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BeccoGiallo: anteprima de L'ecologia spiegata ai bambini di Marco Rizzo e La Tram

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Uscirà domani 21 settembre per BeccoGiallo il volume L'Ecologia spiegata ai bambini ad opera di Marco Rizzo e La Tram - Margherita Tramutoli. Comicus vi offre un'anteprima del libro dedicato ai più piccoli. Di seguito trovate la sinossi e alcune tavole nella gallery in basso.

"La volpe Sandy sentiva che qualcosa, nel suo piccolo mondo, non andava per il verso giusto. Ma solo grazie al pellicano Ettore si accorse che attorno a lei le foreste venivano abbattute senza sosta, gli incendi divoravano l’erba, i ghiacciai si scioglievano e la barriera corallina
ormai stava scomparendo. La situazione era critica, ma qualcosa poteva ancora essere fatto..."

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BeccoGiallo pubblicherà a luglio L'ecologia spiegata ai bambini di Marco Rizzo e La 3am

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Apprendiamo direttamente dalla pagina Facebook di BeccoGiallo Editore la notizia della pubblicazione a luglio di un volume incentrato sul tema dell'ecologia, intitolato L'ecologia spiegata ai bambini, scritto da Marco Rizzo, già autore per la casa editrice di La mafia spiegata ai bambini, sui disegni de La 3am. Protagonisti dell'opera una volpe di nome Sandy e un pellicano di nome Ettore. Di seguito il post ufficiale. Qui potete trovare invece il nostro articolo di approfondimento su La 3am.

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La storia di Primo Levi a fumetti, intervista a Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci

Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è uno scrittore, chimico e partigiano italiano che ha conosciuto l'orrore dell'Olocausto sulla propria pelle documentandolo in una serie di libri, fra cui il più celebre Se Questo è un uomo scritto fra il 1945 e il 1947. La sua triste storie è ora raccontata da Matteo Mastragostino e Alessandro Ranghiasci in un libro edito da Becco Giallo. Partendo da uno degli incontri che Levi ha avuto con i ragazzi delle scuole per raccontare la sua storia, gli autori del fumetto ripercorrono la sua vita in una ricostruzione attenta e precisa grazie a una narrazione chiara e a tavole in cui un tratto sottile e nervoso delinea con la massima sensibilità una vicenda difficile e drammatica. Abbiamo, dunque, intervistato i due autori, approfondendo così il loro lavoro.

Matteo, il tuo primo ricordo legato alla figura di Primo Levi è avvenuto alla notizia della sua morte al telegiornale quando avevi 10 anni. Hai dichiarato, inoltre, che con questo libro si è chiusa una sorta di cerchio durato 30 anni. Cosa ti ha colpito della figura di Levi tanto da accompagnarti in questi anni e a sentir l’esigenza di narrarne la storia in un fumetto?
Matteo:
Ancora non mi spiego il perché, davvero. Ho in testa il nostro vecchio televisore in bianco e nero, nel tinello accanto alla cucina, e questa voce che diceva in tono asettico “Lo scrittore Primo Levi è morto cadendo dalle scale.” Ogni volta che sento parlare di Levi mi sovviene questo ricordo, quindi scrivere un fumetto su di lui è stato un modo per esorcizzarlo, un modo per scoprire nel profondo chi era quest'uomo che conoscevo troppo superficialmente.

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Primo Levi ha sentito l’esigenza di raccontare la sua triste esperienza con la paura di non essere creduto e che quell’orrore venisse dimenticato. Come ti sei approcciato a una pagina di storia così triste?
Matteo: Mi sono approcciato cercando la parte emotiva di questo dolore e il modo di poterlo raccontare in maniera semplice. Ho scelto una classe di bambini delle scuole elementari perché volevo che Primo Levi parlasse al Matteo di trent'anni fa, il bambino ingenuo che non avrebbe mai capito perché “non si sono ribellati.” 

