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Biliardino, il nuovo graphic novel di Alessio Spataro in anteprima sul blog

  • Pubblicato in News

Alessio Spataro ha inaugurato un blog in cui pubblicherà, a ritmo di due alla volta ogni mercoledì e venerdì, le prime 68 pagine del suo nuovo lavoro dal titolo Biliardino.

La storia, che verrà pubblicata da Bao Publishing, narra la vita di Alejandro Finisterre, l'inventore del moderno gioco del biliardino. "Scoprirete che è un po’ la storia d’Europa nel Ventesimo secolo, un po’ la storia di tutti noi".

Potete trovare il blog al seguente indirizzo.

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Gli amari consigli

Gli amari consigli sono delle sentenze criptiche, apparentemente sterili che portano più dubbi che conforto. Gli amari consigli sono difficili da comprendere e da seguire ma sono anche gli (unici) indizi che si hanno nella vita.
Ed è proprio attorno a questa considerazione che Nicolò Pellizzon crea una storia eponima, Gli amari consigli appunto, di elevata complessità narrativa che stimola nel lettore un forte senso di frustrazione, di nervosismo, di rabbia, per non riuscire a tirare le fila del racconto, a trovare una vera e propria soluzione di continuità al delirio spirituale di Sara; intento parossistico e urtante volutamente ricercato dall'autore che intende svelare e mettere su carta le domande che l’uomo non si pone o ha troppa paura per farlo.

La trama ruota attorno alle vicende di Sara, ordinaria precaria, che si barcamena per trovare un posto nel mondo, per sopravvivere in una deludente società che non ne riconosce il lavoro, sommersa da ansie, paure e incertezze. Un ritratto di una giovane d’oggi, dunque, se non fosse per le sue visione, quelle che riguardano la sua infanzia e che la perseguitano incessantemente. Visioni allucinanti, deliranti, che la porteranno in cura da diversi psicologi nel tentativo di fermare quelle voci, quelle immagini terrificanti e in qualche modo predittive, che la assillano e la terrorizzano; presagi di morte e di annichilimento della realtà, di fine del mondo.
Sara agisce volutamente contro gli amari consigli delle sue visioni, contro questi incomprensibili dettami coercitivi esogeni; la volontà  di opporsi ad un volere mistico, insondabile, più grande di lei, innesca una catena di eventi che porterà al finale, che però solleva il dubbio sull’effettiva possibilità che nulla avrebbe cambiato l’ineluttabilità dell’esito.

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Pellizzon cerca quindi di dar voce a delle forze esterne indomabili e non conoscibili, solo meramente constatabili ma non univocamente identificabili; delle forze mistiche, esoteriche, religiose, occulte rappresentate con un’iconografia psichedelica ed ermetica, cabalistica addirittura. Un fumetto che è tutto fuorché di semplice e facile approccio. E che confonde, non poco, il lettore.
Nessuna risposta quindi in questo fumetto. Nessun messaggio di fondo veicolato. Solo interrogativi, tanti, accatastati a non finire, opprimenti, asfissianti, insoluti. Che trovano massima amplificazione nel finale, aperto e sincopato, volutamente inconcludente mirato unicamente a destabilizzare il lettore.

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Passiamo ora alla parte grafica, molto ben realizzata ed apprezzabile, che caratterizza lo stile dell’autore come già visto in Lezioni di anatomia. Ne Gli amari consigli ci troviamo davanti ad una pagina tendenzialmente tricromatica: abbiamo il giallo e il viola per le campiture, declinati nelle più varie sfumature, e il nero dei contorni delle figure. Il risultato è estremamente espressivo, artisticamente parlando, quasi da Ernst Ludwig Kirchner, con colori acidi, linee marcate, spesse, ma morbide, non spigolose a cui si aggiungono i motivi iconografici, esoterici, che tappezzano insistentemente le pagine dall’inizio alla fine.
Da notare anche l’abile costruzione artistica della pagina, molto libera, variegata, aperta, svincolata dall’incasellamento classico della vignetta. Le pose dei personaggi, i gesti, le espressioni sono molto evocative e brillanti e il modo in cui sono disposti gli elementi sulla tavola denota una grande abilità compositiva e dona un fortissimo impatto visivo all’opera.

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Una storia quindi molto complessa, che mette molta, forse troppa, carne al fuoco; introduce elementi narrativi in quantità, generando troppi interrogativi che sconvolgono e stordiscono sì il lettore, come da intento programmatico, ma lo disturbano anche, pregiudicando la piacevolezza della lettura.
Edizione Bao Publishing ben curata e realizzata che esalta al meglio lo stile grafico dell'autore.

