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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Luci e ombre degli eroi DC in Batman V Superman

Annunciato al San Diego Comic-Con del 2013 e atteso spasmodicamente per 3 anni da legioni di fan, Batman V Superman: Dawn of Justice è finalmente arrivato nelle sale di tutto il mondo. Premiato dall’incasso record di 170 milioni di dollari nella prima settimana di programmazione, il film ha fin dal primo momento spaccato in due il fandom, che si è diviso tra entusiasti sostenitori e feroci detrattori della visione estrema del regista Zack Snyder. I siti specializzati e le pagine dei social network si sono riempite di post pro o contro Snyder, in un crescendo di polemiche di cui non si aveva memoria in campo cinematografico o fumettistico. Questa non vuole essere una recensione del film, di cui Comicus si è già occupato, ma una riflessione a più ampio spettro su alcune domande che la visione di Batman V Superman fa inevitabilmente sorgere ai lettori di vecchia data dei fumetti DC, storditi dalla spregiudicata traduzione in immagini operata da Zack Snyder.

L’atmosfera plumbea ed apocalittica di cui è permeata la pellicola non sorprenderà lo spettatore che avrà modo di ritrovare lo stesso mood di Man of Steel, il film del 2013 con cui Snyder aveva rilanciato il mito di Superman, proponendo il personaggio di Siegel & Schuster ad una nuova generazione. La versione di Superman fornitaci dal regista di 300 è una forza della natura il cui rivelarsi al mondo porta a degli esiti distruttivi, visione  lontana anni luce dalla classica caratterizzazione di un personaggio dotato di un potere pressoché illimitato, che trova però un freno nel senso di responsabilità instillatogli dai suoi genitori umani. Nella lunga sequenza finale di Man of Steel la città di Metropolis diventa il campo di battaglia per la resa dei conti tra Superman, a cui presta le fattezze Henry Cavill, e il Generale Zod, interpretato da Micheal Shannon, uno scontro tra titani che semina morte e distruzione. L’entità della devastazione causata dalla battaglia non sembra preoccupare più di tanto il figlio di Krypton, che per porre fine alla minaccia rappresentata dal suo avversario decide di ucciderlo, spezzandogli il collo. La scena suscitò un polverone tra i fan dell’Uomo d’Acciaio e fu al centro di una contestazione da parte di una nutrita schiera di addetti ai lavori: sceneggiatori celebri come Dan Slott, Kurt Busiek e Mark Waid accusarono Snyder di aver snaturato il personaggio di Superman, che non avrebbe mai messo fine deliberatamente alla vita di un nemico. Kurt Busiek in particolare criticò la cupezza del film e la mancanza di gioia di cui è intriso sia il film sia il personaggio principale. Kal-El, nella visione offertaci da Snyder è un eroe suo malgrado, incerto dei propri poteri e del proprio ruolo, diviso tra la naturale propensione ad aiutare il prossimo e il timore di contravvenire al dettame paterno di non rivelarsi al mondo. Le polemiche su Man of Steel non si erano ancora sopite quando Batman V Superman: Dawn of Justice ha debuttato nello scorso mese di marzo, sconcertando i fan, se possibile, in misura ancora maggiore rispetto al precedente film. La pellicola, che riunisce le tre principali icone del DC Universe (assistiamo anche al debutto di Wonder Woman), ha lo scopo di gettare i semi del futuro Universo Cinematografico DC, sulla falsariga di quanto fatto dalla Marvel.

