevamo vissuto in termini di accoglienza, apertura, dialogo, bellezze umane, paesaggistiche e artistiche… raccontarlo oggi che, di quei luoghi, ci vengono mostrate solo atrocità e distruzione. E, soprattutto, desideravamo condividere la fortuna di aver conosciuto Padre Paolo Dall’Oglio, parlare di lui e di quel che è riuscito a costruire laggiù: un luogo d’incontro tra unicità, di apertura alle differenze, di indiscriminata accoglienza.
Il personaggio di Padre Saul è nato per raccontare di lui… e tutti gli altri personaggi attorno, in seguito, volevano essere un omaggio a chi, in tempi di muri e barriere ed etichette, continua ostinatamente a perseguire la sua silenziosa strada di apertura e incontro, di curiosità e dialogo.

Non stancarti di andare è ricco di personaggi, tematiche e spunti, ma qual è per voi il tema chiave del libro?

Il primato delle relazioni, l’incontro con l’altro come fecondo scambio di diversità, come arricchimento. La ricerca della bellezza, che è qualcosa che rimane: bellezza nei rapporti umani, nella natura, nell’arte, nel proprio lavoro...

Questa volta la storia è ambientata nel presente (ma non solo), quasi una novità per voi. Questa cosa ha cambiato in qualche modo il vostro approccio lavorativo? Dal punto di vista della documentazione sia da quello della ricerca artistica, che tipo di lavoro è stato fatto?

In realtà l’approccio è identico alle altre volte, con una lunghissima fase di documentazione che, in questo caso, deve essere ancora più accurata e approfondita, perché si toccano argomenti molto delicati. Desideravamo farlo nel modo più rispettoso e delicato possibile e per questo abbiamo letto molto, abbiamo cercato di incontrare persone che hanno vissuto personalmente certe realtà, di recuperare testimonianze autentiche attraverso lettere e interviste. Questo, naturalmente, vale sia per la parte scritta che per quella disegnata.

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Dal punto di vista artistico, i vari piani temporali sono contraddistinti da uno stile differente. Com’è nata questa scelta?

La storia si sviluppa su più di 80 anni, dal 1933 al 2014, attraverso numerosi flashback, soprattutto riguardanti gli anni '70, e volevamo rendere ben visibili anche graficamente questi “salti” temporali. Da qui la scelta di utilizzare tecniche e “tonalità” diverse per rappresentare le varie epoche. Il breve flashback iniziale, in seppia anni '30, è colorato con pastelli acquerellati. La parte negli anni '70 – '80 è invece realizzata interamente a pastelli, in alcuni casi leggermente virati al rosso (come capita spesso alle vecchie foto di quell'epoca). Tutte le tavole restanti (l'epoca contemporanea quindi) sono interamente inchiostrate a penna a sfera Bic e colorate in digitale.

Non stancarti di andare è, oltre a una storia d’amore, anche una storia di viaggi, di distanze, luoghi, di etnie e di retaggi culturali ricchi e differenti. Raccontare una storia del genere in un momento storico in cui si vogliono erigere barriere, in cui c’è una scarsa apertura alla diversità, quanto può essere importante?

Tanto, speriamo. Come diciamo spesso, le storie sono una formidabile occasione per mettersi nei panni di altri, magari diversissimi da noi per origini, carattere, lingua, tradizioni, religione… Ci permettono di calarci in realtà che non potremmo vivere personalmente altrimenti, e così di sperimentare cosa significa vivere altre vite, affrontare problemi distanti dai nostri. Noi ci auguriamo possa essere un modo per ampliare gli orizzonti e abbattere barriere, costruire ponti e non muri.

Come avete delineato i personaggi sia per il loro retaggio che per il loro aspetto fisico?

I personaggi sono sempre un misto di persone realmente esistenti, cose realmente successe, emozioni realmente provate. Calati in contesti nuovi, spostati d’epoca storica, mascherati ad hoc per assumere un’identità diversa. A volte vengono da molto lontano, a volte da vicinissimo. In alcuni casi, ce li portiamo nel cuore da anni, e a un certo momento trovano una forma, un corpo, una faccia, un nome. In questo libro i personaggi sono molti, è stata una lunga e affollatissima convivenza. Ma ci siamo affezionati a ognuno, con i suoi difetti, le sue paure, i suoi slanci.
Dal punto di vista visivo, la creazione dei personaggi è una parte sempre molto stimolante: quello che si cerca di fare è dare un “corpo” a delle psicologie, a dei caratteri. È infatti sempre da lì che si parte: dal carattere del personaggio, che deve poi emergere nell'aspetto esteriore. Per trovare questo aspetto partiamo sempre da un “casting”, da una serie di facce cioè, di attori, di persone che conosciamo, o semplicemente foto trovate sui giornali o in rete. A volte si usano così come sono, a volte mescolando elementi di persone diverse: i baffi di uno, gli occhiali di un altro...

