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Emanuele Amato

Emanuele Amato

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Il giardino atomico di Remender e Murphy, la recensione di Tokyo Ghost 1

La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita.
(Harvey B. Mackay)

Dopo Black Science Bao Publishing pubblica un’altra opera dell’autore Rick Remeder: Tokyo Ghost. Ennesima importazione della casa editrice Image Comics, la serie è ambientata nel 2089, in un mondo distopico, dove la tecnologia è il male dell’uomo. Il perno concettuale infatti ruota intorno alla dipendenza dalla rete ormai palese e dilagante. Tutti sono connessi ed hanno innesti per viaggiare nel Cyberspazio, un luogo pieno di feed e news spazzatura che si è sostituito alla realtà. I protagonisti sono Teddy Dennis, meglio noto come Led Dent, e Debbie Decay due agenti che danno la caccia ai criminali di Los Angeles. Debbie è una delle poche persone a non utilizzare nessun tipo di interfaccia o dispositivo digitale, mentre Led è assuefatto dal Nanopac, siero iniettabile che aumenta tutti i parametri fisici oltre a connetterlo al web. I due sono alla ricerca di un cyber-criminale che si impossessa dei corpi e delle menti di chiunque abbia un’estensione tecnologica o fa uso di Nanopac. Da qui partono le vicende che porteranno i due agenti a Tokyo, dove si è sviluppato un luogo incontaminato, fertile e privo di tecnologie. Questo luogo, che fa gola al supervillain del volume -dato che ha fondato un impero sulla schiavitù tecnologica- è difeso da un campo elettromagnetico che distrugge tutti quelli che cercano di entrare ed hanno innesti.

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La sceneggiatura di Remeder comincia a ritmo altissimo, un worldbulding iniziale narrato tra inseguimenti, sparatorie e uccisioni senza sosta. Il capitolo iniziale infatti non è molto comprensibile ad una prima lettura se non in maniera attentissima: se ci si sofferma più sui testi e meno sui particolari grafici e delle immagini si perdono alcuni indizi importanti e viceversa. Il ritmo rallenta dal flashback dei due protagonisti dove viene compresa meglio la vicenda. La narrazione resta lineare per tutta la parte ambientata a Tokyo, mentre in alcune scene è necessario tornare alla prima parte per capire alcune dinamiche. La costruzione dei personaggi è buona anche se essenzialmente solo i due protagonisti hanno sfumature più marcate rispetto a quelli secondari che appaiono solo abbozzati. Il villain, Davey Trauma, per ora è solo introdotto e nell’ultima parte descritta un po’ la storia del suo passato ma, per il momento, appare forse troppo costruito a tavolino, sembrando piatto e con poca verve. Ad ogni modo, l’approccio narrativo scelto da Remender, dà i suoi frutti: si parte a velocità elevatissima per poi assestarsi per caratterizzare meglio la psicologia e le dinamiche contestuali con un ritmo più soft rendono il titolo molto appetibile.

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I disegni sono affidati a Sean Gordon Murphy, noto al pubblico per lavori come Hellblazer: Città dei Demoni, Punk Rock Jesus e American Vampire. Il suo tratto caratteristico è molto in linea con la narrazione e con la tematica. Led/Teddy soprattutto è risaltato nelle sue due versioni: drogato di Nanopac (quindi grosso, muscoloso e dallo sguardo assente) e la controparte pulita (molto samurai dallo sguardo truce ma intenso). Le attrezzature hi-tech, così come gli sfondi naturalistici, non stonano mai facendo risaltare i due contesti (citta tecnodipendente vs città naturalista) diametralmente opposti (Los Angeles vs Tokyo) in maniera armonica.

I colori sono di Matt Hollingsworth, ricordato fondamentalmente per il lavoro su Death: Il grande momento della tua vita, scritto da Neil Gaiman che gli è valso il premio Eisner nel 1997. La sua colorazione è conosciuta per le tonalità pastello che riescono a dare quell’emotività giusta alla narrazione. Anche in questo caso il suo lavoro è eccelso, spostando l’attenzione su alcuni dettagli importanti come le finestre web di Led, che inizialmente sono fondamentali, senza però trascurare il resto della vignetta.

