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Orfani: Sam si prenderà una pausa dopo il numero 6

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La sesta stagione e conclusiva stagione di Orfani, intitolata Sam, si prenderà una pausa di tre mesi dopo l'uscita del numero 6. A parlarne è Roberto Rechioni, ideatore della serie insieme a Emiliano Mammucari, che dichiara che questa pausa da "midseason", che potrebbe essere ripresa da altre serie Bonelli in futuro, è una decisione presa in corsa per i ridotti tempi di produzione.

"Non riuscivamo più a stare dietro ai tempi si produzione visto che Orfani doveva essere, inizialmente, una serie di due stagione ed è diventata di quattro più due brevi. Ci siamo detti "facciamo come fanno le serie televisive e prendiamoci una pausa di mezza stagione". Oltretutto era una cosa che volevamo sperimentare anche in funzione di progetti futuri, per accorciare i tempi di produzione e mandare più rapidamente una serie in edicola, e questa ci è sembrata l'occasione adatta per provare minimizzando i rischi, visto che, come programmato da anni, la sesta è l'ultima stagione e possiamo rischiare cose diverse."

Di seguito, il post completo di Recchioni:

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Il primo crossover Bonelli, la recensione di Dylan Dog 371 e Dampyr 209

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Dylan Dog e Harlan Draka, il Dampyr, condividono lo stesso “mestiere”: combattere l’orrore sovrannaturale. Il primo lo fa utilizzando più l’ingegno che la pistola, il secondo è più uomo d’azione, ma entrambi proteggono il mondo da queste forze oscure. Con il primo crossover di casa Bonelli – atteso dai lettori da circa due anni – scopriamo che il mondo che proteggono è anche lo stesso. La Bonelli non è certo estranea a voler far incontrare i propri personaggi: Dylan ha incontrato Martin Mystere, Ian Aranill di Dragonero ha combattuto al fianco di Zagor, e l’universo bicromatico di Morgan Lost aveva incontrato quello crepuscolare di Brendon, ma sempre all’interno di “speciali” di una serie. L’esperimento realizzato con questo crossover, invece, vive e si sviluppa attraverso le due testate principali, entrambe proposte con doppia cover: la storia comincia sulle pagine di Dylan Dog 371 (Arriva il Dampyr) e si conclude su Dampyr 209 (L’indagatore dell’incubo), in un chiaro e reciproco omaggio all’altro personaggio principale coinvolto. La casa editrice italiana tenta, dunque, l’introduzione, nel proprio universo, di quella che è una pratica narrativa tipicamente statunitense e supereroistica, ma al contrario del fumetto americano, che utilizza il crossover per allineare le proprie testate verso un’univoca direttrice, quello Bonelli salvaguarda e mantiene salda la peculiarità della singola serie.

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A Roberto Recchioni e a Giulio Antonio Gualtieri ai testi e a Daniele Bigliardo i disegni, il compito di aprire le danze: una vampira in fuga e braccata dai suoi simili è alla ricerca di Dylan Dog, l’unico che potrebbe aiutarla; quello che l’old boy non sa ma che scoprirà fin da subito è che, sulle tracce della bella vampira Lagertha, c’è anche il Dampyr e la sua squadra. L’incontro, dunque, è inevitabile. Come è tipico per questo genere di eventi editoriali, il team up non trova subito felice equilibrio, dopotutto le rispettive filosofie dei due personaggi sono diverse e la “squadra” inizia a formarsi sui punti in comune: l’obiettivo è quello di fermare Lord Lodbrok, un antico Maestro della Notte che, grazie all’aiuto dell’attuale nemesi seriale di Dylan Dog, John Ghost, ha nelle proprie secolari e vampiresche mani, delle armi di distruzione di massa. La prima parte del racconto viene utilizzato per posizione tutti i pedoni sulla scacchiera, riuscendo nel delicato compito di lasciare inalterate le forti identità narrative dei personaggi, equilibrando i caratteri dei due protagonisti principali. I disegni di Bigliardo servono alla perfezione la Londra metropolitana, cupa e grigia, esaltando figure e ambienti attraverso un elegante e raffinato gioco di luci ed ombre.
Se nell’albo di Dylan Dog il contesto cittadino è il set consono al racconto, sulla testata di Dampyr, la narrazione si sposta su un’isolata isola inglese, battuta dalle onde e sferzata dalla pioggia. Scritto dal creatore del personaggio, Mauro Boselli e disegnato da Bruno Brindisi, la seconda parte del racconto è destinata alla sviluppo e alla risoluzione della trama.

