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Mr. Reed #2: Le grandi manovre Marvel e DC

  • Pubblicato in Focus

Il fumetto americano è da sempre caratterizzato da ere, cicli, momenti di stravolgimenti e innovazioni seguiti da periodi in cui si tenta di ricucire il rapporto con il passato. In particolare per quando riguarda le due big Marvel e DC. Se infatti dovessimo indicare una tendenza che caratterizzerà questa seconda metà degli anni ’10 del nuovo millennio, potremmo parlare di un periodo di nuova restaurazione. Come anticipato, è una situazione ciclica: distruggere per poi ricostruire, seguire le tendenze per poi tornare a sentieri più classici. Ricordate gli anni ’90, gli eroi ipertrofici e maledetti e il conseguente “ritorno degli eroi”?

Queste due major negli ultimi anni hanno stravolto in maniera continua e decisa i loro fumetti: la Marvel con annuali restart e nuovi personaggi introdotti, la rivale DC con un reboot totale. La conseguenza: un ritorno alle vecchie atmosfere, un back to the past (Rebirth per la DC, Legacy per la Marvel), è stato salutato con un plebiscito da parte dei fan.
È pur vero che la fan-base è tendenzialmente conservatrice e ogni modifica genera malumore, nonché risulta innegabile che la non acclamata linea New 52 e gli scossoni annuali della Marvel al proprio universo avevano bisogno di trovare quantomeno una quadratura del cerchio.

E se da un lato questo ha portato a un mea culpa da parte dei piani alti della Distinta Concorrenza, con un Geoff Johns costretto ad ammettere pubblicamente che i personaggi della DC avevano perso il loro “cuore”, dall'altro Axel Alonso difendeva imperterrito i continui rilanci Marvel argomentando che il pubblico di oggi ha un continuo bisogno di stimoli e starting point.

La DC sembra ora aver trovato la strada giusta grazie a una pianificazione solida e concreta, dopo anni in cui non riusciva a stare al passo della concorrenza. La volontà di puntare fortemente su autori noti è chiara e richiede non solo di blindare i talenti già in forze nel proprio parco autori, ma anche di soffiare ai rivali alcune delle icone storiche della Casa delle Idee come John Romita Jr.e Brian Michael Bendis.

La Marvel, pur mantenendo la propria posizione da leader del settore, sembra che proprio nella gestione dei grandi artisti abbia dei problemi. Non addentriamoci nel discorso della qualità della proposta, né in un confronto con le serie DC, che non ci interessa minimamente. La Marvel, con o senza autori di grido, ha proseguito a proporre titoli di qualità a titoli meno appetibili. È innegabile, però, che i grandi nomi siano quasi tutti andati via e la tendenza va avanti da anni. I fattori potrebbero essere diversi, come ad esempio un’intromissione dall’alto eccessiva. Di fatto, già dallo scorso anno si indica come la Casa delle Idee stia lavorando sottotraccia per riportare grandi nomi a sé nel 2018. Da questo punto di vista, la recente nomina di C. B. Cebulski a Editor-in-Chief segna un cambiamento di rotta notevole.

Il passaggio di Bendis alla DC è un fattore importante. Ho letto molti commenti e speculazioni sulle serie che il caro vecchio Brian potrà scrivere, e ho letto di molti che lo vorrebbero su serie minori o sui personaggi metropolitani. Ora, dire questo è come immaginare il Real Madrid prendere Pep Guardiola e metterlo alla guida dei pulcini. Siamo seri. La DC ha portato Bendis dalla sua a suon di dollaroni e gli darà le chiavi del proprio regno. Bendis determinerà, insieme a Johns, Jim Lee e agli altri, le trame future del DC Universe. Alla Marvel, dunque, tocca controbattere.
Scommetteteci che da qui al 2020 sarà un fiorire di annunci di esclusive da una parte e dell’altra.

Cebulski, che ho avuto il piacere di conoscere durante gli anni in cui lavoravo al Mantova Comics & Games, in cui era ormai una presenza fissa, è un gran talent scout e ha introdotto alla Marvel gente come Skottie Young, Adi Granov, Sara Pichelli, Phil Noto, Steve McNiven e Jonathan Hickman. Così, per fare qualche nome. È evidente che, sul lungo periodo, le strategie di Alonso (salutato comunque in maniera affettuosa da tantissimi autori) avrebbero mostrato il fianco a una DC sempre più incalzante.
Il problema è un altro: quale libertà avranno i grandi autori? E, soprattutto, quali garanzie avranno in un’epoca in cui cinema e tv saccheggiano a piene mani dai comics e i fumettisti sono quotatissimi grazie alla loro creazioni originali? Staremo a vedere. Ad ogni modo, sugli spunti e sugli argomenti presenti in questo breve quadro della situazione ci torneremo sicuramente su in futuro trattati singolarmente ad uno ad uno.