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In inverno le mie mani sapevano di mandarino, intervista a Sergio Gerasi

Per i lettori di Comicus il nome di Sergio Gerasi non risulterà nuovo, avendo avuto la possibilità di incontrarlo all’epoca del lancio di Valter Buio. Inizia la sua carriera come disegnatore all’inizio del nuovo millennio, sulle pagine di Lazarus Ledd, per legarsi, poi, al altre serie della Star Comics quali Rourke (copertinista), Jonathan Steele, Nemrod, Cornelio, John Doe, L'Insonne, Trigger, San Michele, Valter Buio e Agenzia Incantesimi. Attualmente collabora con la Sergio Bonelli Editore, come disegnatore di Dylan Dog, e per la quale ha anche realizzato un episodio de Le Storie. Tra le sue molteplici collaborazioni segnaliamo le illustrazioni per le Inchieste a Fumetti per la trasmissione di Michele Santoro, Servizio Pubblico, in onda su La7, il graphic novel realizzato insieme a Davide Barzi, G&G, incentrato sulla figura di Giorgio Gaber, e portato successivamente in tour per i teatri.

In Inverno le mie mani sapevano di mandarino, qui la recensione, è la sua seconda prova come autore completo, la prima per la Bao Publishing, dopo l’esordio con le Tragifavole del 2010, pubblicato dalla ReNoir Comics. In occasione dell'uscita del suo ultimo lavoro, abbiamo scambiato qualche battuta con l'autore.

Allora Sergio, innanzitutto bentornato su Comicus.
Grazie a voi.

firma gerasiIn inverno le mie mani sapevano di mandarino è la tua seconda opera completa. Come sei arrivato a questa pubblicazione?
In pratica circa 10 anni fa i ragazzi de Lo Spazio Bianco avevano organizzato la 24 ore di fumetti e quella è stata la prima occasione in cui ho potuto realizzare una cosa totalmente mia, e senza pensarci avevo fatto una storia con queste figure un po’ grottesche, con questi nasoni, però le cose che mi andava di raccontare non erano necessariamente umoristiche o comunque non facevano necessariamente ridere. Dopo un po’ mi sono reso conto che era una strada che mi piaceva come contrasto, una strada che in Italia non è molto sviluppata, magari più in Francia, ed infatti molti editori sono un po’ spaventati da questa cosa del grottesco e anche i lettori ogni tanto, però poi, prima in ReNoir e poi in Bao, quando ho avuto tempo e quando avevo qualcosa da raccontare mi hanno data la possibilità di pubblicare”.

Nonostante siano passati più di dieci anni dal tuo debutto nel mondo dei fumetti sono solo due i lavori che hai realizzato da solo, preferendo occuparti principalmente del disegno. Ben quattro anni tra un lavoro e un altro. Come mai?
Infatti sono passati un bel po’ di anni. Diciamo che non essendo uno sceneggiatore di professione racconto una storia ogni quattro anni, quando proprio ho qualcosa da raccontare.

Ed allora parlaci di questo nuovo graphic novel.
Questa è la parte più difficile in quanto dentro c’è tanta roba. È una storia che parla di ricordi e memorie. Volevo analizzare come il passato, quindi i ricordi, influiscano in maniera diversa sul presente, e di come influiscano a secondo della persona che sei. Partiamo dal protagonista, che, da come si può vedere sulla copertina, ha una cerniera sulla testa e non si ricorda nulla. A un certo punto della sua vita ha deciso di chiudere la cerniera e questo gli ha permesso di vivere una vita piatta senza ricordi. Di contro c’è la nonna del protagonista, che è malata di Alzheimer, quindi lei, essendo una persona anziana i ricordi le perde, senza volerlo, però, essendo anziana, sono l’unica cosa che le resta. Questo contrasto è l’introduzione dal quale, poi, prende il via un’avventura per mare con partenza da Milano.

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Quanto di autobiografico troviamo in questa storia?
Molto naturalmente, ma come capita sempre quando decido di scrivere e raccontare qualcosa di totalmente mio, non rimango sul racconto autobiografico. Uso l’esperienza personale solo come punto di partenza, come scintilla iniziale, dopodiché la storia parte e prende la sua strada, spesso condita con un senso metaforico grottesco. Il mio utilizzo del grottesco è sempre e comunque funzionale a raccontare la realtà, vista in maniera iperbolica, forse, ma questo mi permette di comunicare velocemente e con più forza quello che intendo.