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Il formato dell’opera è il classico brossurato a cui ci ha abituati la Bao con opere come Saga, Black Science, Sex Criminal etc. Maneggevole e con carta da 115 gr di buona fattura. Insomma un volume dalla facile esposizione nella propria libreria.
Il primo volume di Tokyo Ghost risulta dunque interessante, molte tematiche attuali sono affrontate in una storia sci-fi ben congegnata e che stimola la continuazione. Quanto siamo dipendenti dalla tecnologia? Quanto siamo assuefatti da essa? Queste sono solo alcune domande che aprono lo scenario di questo volume.

Un serie letteralmente pop, la recensione di The Wicked + The Divine 1

“And Lady Stardust sang his songs
Of darkness and disgrace”
(Lady Stardust – Ziggy Stardust, 1972)

Bao Publishing porta finalmente in Italia uno dei titoli Image Comics più interessanti degli ultimi anni: The Wicked + The Divine ,un comics dai toni pop come pochi, non solo metaforicamente ma letteralmente. L’opera di Kieron Gillen e Jemie McKelvie è un vero e proprio inno alla cultura pop, alla scena musicale degli ultimi due decenni e ai fenomeni di fandom annessi. I due autori hanno spiegato meglio questo accostamento in un’intervista al noto webmagazine di critica musicale Pitchfork. Secondo la loro visione il fumetto e la musica hanno molto in comune essendo “due medium basati su espressioni brevi e dotate di coerenza estetica e intellettuale, in cui ogni singola idea che si ha del mondo la si getta all’interno”.
I supereroi secondo gli autori sono le superstar musicali. I grandi eroi dei fumetti non riescono ad aggiornarsi, in maniera adeguata, ai tempi così veloci in cui viviamo. Lo stesso Gillen dice, sempre durante l’intervista: “David Bowie mi ha salvato la vita. David Bowie ha salvato più vite di Batman”. E non si è fermato qui. Lo sceneggiatore ha creato una playlist su Spotify da ascoltare durante la lettura composta da oltre 300 brani di vario genere che richiamano perfettamente lo spirito del fumetto. Artisti come Kanye West, Rolling Stones, Florance + The Machine, Björk e tanti altri, fanno da soundtrack alla lettura ampliando l’esperienza di fruizione. Mossa transmediale che si è rivelata forte e coerente con la linea narrativa da loro intrapresa.

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La trama ha un arco temporale molto ampio anche se gli eventi, per ora descritti in questo primo volume, si svolgono nel presente, precisamente nel 2014. Ogni 90 anni 12 divinità si reincarnano in esseri umani. Queste divinità diventano famose, vengono adorate e venerate, per poi morire dopo due anni. Il ciclo si ripete dall’inizio dei tempi. Ma un dio sottostà alle leggi degli uomini una volta reincarnato oppure farà ciò che gli passa per la testa? Come ci si sente a vedere una divinità e ad interagire con esso? Questa è la premessa che struttura la core-story caratterizzata da una narrazione lineare e fresca. Il linguaggio è ultramoderno con molti riferimenti a social media e fenomeni del web: investigazioni che partono da Snapchat, critica alla “cultura” dell’informazione, dei millenials e non, presa essenzialmente da Wikipedia rispetto allo studio critico degli argomenti, questi sono solo alcuni esempi del tone of voice della narrazione.

