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18 Days, recensione: il mito indiano secondo Grant Morrison

18 DAYS - COVER preview

Il mito indiano del Mahabharata è uno dei poemi epici più antichi ed è tra le opere più imponenti del mondo constando di 95.000 strofe. Grant Morrison è uno dei più importanti sceneggiatori anglosassoni capace, spesso, di spaccare il pubblico con le sue opere, alcune innalzate giustamente a capolavori, altre dalle finalità non del tutto chiarissime. Un'unione, questa del poema indiano con lo sceneggiatore scozzese, che può stupire.

I 18 giorni a cui fa riferimento il titolo sono quelli della battaglia tra i Super-Guerrieri, aiutati dalle divinità indiane, e che hanno sancito la fine dell’era degli Dei, segnando l’inizio di quella degli uomini. Lo scontro è fratricida: Arjuna e Duryodhana sono i due contendenti al regno, il primo, accompagnato dagli altri suoi fratelli d’arme super-guerrieri, vuole scongiurare la cupa “quarta era”, l’altro è interessato solo al potere. Affianco a i due schieramenti scendono in campo gli Dei, pronti a supportare l’una o l’altra parte. La guerra non è una possibilità, ma è una certezza.

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Il campo sul quale si muove Morrsion è un terreno fragile per il pubblico occidentale. Lo sceneggiatore, difatti, si affida a Gotham Chopra e Sharad Devarajan (scrittori ed editor della Liquid Comics) per la complessa trattazione del mito: il Mahabharata è, indubbiamente, rispetto a “colleghi” illustri quali Odissea e Iliade, meno conosciuto ad un pubblico non indiano ed è palese il lavoro di Morrison per essere il più fedele possibile alla materia originale, inserendo elementi, riferimenti o anche solo semplici citazioni agli eventi narrati nell'opera e che è costretto a sintetizzare nel graphic novel. Una delle più incisive peculiarità narrative dello sceneggiatore è presente: la rielaborazione, con la sua personale visione, di ciò che egli prende in analisi. Basti pensare al lavoro su Batman e la ridefinizione della Silver Age del Cavaliere di Gotham. Per 18 Days l’operazione è comunque diversa: Morrison sceglie di operare, questa volta, più sul piano visivo che contenutistico. Affidandosi ai disegni di Jeevan J. Kang e di Francesco Biagini, l’autore immagina il mondo precedente all’avvento degli uomini come un mondo barbaro in cui è presente, però, una tecnologica magia. La divinità Bheeshma, ad esempio, vola su di una geometrica navicella spaziale, mentre lo stesso super-guerriero Arjuna lancia frecce di energia.

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Se ipoteticamente una tale scelta narrativa poteva dare spazio da accattivanti meltin pot culturali, il risultato però non è del tutto felice: sembra di leggere un proto remake in salsa indiana di He-Man e i Dominatori dell’Universo, senza, però, la medesima sospensione di giudizio o la medesima indulgenza che si può dare all’eroe di Eternia. L’impianto narrativo ricco di dettagli e riferimenti, sembra perdersi nello pseudo fantascientifico, deviando il concetto di mito e di epica verso quello di space opera, senza però riuscire a agguantare del tutto il lettore.
Per quanto visivamente interessanti e dal sapore cinematografico, le vignette fungono da mero mezzo di trasporto del racconto, seguendo uno schema abbastanza ripetitivo nella loro trattazione. Le tavole scorrono con eccessiva velocità, non concedono grande spazio ad una vera e propria “visione”, ma solo ad una semplice “lettura”.

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L’esperimento di Morrison sull’epica indiana, portato in Italia da ManFont in un volume brossurato, dunque, risulta forzato nella trattazione e troppo veloce nella lettura. Non riesce a convincere appieno e rende a volte confusa la ricostruzione della trama o l’empatia con i diversi attori del racconto, per una rivisitazione fin troppo pop data la materia trattata.

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