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Intervista a Lele Vianello: dalla Patagonia al Massachusetts, col cuore a Venezia

Intervista a cura di Gennaro Costanzo e Giorgio Parma

Durante il Palermo Comic Convention abbiamo avuto il piacere di intervistare uno dei più grandi fumettisti italiani, Raffaele "Lele" Vianello facendo un'intensa chiacchierata, spaziando dalla condizione del fumetto in Italia, paragonata a quella in Francia, dove l'autore ha riscosso molto successo, fino ad arrivare al rapporto con il leggendario Hugo Pratt, alla centralità di Venezia e ai viaggi con l'amico per documentarsi direttamente sui luoghi dove prendevano vita le loro storie. Potete leggere qui di seguito quanto abbiamo appreso dal Maestro, godendovi anche degli interessanti aneddoti.

Innanzitutto, benvenuto su Comicus!

Partiamo da una domanda legata alla sua formazione artistica. Quali studi ha affrontato?
Io vengo da lontano, sono diplomato in Disegno Meccanico. L'ho fatto per compiacere mio padre. Per via del nepotismo che vigeva in quegli anni - qualcosa di ignobile per cui quando il padre finiva di lavorare, il figlio veniva assunto senza concorso per quel lavoro - mio padre mi suggerì di prendere un diploma da disegnatore meccanico, dato che lui disegnava le reti telefoniche di Venezia, per subentrare al suo posto. Io volevo fare tutt'altra cosa, perché amavo il fumetto fin da piccolo e, finito il militare, essendo il Lido di Venezia un vivaio di disegnatori importanti per il fumetto come Hugo Pratt, Stelio Fenzo, Ivo Pavone, Bruno Maraffa, i fratelli Ennio Missaglia [sceneggiatore] e Vladimiro Missaglia [disegnatore], mi ero convinto di fare altrettanto, credendo che se ce l'avevano fatta loro allora ci sarei potuto riuscire pure io. Fortuna ha voluto che in quel periodo, per la mia strada passasse Pratt, che si era trasferito a Malamocco, e avevamo un'amica in comune, Lili, una donna molto bella, a cui lui era interessato proprio per la sua bellezza. Lei ha fatto da ponte per farci conoscere e una sera sono stato a casa sua e lui mi ha detto "Venga domani mattina alle 5 coi suoi lavori", e io alle 5 mi sono presentato. Lui ha cominciato a darmi dei consigli, mi ha riempito di libri, pennelli, pennarelli, fogli, e mi ha messo in strada, poi mi ha detto di tornare dopo sei mesi. E così, dopo sei mesi, quando lui tornava al Lido perché aveva la casa e la madre - in quel periodo il lavoro gli stava andando a gonfie vele, avendo acquisito il riconoscimento che gli spettava in Francia con Corto Maltese, che era diventato quasi eroe nazionale - , io andavo a trovarlo e a fargli vedere i lavori, e lui mi dava dei consigli e mi diceva di tornare dopo sei mesi. Finché un giorno mi ha detto che se fossi andato a Milano con quei lavori avrei trovato un impiego. Cosa che ho fatto immediatamente, prendendo contatti con la redazione de Il Mago della Mondadori, una rivista ora leggendaria, e mi sono presentato a Segrate e di 5 dei miei lavori che avevo, ne presero 3. E da lì ho cominciato.

Che tipo di fumetti erano?
Erano storie brevi di fantascienza, che avevo intitolato Al di là della porta dei sogni, una specie di miniserie. Facevo storie brevi che avevano dei finali un po' strani, tipo Ai confini della realtà, che presentava storie che avevano un non so ché, anche di ironico, e le mie storie erano così.

Con che fumetti è cresciuto? Quali erano i fumetti che leggeva al tempo?
Sinceramente non sono mai stato coinvolto dal fumetto italiano. Lo trovavo abbastanza disagevole. Erano sempre albi a puntate, compravi L'Intrepido, Il Monello ed erano tutti a puntate, compravi Tex ed era a puntate, ed eri costretto a questa sorta di ricatto. Poi questo tipo di storie non mi coinvolgevano, ero più attratto da Flash Gordon dei Fratelli Spada, che al tempo, negli anni '50 quando io ero ragazzo e leggevo queste storie, c'erano gli albi Spada, con personaggi come L'uomo mascherato, Mandrake, e quelli mi affascinavano, perché erano disegnati diversamente, con anche degli intrecci interessanti e importanti. Ma soprattutto, una cosa buona era che finivano. Ogni albo aveva un finale, senza aspettare. Una cosa che sempre mi ha affascinato è stato il fumetto americano, anche quello di massa, tipo Nembo Kid, che poi era Superman.