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Justice League: la recensione del film

  • Pubblicato in Screen

Nel 2012 Avengers frantumava ogni record al botteghino, diventando il terzo maggior successo della storia del cinema. I Marvel Studios passavano all’incasso dopo aver preparato la strada verso il film evento fin dalla famosa sequenza post-credit del primo Iron Man datato 2008, quella in cui Nick Fury appariva a sorpresa nel salotto di un incredulo Tony Stark proponendogli l’idea del Progetto Vendicatori. La scena introduceva per la prima volta in un cinecomic l’idea di un universo condiviso, che sarebbe poi diventata lo standard per questo genere di prodotto. Idea che nel frattempo non poteva essere ancora sviluppata dalla DC / Warner, impegnata nella conclusione della trilogia dedicata a Batman da Christopher Nolan e scottata dal flop del Green Lantern interpretato da Ryan Reynolds l’anno prima. Solo con Batman V Superman: Dawn of Justice del 2016, la casa di produzione cinematografica si imbarcava finalmente nella realizzazione del primo crossover tra i suoi personaggi. La regia venne affidata a Zack Snyder, reduce dal buon esito di Man of Steel, ma il suo approccio troppo dark divise, e a distanza di anni ancora divide, i fan. Il pubblico che era accorso in sala per assistere al primo incontro sul grande schermo tra le due più grandi icone del fumetto americano, si ritrovò davanti a un mattone dalla durata di quasi 3 ore, più interessato a disquisizioni teologiche sulla figura del supereroe e sulla natura cristologica di Superman che a raccontare una storia. Un collage di immagini spesso potenti, ma avulso da ogni logica narrativa. La realizzazione del successivo Justice League per mano del confermato ma contestatissimo Snyder non partiva sotto i migliori auspici, e la situazione si è fatta critica quando il regista ha dovuto abbandonare il progetto subito dopo la fine delle riprese a causa di un terribile lutto familiare, lasciando il lavoro di post-produzione a Joss Whedon. Viste le premesse, era lecito attendersi il peggio.

A dispetto dei pronostici, Justice League è invece un riuscito carrozzone che non si vergogna delle sue origini pop come il precedente BvS (chi cerca un trattato sull’esistenzialismo non perda tempo e si legga un libro di Jean-Paul Sartre), tappando sul nascere falle congenite che ne avrebbero potuto causare il naufragio e riuscendo addirittura a far convivere felicemente l’estetica di due autori lontani anni luce tra loro.

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Andrè Bazin, celebre critico cinematografico, fondatore dei prestigiosi Cahiers du Cinema e ispiratore della Nouvelle Vague, sosteneva nei suoi saggi la centralità del montaggio nella realizzazione di una pellicola. Il montaggio è “l’organizzazione delle immagini nel tempo” (cit.) e tra tutti i mezzi espressivi di cui il cinema dispone è il più importante, perché ha la funzione di generare senso. Tralasciando il gusto personale di ciascun spettatore nell’approcciare lo stile dark, monumentale e funereo di Snyder, i ralenty volti ad aumentare la dimensione epica delle sue pellicole, il gusto per singole immagini iperrealiste fortemente evocative e suggestive che faticano però a comporre un racconto, il problema di cui soffriva maggiormente BvS era proprio il montaggio. Il sospetto diventò una certezza dopo la visione della versione estesa del film, tre ore complessive in cui venivano recuperate sequenze fondamentali per la comprensione della trama. Nella versione destinata alle sale, non si capiva nulla del piano di Luthor fino allo "spiegone" finale del medesimo, né si comprendeva perché Clark Kent ce l’avesse tanto con Batman, visto che tutta la sequenza della sua inchiesta nei bassifondi di Gotham con relativi personaggi di contorno era stata tagliata. Per aumentare la comprensibilità della pellicola, sarebbe bastato tagliare cinque minuti di scazzottate nel prolisso finale e inserire qualcuna delle sequenza sopracitate. La notizia positiva di Justice League è che non ha nessuno di questi problemi. Il film è assolutamente godibile, con una piacevolissima fluidità narrativa, considerando la mole di avvenimenti che racconta e il discreto numero di personaggi nuovi che deve introdurre. E qui si vede la mano di Whedon, che ha una maggiore propensione al racconto rispetto al collega.

