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Il graphic novel ante-litteram di Dino Buzzati, la recensione di Poema a fumetti

Nel 1969 Dino Buzzati pubblicò per la prima volta Poema a fumetti, uno dei suoi lavori più controversi, se si giudica la reazione avuta a posteriori da pubblico e critica, nonché una delle opere più personali e sentite dell’intera produzione dell’autore bellunese. Un volume ibrido che non è narrativa e non è propriamente fumetto, non è portfolio e non è catalogo, non è artbook illlustrativo: è un lavoro difficile da collocare come difficile è la comprensione di un tale livello di articolazione e stratificazione di significati, che ben si predispone a una lettura a molteplici piani e chiavi interpretative, da cui emerge sempre qualcosa di nuovo e imprevisto.
Ma al contempo è un lavoro che definire seminale è quantomeno riduttivo: Buzzati apre la strada al Graphic Novel con decenni di anticipo, ispirando e illuminando radicalmente futuri autori di spicco del panorama internazionale tra cui Milo Manara e Lorenzo Mattotti, che più volte dichiareranno la folgorante influenza artistica subita.

Ma Poema a fumetti, dal punto di vista del percorso dell’autore, rappresenta molto di più: rappresenta il culmine del percorso di relazione con il media fumettistico per quanto riguarda lo scrittore bellunese, da sempre infatuato e vicino a questo metodo narrativo. Dino Buzzati ha sempre considerato il disegno come un aspetto essenziale del racconto, complementare al testo in una comunicazione amplificata rispetto al semplice romanzo. I suoi disegni avevano spesso accompagnato i suoi scritti, a partire da Bàrnabo delle montagne e successivamente con numerose altre opere, tra cui la favola La famosa invasione degli orsi in Sicilia.

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Con Poema a fumetti, Buzzati rivisita il classico mito di Orfeo ed Euridice, qui Orfi e Eura, calandolo negli anni '60 italiani, suscitando scandalo nel pubblico rigido del tempo: in sintesi, la trama vede il protagonista, un cantautore di grande successo tra le giovani, varcare la porta per l'aldilà per riportare indietro la sua amata Eura, attraversando dei simbolici gironi infernali popolati da donne nude avvenenti e provocanti, intrattenendo le anime dei defunti per guadagnarsi la possibilità (inesistente) di sottrarre alla morte il suo unico amore.
Una consapevole inadeguatezza per il periodo corrente ma al contempo una rivendicazione forte della propria identità artistica, un'opera fuori dal tempo, sfuggente allora come oggi, a cui l'autore teneva moltissimo in quanto sentiva propria, espressione pura della sua vena artistica, nonostante gli richiese periodi di gestazione prolungati e diversi ostacoli da parte dell'editoria e della società di allora.
Dino Buzzati, così come nel precedente Un amore, va a scontrarsi volontariamente con la rigidità borghese sociale dei '60 per volontà e necessità di scrittura: un'urgenza che lo spinse a scrivere queste opere perché "non poteva farne a meno", come dichiara lui stesso, indipendentemente dall'accoglienza che ne sarebbe potuta seguire; l'imposizione della volontà e della libertà artistica al di sopra del volere del pubblico e dei vincoli sociali. Quello che ci si aspetta da un vero artista, insomma.

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La poetica di Buzzati viene tutta racchiusa in questa scansione di immagini e parole, in questo amalgama surreale. In primis il rapporto con la morte, la “cara morte”, che rappresenta una nobilitazione nonché una definizione di identità per antitesi della vita stessa: un qualcosa di terribile, di tremendo e terrificante, ma al contempo un termine di scadenza imprevedibile ma certo che dà significato e senso alla gioia e all’esistenza. Un’ode alla vita mediante la rappresentazione del suo opposto. Orfi canta ai morti ciò che loro hanno perso e bramano con grande agonia: la consapevolezza di avere una fine davanti a sé permette di godersi quei brividi e quelle angosce, quei “cari misteri” che hanno perduto nel grigiore routinario e piatto dell’aldilà, quella “libertà di morire” che vitalizza, galvanizza e dà un senso a tutto. Ma al contempo ci viene data conferma dell’ineluttabilità della morte, della “grande legge” che impedisce al protagonista di riportare la sua amata nel mondo dei vivi.

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Dal punto di vista visivo, l’opera è composta da pagine singole, illustrazioni statiche accompagnate da didascalie piuttosto che balloon. Un fumetto nei suoi stilemi principali messi in atto con estrema semplicità ed essenzialità, che tuttavia restituiscono quasi un effetto diapositiva, non una sequenzialità vivida, creando una narrazione intrecciata tra testo e immagini proposta con sapiente regia e alte capacità narrative. Lo stile grafico spazia dal surrealismo alla metafisica visionaria, dalla Pop Art all'illustrazione settecentesca, dal romanticismo di Caspar David Friedrich alle fotografia bondage anni ’50 di Irving Klaw, tra incubi di Francisco Goya e astrattismo più essenziale, navigando tra semplificazioni di forma, spesso allegoriche, a rappresentazioni dettagliate delle figure femminili in primis, ricalcate e modificate in composizione da pubblicazioni erotiche del tempo, stessa tecnica adottata per gli ambienti e particolari elementi visivi, su cui verte l'attenzione del lettore. Completano il tutto tinte piatte miste a un'ombreggiatura a tratteggio marcata, che definisce le forme ma non riesce a estrarle dalla loro intrinseca bidimensionalità, affiancata tuttavia da un'ulteriore ombreggiatura puntinata che dona volume e tridimensionalità agli aspetti compositivi più rilevanti.

L’opera edita da Mondadori dopo diversi anni di assenza dagli scaffali delle librerie, è un volume cartonato di grande formato ed elevata cura grafica ed editoriale. Da segnalare l’ottima e dettagliata postfazione adopera di Lorenzo Viganò, pubblicata già nel 2009, che permette al lettore di maturare una comprensione più profonda del contenuto enorme del fumetto che ha tra le mani.

Dati del volume

  • Editore: Mondadori
  • Autori: Testi e disegni di Dino Buzzati
  • Genere: Drammatico
  • Formato: 17x24 cm, C., 256 pp, Col
  • Prezzo: 20€
  • ISBN: 978-8804679226
  • Voto della redazione: 8,5
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