Sfogliando velocemente il volume, risalta la scelta cromatica di questi buffi mostri colorati che contrastano con il bianco e nero del resto del volume. Chi sono questi mostri?
Questi rappresentano, in maniera un po’ ironica, i mostri che vediamo. Il protagonista ha subito degli shock durante il suo passato per cui si chiude la testa, non ricorda più nulla, però piano piano inizia a vedere questi mostriciattoli.

In che maniera il romanzo di avventura ha influenzato la seconda parte della storia, quella in cui il protagonista parte per il viaggio alla ricerca di Onalim? Sei un fan del genere?
Sono sempre stato affascinato dal mare (difficile non esserlo) e dalle tante fantasie avventurose che scatena l’ignoto. Siamo andati sulla Luna, ma non così a fondo sul nostro pianeta, forse. In ogni caso quella parte di racconto mi serviva narrativamente per inserire un velato richiamo a Italo Calvino, più che a Salgari (o a Melville, per esempio) - e alle sue Città Invisibili. Il protagonista della mia storia infatti viaggia per città e isole molto particolari, esagerate nelle loro caratterizzazioni, ma che poi alla fin fine sono sempre Milano, scomposta e ricomposta ogni volta in una sua sfaccettatura diversa.

Sbaglio o ho letto un chiaro omaggio al personaggio di Hugo Pratt, Corto Maltese, nello stile di Nani al momento della partenza?
Sì c’è un passaggio in cui viene citato esplicitamente Corto Maltese, ma è volutamente ironico, leggero, per non rischiare di prendersi troppo sul serio. Come quasi tutti stimo immensamente Hugo Pratt per cui ho preferito andarci cauto con l’omaggio, anche perché lo stile e il carattere della storia si distaccano molto dalle atmosfere di Corto Maltese.

Lungo il suo viaggio, il protagonista incontra molte personalità legate alla storia e alla cultura, sia nostrana che internazionale, degli ultimi 100 anni. Ce ne vuoi presentare qualcuna in particolare e spiegarci il perchè di questa scelta/presenza?
In alcuni casi ho preso dei volti conosciuti (ma modificandoli in alcuni particolari fisiognomici) per attinenza tematica, altre volte invece devo dirvi che sono casuali, semplicemente un puro devertissement: ero curioso di sapere chi li avesse notati per primo. Bravissimo!

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L'intera storia si svolge a Milano. E nel suo viaggio, sia fisico che metafisico, la città lombarda si mostra in tutte le sue molteplici facce. Sveste i panni di semplice scenario per diventare protagonista. Che ruolo ricopre nell'economia globale del racconto? in che maniera influenza le scelte del protagonista?
Quello del ‘luogo come protagonista’ è un tema che si trova spesso nella letteratura prima di tutto, ma anche nel cinema e nei fumetti. A dirvi la verità non era mia intenzione dare a Milano un ruolo così centrale, ma inevitabilmente, se vivi molto intensamente la tua città, nell’amore e nell’odio, questo si riflette fortemente anche nelle storie. Inoltre Milano, se riesci a capirla e ad accettarla nelle sue contraddizioni, ha un carattere preciso e può offrire molto: io ci son nato e cresciuto per cui questa visione del luogo dove vivo si riflette nelle storie che poi racconto.

Negli anni di studio, quali sono stati i tuoi miti, e a chi, ancor oggi, da disegnatore affermato, ti ispiri per trarre nuovi stimoli e nuove soluzioni grafiche?
I primissimi miti, da ragazzino, erano sicuramente i disegnatori Disney, uno su tutti Cavazzano. Crescendo l’attenzione s’è spostata -a fasi altalenanti- sugli autori Bonelli e sui disegnatori di supereroi. Ho avuto, come penso in molti, la “fase Adam Hughes”, che ha portato alla pazzia tanti disegnatori. Riguardo a questa fase io cito sempre anche altri grandissimi, come Alan Davis o Stuart Immonen. Una delle ultime “fasi” è stata quella del passaggio al pennello che mi ha portato a divorare albi disegnati da Jordi Bernet, Alex Toth e Zaffino. Poi c’è Alberto Breccia, ma lasciamo lì dov’è, sul piedistallo più alto. Ultimi ma solo per un puro caso i miei colleghi italiani (ne cito alcuni ma sarebbero davvero moltissimi): i maestri Sergio Toppi e Attilio Micheluzzi - Mastantuono, Ambrosini, Frezzato, Fior, Bacilieri. Tra i contemporanei stranieri non posso non citare Larcenet, Pedrosa e Peeters.