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Il lavoro di Snyder stesso ha beneficiato dalla rifinitura dell’ideatore di Buffy the Vampire Slayer, che lo ha sottratto all’esuberanza creativa generosa ma spesso fuori contesto del suo autore. Non sapremo mai come sarebbe stato uno Justice League interamente nelle mani di Snyder, ma se avesse avuto un cut confuso come il suo predecessore non è esagerato sostenere che Whedon ha salvato la pellicola, rendendo comunque giustizia al talento visionario del suo collega e arricchendo una tavola già preziosamente imbandita con dei re-shooting mirati ad aumentare l’empatia tra personaggi e pubblico. Volendo sottrarci alla noiosa querelle internettiana circa l'eccessiva ironia di film come questo o il recente Thor: Ragnarok, diremo che l’inserimento di scene condite da una leggerezza tipicamente whedoniane servono a stabilire una felice connessione emotiva che mancava del tutto nel film precedente, e di cui beneficia anche la prestazione degli attori.

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Ben Affleck è convincente tanto nella parte di Bruce Wayne che in quella di Batman, a dispetto delle tante critiche piovutegli addosso negli ultimi anni. Affleck interpreta un Cavaliere Oscuro dalla fisicità impressionante, un calco perfetto di quello disegnato su carta da Jim Lee e riproposto ogni mese da David Finch nella sua collana principale. È il Batman che i lettori aspettavano da sempre. Gal Gadot si conferma una splendida Wonder Woman, e i suoi meriti vanno oltre la sua prestazione in Justice League, peraltro ottima: la Gadot è il sole che illumina l’universo cinematografico DC, affascinante e carismatica, vera forza motrice dell’intero progetto, uno dei casting più azzeccati dell’intera storia dei cinecomic. Nonostante il poco tempo loro concesso per lasciare il segno, si fanno notare Ezra Miller nel ruolo di Flash e Jason Momoa in quello di Aquaman. Miller interpreta un Barry Allen ancora all’inizio del suo percorso e che è ancora lontano dal diventare la rispettata icona che sarà, mentre l’Arthur Curry di Momoa svolge alla perfezione il ruolo del solitario burbero ed irascibile che, contro ogni previsione, scoprirà la bellezza del gioco di squadra. Unica nota stonata il Cyborg di Ray Fisher che, come il celebre MacGuffin hitchcockiano, rappresenta più un elemento di snodo della trama che un personaggio ben caratterizzato. Deludente anche il villain, lo Steppenwolf modellato sulle fattezze dell’attore irlandese Ciaran Hinds, realizzato nella peggiore CGI dai tempi del Beowulf di Zemeckis e che nel 2017 non è accettabile in progetti di queste dimensioni. Sarebbe stato preferibile usare il vero volto di Hinds, il Mance Rayder di Game of Thrones, inquietante come non pochi, ma si tratta di un elemento che non pregiudica il giudizio finale sulla pellicola, che resta comunque positivo.

Segnaliamo con immenso piacere la partitura musicale di Danny Elfman, che torna a lavorare su un film di supereroi dopo aver realizzato l’indimenticabile colonna sonora dei due Batman diretti da Tim Burton, capostipiti dei cinecomic moderni. E quando l’arrivo sullo schermo del Cavaliere Oscuro è annunciato dal Batman Theme del 1989, un vecchio redattore ormai padre di famiglia torna ad essere un ragazzino di 13 anni e la magia ricomincia, a dimostrazione di quella connessione emotiva che rende Justice League sia la chiusura di un cerchio ideale, sia un nuovo e promettente inizio.

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Speed Rece #10: le nostre letture in breve

  • Pubblicato in Focus

Appuntamento numero 10 con Speed Rece, la rubrica in cui i redattori di Comicus raccontano in breve le loro letture settimanali. Buona lettura!

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Aliens 7 (Saldapress)

di Brian Wood, Tristan Jones e Liam Sharp
Il nuovo numero sullo Xenomorfo più famoso del mondo si configura come spartiacque tra due miniserie che la Saldapress ha scelto di racchiudere nei suoi spillati: quella appena terminata di Aliens Defiance e quella che comincerà il prossimo mese, Apocalisse – Gli Angeli Distruttori. Se la prima storia contenuta nello spillato numero 7 va ad arricchire Defiance, sempre ad opera di Brian Wood ai testi e Tristan Jones ai disegni, e si incastra nelle prime battute della trama, la seconda, Ascensore per il Paradiso è un racconto autoconclusivo scritto e disegnato da Liam Sharp. La storia originale risale al 2011 e vede un gruppo di marine alle prese con gli xenomorfi, bloccati in un grande elevatore, unica via di fuga per gli esseri umani. E per le creature. La storia scivola forse troppo veloce nella lettura, ma è un piacevole intermezzo narrativo dalla grande ricercatezza grafica, specie nei colori e nella resa atmosferica della claustrofobica situazione. Tutti gli elementi cari ai fan di Alien sono felicemente posizionati per una storia dall’ottimo impatto visivo, accattivante, piccolo episodio dell’Alien Universe.
Voto: 6,5
Leonardo Cantone

