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Tipitondi Tunué: L'uomo montagna di Amélie Fléchais, anteprima

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Un nonno che non è più in grado di viaggiare, per via delle montagne che gli sono cresciute sulle spalle. L’uomo montagna è la storia del suo ultimo viaggio e dell’affetto del nipotino che pur di aiutarlo nel suo errare va in cerca dei venti capaci di spostare le montagne. È questo l'incipito del nuovo volume della collana Tipitondi della Tunué.

Scritto da Séverine Gauthier, L'uomo Montagna è illustrato da Amélie Fléchais, autrice di  Lupetto Rosso e del graphic novel Il sentiero smarrito. Il volume (19,5x27, 56 pagine, 14,90€), sarà disponibile a febbraio. Nella gallery in basso potete ammirarne alcune tavole.

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Tipitondi Tunué: Non sei mica il mondo di Raphaël Geffray: anteprima

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Esce per la collana Tipitondi, edita da Tunué, Non sei mica il mondo del francese Raphaël Geffray. Di seguito vi proponiamo la sinossi e un'anteprima del volume:

"Bené è un bambino di otto anni. È violento, scontroso e quasi analfabeta. La sua irascibilità gli rende impossibile frequentare una scuola per più di qualche settimana senza essere espulso.

In balia di una madre troppo giovane e incapace di occuparsi di lui, si sente privo di speranze. Finché non incontra un’insegnante dalla personalità forte, che rompe gli schemi consueti, e riesce a offrirgli un’istruzione, allargandone gli orizzonti e rendendo gradualmente sempre più sereno e aperto nei confronti del prossimo. In lei Bené vedrà una vera e propria figura genitoriale, una sorta di salvagente.

L’esordio di Raphaël Geffray è un viaggio privo di pregiudizi nella storia vera di un bambino in cerca di punti di riferimento, il racconto maturo di un esordiente altrettanto maturo."

Dati:
Non sei mica il mondo
Tunué, 2017
Collana «Tipitondi» n.42
cm 19,5x27; pp. 188 Bicromia stondato
Euro 16,90 – ISBN 978-88-6790-214-9

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Dorando Pietri. Una storia di cuore e di gambe

Tunué inaugura la nuova collana Traguardi con la storia di Dorando Pietri, il giovane  garzone di pasticceria di Mandrio di Correggio (poi “emigrato” a Carpi) che nel 1908 vinse la maratona olimpica di Londra: venne poi squalificato per aiuti regolari ricevuti pochi metri prima di tagliare il traguardo, ma da questa sconfitta arrivò riscatto sociale e con questo soldi, fortuna e sopratutto molta fama, almeno per una parte della sua vita.
Metafora edificante del valore dell'impegno e del sacrificio, e dell'etica del perdente, la figura di Pietri è poco nota alle giovani generazioni, mentre molto più conosciuta a chi abbia qualche minima nozione di cultura sportiva extra-calcistica, se non altro perché viene puntualmente rispolverata ogni quattro anni in occasione delle Olimpiadi.

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L'inizio vede Dorando sospeso fra la fatica della gara appena conclusa e l'attesa di un esito che non sarà così scontato; il podista emiliano è egli stesso un eroe minore sospeso fra due mondi, con le radici ben piantate nella sua “emilianità”, laboriosa e contadina e le gambe a mulinare miglia (e denaro) nella ricca e capitalista America.
L'approccio stesso dello sceneggiatore Antonio Recupero sembra quello di voler sospendere  protagonista e racconto fra due modi (e mondi) narrativi. In primo luogo si scorgono riferimenti allo spokon giapponese: il protagonista inusuale - Pietri era basso, con le gambe storte, in teoria un'antitesi dell'immaginario olimpico - ma talentuoso che sbaraglia atleti più forti di lui, un maestro che lo guida, la spalla incoraggiante (il fratello Ulpiano), lo sport come sacrificio estremo di forze, energie, risorse. In secondo luogo poi si intuiscono sforzi di inserire la “piccola storia” di Dorando in un affresco di più ampio respiro storico e sociale: la giovane Italia che cerca visibilità internazionale, l'Emilia povera e proto-socialista, la cannibalizzazione capitalistica dello sport (Pietri fu di fatto il primo professionista italiano dell'atletica leggera), le prime avvisaglie del fascismo.

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I disegni di Luca Ferrara sono coerenti con le considerazioni fatte sopra. Il tratto semplice caratterizzato da linee pulite, nette e nervose definisce bene i personaggi trasmettendo quel senso di dinamicità che è una delle caratteristica essenziali di una storia che mette al centro la corsa e l'atletismo; all'interno di queste cornice grafica piuttosto classica irrompono elementi che rimandano  ai manga - in particolare gli occhi - e che forniscono l'altro ingrediente vincente: l'umanità e l'impatto emotivo. Una sintesi di questo si può ammirare nelle tavole, molto belle, che descrivono l'arrivo di Dorando Pietri all'interno dello stadio olimpico.
Suggestivo l'uso del colore con le tonalità dal gusto retrò e nostalgico che accompagnano le varie tappe della vita di Dorando: il giallo e il verde della campagna emiliana a rappresentare l'infanzia, fino a colori più “maturi” e forti – rosso, marrone – per la maturità atletica, fino al “gioco” dei grigi e dei colori più lividi e crepuscolari a dipingere la delusione della sconfitta e i rimpianti del protagonista sul finale della storia.