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L’incontro tra i due più grandi super eroi del mondo, che si frequentano su carta già dagli anni ‘40 sulla testata comune World’s Finest, doveva essere il sogno di ogni fan che si rispetti. Invece il tono apocalittico conferito da Snyder a BvS rasenta i contorni dell’incubo. I lettori cresciuti a pane e DC Universe troveranno ben poche somiglianze tra i classici custoditi nei propri ricordi e le immagini desaturate dell’opera di Snyder. È paradossale, per tornare al confronto con l’Universo Cinematografico Marvel, come il tono scelto da Kevin Feige e il gruppo di lavoro della Marvel Entertainment sia spesso leggero e scanzonato, a fronte di un materiale di provenienza a volte piuttosto dark, mentre per trasportare in immagini il DC Universe sia stato scelto un tono tanto plumbeo e claustrofobico, a fronte di un corrispettivo cartaceo certamente più allegro e spensierato di quello marvelliano. Mentre nell’universo Marvel gli eroi sono guardati con sospetto e in alcuni casi apertamente osteggiati se non perseguitati (basti pensare a Spider-Man e ai mutanti X-Men), nell’universo DC classico, con forse la sola eccezione di Batman, la gente applaude i propri eroi, a cui dedica addirittura musei come nel caso di Flash. La diversità sostanziale tra il cosmo Marvel, più oscuro, e quello DC, più lighthearted, era alla base del celebre cross-over tra le due compagnie, quel JLA/AVENGERS di Kurt Busiek e George Pérez che è un utile compendio di somiglianze e differenze tra i due universi fumettistici rivali. All’inizio della storia la Justice League of America, alla ricerca di artefatti mistici, si aggira sbigottita tra le devastazioni dell’Universo Marvel, dalle rovine della nazione mutante di Genosha, distrutta poco prima da un micidiale attentato, fino alle azioni del vigilante Punitore, che non esita a regolare i conti con una gang di trafficanti con una raffica di mitra, sotto gli occhi di un incredulo Batman. Nello stesso momento gli Avengers, che stanno visitando il DC Universe, si aggirano meravigliati nelle splendenti città della Silver Age come Central City, la città natale di Flash. Certo avrebbero avuto poco da essere meravigliati, se avessero visitato il DC Universe fumante di rovine immaginato da Zack Snyder.

A pochi giorni dall’uscita del film, il regista e sceneggiatore di fumetti Kevin Smith ha voluto dire la sua, salvo essere subissato da una scarica di insulti sui social media dagli indefessi sostenitori di Snyder, che in maniera becera e senza molto stile gli hanno ricordato i numerosi flop della sua carriera (sulla presunta democrazia del web si potrebbe scrivere molto), respingendo le osservazioni puntuali del cineasta. Smith ha messo alla berlina, senza peli sulla lingua, il problema principale di BvS, ovvero la mancanza di spessore emotivo. Pur sottolineando l’innegabile bravura di Snyder nel comporre immagini di grande effetto, il regista di Clerks sottolinea giustamente come questa qualità non basti a realizzare un film, soprattutto quando mancano una sceneggiatura degna di questo nome e caratterizzazioni all’altezza della storia dei personaggi. Non manca lo spettacolo, in BvS, ma è uno spettacolo senza cuore, con personaggi che non suscitano l’empatia dello spettatore ed è grave considerando che parliamo dei più grandi eroi del comicdom. È un film totalmente privo di umorismo, qualità completamente sconosciuta a Snyder: anche nella nerissima Trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan non mancano i momenti di humour nero, affidati perlopiù alle sagaci battute di Alfred/Micheal Caine. Forse proprio il successo dei film di Nolan dedicati a Batman ha causato l’equivoco di fondo, cioè quello di conferire un’impronta dark ad un universo, quello DC, che non ha nell’essere oscuro la sua caratteristica precipua. È vero che lo stesso Universo DC dei fumetti ha subito un pesante restyling nel reboot del 2011, l’iniziativa New 52 che ha cercato di aggiornare i classici personaggi della casa editrice al gusto contemporaneo; ma è altrettanto vero che New 52 non ha raggiunto del tutto il risultato sperato, scontentando oltretutto i vecchi lettori che rimpiangono l’Universo DC classico. Non è un caso che la dirigenza DC si appresti a correre ai ripari col prossimo evento DC Rebirth, che riporterà nel nuovo universo elementi della continuity classica.