Sei in giro ormai da circa 15 anni, e il tuo nome è legato principalmente all'attività di disegnatore. Come sceneggiatore quali sono gli autori con i quali hai collaborato che ti hanno influenzato maggiormente?
Le due fasi più importanti della mia carriera sono coincise con la collaborazione con due (tanto diversi quanto forti) sceneggiatori: Ade Capone (per il mio esordio) e Alessandro Bilotta (per la svolta). Capone mi lanciò nella mischia facendomi esordire poco più che ventenne. Il mio tratto francamente era ancora acerbo, ma lui vide qualcosa nel mio approccio al disegno, alla professione e al lavoro che evidentemente lo convinse a farmi pubblicare così giovane. Alessandro Bilotta poi, dopo quasi dieci anni di pubblicazione in casa Star Comics, mi affidò una parte importante del lavoro visivo legato a Valter Buio (nell’arco di un anno ho disegnato quasi tre numeri) - una serie che ebbe un ottimo successo e un enorme affetto dei lettori, che ancora oggi lo richiedono a gran voce su internet e alle fiere. Un piccolo grande successo che, almeno personalmente, mi ha aperto le tanto ambite porte della Sergio Bonelli Editore. O meglio le aprirono loro e ci entrai di corsa.

In chiusura una finestra sui tuoi progetti attuali e futuri.
Il mio impegno principale continua ad essere il lavoro quotidiano su Dylan Dog, ho appena terminato una storia scritta da Mignacco e sono già al lavoro su una nuova sceneggiatura horrorissima di Paola Barbato. Continuo, quando serve, a disegnare le inchieste a fumetti per la trasmissione tv Servizio Pubblico di La7 (o anche per Anno Uno, all’occorrenza). Sto registrando un nuovo disco con una nuova band. Continuo gli spettacoli teatrali di G&G (con i Formazione Minima) e ora comincerà il tour di presentazioni di In Inverno le mie mani sapevano di mandarino (Gipi direbbe IILMMSDM). Sempre con i Formazione Minima abbiamo anche pensato uno spettacolo ad hoc per le presentazioni del libro, speriamo di avere tante occasioni di mostrarlo. Sto illustrando il libro di cocktail di uno tra i migliori bartender italiani e non solo, Oscar Quagliarini… e sono diventato papà da poco più di un mese.

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In inverno le mie mani sapevano di mandarino

Per leggere l'intervista, clicca qui.

I ricordi scandiscono il tempo, la nostra esistenza, mantengono vivi dentro di noi gli avvenimenti più straordinari e quelli in apparenza più banali. Le situazioni, i luoghi, le persone che incontrano il nostro cammino, inevitabilmente entrano a far parte di noi e ci rendono quelli che siamo. Ci caratterizzano, ci formano, ma soprattutto ci fanno crescere. Restiamo indissolubilmente ancorati ai nostri ricordi e così, quando qualcuno di questi vola via, è come perdere un pezzo di vita.

Succede spesso, però, di non riuscire a distruggere tutti quei ricordi dolorosi che, uniti al quotidiano, hanno segnato, spesso irreparabilmente, la nostra esistenza. In questi casi bisognerebbe provare a chiudere la nostra memoria e compiere un certosino lavoro di eliminazione di tutte quelle scorie che avvelenano i nostri giorni. Questo è proprio ciò che decide di fare Nani, protagonista del secondo lavoro solista di Sergio Gerasi, edito dalla Bao Publishing per la collana Le città viste dall’alto, e giunto qui ad una fase importante del suo processo di crescita come autore.

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L’opera si concentra sul ruolo che le reminiscenze hanno sulla nostra vita, di come pochi secondi, o una scelta avventata, possano spingerci verso una situazione irreparabile e stravolgere completamente la nostra esistenza. L’autore gioca su due piani temporali che si intrecciano tra loro. Il primo, ambientato nel presente narrativo, in cui il protagonista intraprende un viaggio, sia fisico che metafisico, alla ricerca di una cura per il male della di lui nonna, il morbo di Alzheimer; il secondo, ambientato nel passato, in cui veniamo a conoscenza dei frammenti di memoria da cancellare, che ci permettono di capirne la storia e quindi le cause che hanno spinto Nani a questa sua scelta estrema. Questi mostriciattoli colorati che provengono dal suo vissuto e che, come un preciso metronomo, scandiscono il tempo della sua malattia, del suo star male.