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Il suo contributo alla Nona Arte ha attraversato diverse decadi, come ha visto evolversi il mondo del fumetto in questi anni?
Mah, il fumetto italiano fino a quel tempo funzionava con un certo tipo di racconto, con un'attrattiva per l'avventuroso, di autori come Attilio Micheluzzi, Pratt compreso, Dino Battaglia che disegnava cose non scritte da lui, o il grande Sergio Toppi. Un mondo di notevole disegno, di autori con la A maiuscola, persone che ti regalavano insieme sia una buona storia che un buon disegno. Poi è arrivata una grande influenza esterna da parte dei supereroi americani, che già cominciavano a fare il loro ingresso nel nostro Paese, con la loro grafica e la loro potenza. Pensiamo a Batman, che noi eravamo abituati a leggerlo negli albetti, che improvvisamente arriva con Frank Miller. E li c'è un cambiamento di rotta, con poi una deviazione politica nel fumetto, con riviste come Cannibale e Frigidaire, l'arrivo di Andrea Pazienza, che racconta anche sé stesso, i suoi disagi, i suoi tormenti, come gli altri artisti de Il Male, con una politica quasi anarchica, di ribellione. E lì arriva una svolta vera e propria nel fumetto italiano. Ma anche Kriminal e Satanik i fumetti neri italiani, anche quelli hanno avuto un grande successo. L'intervento popolare di questi fumetti a basso costo con grandi storie disegnate da persone straordinarie, come Magnus. Anche questo ha portato una grande svolta. E noi che arrivavamo dai fumetti dei patronati e dei preti ci trovavamo con queste storie che diventavano cattive, nere, scure. Quello è stato un gran bel periodo. In cui il fumetto cominciava ad essere adulto. E viceversa la parte politico-esistenziale, e tutta la serie di Filippo Scòzzari, che invece racconta sé stessa, i propri disagi e le proprie rabbie.

Lo trova vitale attualmente il fumetto in Italia?
Vitale è una grande parola, però è giusto che esista. È importante perché è sempre uno strumento di racconto, uno strumento per trasmettere qualcosa. Che sia una trasmissione storica, scientifica... il fumetto ha sempre avuto la sua forza. Ormai sono passati un sacco di anni, ma vediamo per esempio il contributo che ha dato Enzo Biagi coi suoi lavori, come la La storia dei popoli a fumetti, raccontando l'Italia che nessuno conosceva: quali italiani sapevano che era Cola di Rienzo e come è stato ucciso?

Parlando proprio di Biagi, cosa si ricorda della collaborazione avuta con lo scrittore?
Io ho collaborato per La storia dei popoli a fumetti e mi ero preparato per realizzare delle strisce a fumetti, ma non me le hanno fatte fare. Mi hanno chiesto di fare tutti gli aggiornamenti degli avvenimenti che erano successi negli ultimi 20-25 anni, come la morte di Lady Diana, o l'AIDS, i massacri in Africa... Delle pagine di aggiornamento scritte da Biagi e illustrate da me. Una parte più di illustrazione che di disegno.

Cubana front

Lei ha lavorato molto con Pratt, adattando anche un suo soggetto con la storia Cubana. Cosa ricorda della sua collaborazione con Pratt?
Per me lavorare con Pratt è un po' come quando uno suona la chitarra e incontra Eric Clapton o John Mayall che ti chiedono di suonare insieme. E lì parti in un'avventura straordinaria. Ho passato vent'anni insieme ad una persona straordinaria qual'era lui. A parte la grande cultura che aveva, possedeva quarantamila volumi in casa, nessuno banale, che si portava dietro da tutta una vita, e che acquistava continuamente. Erano tutti saggi sul mare e sulla storia, sulle guerre. Era una persona di una cultura immensa. Potevi attraversare il tempo con le cose che conosceva. Era curioso di natura e questo coinvolgeva tutti. Lui era un viaggiatore di suo, a differenza di Corto Maltese, che era più sedentario. Pratt quando si incuriosiva di qualcosa, prendevamo e andavamo sul posto, per esempio sulle Ardenne, o a San Galgano dove c'è la Spada nella Roccia, lui era così. Voleva toccare e respirare quelle cose. Abbiamo fatto un viaggio per me leggendario in Patagonia, siamo stati due mesi in Argentina, alla ricerca della casa di Butch Cassidy e Sundance Kid, i due banditi americani di cui poi Paul Newman e Robert Redford hanno fatto il film. Un film molto bello, ma quando siamo andati sul posto, abbiamo trovato una casa nel nulla, dove loro avevano vissuto per due anni il ménage à trois con questa maestrina, Etta Place. Fino a quando la compagnia che li rincorreva per tutta l'America li aveva scoperti là e loro sono spariti. Il film finisce con la morte dei due dopo la rapina in Bolivia, ma poi lo stesso Redford che aveva fatto delle ricerche perché si era interessato, andando dalla sorella Lula, che aveva una lettera che Butch gli aveva scritto nel 1920, dieci anni dopo la sua presunta morte. E scopre che lui fa contrabbando di armi in Canada, per i ribelli irlandesi. Ed è bello perché poi da lì si è aperta un'altra porta, e siamo andati alla ricerca ancora. Una fascinazione di una cosa che leggi e poi ti porta ad altre cose che continuano all'infinito. E questo ti fa capire quanto importante sia il fumetto, a mio parere. Con il fatto che sia una misura scritta, una situazione scritta, che dà molto di più del cinema, che è più sfuggente, che ha l'esigenza della sintesi, raccontando cose senza il bisogno di approfondirle. Mentre il fumetto ti coinvolge nella lettura e non diventa pesante.