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Chiodotorto (Magic Press)

di Dario Sicchio, Lorenzo Magalotti e Francesco Segala.
Il trio Sicchio/Magalotti/Segala, narra le vicende di Chiodotorto, criminale che esce di galera ormai convinto della sua imminente morte da parte dei boss della mala. Avendo fatto incazzare un po' di gente si sente sconfitto e accetta il suo destino, rassegnandosi al triste epilogo. Succede qualcosa di inaspettato: negli equilibri della mafia c'è un problema, un individuo si è inserito in un colpo fregando i tre boss. Chiodotorto strafatto e disperato, ha l'assurda idea di cogliere la palla al balzo e non lasciarsi andare all'infausto destino.
Dario Sicchio, in una narrazione dinamica, non spinge ancora al massimo l'acceleratore, essendo questo solo il primo volume della saga che si chiuderà col prossimo numero. I disegni si integrano alla perfezione coi testi, i personaggi oscillano tra lucidità e follia (da droghe) anche nella percezione visiva delle tavole. Aspettiamo il seguito per vedere dove si spingeranno gli autori.
Voto: 7
Emanuele Amato

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Grouncho #12 - La Fine di un Giorno Qualunque (Sergio Bonelli Editore)

di Giulio e Marco Rincione
Quando qualcuno si avvicina alla lettura dell'Indagatore dell'Incubo, in quanti prestano davvero attenzione a Groucho, il fido assistente? Partendo da questa idea, i fratelli Rincione, in questo episodio dei "Grouchini", si sporgono a guardare nella "giornata qualunque" del sosia di Marx, il celebre comico americano: una vita perennemente all'ombra del compagno Dylan. Un'esistenza che però comincia a stare stretta a Groucho, invisibile alle centinaia di persone che attraversato quella porta rossa dello studio, e in particolare a una, l'ennesima ragazza di cui dice di essersi innamorato. Il duo Marco e Giulio Rincione, gemelli palermitani al lavoro insieme in questa storia, descrivono la presa di coscienza del baffuto personaggio, la maturazione dell'idea di dover abbandonare Dylan per poter infine liberarsi della sua imponente ombra. Un'idea diventata azione, ma che diviene vana nel momento di bisogno, quando Groucho si rende conto dell'affetto per l'amico di sempre. Un piccolo sguardo in un giorno qualunque della vita dell'invisibile assistente.
Voto: 8
Alberto Palazzolo

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Happines 1 (Panini Comics)

di Shuzo Oshimi
Makoto Okazaki è un ragazzo timido come tanti, sottomesso a scuola alla volontà dei più prepotenti. Questo finché una notte, il ragazzo non viene morso da una vampira che lo lascia in fin di vita trasformandolo, a sua volta, in un vampiro. Nei giorni successivi, Makoto dovrà fare i conti con la sua nuova indole, che gli darà anche maggiore determinazione a scuola introducendolo in un nuovo gruppo d'amicizie e in situazioni più pericolose.
Il problema principale di Happiness, nuova opera di Shuzo Oshimi, autore de I fiori del male, è che a fine volume, dopo 200 pagine circa e 5 capitoli, non ci capisce dove voglia andare a parare. Al momento ci troviamo davanti a un teen-drama con una sottotrama "vapiresca" ancora tutta da sviluppare. Ok gli intrecci amorosi e le vicende scolastiche, ma il plot appare fin troppo abbozzato e lo sviluppo lento e privo di mordente. Assolutamente gradevole, invece, la parte visiva dell'opera.
Voto: 5
Gennaro Costanzo

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Secret Empire 0 (Panini Comics)

di Nick Spencer e Daniel Acuña
«Hail Hydra!» pronunciato dal più patriottico dei supereroi, Capitan America, ha sconvolto il mondo Marvel. Con non poche ripercussioni. Inizia con questo numero 0, difatti, la saga Secret Empire che vedrà Capitan America disposto a tutto pur di riscattare quella che crede sia la vera realtà: l’Hydra al potere dalla Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi. Cap è stato manipolato ed indotto a credere questo da Kobik, un Cubo Cosmico senziente manipolato da Teschio Rosso. Il nuovo maxievento si apre con Steve Rogers che, come nel miglior insegnamento degli strateghi militari recita, opera il “divide et impera”. Con tre attacchi in simultanea, orchestrati per separare i supereroi in battaglie lontane e differenti, Capitan America può prendere il controllo del Paese. Nick Spencer costruisce la sceneggiatura sul climax narrativo della presa di poter da parte di Cap, e lo fa con una buona dose di “mestiere”, attraverso un montaggio via via sempre più serrato delle scene. Daniel Acuña lo accompagna ai disegni, e anch’egli esprime la sue capacità grafiche con grande sapienza tecnica. Una macchina ben oliata e funzionante, ma che non stupisce per le sue prestazioni.
Voto: 6
Leonaro Cantone