La documentazione sulla vita di Primo Levi è molto ricca, partendo proprio dai suoi numerosi scritti, nonché dai vari testi che lo riguardano. Come hai affrontato, dal punto di narrativo, il racconto della sua vita e come hai selezionato gli episodi da narrare e quelli da escludere? Come mai, inoltre, hai scelto di partire dalla fine, utilizzando gli incontro che Levi aveva con i ragazzi nelle scuole?
Matteo:
Per prima cosa ho ricostruito la sua vita, basandomi su quello che lui ha scritto. Poi ho integrato su quello che lui ha detto e, successivamente, su quello che altri hanno scritto e detto di lui. Da tutta questa ricerca ho preso le parti che mi sembravano essenziali, i concetti fondamentali. Non avrei mai potuto fare una versione a fumetti di Se questo è un uomo, non sarei riuscito a metterci nulla di mio. Allora ho scelto di raccontare il “mio” Primo Levi e come avrebbe interagito con dei giovani studenti, come si sarebbe raccontato. Partendo da lì ho navigato nella vita di Levi, cercando di trasmettere – col supporto dei bellissimi disegni di Alessandro – il dolore, la paura e la solitudine di quei momenti della vita dello scrittore, sentimenti che si è portato dietro fino alla morte. 

Qual è stata la parte più difficile da affrontare per te?
Matteo: La parte più difficile è stata quella del periodo partigiano, del rapporto con Vanda. Sono cose di cui lui ha detto pochissimo e quindi mi sono dovuto affidare molto a quello che è stato scritto e detto dopo la sua morte. Le ricostruzioni fatte però mi sembravano attendibili e quindi ho deciso che meritavano di essere incluse nel graphic novel, indispensabili per capire nel profondo la sua vita.

Nonostante il passato dovrebbe insegnarci a non ripetere più certi errori, sappiamo che la storia è piena di eventi che ritornano e che si ripropongono sempre uguali. Considerando anche l’attuale e tesa situazione mondiale, nonché alcune derive estremiste che portano all’esaltazione del nazionalismo e all’incitamento all’odio verso gli stranieri, credi che certi eventi come l’Olocausto, oltre che a una nuova guerra, possano ancora verificarsi nel nostro mondo?
Matteo:
Questa era la classica domanda che veniva fatta a Levi stesso, e lui rispondeva “di essere una vittima e non un indovino.” Credo che in realtà questi eventi stiano avvenendo anche oggi, specie dove noi occidentali non vogliamo guardare.

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Com’è avvenuto l’incontro con Alessandro Ranghiasci e come si è sviluppata la vostra collaborazione?
Matteo:
La nostra è stata una coppia costruita “a tavolino” dagli editor di Becco Giallo. Una volta che il soggetto è stato ultimato, abbiamo visionato alcuni disegnatori, concordando che Alessandro era il migliore per questo tipo di storia. Paradossalmente, essendo lui di Roma e io di Lecco, non ci siamo mai incontrati di persona fino alla presentazione del Comicon. Abbiamo sempre lavorato a distanza, io mandavo la sceneggiatura e lui disegnava. È stato un confronto continuo e costruttivo, spesso il lavoro è migliorato grazie alle sue intuizioni e sicuramente la qualità del suo disegno è molto alta, visto che lui è un perfezionista.
Dal punto di vista umano è una persona gentile, propositiva e molto disponibile. Per me è stato un onore poter esordire insieme a lui.

Alessandro, immagino che esordire su un progetto come questo non sia stata una passeggiata. Quali sono state le linee guida con cui hai affrontato questo lavoro?
Alessandro: È vero, esordire su un progetto che tratta una tematica importante come l’Olocausto non è stato assolutamente una passeggiata, ma Federico e Matteo hanno saputo mettermi a mio agio e mi hanno consentito di lavorare con la maggiore serenità possibile. Per quello che riguarda le linee guida, il lavoro si è svolto in grande libertà e senza particolari indicazioni. Io e Matteo ci siamo confrontati quotidianamente e ogni scelta è stata frutto di un dialogo costante tra noi due. L’unico aspetto che avevamo ben chiaro fin dall’inizio era quello di creare una differenziazione grafica tra le due linee narrative su cui si sviluppa il racconto. I momenti in cui vediamo Levi anziano che parla alla classe volevamo fossero più luminosi e “puliti”, mentre le parti che raccontano la gioventù dello scrittore, in particolar modo quelle ambientate nel lager di Monowitz, avrebbero dovuto restituire una sensazione di angoscia tramite un approccio più sporco e rozzo del segno, a tratti nervoso.