Entrambi eravate molto legati a Venezia, cosa ha dato questa città al fumetto proprio a livello di immaginifico?
Venezia ha dato tantissimo al fumetto. Io come autore ho fatto questo volume sulla storia della città, dall'arrivo di Attila e i barbari, all'arrivo di altri barbari, i Savoia, quando Venezia perde definitivamente la sua libertà per mano loro, che entrano in città definendosi in maniere vergognosa Principi di Venezia, quando la città è stata Repubblica per 1200 anni. A Venezia non c'erano principi, c'era il Doge, ma chi si inchinava al suo passaggio veniva multato, se non straniero, che in quel caso poteva fare una riverenza. Pensa alla grandezza di questa città! Poi parlavamo prima di porte che si aprono, e pensa quante porte può aprire Venezia, sia in ambito storico che di magia. Pratt stesso si è sempre portato dietro Venezia, se pensi che la bandiera del Monaco è fatta con il ferro di gondola e i cannibali delle isolo Papua parlano veneziano, Venezia dentro Pratt c'è sempre stata. Fiaba di Venezia di Corto Maltese è un capolavoro. Per quanto riguarda me invece Ladri, maschere e lune turche e Calle della Paura, ci ho lavorato tantissimo su Venezia. Che poi non ho mai rispettato tantissimo, tranne che sul libro Venezia una singolare avventura, dove avevo l'esigenza di raccontare e disegnare i palazzi, i canali e le barche. Nelle altre storie ho sfruttato una Venezia immaginaria.

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Abbiamo parlato di andare a documentarsi direttamente sul luogo per quanto riguarda la realizzazione delle storie. Questo vale anche per il suo artbook del 2015 Indians?
Per Indians propriamente no, nel senso che c'ero già stato. Ma quando ho disegnato la trilogia di Deerfield 1704, che è questo villaggio nel Massachusetts, alla frontiera dove un raid franco-canadese massacrò un sacco di gente, portandosi via 300 persone nella neve, durante la fase delle Guerre Indiane, sono andato in quei posti e ho fatto lì il mio pellegrinaggio. Ho toccato e respirato quelle cose, ed è interessante perché è rimasto tutto uguale, non hanno costruito niente. Straordinario anche il cimitero, con le lapidi su cui erano incise le storie incredibili di quelle persone.

Lei ha lavorato molto per il mercato francese, in cui la considerazione per il fumetto è sostanzialmente maggiore rispetto che al caso italiano. Come ha vissuto questa differenza?
Io ho la fortuna di essere autore per Mosquito editore, una casa editrice che ha molta attenzione per gli autori italiani a partire da Battaglia fino a Toppi, Paolo Eleuteri Serpieri, Stefano Casini e altri. Loro hanno una grande considerazione per noi e abbiamo un pubblico realmente interessato al fumetto italiano e molto rispettoso, in quanto considerano il nostro fumetto come autorevole.

Su cosa sta lavorando al momento? Può parlarci dei suoi progetti futuri?
Il mio prossimo lavoro si chiamerà Adriatica e uscirà prima in Francia. Sarà un racconto ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, ma partirà a Londra nel 1956 dove c'è un morto che galleggia nel Tamigi, che però avrebbe dovuto essere morto già 15 anni prima durante la guerra in Jugoslavia. L'investigatore che trova il cadavere lo riconosce perché aveva combattuto con i Commandos in quelle zone. Poi il gran finale, dove si realizzerà completamente la storia, sarà ambientato a Venezia.

Ringraziamo il Maestro per la sua disponibilità.

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