Stravolgere la caratterizzazione di un personaggio profondamente radicato nell’immaginario collettivo è sempre pericoloso, ma l’atteggiamento di Snyder nei confronti di Batman e Superman è addirittura spregiudicato. La sua versione del Cavaliere Oscuro era attesa al varco, soprattutto dopo il controverso casting di Ben Affleck nel ruolo. A conti fatti, Affleck è una delle cose migliori del film. Il suo è un Batman muscolare, segnato da anni di lotte, imponente ed atletico allo stesso tempo: è come se il Batman illustrato da Jim Lee fosse uscito dalla pagina. L’unica perplessità riguarda l’uso disinvolto delle armi da fuoco, quando è ben noto che il Cavaliere Oscuro non farebbe mai uso di una pistola. La pistola è l’arma della feccia che gli ha portato via i genitori, l’arma dei codardi, ed il suo rifiuto ad usarla è ormai canone. Quello che lascia più perplessi, come si diceva in apertura, è il trattamento che Snyder riserva a Superman, un personaggio che non comprende o che forse semplicemente non apprezza.  Il regista è bravissimo a mettere in scena i poteri del Kryptoniano: il volo, arricchito di sonic booms, la vista calorifica, la superforza…. trascurando completamente il potere più grande dell’Uomo d’Acciaio: il potere di rappresentare la parte migliore degli esseri umani e di ispirarli. Fin dalla sua creazione nel 1938 ad opera di due giovani ebrei, Superman ha attraversato i momenti più bui dell’umanità invitando gli uomini alla riscossa. È stato così alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, quando è nato, ed è stato così alla fine di un altro periodo nero della storia americana, quegli anni ’70 che avevano visto la tragedia del Vietnam e la vergogna del Watergate: era il 1978 quando il Superman di Christopher Reeve fece irruzione nei cinema di tutto il mondo, facendoci credere che un uomo potesse volare e ispirando più di una generazione. Il Superman di Snyder è un essere dolente, completamente ignaro del suo ruolo, che si aggira tra la desolazione di un mondo devastato, saltellando di livello in livello nell’apocalittico videogioco messo in scena dall’ex regista di videoclip.

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Atroce è poi il trattamento riservato ai comprimari storici dell’Uomo d’Acciaio. Già in Man of Steel il buon Zack si sbarazzava in quattro e quattr’otto del Professor Emil Hamilton, un comprimario storico della serie, facendolo perire brutalmente nell’esplosione di una nave kryptoniana. Ma quella era una fine di lusso, se confrontata col trattamento riservato al buon Jimmy Olsen, il fotografo amico di Superman, giustiziato con un colpo alla testa da un mercenario, giusto due minuti dopo aver fatto il suo debutto in scena. Agghiacciante il commento di Snyder: "Abbiamo ragionato sulla direzione che volevamo prendessero questi film e non avevamo spazio per Jimmy Olsen nel nostro grande pantheon di personaggi. Però potevamo divertirci ugualmente con lui, no?". Quindi l’idea di divertimento del regista è ficcare una pallottola in testa ad un personaggio molto amato. Dichiarazione come queste non vengono prese strumentalmente per il gusto di attaccare Zack Snyder, ma per marcare tutta la differenza che esiste tra il suo stile e un universo, quello DC, che è l’opposto della deprimente desolazione morale che ci sta proponendo nei suoi film. Un universo di grandi eroi portatori di luce e speranza come Barry Allen, interpretato alla perfezione da Grant Gustin nel serial Flash, che non a caso non riscuote le simpatie di Snyder. Un universo caratterizzato dal concetto di legacy, di eredità eroiche che passano di generazione in generazione, di grandi amicizie. Snyder è l’uomo giusto per far conoscere al pubblico di tutto il mondo la ricchezza di un tale affresco? Una domanda che è lecito porsi.