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Quello che gli autori imbastiscono è, prima di tutto, un gioco divertito e divertente con i propri lettori. Dopotutto non può un crossover non cercare di raccogliere i consensi di entrambe le schiere di fan dei due eroi Bonelli. Tutti gli elementi caratterizzanti del team up sono presenti: scambio di battute, scontri anche verbali tra i personaggi – punto di forza ironico è il rapporto da Groucho e Kurjak – ma anche vignette destinate al puro godimento nerd come quella in cui Dylan e Harlan sparano insieme contro l’orda di vampiri oppure il sangue del Dampyr versato sulle pallottole della pistola dell’Indagatore dell’incubo. Elementi, questi, che contribuiscono a saldare i due universi narrativi in quella che si configura come una storia godibile sia per i fan dei personaggi, sia per chi ne segue uno solo o si avvicina per la prima volta a questa lettura spinto dalla “novità” del crossover. Indubbio punto di forza del racconto, e architrave narrativa su cui regge si l’intero fulcro drammatico, è, ovviamente, il rapporto tra l’Old Boy e il Dampyr: personaggi simili, vicini all’oscurità, entrambi (a modo loro) dannati da un passato non sempre chiarissimo, si rapportano al loro “lavoro” in maniera dissimile; come anticipato, Dylan non è propriamente un uomo d’azione, Harlan si, per Dylan un promessa è sacra, mentre Harlan è disposto a sacrificare la propria integrità per salvaguardare il mondo. Lo scontro non è meramente ideologico, ma è identitario e i due protagonisti non possono cedere verso la posizione dell’altro: più che le mire vendicative del Maestro della Notte, infatti, a generare curiosità nel lettore e a determinare il climax narrativo è scoprire come i due protagonisti si muoveranno nella risoluzione finale della storia.

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La lettura del racconto è scorrevole grazie a una salda struttura narrativa. Il compito non era facile, specialmente tenendo conto che gli autori sono diversi: se la coerenza del racconto per l’intero crossover è frutto di una sincronia tra gli operatori coinvolti nella stesura della trama, il lettore riscontra una marcata differenza di stile di scrittura e visivo che allontana leggermente i due albi. Il numero di Dampyr è, forse, meno coinvolgente e accattivante, perché costretto a deviare il racconto maggiormente verso la chiarificazione delle linee narrative aperte da quello di Dylan Dog. La specificità dei personaggi viene, comunque, salvaguardata e mantenuta stabile proprio dalla scelta di operare singolarmente su di un albo.

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Il primo crossover di casa Bonelli riesce dunque nel proprio compito: l’equilibrio, la coerenza e il rispetto, tra le due testate, non viene messo in discussione, forse perché si è scelto di non osare troppo, rimanendo su di un asse narrativo più canonico. Dopotutto, tale scelta non può che trovare consenso: questa operazione editoriale è già una novità per la Bonelli e quindi come, sicuro, primo passo, il non eccedere con elementi troppo intrusivi, ha permesso di costruire un terreno saldo per eventuali futuri crossover dai due combattenti del Male.

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Zagor, in edicola l'ultima storia di Gallieno Ferri

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Un anno fa ci lasciava Gallieno Ferri, artista entrato nella storia del fumetto per aver creato graficamente Zagor su testi di Segio Bonelli. In edicola, da oggi 2 agosto, è disponibile la sua ultima storia, ovvero L'antica maledizione scritta da Jacopo Raunch e presentata sul numero 5 di Color Zagor.

La storia, incompiuta, è stata completata da Gianni Sedioli (matite) e Marco Verni (chine). Ferri ne ha realizzato le prime 63 tavole. Sul sito Sergio Bonelli Editore potete trovare un articolo di Moreno Burattini e una ricca anteprima che vi proponiamo nella gallery in basso. Di seguito, la sinossi dell'albo.

"Il dottor Metrevelic invita Zagor e Cico a passare qualche tempo con lui, nella nuova fattoria di sua figlia Aline e di suo genero. L'ombra di un passato che sembrava ormai lontano, infatti, torna a incombere minaccioso sulla ragazza. Quali furono i dolorosi avvenimenti che costrinsero il dottor Metrevelic a lasciare i Balcani, per trasferirsi nel Nuovo Mondo, quando Aline era ancora una bambina?"