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X-Men Blu (Panini Comics)

di Cullen Bunn, Jorge Molina e Matteo Buffagni
Gli ultimi arrivati nell’universo mutante Marvel sono anche, grazie ai paradossi dei viaggi nel tempo, i primissimi X-Men: i giovani Ciclope, Marvel Girl, Bestia, Angelo e Uomo Ghiaccio sono i cinque X-Men originali, trasportati dal passato nel nostro presente da Hank McCoy, la Bestia della nostra linea temporale, nella vana speranza di far ravvedere uno Scott Summers – Ciclope ormai più simile a Magneto che al suo mentore Xavier. X-Men Blu racconta il difficile processo di adattamento di questi cinque ragazzi venuti dal passato in una realtà completamente diversa dalla loro. Cullen Bunn esplora con efficacia le relazioni, a volta complicate, tra i membri del gruppo: questi Scott, Jean, Hank, Warren e Bobby sono molto diversi dalle loro controparti adulte e potrebbero anche provenire dal passato di una terra parallela. In questo numero di debutto, gli original five sono corredati di un nuovo status quo e di una nuova missione, guidati da un nuovo mentore, vecchissima conoscenza che farà sobbalzare sulla sedia i lettori. Gradevole il comparto grafico affidato a un Jorge Molina sempre più emulo di Oliver Coipel e al nostro Matteo Buffagni, autore delle matite della sottotrama legata al ritorno di un mutante artigliato… ma sarà davvero lui?
Voto: 6,5
Luca Tomassini

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X-Men Oro (Panini Comics)

di Marc Guggenheim e Ardian Syaf
Back to the Basics è il titolo da manifesto programmatico del primo arco narrativo di X-Men Gold, nuova serie ammiraglia dei mutanti Marvel che raccoglie l’eredità della soppressa (per il momento) Uncanny X-Men. Il nome della serie (come per la gemella X-Men Blu) riporta alla mente un periodo felice della storia dei Figli dell’Atomo, in cui la squadra era suddivisa in due team stellari, uno denominato “Oro” e l’altro “Blu”, a firma rispettivamente di Jim Lee e Whilce Portacio. Ma è lo spirito di Chris Claremont, il padre degli X-Men moderni, ad aleggiare prepotentemente in questa prima uscita. Lo ammette con sincerità il nuovo scrittore, Marc Guggenheim, fan sfegatato del periodo claremontiano, che cerca di ricreare quell’atmosfera da romanzo d’avventura intriso di soap opera che segnò la celeberrima e fortunata gestione di X-Chris. È un nuovo inizio, per i pupilli di Xavier, e contemporaneamente un ritorno alle origini: il gruppo è formato da vecchie conoscenze come Tempesta, Nightcrawler, Colosso, Rachel Summers e quel Vecchio Logan, proveniente da una realtà alternativa, che svolge a tutti gli effetti il ruolo lasciato vacante dal defunto (per il momento) Wolverine. A guidare questa truppa di beniamini del pubblico Kitty Pryde, ormai cresciuta e pronta a prendere le redini del gruppo. Azione intervallata ad atmosfere intimiste e alle classiche partite di softball nel campo sportivo dello Xavier Institute. Più le cose cambiano più restano uguali, viene recitato più volte dai personaggi in momenti diversi dell’albo, cosa che farà sicuramente piacere ai fan di vecchia data. Un debutto decisamente piacevole, anche se negli USA ha fatto parlare più per la controversia legata al disegnatore indonesiano Ardian Syaf, reo di aver inserito in alcune tavole riferimenti antisemiti e anticristiani all’insaputa della Marvel, e per questo prontamente sostituito dall’editore.
Voto: 6,5
Luca Tomassini

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Mad Run #3: Il Film per adulti di Superman e Big Barda nell'Action Comics di John Byrne

  • Pubblicato in Focus

Bentornati su Mad Run, la rubrica che non teme di immergersi nei momenti più bizzarri della storia del fumetto a stelle a strisce. Dopo aver parlato di Marvel nelle prime due puntate, stavolta faremo un salto in casa DC Comics, in un momento cruciale per la storia editoriale della Distinta Concorrenza: i favolosi anni ’80! E visto che nelle prime due puntate abbiamo rimestato decisamente nel torbido, tra segreti e tradimenti, questa volta abbiamo deciso di andare oltre le squallide storie di corna già presentate optando per un argomento più delicato: parleremo di quella volta in cui Superman e Big Barda condivisero il set di un film porno! Il tutto narratoci da un gigante dell’industria, la star indiscussa del fumetto americano degli anni ’80, un maestro della Nona Arte che siamo onorati di ospitare nella nostra rubrica: John Byrne! Spostiamo quindi le lancette dell’orologio all’anno 1986, come se avessimo a disposizione la mitica DeLorean di Ritorno al Futuro, e diamo inizio a questa puntata di Mad Run!
 