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Ci sono cose buone, in BvS, a partire dal Batman di Ben Affleck, che avrà presto un film standalone da lui diretto e interpretato. Affleck ha dimostrato di essere un ottimo autore, fin dai tempi di Gone Baby Gone, e con lui il Crociato Incappucciato è in ottime mani. Stesso discorso per la rivelazione del film, la Wonder Woman di Gal Gadot di cui uscirà l’anno prossimo il film in solitaria diretto da Patty Jenkins.
Zack Snyder è un buon regista (il suo Watchmen è un film da rivalutare), ma al secondo tentativo mostra chiaramente di non comprendere appieno le icone che la DC gli ha messo a disposizione. Viviamo nuovamente in tempi cupi, e abbiamo bisogno che questi personaggi amatissimi tornino ad ispirarci. Forse con un altro condottiero potranno farlo.

Trees Vol. 1/A: In ombra

Un nuovo lavoro di Warren Ellis è sempre oggetto di particolare attenzione da parte di lettori e critica specializzata. Sia che si tratti di un approccio metatestuale al fumetto (Planetary), di un manifesto programmatico per i supereroi del nuovo millennio (The Authority), o del recupero e della decostruzione di vecchi eroi di serie b a cui fornire una nuova ragione d’essere (Moon Knight), l’opera dello scrittore inglese si è sempre segnalata per un sottotesto complesso e stratificato, che non pregiudica comunque una fruizione appagante da parte del lettore. Non è da meno questo ultimo Trees, opera di science - fiction che pur non appartenendo al filone revisionista tipico dello scrittore inglese, presenta comunque una prospettiva inedita sul tema dell’invasione aliena.

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Ellis immagina che dei misteriosi monoliti, simili ad enormi alberi di cui non è possibile scorgere la sommità, siano atterrati in diverse parti del globo, forme aliene di inintelligibile complessità che non sembrano dare alcun segno di vita, salvo il rilascio di periodiche scorie dalla propria corteccia che seminano distruzione al loro passaggio. Dieci anni dopo l’arrivo di questi “strani visitatori” e il conseguente sconcerto della comunità internazionale, il mondo ha accettato la presenza degli alberi e le persone cercano di andare avanti con le proprie esistenze. Uomini e donne diversi in diverse zone del mondo, ma legati da un filo comune: la muta presenza degli alberi nella loro vita.
Il primo volume di Trees focalizza la sua attenzione su tre vicende in particolare: quella di Tiang Chenglei, giovane pittore proveniente da un piccolo villaggio cinese che si trasferisce nella città di Shu, capoluogo di una Regione Culturale Speciale dove il ragazzo spera di affermarsi come artista. Tiang assaporerà la vertigine della libertà offerta dalla grande città e supererà i suoi pregiudizi grazie all’incontro con una giovane transgender. Ci trasferiamo quindi nel Mare Glaciale Artico, nell’isola di Spitzbergen. Il ricercatore Marsh, membro di una équipe scientifica, compie una scoperta potenzialmente determinante circa la natura degli alberi ma deve affrontare l’ostinata incredulità dei suoi colleghi.  Intanto a Cefalù, in Italia, la giovane Eligia, donna del leader di un movimento neofascista, impara a difendersi dai continui soprusi a cui è sottoposta grazie ai suggerimenti di un carismatico e misterioso anziano.

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Come tutte le buone storie di fantascienza, Trees si dota di un apparato di genere per raccontarci altro: un’indagine sulle mille risorse della natura umana e l’analisi dei comportamenti di un gruppo di individui alle prese con circostanze difficili e probanti. Smessi i panni dello scrittore demiurgo indossati in tante delle sue serie cult, Ellis riversa in Trees tutto il suo amore per la narrazione tout court, ideando un affresco complesso e sfaccettato che ben si presterebbe ad una trasposizione in un serial per la tv. Lo scrittore inglese si concentra sulla caratterizzazione di tipi umani diversi che cercano di vivere in tempi bui, lasciando volutamente sullo sfondo i misteriosi alberi che, gettando comunque la loro lunga ombra, sono una metafora efficace delle tante crisi mondiali che affliggono il nostro presente.