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Dorando Pietri è quindi un piacevole in-between fra due stili - narrativi e grafici- che crea un'amalgama coerente e abbastanza equilibrata: una scelta giusta e comprensibile se ci si mantiene ancorati agli scopi divulgativi e formativi del graphic novel, che, sorretta da dialoghi semplici e ben strutturati, ne guadagna in facilità di lettura e scorrevolezza.
D'altra parte virare, seppur rischiando, in modo più deciso verso scelte stilistiche nette, che siano le iperboli e l'epica dello spokon oppure le suggestioni di un approccio storico-sociale meno accennato e più approfondito, avrebbe forse dato un'impronta più solida e interessante alla storia di questo piccolo grande italiano.

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L’approdo

Si parte con il mettere via le cose più preziose, indispensabili: un ritratto di famiglia e qualche vestito, in una modesta valigia da viaggio. Si salutano dolorosamente gli affetti più cari, la propria vita con tanto sacrificio costruita, e si parte, alla ricerca si un futuro migliore, di nuove prospettive e nuovi orizzonti, per poter ricominciare lontano dall'orrore, dalla guerra, dal terrore, dalla morte. Così comincia il viaggio del migrante senza nome in L'approdo di Shaun Tan, pluripremiato autore di fama internazionale, sempre intento a sfornare un gioiello narrativo dopo l'altro, che viene nuovamente pubblicato in Italia da Tunué con questo lavoro risalente al 2006, dopo una prima pubblicazione italiana della Elliot nel 2008.

In quest'opera, viene rappresentata la travagliata e drammatica ordinaria epopea di un profugo, di un essere umano costretto a fuggire da un orrido e terribile mostro tentacolare, rappresentante un agente esterno tanto malvagio quanto generico, ad indicare le molteplici cause di una fuga, per approdare, per l'appunto, ad una nuova esistenza, ad un nuovo ciclo di sacrifici per poter permettere alla propria famiglia di raggiungere una condizione sociale meno precaria, più confortante e sicura. Un'epopea, dicevamo, che non ha nulla di omerico o di fastoso, ma è costellata da piccole cose, piccoli drammi, piccoli gesti di altruismo. Un titanismo che trova la sua eroicità nello stoicismo umano, nella perseveranza e nel sacrificio penoso ma inevitabile che impregna una simile transizione.

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Non servono parole per questa narrazione: sarebbero superflue e condannerebbero all'uso di un linguaggio specifico, che ridurrebbe la generalizzazione ad una casistica singolare, contrariamente a quello che sembra essere il volere dell’autore. Non c'è lingua per non contestualizzare, non ci sono segni comprensibili se non quelli universali, intuitivi, gestuali e figurativi. Non ci sono città reali, solo virtuosismi immaginari, rappresentazioni di molteplici realtà possibili. Anche la contingenza temporale non è così importante, in quanto vi confluiscono aspetti di epoche diverse, realmente ispirati da materiale di archivio che l’autore ha consultato come documentazione, sebbene rimanga prevalente un affascinante look d’inizio ‘900.

Ma in questa astrazione generalizzante non c'è per nulla omologazione, non c'è perdita d'identità, smarrimento e amalgama di entità distinte. Ognuno mantiene la sua personalità, la sua unicità, il suo io, come magnificamente rappresentato in seconda e terza di copertina, con la serie di dettagliatissimi ritratti di numerosi migranti.
Le storie sono tante, sono diverse. I passati sono differenti e le ferite pure. Ma la condizione umana è la medesima, la sfida da affrontare la stessa, il futuro a cui mirare pure. E così il protagonista di questo viaggio disegnato non è che uno dei molti personaggi che possiamo incontrare nel corso della nostra esistenza e nel corso del romanzo grafico stesso, come il reduce di guerra o la ragazza al termine del volume.

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Le nostre esistenze si intrecciano e lo fanno in maniera intensa. Ci incontriamo spesso inconsapevoli dei passati finora vissuti dagli altri, pensando che siamo stati gli unici a soffrire, che solo noi abbiamo patito le pene dell’inferno. Ma Tan ci suggerisce che chiunque può essere un esule, un migrante in fuga da qualcosa, in un momento o nell’altro della propria esistenza, con i propri drammi personali, e la voglia di superarli, di reagire e di andare oltre, di non fermarsi di fronte alle avversità.
Shaun Tan realizza un’opera meravigliosamente maestosa, analitica, che con l’ausilio unicamente di tavole profondamente sequenziali, che scansionano nei minimi dettagli il procedere di attività minimali, gestuali e squisitamente ordinarie,  alternate a quadri di un’imponenza impressionante, dà vita ad un racconto di rara bellezza, che deborda ampiamente dalla semplice categoria di fumetto.

Dal punto di vista artistico, le tavole sono delle opere d’arte tratteggiate a matita con una perizia e un realismo, così meticolose e curate che non basta un’osservazione prolungata per godersele appieno, bisogna ritornarci, più e più volte, per ammirare e stupirsi ogni volta di più di quanto il genio artistico di Tan sia difficilmente eguagliabile. Anche la struttura delle tavole è di una bellezza incredibile, con soluzioni spesso tradizionali ma molto rapide nella scansione delle sequenze, e splash pages che potrebbero essere esposte in un museo. Un tripudio di dettagli e immaginazione, accostata ad una profonda conoscenza personale della realtà e del fenomeno narrato, considerando che anche il padre di Tan migrò nel 1960 dalla Malesia all'Australia, oltre a reali testimonianze di profughi di varia nazionalità ed epoche.

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Tunué confeziona in maniera impeccabile un gioiello che quanto mai nella nostra contingenza temporale rappresenta un vademecum comportamentale ed esistenziale nei confronti di un fenomeno intrinsecamente presente nella storia dell’umanità, che purtroppo ultimamente è sempre più una problematica con cui fare i conti, ma, rigorosamente, senza mai perdere la nostra splendida umanità. Capolavoro.

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