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Su cosa state lavorando attualmente e quali sono i vostri progetti futuri?

Su parecchie cose: nel 2018 usciranno due libri per i lettori più piccoli… ma non per questo vietati a tutti gli altri, eh! ;) In primavera ci sarà una seconda avventura di Orlando Curioso, mentre a fine anno si potranno leggere le avventure di Tosca dei Boschi, ambientate nel Medioevo toscano. Ma in questo momento stiamo anche lavorando al progetto del nostro prossimo romanzo grafico adulto: cambiamo di nuovo epoca e stile e non vediamo l’ora di tuffarci in questa nuova storia!

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Black Hammer 2, recensione: Il tempo perduto e ritrovato di Jeff Lemire

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“Quando mi guardo indietro ora
Quell’estate sembrava durare per sempre
E se avessi potuto scegliere
Si, avrei sempre voluto essere là
Quelli erano i giorni più belli della mia vita”

(Bryan Adams, Summer of ’69)

Vi capita mai, in questi tempi così incerti, di provare malinconia per il passato? Un passato che appare dorato e privo di imperfezioni, soprattutto se confrontato con un presente ritenuto largamente insoddisfacente, in confronto ai sogni e alle speranze di gioventù? Non fatevi illusioni: se siete persone dotate di questa sensibilità, siete fuori dal tempo come le audiocassette TDK. Nostalgicamente e orgogliosamente analogici in un mondo digitalizzato. Però potete consolarvi pensando ad una cosa: Jeff Lemire è sicuramente uno di voi. Abbiamo aperto questa recensione con la canzone di un compatriota di Lemire, il canadese Bryan Adams, che ci sembrava tematicamente ed emotivamente affine alla produzione dell’autore di Sweet Tooth e Descender. Lo stesso lirismo malinconico che permea opere come Essex County e Niente da perdere. Ma Jeff Lemire è uno di noi anche e soprattutto per un altro motivo: ama profondamente i supereroi. Una passione che lo ha portato a collaborare con le Big Two del settore, Marvel e DC, ma anche con la piccola Valiant, per la quale ha scritto una notevole sequenza di storie di Bloodshot. Finché la predilezione per gli eroi in costume lo ha portato a creare la propria serie a sfondo supereroistico, Black Hammer, di cui Bao Publishing ha da poco pubblicato il secondo volume.

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Ritroviamo il vecchio Abe e la sua strana “famiglia” esattamente dove li avevamo lasciati, alle prese con  la vita di tutti i giorni a Rockwood, il paesino di provincia dove si sono materializzati dieci anni prima, dopo aver sconfitto il malvagio Anti-Dio e aver salvato Spiral City. Si, perché in realtà Abe è Abraham Slam, flagello dei criminali e primo eroe della città, e la sua famiglia è costituita dagli altri eroi scomparsi sotto mentite spoglie: Golden Gail, nelle cui sembianze di adolescente dotata di superforza e volo è bloccata in realtà una donna ormai matura; il marziano Barbalien, l’esploratore Colonnello Weird e il suo robot, Talky Walky, la misteriosa maga Madame Dragonfly. Manca all’appello solo Black Hammer, il più grande campione della città, la cui scomparsa è avvolta nel mistero. Gli eroi avevano scoperto ben presto di non poter fuggire dalla contea, avvolta da una cupola di energia impossibile da superare. Per non sconvolgere la vita tranquilla di Rockwood con la loro presenza, non avevano avuto altra scelta che appendere al chiodo i loro costumi e mescolarsi agli abitanti della cittadina. Così dieci anni erano trascorsi in un battito di ciglia, anni in cui Abe, stanco della vita da supereroe, si era adattato benissimo alla sua nuova esistenza trovando anche l’amore. Agli altri, però, non era andata così bene a partire da Gail, frustrata per il fatto di dover recitare la parte di una ragazzina pur avendo le necessità di una donna matura. Il volume precedente si era chiuso con l’arrivo inaspettato di Lucy, la figlia di Black Hammer, alla fattoria che ospita la “famiglia disfunzionale”. La ragazza era riuscita a seguire la traccia energetica lasciata a Spiral City dopo la scomparsa degli eroi, riuscendo ad arrivare a Rockwood in cerca del padre. Al vecchio Abe non resta che raccontare alla ragazza la verità: Black Hammer era morto subito dopo che il gruppo si era materializzato davanti la fattoria che sarebbe diventata la loro casa, lanciandosi in volo e infrangendosi contro la misteriosa cupola di energia. Una tragedia che aveva ricondotto a più miti consigli il resto del gruppo, subito rassegnatosi circa le possibilità di poter tornare a casa. Ma Lucy non demorde e, da giornalista d’inchiesta quale è, decide di indagare sulla strana natura del luogo che li ospita. Nel frattempo, la vita rurale e provinciale di Abe e degli altri membri della “famiglia” prosegue, tra la frustrazione per l’impossibilità di adattarsi ad un posto che si odia, come nel caso di Gail, e il ricordo della vita che fu, mostrata da una serie di flashbacks che spezzano la narrazione principale.