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Il mito della frontiera infranto, la recensione di Cheyenne

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Forse è meglio cominciare dal Cinema, piuttosto che dalla Storia o dai Fumetti: il cinema americano all’inizio delle sue produzioni western mostrava, con una buona dose di soddisfazione, Pellerossa che assalivano la diligenza e Cowboy che li uccidevano con fierezza; gli “indiani” erano i cattivi, una presenza ostile, un ostacolo al “sogno americano”, tanto quanto la natura selvaggia o l’attacco di un animale. Venne, poi, il momento della presa di coscienza e del senso di colpa: il “bianco” era l’invasore, che stava costruendo una nazione a discapito di un altro popolo. Nascono capolavori come Piccolo grande uomo o Un uomo chiamato cavallo, capaci di raccontare da un lato l’accoglienza pellerossa verso quella occidentale e dall’altro, la brutalità con cui questo popolo è stato decimato.
Cheyenne, volume della collana Bonelli Romanzi a fumetti, firmato da Michele Masiero ai testi e Fabio Valdambrini ai disegni sceglie di operare lungo un confine molto sottile tra i due approcci narrativi e lo fa attraverso una domanda che, costantemente, si ripropone alla mente del lettore: i “cattivi” sono i bianchi o i pellerossa?

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Il graphic novel racconta del rapimento, da parte degli “indiani”, di Colin, un bambino in fasce di una famiglia “yankee”. Anni dopo questi viene ritrovato dalla Colonna di Hazelwood, un plotone dell’esercito, che decide di riportarlo alla “civiltà” e da suo nonno, Ray Henderson. L’uomo, ex sceriffo ormai dedito all’alcool, ha cercato per anni il nipote rapito senza trovarne traccia e ora che questi è tornato, si ritrova costretto a rivedere la propria esistenza. Colin, in questi anni di assenza, si è formato nella tribù indiana, è diventato un cheyenne e cambiare le proprie abitudine, la propria vita, non sarà un percorso in discesa.

Il nucleo narrativo su cui è incentrato Cheyenne è la violenza in diverse sue declinazioni: nel mondo del “selvaggio west” sembra che la violenza sia l’unico motore di cambiamento. I genitori di Colin vengono trucidati e il neonato tolto alla sua comunità; quando questi viene recuperato dall’esercito, subisce un ulteriore brutalità poiché strappato alla vita che ha sempre conosciuto. Il popolo indiano viene ingannato e brutalizzato dai coloni che, a loro volta, subiscono gli attacchi dei pellerossa: un ciclo continuo in cui la violenza genera solo altra violenza. Non c’è molto spazio per l’amore o l’affetto, l’unico sentimento umano che riesce ad avere un peso nel racconto è quello, raro, del senso di colpa che rimane, però, solo un rammarico e non diventa strumento grazie al quale cambiare.

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Non esiste dunque un “buono” o un “cattivo”, Masiero e Valdambrini non prendono una posizione, non parteggiano per l’una o l’altra fazione: chiunque, che sia per autodifesa o per attacco, agisce con violenza, e il “mito della frontiera”, il “sogno americano” si infrange contro il muro della storia.  Dopotutto l’epica western, del povero colono che, contro tutto e tutti supera le difficoltà perché il suo diritto ad avere una terra è più forte di ogni altra cosa, non trova più spazio nelle riflessioni storico-sociali contemporanee, e i protagonisti di Cheyenne hanno la consapevolezza che l’ideale mitico con cui hanno iniziato a costruire la propria nazione non è altro che un’ipocrita messa in scena. Lo stesso vale per il concetto del “buon selvaggio” contaminato dalla presenza europeista degli americani: a tradire il proprio stesso popolo di nativi è lo stesso pellerossa che tenta l’accordo con l’uomo bianco a discapito di un’altra tribù.
A rafforzare il concetto del continuo ritorno e riciclo della violenza è la costruzione narrativa del graphic novel: Masiero non adotta una linearità storica per il proprio racconto, ma la costruisce attraverso tasselli diversi che incastrano temporalità diverse. Il fumetto inizia in medias res e gli eventi, la trama, il background dei personaggi, si disvela man mano, in una serrata successioni di rivelazioni che convergono verso l’ammiccante, citazionista e sorprendente finale.

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Il disegno di Valdambrini evoca alla perfezione l’atmosfera cupa del racconto. I volti spigolosi segnati da cicatrici invisibili, sono la marca distintiva del tratto del disegnatore, capace di fermare il pensiero dei personaggi nell’istantanea della vignetta e rimandarlo ai lettori attraverso le espressioni. Il selvaggio West, con le sue contraddizioni, rivive nei paesaggi carichi di forza evocativa sia che riguardino le forme imprevedibili della natura ancora incontaminata dell’America di metà ‘800, sia nella ricostruzione degli ambienti, rigidi e geometrici della colonizzazione “civilizzata”.

Nonostante Cheyenne si attesti in un genere ben codificato come il western, gli autori riescono a non essere prevedibili senza discostarsi troppo dai canoni, ricostruendo la dolorosa epopea della famiglia Henderson e utilizzandola come pretesto narrativo per raccontare l’aspetto più drammatico della nascita di una nazione come gli Stati Uniti che, fin troppo spesso, hanno velato di romanticismo epicizzante le proprie origini.

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