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L’appassionante script di Warren Ellis prende vita grazie al talento di Jason Howard, disegnatore proveniente dalla factory di Robert Kirkman. Il punto di forza dell’artista sta sicuramente nella dettagliata resa delle location, ognuna delle quali presenta caratteristiche specifiche e ben distinte. Contribuisce alla realizzazione dei setting anche un’ispirata palette cromatica, sempre curata da Howard, con colori più caldi nelle bellissime tavole ambientate in Cina e a Cefalù e colori freddi nelle scene nella base norvegese. L’artista sembra mostrare invece qualche incertezza nelle espressioni del viso, spesso simili pur tra personaggi diversi, ma è un dato che non pregiudica un’ottima resa finale del comparto grafico, sostenuta anche da uno storytelling sospeso tra tradizione e sperimentazione, originale e mai banale.

Se state cercando un’ispirata metafora dei tempi che stiamo vivendo o semplicemente una storia di fantascienza emozionante e coinvolgente, Trees centra il bersaglio in entrambi i casi.

Michael Jordan - La biografia a fumetti

Scrivere una biografia nasconde sempre delle insidie, prima tra tutti il rischio di non essere obiettivi e di cadere nell’agiografia. Figurarsi poi se la biografia in questione è dedicata a Micheal Jordan, il più grande giocatore di basket di tutti i tempi, atleta leggendario la cui fama ha varcato i confini dell’ambito sportivo fino a trasformarlo in icona pop e simbolo di un’epoca. Ad assolvere al non facile compito è Wilfred Santiago, artista di Chicago, con Michael Jordan - La Biografia a Fumetti.
A Santiago non interessa mettere in scena un racconto pedestre e didascalico che inizi dall’infanzia del Campione e finisca con una carrellata dei suoi numerosi trionfi: il cartoonist struttura la sua narrazione intorno ad alcuni episodi chiave della vicenda umana e sportiva di Jordan (in una maniera non dissimile da quella sperimentata da Danny Boyle nel recente Steve Jobs), mostrandoci alcuni sprazzi delle sue “origini” solo attraverso brevi e significativi flashback.

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Il racconto di Santiago si snoda attraverso tre momenti topici della vita del Campione: le fasi finali del campionato 1990-91, che consegnerà ai Chicago Bulls di Jordan il primo di tre titoli consecutivi; la crisi personale, in seguito all’omicidio del padre, che porterà ad un primo ritiro dalla pallacanestro; il ritorno nella NBA datato 1995, che segnerà l’inizio di una nuova serie di trionfi per i Bulls; il tiro decisivo (a 5 secondi dalla fine) in gara 6 nella finale del 1998 contro gli Utah Jazz, che vuol dire nuovamente terzo titolo consecutivo per i Bulls e sesto in totale per la compagine di Chicago, col definitivo ingresso nella leggenda per Jordan. Questi tre momenti fondamentali della vita di “Air” Jordan sono intervallati da flashback che ce ne mostrano l’infanzia nella Carolina del Nord, insieme ai genitori e ai fratelli e in particolare al fratello Larry, punto di riferimento per il piccolo e problematico Mike; il rapporto controverso col padre, che intravede nel figlio il talento del campione e lo pungola per stimolarlo; gli inizi difficili nella squadra del liceo, dove viene scartato a causa del suo fisico ancora acerbo. Senza soluzione di continuità passiamo dal ragazzo incerto dei propri mezzi ad His Airness, il Campione  che sta spiccando il salto decisivo nella leggenda. È il campionato 1990-91, con i Bulls di Jordan che stanno dettando legge. La formazione di Chicago, composta da Jordan, Scottie Pippen, Bill Cartwright, Horace Grant e John Paxson, annichilisce ogni ostacolo che incontra sulla sua strada. Ne fanno le spese i New York Knicks di Patrick Ewing e, in semifinale, i Detroit Pistons di Isaiah Thomas. Stessa sorte tocca in finale ai Los Angeles Lakers di Earvin “Magic” Johnson e di Vlade Divac, che vengono disintegrati da Jordan e soci. È il trionfo per la franchigia di Chicago, il primo di tre anelli consecutivi, e personale di Jordan, che viene nominato miglior MPV delle serie finali (vincerà l’ambito riconoscimento per ben sei volte).