A metà degli anni ’80, la DC avvia un’imponente ristrutturazione del proprio parco testate e un’opera di semplificazione della convulsa continuity narrativa, ormai gravata da cinquant’anni di storie, che impedisce a nuovi ed eventuali lettori di saltare a bordo della maggior parte delle serie della casa editrice. Lo scenario del Multiverso DC, come si presentava al pubblico all’inizio del decennio, era popolato da un numero pressoché infinito di terre parallele, ciascuna popolata da versioni alternative degli eroi più popolari: su Terra 1 vivevano le versioni moderne di Batman, Superman, Wonder Woman e soci, mentre su Terra 2 venivano narrate le avventure post-belliche degli stessi eroi, riuniti nella Justice Society of America. Gli eroi delle due terre si incontravano spesso, e frequenti erano le alleanze della Justice Society con la Justice League of America di Terra 1. Questa situazione rischiava di creare confusione tra i lettori, senza contare che i fumetti DC venivano percepiti dai più come troppo classicheggianti e non al passo con i tempi, cavalcati invece con furore dalla Marvel con serie innovative come X-Men di Chris Claremont & John Byrne e Daredevil di Frank Miller.  Serviva una scossa di rinnovamento, e il terremoto fu incarnato da Crisis on Infinite Earts, maxiserie di 12 numeri firmata da Marv Wolfman e George Pérez, con la quale l’editore fece piazza pulita delle infinite terre parallele e della tradizione naif derivata dalla Silver Age che ancora popolava molte delle sue testate, retaggio affascinante ma ormai anacronistico in anni in cui il cosiddetto revisionismo supereroistico cominciava a farsi largo. Quando Crisis terminò, nel marzo del 1986, il multiverso DC non esisteva più: adesso c’era una sola Terra, e della vecchia continuity era stato salvato solo ciò che funzionava. In realtà il coordinamento editoriale non fu perfetto e ci furono non poche contraddizioni, tipo la presenza dell’Hawkman pre-Crisis in una storia di Superman mentre ne debuttava la versione aggiornata nella miniserie Hawkworld, ma questa storia dovrà essere raccontata altrove. L’universo DC si presentava quindi, per la prima volta da cinque decadi, come una tabula rasa, e l’editore pensò bene di convocare i due artisti di maggior successo di quel momento, strappandoli alla concorrenza, per aggiornare le due più grandi icone del proprio catalogo. Così, mentre Frank Miller ci forniva la versione definitiva di Batman, John Byrne si mise a lavorare sul rilancio di Superman. All’epoca il passaggio di Miller e Byrne dalla Marvel e DC fece scalpore: la Casa delle Idee perdeva i due creativi sui quali aveva costruito la maggior parte dei suoi successi tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80. Se Batman era un personaggio che funzionava anche prima dell’arrivo di Miller e che aveva bisogno solo di una messa a punto, ben più gravoso appariva il compito di Byrne con l’Uomo d’Acciaio.

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Si trattava di aggiornare la mitologia di un personaggio che, nella sua versione cartacea, non aveva saputo sfruttare il grande successo del lungometraggio di Richard Donner a lui dedicato nel 1978. Potendo contare sulla grande interpretazione dell’indimenticabile Christopher Reeve, il film ci aveva regalato un Superman più realistico e meno caricaturale di quello che i lettori dell’epoca ancora potevano trovare sulle pagine dei comic book, ancora alle prese con le esagerazioni di una Silver Age ormai lontana nel tempo, tra città in bottiglia e cani volanti. L’Uomo d’Acciaio di Reeve era un Superman con le sue debolezze e non onnipotente, profondamente ancorato al suo retaggio umano. Byrne tenne conto degli elementi di novità introdotti dal film e li portò nella sua versione, convinto del fatto che nel 1986 un eroe invincibile non interessasse più a nessuno. Così l’artista britannico presentò al pubblico un eroe con le sue vulnerabilità, simboleggiate dall’iconico costume che, a differenza del passato, finiva spesso in brandelli durante gli scontri più cruenti. Byrne stabilì inoltre che Kal-El era l’unico sopravvissuto della distrutta Krypton: vennero così eliminati dal “canone” del personaggio tutti gli altri profughi del suo pianeta natale, da Supergirl, al cane Krypto fino alla città in bottiglia di Kandor, allo scopo di amplificare il senso di solitudine dell’Uomo d’Acciaio. Le innovazioni introdotte dall’autore furono numerose, brillanti e attuali, a partire dal nuovo ruolo di Lex Luthor, non più semplice genio del male ma luciferino e tipico tycoon dell’era reaganiana, magnate dall’apparenza rispettabile ma dai non pochi scheletri nell’armadio. Il Superman di Byrne è un capolavoro che meriterebbe un'analisi a parte, la versione moderna e definitiva del personaggio che ha costituito la base per venticinque anni di storie, fino al reboot New 52 del 2011: quindi a quale titolo, direte voi, dobbiamo la sua presenza in questa puntata di Mad Run? Beh, come molti di voi ricorderanno, Big John era colui che aveva dedicato un episodio (esilarante) di Fantastic Four al tentativo di She-Hulk di riappropriarsi di una sua foto in topless “rubata”, ma basterebbe pensare al personaggio di Aurora in Alpha Flight, timida e sessuofoba insegnante nella sua identità borghese quanto sfrontata e disinibita nella sua veste di supereroina. Ogni tanto Byrne inseriva nelle sue storie qualche particolare un po’ piccante, per la gioia di noi fan all’epoca adolescenti. Ma quella volta che rese Superman il protagonista di un film pornografico si superò!
Il tutto venne raccontato in una storia in due parti contenuta in Action Comics 592 e 593 di settembre e ottobre 1987.