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La caratterizzazione dei personaggi risulta accurata e ben evidenziata e l’impresa non era facile dato che alcuni dei scelti hanno un tratto caratteriale molto difficile da strutturare. Questa difficoltà è dovuta alle diverse interpretazioni del Dio di riferimento, in base alla cultura d’appartenenza, della religione in questione. Basti pensare al Dio Baal. Ci sono diverse versioni e riproposizioni della divinità. Gillen stesso sottolinea, all’interno del fumetto, la confusione che c’è dietro alcune di esse e, in un dialogo, è lo stello Baal stesso a specificare di quale versione è la reincarnazione.
Riproporli quindi in chiave moderna e soprattutto associarla ad un genere musicale non era poi una passeggiata. Bisogna dire però che associare Lucifero, archetipo della ribellione, al Duca Bianco (David Bowie) era stato già fatto un decennio fa da Neil Gaiman in Sandman. La versione di Gillen e McKelvie almeno si avvicina, per fisionomia, all’attrice Ruby Rose. Gli altri dei invece hanno una caratterizzazione originale e anche qui gli archetipi sono rispettati appieno. Amaterasu è ripresa dalla cantante britannica Florance Welch (Florance + The Machine), mentre Sakhmet è la versione cartacea di Rihanna. Woden, che in questo albo appare poco, non può non richiamare alla mente i Daft Punk. Queste sono solo alcune delle chicche inserite dagli autori. L’unica pecca è Laura, protagonista del fumetto, che risulta un po’ priva di personalità. Probabilmente dovuta all’assenza di identità del fan più accanito, quasi alla stregua di venerazione religiosa verso il proprio idolo, Laura sembra sempre di contorno agli eventi. Il suo personaggio diviene un fil rouge senza spina dorsale che lega gli dei alla trama.

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I disegni sono affidati a Jemie McKelvie che compie un vero e proprio spettacolo visivo. Il tratto è pulito, preciso e moderno. La struttura delle tavole di maggior effetto son quelle relative al capitolo di Morrigan, due in particolare creano un gioco di inghiottimento dell’oscurità e di liberazione che danno al lettore un senso di oppressione.  Ogni personaggio rispecchia le tendenze del proprio genere musicale, dal goth cosparso di tatuaggi al rapper pieno di accessori che dimostra il proprio status symbol da superstar. I riferimenti ai fashion trend sono impressionanti, lo stesso McKelvie dice che ha sottolineato particolarmente questo aspetto. Secondo lui sono archetipi importantissimi e iconici di ogni generazione. La trasposizione nei comics si è persa in questo senso col tempo e vuole ricordare quanto siano fondamentali.
I colori sono di Matthew Wilson, il suo lavoro pop impreziosisce le tavole di McKelvie. Di maggiore impatto le tavole dei concerti di Amaterasu e Morrigan. I trucchi delle star sono spettacolari e gli effetti speciali hanno quella luminanza che rende magico il disegno.

Ottima la cura editoriale di Bao Publishing. Oltre all’eleganza del cartonato, alla cura della scelta della carta esistono 5 variant della prima edizione, ognuna con in copertina un Dio del Pantheon della storia. Prenotandolo una delle divinità si “manifesterà” in maniera casuale nel volume, rispettando il mood dell’opera. Una sesta variant a tiratura limitata di 300 copie, nera e con fregi in oro, è stata presentata a Cartoomics 2017.
Questo primo volume di The Wicked + The Divine è un'introduzione più che sufficiente per mettere le pedine sulla scacchiera e aspettare con hype le prossime uscite. Quest’anno la Bao ha già fatto sapere che son previsti altri due cartonati- Divinità, fama, successo, vita e morte. Questo è solo l’inizio di The Wicked + The Divine. Inserite le cuffie, mettete la playlist su Spotify e immergetevi nella lettura.

Libero arbitrio vs determinismo nella distopia di Black Screen, la recensione

“Ho notato che anche le persone che affermano che tutto è già scritto e che non possiamo far nulla per cambiare il destino, si guardano intorno prima di attraversare la strada.”
(Stephen Hawking)

Dopo averci deliziati con Noumeno, dove la filosofia kantiana, la tecnologia e la politica erano la struttura portante di un thriller ben congegnato, Lucio Staiano patron di casa Shockdom, ritorna con una nuova opera dal sapore fantascientifico. Un nuovo soggetto insomma dai toni futuristici e dai temi controversi. Libero arbitrio vs determinismo, tecnologia dalle sfumature distopiche -per certi aspetti- e il suo impatto sulla società, con tanto di teorie psicologiche a supporto sono i macrotemi affrontati.