Un contrasto forte, su cui immagino tu abbia lavorato molto, è quello che contrappone l’umanità e l’espressività che doveva emergere dai volti dei protagonisti della vicende e dei deportati del lager, alla totale disumanizzazione che doveva trasparire a causa della tragedia che vivevano. Come ti sei regolato in tal senso? Ad esempio, ho notato che i deportati non hanno pupille.
Alessandro: L’intenzione era quella di raccontare le emozioni, le sensazioni e gli stati d’animo di persone in un contesto profondamente disumanizzato e disumanizzante, partendo sia dalle suggestioni fornite dalla sceneggiatura, ma anche dalle dalle descrizioni fatte da Levi. Chiaramente non è stato facile, e non so neanche se sono riuscito nel mio intento: nessuno di noi può neanche minimamente immaginare le sofferenze patite dai deportati, e in questo senso ho cercato di affrontare le parti del racconto ambientate nel lager con un approccio che fosse il più rispettoso possibile. L’assenza delle pupille è di sicuro l’aspetto che delinea la progressiva disumanizzazione dei protagonisti nel modo più evidente, ma devo ammettere che questa soluzione grafica inizialmente non è stata usata in modo del tutto consapevole. Nelle prime tavole a matita le pupille erano state disegnate, e solo in fase di inchiostrazione mi sono reso conto che i volti, e soprattutto la loro espressività erano già “completi”, senza il bisogno di aggiungerle. Con il progredire delle tavole questa soluzione, inizialmente inconsapevole, ha acquisito sempre più senso, e mi ha consentito di differenziare i momenti “umani” da quelli di “disumanizzazione”, fino ad arrivare ad una sorta di empatia e percezione del dolore da parte della classe nelle parti finali della narrazione.

Sappiamo hai avuto molti riferimenti fotografici per realizzare al meglio le tavole, ma anche difficoltà in quanto sia il campo di Monowitz, in cui era prigioniero Levi, sia alcune zone descritte dall’autore non esistono più o sono profondamente cambiate. Come hai superato queste difficoltà?
Sì, in alcuni passaggi della storia la ricerca di riferimenti visivi è stata effettivamente uno dei problemi maggiori. Per quello che riguarda il campo di Monowitz ho cercato di sfruttare il più possibile le fotografie aeree del campo e ricostruito l'aspetto delle baracche basandomi, da un lato, sulla dettagliata descrizione che ne fa Levi nei suoi libri (soprattutto in Se questo è un uomo), dall'altro sulle fotografie degli altri campi di concentramento. Le strutture dei vari lager non sono uguali, ma avevano alcuni elementi in comune che potevano essere utili a ricostruire un ambiente che risultasse credibile e allo stesso tempo alienante.

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Siete entrambi al vostro esordio fumettistico, tra l’altro su un volume impegnativo. Qual è il vostro bilancio di questa esperienza?
Alessandro: Non mi era mai capitato di disegnare ambientazioni e situazioni che non fossero scelte da me, soprattutto di farlo con il vincolo di una data di consegna da rispettare. Questo mi ha messo di fronte ad una serie di problematiche riguardanti il mio modo di approcciare il disegno che non mi ero mai trovato ad affrontare. La cosa, per quanto per certi versi frustrante, non può che essere stata formativa.
Matteo: Esordire con un volume così importante, per una casa editrice come Becco Giallo, penso possa considerarsi quasi un sogno. Lavorare con Alessandro è stato incredibilmente facile, ci siamo trovati subito in sintonia e penso che questo si noti, quando si legge il volume. Quindi, tirando le somme, il bilancio è molto positivo in tutti i suoi aspetti.

Dopo aver parlato di Primo Levi, vi chiedo infine quali sono i vostri progetti per il futuro?
Alessandro: Non ho ancora progetti definiti per il momento vorrei dedicarmi all’esplorazione di nuove soluzioni grafiche, nuovi stili, magari sperimentando e lavorando a piccoli progetti personali. Mi affascina molto il mondo dell’autoproduzione, e vorrei approfondirlo. In ogni caso la sintonia che si è creata sia con Matteo che con Becco Giallo editore è un ottimo punto di partenza per eventuali nuove collaborazioni in futuro.
Matteo: Vorrei proseguire la collaborazione con Becco Giallo e Alessandro, se entrambi saranno disponibili e se troveremo la storia giusta. Vorrei poi portare il volume di Levi un po' in giro, magari nelle scuole. Ho fatto già degli incontri e mi sono accorto che piace sia ai ragazzi che ai professori, è immediato e profondo. Per quanto riguarda altri progetti, c'è qualcosa che spero di poter concretizzare a breve e su cui sto lavorando da un po'.