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Byrne aveva rinarrato le origini di Superman nella miniserie di sei numeri The Man Of Steel, per poi proseguire la sua opera di rinnovamento del personaggio su due mensili, il nuovissimo Superman e la classica Action Comics. Se il primo costituiva la sede primaria delle trame intessute dall’autore, il secondo presentava ogni mese un team-up diverso tra l’Uomo d’Acciaio e un protagonista del rinnovato Universo DC post-Crisis. Nel nostro caso, l’ultimo figlio di Krypton incontrava Mister Miracle e Big Barda, due tra le più famose creazioni di Jack Kirby, ideate per la sua celeberrima Saga del Quarto Mondo. Mister Miracle era Scott Free, l’artista della fuga fuggito da Apokolips e dal regno di terrore del suo sovrano, Darkseid. Barda, temibile guerriera e generale delle truppe di Darkseid, aveva tradito il tiranno dopo aver incontrato Scott ed essersene innamorata. Entrambi avevano trovato rifugio sulla Terra, dove erano convolati a giuste nozze. Scott, inoltre, aveva anche trovato il tempo di unirsi alla più recente incarnazione della Justice League of America.
La storia si apre con una smarrita Barda in visita a Metropolis. La guerriera si trova casualmente a Suicide Slum, la zona più degradata della città, tra prostitute e protettori. La situazione che si presenta alla supereroina è un incrocio tra i set de I Guerrieri della Notte, New Jack City e Boogie Nights. La donna è incredula per lo squallore che si presenta ai suoi occhi.

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Uno scippatore commette l’errore madornale di rubare la borsa di Barda, che contiene la sua bacchetta del potere, arma potentissima originaria di Apokolips. Ma prima che possa essere raggiunto da Barda, che si è gettata al suo inseguimento, il ladro viene catturato dai tentacoli di un essere mostruoso. Quando la donna sopraggiunge, il delinquente è già cadavere: neanche il tempo di capire il da farsi e viene colpita da un raggio sparato dalla sua stessa arma.

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Uno strano essere verde, compiaciuto, si avvicina sogghignando all’eroina svenuta.

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Stesso destino subisce Superman poco dopo, giunto sul posto dopo aver captato una forte aura energetica provenire da lì. L’alieno si rivela essere un nativo di Apokolips dal nome quanto mai appropriato, Repellente. Consigliere di Darkseid durante gli anni giovanili di quest’ultimo, era stato in seguito esiliato dal despota per le sue inclinazioni oscene e perverse. C’è da considerare che essere giudicati impresentabili e banditi da un tiranno dello spazio che annovera la tortura come suo interesse principale è una bella impresa. Il tipo ha le capacità di corrompere psichicamente le persone, sottomettendole alla sua volontà. Il genere di potere che piacerebbe ad Harvey Weinstein, anche se, al contrario dell’ex boss della Miramax, Repellente ha il buon gusto di non accogliere le sue vittime in accappatoio in una stanza d’albergo. In ogni caso, l’alieno sa bene come utilizzarlo con Barda: costringe la malcapitata ad indossare un costume che lascia ben poco all’immaginazione e a lanciarsi in una danza sexy, filmandola.

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Eh si, perché Repellente ha pensato bene di riciclarsi sulla Terra come impresario nell’industria dell’home video a luci rosse.
Nel frattempo Mister Miracle rincasa, in compagnia del suo amico e assistente, il nano Oberon.