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Black Screen si presenta denso di una certa profondità già dal primo approccio. Tecnologia e distopia nei temi e nel titolo fanno tornare in mente la geniale serie televisiva Black Mirror, con cui condivide la visione tecnologica e le conseguenti ripercussioni sul comportamento umano. L’angoscia hi-tech generata dalla serie Netflix non diventa il fulcro di Black Screen, nel senso che in Black Mirror si sottolinea il lato oscuro della tecnologia mentre qui invece il giudizio è sospeso anzi interrogato. La trama si struttura in una società dove il progresso scientifico è arrivato fino a prevedere il futuro delle persone, grazie ad un congegno che ha cambiato radicalmente la forma mentis della popolazione: lo Spoiler. Questo dispositivo prevede ogni azione di ogni persona, persino la morte. Agli individui che consultano il loro spoiler, ed esso prevede la loro morte, apparirà una schermata nera (black screen). È possibile cambiare il proprio futuro conoscendo l’esito predetto? Quanto il nostro comportamento opera nell’attuazione di questa predizione? Domande che hanno ormai secoli di vita son proposte qui in maniera magistrale e in una trama elegante.

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La sceneggiatura è affidata a Giuseppe Andreozzi, conosciuto per Mors Tua edito da Douglas Edizioni. Andreozzi opera un worldbulding non lineare, carpendo la realtà sotto 4 punti di vista, quella dei quattro personaggi principali. Questo però non ostacola in alcun modo la lettura che scorre in maniera fluida. Il compito non era di certo semplice data la tematica e il rischio di "pesantezza", pur avendo battute dal chiaro contenuto scientifico e psicologico: non è semplice far risultare l’analisi probabilistica non noiosa. La trattazione di dilemmi esistenziali, in chiave filosofica, come il destino e il libero arbitrio possono cadere nella trappola della banalità se messe giù male. Geniale poi associare il tutto ad un parametro fondamentale come la profezia che si auto adempie del sociologo Merton. Lo storyworld creato ha perfettamente senso e si incastra bene con le dinamiche dei protagonisti che si dipaneranno e si intrecceranno. Ognuno ha un modo differente nell’affrontare la scelta della decisione e la questione dell’infallibilità o meno dell’algoritmo di previsione. Paura della conoscenza, paura della non conoscenza, dramma psicologico di ogni personaggio, sono resi perfettamente facendo empatizzare il lettore fino al punto da chiedersi: “cosa farei io se mi comparisse il black screen? Come reagirei?”. Andreozzi fa un ottimo lavoro di character design oltre che di tessitura di trama.

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La parte grafica è affidata a Giovanni “Fubi” Guida, vecchia conoscenza Shockdom con opere come Maschera gialla e Agoraphobia. Fubi ha uno stile molto personale e minimalista. I suoi disegni sembrano quasi abbozzati e imprecisi, ma hanno una gestione degli spazi davvero notevole. Le sue rappresentazioni matchano perfettamente con la narrazione creata da Andreazzi e apportano un surplus di realismo alla storia.

Shockdom sforna un’altra opera dal retrogusto impegnato e nuovamente con lo sguardo verso un futuro ipotetico. Non a caso è una delle realtà più innovative del settore. Pioniera del webcomics quando ancora non era di tendenza, cerca di portare il medium fumetto a nuovi livelli di comunicazione e transmedialità. Non ci sorprende quindi un’opera come Black Screen nel suo bouquet di titoli, anzi, ne prevediamo altri.

I segni addosso. Storie di ordinaria tortura, la recensione

La casa editrice Beccogiallo è famosa per la sua linea editoriale dal forte impegno sociale e per trattare temi psicosociali attuali e di cronaca di vario tipo. I segni addosso è un progetto nato dall’idea di Renato Sasdelli di voler incentrare una storia su di un tema che, pur essendo antichissimo, resta purtroppo molto attuale: la tortura. La sua attualità è dovuta fondamentalmente a un utilizzo di modifiche semantiche che lo ridefiniscono, cambiandogli biglietto da visita, pur rimanendo sempre uguale resta la stessa barbaria. Un progetto, dunque, interessante soprattutto per la scelta narrativa di voler raccontare, tramite un anfitrione anonimo, tre storie reali che hanno fatto discutere sia media che esperti del settore (psicologi, sociologi, politici etc.).