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I segni addosso. Storie di ordinaria tortura, la recensione

La casa editrice Beccogiallo è famosa per la sua linea editoriale dal forte impegno sociale e per trattare temi psicosociali attuali e di cronaca di vario tipo. I segni addosso è un progetto nato dall’idea di Renato Sasdelli di voler incentrare una storia su di un tema che, pur essendo antichissimo, resta purtroppo molto attuale: la tortura. La sua attualità è dovuta fondamentalmente a un utilizzo di modifiche semantiche che lo ridefiniscono, cambiandogli biglietto da visita, pur rimanendo sempre uguale resta la stessa barbaria. Un progetto, dunque, interessante soprattutto per la scelta narrativa di voler raccontare, tramite un anfitrione anonimo, tre storie reali che hanno fatto discutere sia media che esperti del settore (psicologi, sociologi, politici etc.).

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Il volume si compone di 3 capitoli: uno riguardante gli eventi del G8 a Genova nel 2001, nello specifico i fatti riguardanti la scuola Diaz. Un altro riguarda le torture, ormai famose (purtroppo), del carcere di Abu Ghraib. L’ultimo, invece, è ambientato in Italia nel periodo fascista. Quindi, vicende di cronaca che abbracciano un arco temporale abbastanza ampio.

Le tre storie sono introdotte da una maschera, in senso sia letterale che metaforico, che presenterà i racconti come narratore partecipante e come una delle vittime silenziose che la tortura miete. La sceneggiatura è di Andrea Antonazzo mentre i disegni sono affidati a Elena Guidolin. Il tutto è sostenuto da un’analisi storiografica di Sasdelli che precedentemente ha raccolto testimonianze di partigiani torturati durante il regime fascista.

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L’idea di fondo è molto bella essendo anche un tema controverso e poco affrontato: concepita come narrazione di sensibilizzazione, attraverso un medium non di nicchia come le riviste di settore o all’interno del fuoco fatuo delle news del momento in tv, il volume parte bene e si nota che l’argomento è molto sentito. Il prologo colpisce e spinge a voler andare avanti nella lettura ma, procedendo, non tutto quadra nel modo giusto in quanto non riesce a trasmettere appieno la deumanizzazione che vorrebbe raccontare inserendosi in strutture e particolari che non valorizzano la perdita di umanità e la sua subumanizzazione.

La prima storia, quella della scuola Diaz, riesce a dare quel tormento e quell’ansia che doveva avere l’intera opera ma già dalla seconda questo fattore emotivo non è colto pienamente. Le vicende del carcere di Abu Ghraib sono tra le più angoscianti e raccapriccianti dell’ultimo secolo eppure la narrazione non  tocca quei tasti emotivi/evocativi che dovrebbe. Non è scritta male, anzi, Antonazzo fa un buon lavoro di sintesi e le inquadrature, così come le battute (sia di testo che in senso di spirito) sono giuste e riprendono il mood di totale oggettivizzazione da parte dei carcerieri. Quello che manca è l’orrore della totale indifferenza dei rapporti tra le fazioni tra l’ingroup e l’outgroup. I protagonisti conversano sì di temi semplici e comuni, mentre compiono atrocità, ma non c’è il fattore emotivo che dovrebbe colpire il lettore. La terza ed ultima storyline si sviluppa bene e mette in scena l’angoscia della vittima tramite flashback che fanno sentire la paura e il dolore ancora vivo nei ricordi, ma poi stacca improvvisamente passando la parola alla maschera per l’epilogo. Il trittico viene chiuso così in maniera brutalmente incompleta e asettica.
Il problema di fondo è che la narrazione sembra in secondo piano rispetto al tema narrato, che l’analisi dell’idea sia più importante della strutturazione della sceneggiatura e in un fumetto questo non dovrebbe succedere. Dovrebbero viaggiare insieme e rafforzarsi a vicenda creando un valore aggiunto.

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I disegni di Elena Guidolin rendono bene l’idea di non identità. Tratti neri sporchi, chine forti, sfumature pittoriche e facce abbozzate quasi sempre, se non nei momenti in cui devono esprimere emozioni (come paura e divertimento). Uno stile che ricorda molto Danijel Zezelj, il che è solo una grande nota di merito.

La parte finale del volume ha un capitolo discorsivo di supporto all’argomento con tanto di descrizioni di linguaggio tecnico nella pratica (sottomissione, deumanizzazione, demonizzazione) legati alla tortura. Una parte di casistica, problematiche e controversie legali e metodologiche e dati di riferimento che impreziosisce l’opera.

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