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Al posto di Barda, trova un ospite decisamente sgradito: il sovrano di Apokolips in persona, il malvagio Darkseid.

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Scott sta per attaccare il suo acerrimo nemico, dedito a sorseggiare un drink in salotto, ma questi lo ferma. Gli porge un vhs, acquistato dai suoi agenti in una zona malfamata della città, che è sicuro che Mister Miracle troverà di suo interesse. La tavola successiva è un capolavoro di arte sequenziale: Scott e Oberon riconoscono Barda nel filmato, anche se pesantemente truccata, ma restano di stucco davanti al contenuto… un tantino osé, come suggerisce il malizioso Byrne.

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Sconvolto, il buon Scott Free si lancia alla volta di Suicide Slum seguendo la dritta del suo eterno avversario. La cosa fantastica è che l’incarnazione del male stesso abbia trovato il tempo, tra una devastazione e l’altra, di andare ad avvertire uno dei suoi peggiori nemici dei pericoli che sta correndo la moglie e, non trovandolo, di accomodarsi sulla sua poltrona a bere un whisky. Diavolo di un Byrne!
Diventiamo quindi testimoni della lotta contro il tempo di Mister Miracle, che deve scoprire dove si trovi Barda prima che possa accadere qualcosa di realmente irreparabile. E farà bene a sbrigarsi perché Grossman, il produttore degli “assoli” di successo della povera e soggiogata supereroina, ha in mente di accoppiarla col nuovo “stallone” della sua scuderia: l’altrettanto sottomesso Superman, piegato dal controllo psichico di Repellente!

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Scott si imbatte in qualche ostacolo durante la sua corsa contro il tempo: arrivato a Suicide Slum, viene aggredito da una gang di delinquenti che lo stordiscono, lo chiudono in un sacco, e lo sigillano con una fiamma ossidrica in un cassonetto dell’immondizia. Una trappola degna di Houdini per il Maestro dell’ escapismo!

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Nella vignetta successiva, Mister Miracle è già fuggito e sta correndo sui tetti verso la sua meta. Una trappola che sembrava mortale era solo una scocciatura per l’Artista della fuga. La cosa più divertente è che una banda di malintenzionati avesse a disposizione l’armamentario per una trappola del genere. Mah!
Nel frattempo, sul set del film per adulti con protagonisti Superman e Barda, non tutto fila come dovrebbe. Grossman si lamenta della scarso “sex appeal” dell’Uomo d’Acciaio, a suo dire troppo legnoso: Repellente capisce che Supes sta opponendo resistenza al suo potere grazie alla sua forte fibra morale, quindi tenta il tutto per tutto e aumenta l’intensità del suo controllo.

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Proprio mentre Superman sembra cedere e comincia a baciare appassionatamente una discinta Barda, Mister Miracle interrompe le riprese facendo irruzione dal lucernario!

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Il set diventa un parapiglia: Scott Free si lancia all’inseguimento di Repellente, che gli scaglia contro il mostro dai tentacoli mollicci che avevamo visto in apertura della saga. Scott viene salvato da Barda, ormai ristabilitasi, che senza fatica fa a pezzi la mostruosità natia dei pozzi neri di Apokolips. Superman insegue Repellente nelle fogne (il posto giusto per un tipo così) ma il laido alieno, piuttosto che farsi catturare, preferisce suicidarsi facendosi esplodere vicino ad una conduttura di gas. L'Uomo d'Acciaio raggiunge i suoi alleati e li informa sull’infausto destino di Repellente, l’Harvey Weinstein venuto dallo spazio. È il momento dei saluti: ma Superman confida a Barda che gli sembra di ricordare che era successo davvero qualcosa tra di loro, quando erano sotto l’influsso dell’alieno. Barda lo interrompe, suggerendogli che è meglio lasciare le cose così. La storia si conclude con un infastidito Mister Miracle che si accomiata da Superman in compagnia della moglie ritrovata.

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Quindi Superman non è mai stato davvero il protagonista di un film per adulti, grazie all’intervento provvidenziale di Mister Miracle ma chissà, qualche foto di scena piccante in compagnia di Barda un giorno potrebbe saltare fuori, tra un reboot e l’altro dell’ Universo DC. Con buona pace del povero Scott Free.

È tutto per questa puntata di Mad Run e mi raccomando, non fatevi beccare in atteggiamenti compromettenti con la moglie di un vostro amico, o quantomeno assicuratevi che l’appartamento non abbia il luceranario: in ogni caso, la scusa del controllo mentale non reggerebbe!
Scrivete a Comicus.it o lasciate un commento sulla nostra pagina Facebook per segnalarci una Mad Run da recuperare!
Fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

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