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Il volume si compone di 3 capitoli: uno riguardante gli eventi del G8 a Genova nel 2001, nello specifico i fatti riguardanti la scuola Diaz. Un altro riguarda le torture, ormai famose (purtroppo), del carcere di Abu Ghraib. L’ultimo, invece, è ambientato in Italia nel periodo fascista. Quindi, vicende di cronaca che abbracciano un arco temporale abbastanza ampio.

Le tre storie sono introdotte da una maschera, in senso sia letterale che metaforico, che presenterà i racconti come narratore partecipante e come una delle vittime silenziose che la tortura miete. La sceneggiatura è di Andrea Antonazzo mentre i disegni sono affidati a Elena Guidolin. Il tutto è sostenuto da un’analisi storiografica di Sasdelli che precedentemente ha raccolto testimonianze di partigiani torturati durante il regime fascista.

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L’idea di fondo è molto bella essendo anche un tema controverso e poco affrontato: concepita come narrazione di sensibilizzazione, attraverso un medium non di nicchia come le riviste di settore o all’interno del fuoco fatuo delle news del momento in tv, il volume parte bene e si nota che l’argomento è molto sentito. Il prologo colpisce e spinge a voler andare avanti nella lettura ma, procedendo, non tutto quadra nel modo giusto in quanto non riesce a trasmettere appieno la deumanizzazione che vorrebbe raccontare inserendosi in strutture e particolari che non valorizzano la perdita di umanità e la sua subumanizzazione.

La prima storia, quella della scuola Diaz, riesce a dare quel tormento e quell’ansia che doveva avere l’intera opera ma già dalla seconda questo fattore emotivo non è colto pienamente. Le vicende del carcere di Abu Ghraib sono tra le più angoscianti e raccapriccianti dell’ultimo secolo eppure la narrazione non  tocca quei tasti emotivi/evocativi che dovrebbe. Non è scritta male, anzi, Antonazzo fa un buon lavoro di sintesi e le inquadrature, così come le battute (sia di testo che in senso di spirito) sono giuste e riprendono il mood di totale oggettivizzazione da parte dei carcerieri. Quello che manca è l’orrore della totale indifferenza dei rapporti tra le fazioni tra l’ingroup e l’outgroup. I protagonisti conversano sì di temi semplici e comuni, mentre compiono atrocità, ma non c’è il fattore emotivo che dovrebbe colpire il lettore. La terza ed ultima storyline si sviluppa bene e mette in scena l’angoscia della vittima tramite flashback che fanno sentire la paura e il dolore ancora vivo nei ricordi, ma poi stacca improvvisamente passando la parola alla maschera per l’epilogo. Il trittico viene chiuso così in maniera brutalmente incompleta e asettica.
Il problema di fondo è che la narrazione sembra in secondo piano rispetto al tema narrato, che l’analisi dell’idea sia più importante della strutturazione della sceneggiatura e in un fumetto questo non dovrebbe succedere. Dovrebbero viaggiare insieme e rafforzarsi a vicenda creando un valore aggiunto.

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I disegni di Elena Guidolin rendono bene l’idea di non identità. Tratti neri sporchi, chine forti, sfumature pittoriche e facce abbozzate quasi sempre, se non nei momenti in cui devono esprimere emozioni (come paura e divertimento). Uno stile che ricorda molto Danijel Zezelj, il che è solo una grande nota di merito.

La parte finale del volume ha un capitolo discorsivo di supporto all’argomento con tanto di descrizioni di linguaggio tecnico nella pratica (sottomissione, deumanizzazione, demonizzazione) legati alla tortura. Una parte di casistica, problematiche e controversie legali e metodologiche e dati di riferimento che impreziosisce l’opera.

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