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Black Hammer è stata subito inserita fin dal suo apparire nel filone del fumetto “decostruzionista”, e non a torto: Lemire ci mostra tutta la disillusione e il disincanto di eroi che dovrebbero incarnare il “sogno” per eccellenza, ponendosi sulla scia di classici del genere come Miracleman e Watchmen di Alan Moore. Campioni dell’umanità che dovrebbero guadagnarsi la fiducia della gente, quando neanche loro credono più in se stessi. Allo stesso modo, la serie si può inserire a ragione anche nel filone metatestuale, in cui il fumetto ragiona su se stesso, accanto ad opere come il Supreme dello stesso Moore e buona parte della produzione di Grant Morrison. Eppure, per quanto sia divertente spulciare le pagine di Black Hammer per trovare e catalogare tutte gli innumerevoli omaggi, citazioni e riferimenti a decenni di fumetto supereroistico inseriti da Lemire, non ci sembra questa un’operazione capace di cogliere pienamente il senso profondo dell’opera. Cosa ci raccontano le somiglianze tra Abraham Slam e Capitan America, con una spruzzata del Wildcat della Justice Society of America? O l’origine di Black Hammer, che affonda nella sintesi tra due diverse mitologie create dal “Re” Kirby, quella asgardiana del Thor della Marvel e la Saga del Quarto Mondo realizzata per la DC, con la sua corte di Nuovi Dei perennemente in lotta contro il tiranno Darkseid, modello di riferimento, insieme a Galactus, per il terribile Anti-Dio? Cosa ci suggerisce l’ombra di Shazam, il Capitan Marvel originale, nascosta dietro alla tormentata figura di Golden Gail? Il marziano Barbalien, simulacro più malinconico del Martian Manhunter della DC, o il Colonnello Weird, parente stretto di Adam Strange? Per non parlare della tradizione dei fumetti horror della EC Comics che si nasconde dietro le lugubri sembianze di Madame Dragonfly. Tutto questo ci dice che Jeff Lemire ha riavvolto il nastro della sua memoria di lettore, avviluppandoci tutti in un limbo fatto di ricordi di ore di letture giovanili. Possiamo avere sembianze da adulti, ormai, e condurre vite più o meno soddisfacenti, ma dentro siamo ancora i ragazzi che correvano a casa con un numero degli X-Men per divorarlo, avvitati nel nostro vacuum personale di ricordi che non ci lasciano mai, mentre la vita scorre. Un limbo come quello che imprigiona Abe e i suoi compagni, più o meno rassegnati ad una vita dove le giornate scorrono tutte uguali, mentre dentro vengono consumati dall’eco della gloria che fu. È questo il miracolo che Jeff Lemire compie con Black Hammer: scardinare lo scrigno dei ricordi per riconsegnarne il contenuto ai lettori, offrire la sua personale “Madeleine”, come un novello Proust, per restituire alla luce il tempo perduto ed ora ritrovato delle nostre antiche letture in tutta la sua struggente e malinconica bellezza.

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Nonostante i livelli di lettura che le sue opere sono capaci di offrire, Lemire resta un autore fieramente popolare, tanto da potersi permettere un gustoso omaggio a Dan Jurgens e alla sua iconica copertina realizzata per La Morte di Superman, nonché al sempre deriso e sbeffeggiato Rob Liefeld, col quale condivide un amore sincero e fanciullesco verso il fumetto di supereroi, per quanto declinato in maniera più dozzinale dall’autore di Youngblood.

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La riuscita di Black Hammer non potrebbe dirsi completa senza l’apporto di Dean Ormston, che firma le matite anche in questo secondo volume. Autore di scuola “Vertigo” che non aveva mai lavorato prima ad una serie supereroistica pura, Ormston dona alle sue tavole una sensibilità tipicamente indie con uno stile volutamente dimesso, riuscendo a catturare alla perfezione i sentimenti di malinconia e rimpianto che permeano l’opera. Un vero commento per immagini alla sceneggiatura ispirata di Lemire, intervallato solo dalla presenza come guest-star di David Rubín nell’episodio dedicato al Colonnello Weird. Il tratto cartoonistico di Rubín spezza con efficacia l’unità stilistica dell’opera, in una sequenza ambientata nel passato che vuole celebrare l’ingenuità della science-fiction della Silver Age. Da non dimenticare l’apporto prezioso della palette cromatica di Dave Stewart, che oscilla tra i colori spenti del presente rurale e i toni accesi e vivaci di un passato glorioso e sfolgorante.

Bao Publishing prosegue con successo il suo rapporto privilegiato con Jeff Lemire, di cui ha portato in Italia alcuni dei lavori più significativi, proponendo Black Hammer in una serie di pregevoli volumi cartonati che non possono mancare nella libreria di ogni appassionato.

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