La nonna è co-protagonista di questa storia e interpreta il ruolo classico delle nonne. Presente durante la crescita di Nani, affettuosa e protettiva nei confronti di questo nipotino speciale, ma, soprattutto, portavoce di quella paura, tipica degli anziani, di dimenticare ed essere dimenticati. Dimenticare, per loro, è come morire, spegnersi un pò alla volta. Ecco perché, le persone anziane tendono a raccontare gli episodi, talvolta anche quelli meno significativi, della loro vita: per loro è un modo per tenersi aggrappati, per sopravvivere all'oblio. E purtroppo, la povera nonna soffre di questo male che tutto cancella e tutto deforma, fino allo spegnimento definitivo.
Dicevamo del viaggio. Il viaggio è una esperienza costante nella vita dell’uomo. Sin da Omero l’uomo è sempre stato pronto a lanciarsi verso l’ignoto alla ricerca di sé stesso. Non c’è quindi da stupirsi se anche in questa esperienza letteraria ci muoviamo sia su un piano reale che su uno simbolico.

Nel primo caso, Gerasi ci conduce lungo i navigli della sua Milano alla ricerca dell’isola misteriosa di Onalim, a bordo di una nave che è tutto uno scricchiolio e con al timone un improbabile capitano che è tutto meno che un uomo capace di infondere sicurezza e tranquillità al suo unico passeggero. Nel secondo caso, la letteratura trasfigura il viaggio in simbolo di qualcosa d’altro: dell’inquietudine dell’uomo e della sua sete di conoscenza, del suo bisogno di mettersi alla prova sfiorando l’ignoto, dell’itinerario della sua maturazione spirituale o di tutta la sua stessa esistenza. E qui l’autore dà ampio sfoggio della sua bravura compositiva conducendo i protagonisti attraverso delle città realizzate con i frammenti di vita vissuta, viaggi passati. Ogni luogo è diverso dall’altro, ed ognuno è la sintesi delle esperienze sensoriali e visive di un’esistenza intera che portano al momento conclusivo della ricerca, la felicità del compimento dell’eroico gesto mortificata, poi, dall’ineluttabile destino degli esseri umani.

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È evidente anche un forte richiamo ai romanzi di avventura otto-novecentesco ma, soprattutto, per restare nell’ambito dei fumetti, a Corto Maltese, creazione di Hugo Pratt. Nani, prima di intraprendere questo viaggio, si veste proprio come Corto, col tipico cappello e cappotto marinaio, in un omaggio al personaggio che meglio incarna nell’immaginario collettivo il ruolo del viaggiatore.

Lo stile di Gerasi qui si esalta, soprattutto quando questi conduce Nani lungo un vortice di reminiscenze grottesche, personaggi verosimili ognuno dei quali rappresentativo di un vizio della società contemporanea, di uno dei peccati capitali che uccidono e contaminano la nostra morale. Molti sono personaggi storici di ogni epoca e provenienza, tutti facilmente riconoscibili, e perfettamente calati nel ruolo di sirene tentatrici del nostro prode Ulisse.

La tecnica ad acquerelli di grigio ben si adatta a delineare le giuste atmosfere della città milanese, per aprirsi poi in sconfinati bianchi che lasciano parlare l’espressività del protagonista e delle sue riflessioni. Grazie a una struttura della tavola ben delineata, la lettura procede scorrevole, e vengono preferiti primi piani ricchi di elementi espressivi in grado di caratterizzare al meglio ogni comparsa senza ricorrere a troppi dialoghi o didascalie invasive. 

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Alla fine della lettura risulta impensabile sfidare, anche solo per un attimo, la nostra capacità di incamerare e conservare, di vivere e poi ricordare. È impensabile immaginare di sfidare il tempo e la memoria. Niente più reminiscenze, niente più emozioni improvvise dicendo “sì… me lo ricordo bene…”, niente più immagini impresse come incantevoli quadri dipinti dalla nostra testa. Momenti sentiti, amati ed odiati, ascoltati, vissuti. Passati. Cancellati, allontanati per sempre da noi stessi. È impossibile, perché basta una canzone, una parola, uno sguardo, l’odore dei mandarini sulle nostre mani, per farli ritornare a vivere.         

In inverno le mie mani sapevano di mandarino è un’opera sublime di un autore ormai maturo, capace di realizzare un graphic novel intenso, mai banale, capace anche di commuovere il lettore.

Tutto può tornare nei ricordi, sempre.

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