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Ma per ogni ascesa c’è una caduta: quando il padre verrà derubato ed ucciso da una banda di delinquenti, un Jordan svuotato lascerà la pallacanestro per tentare egual fortuna nel baseball, secondo il desiderio originale dell’amato genitore. Sono due anni bui, avari di soddisfazioni per il campione, che medita il grande ritorno: questo si concretizza nel 1995, a stagione in corso. Jordan riprende in mano dei Bulls allo sbando e a partire dal campionato successivo infila di nuovo tre anelli consecutivi, portando il bottino totale della franchigia di Chicago a sei titoli. Il culmine della vicenda sportiva di Air Jordan si consuma il 14 giugno 1998 a Salt Lake City, dove i Bulls affrontano gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone. È la gara 6 di una serie finale molto equilibrata. I Bulls stanno perdendo 85 a 86. Ma a 20 secondi dalla fine Jordan ruba palla in difesa ad un incredulo Malone, si spinge nella lunetta avversaria e, con un incredibile cambio di passo, prima lascia a terra il suo marcatore, Byron Russell, poi lascia partire un tiro chirurgico in elevazione che si insacca nel canestro dei Jazz: sono i due punti della vittoria, del sesto titolo per Chicago e di una prestazione leggendaria per Jordan nel giorno della sua ultima partita con i Bulls]. Pochi giorni dopo il campione annuncia il suo ritiro. Nel 2001 Jordan tornerà in campo, vestendo per due anni i colori dei Washington Wizards. Si tratta di un ritorno effimero, che non produce risultati all’altezza dei precedenti. Ma la leggenda di Air Mike è già scritta e consegnata ai posteri, insieme alla statua che lo raffigura all’esterno del centro sportivo dei Bulls a Chicago, sotto la quale una targa recita: "The Best there ever was. The Best there ever will be".

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Pur raccontando le imprese di un autentico mito dello sport e non solo, l’opera di Wilfred Santiago ha il merito, come già sottolineato all’inizio, di non cedere alla tentazione di realizzare una banale agiografia. Dell’uomo Jordan ci vengono raccontate anche le spigolosità e le contraddizioni: le “scappatelle”, il  presunto coinvolgimento in uno scandalo scommesse, la riluttanza ad andare in televisione per invocare lo stop ai saccheggi di Chicago nella calda estate del 1992. Mentre assistiamo alle vicende umane e sportive del campione, sullo sfondo si svolgono eventi che hanno segnato la storia americana contemporanea, come le succitate rivolte razziali in seguito al pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, facendo dell’opera di Santiago anche una preziosa testimonianza d’epoca. Sfilano inoltre volti indimenticabili della pallacanestro americana come Charles Barkley, Larry Bird, Clyde Drexler, i già citati Pippen, Malone, Stockton, Ewing, Magic Johnson, che insieme a Jordan faranno parte della mitica spedizione americana alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 passata alla storia col nome di Dream Team.

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Ma il vero punto di forza dell’opera è nei bellissimi dipinti di Santiago, realizzati con pennellate ruvide ed energiche che da una parte fanno pensare agli esempi più riusciti di street-art urbana, dall’altra avvicinano il talentuoso artista di Chicago al genio visionario del grande Bill Sienkiewicz.
Completa il bel volume delle Edizioni BD una commossa introduzione di Flavio Tranquillo, commentatore della NBA per la TV italiana, che ci offre il suo ricordo personale di quella notte del 14 giugno 1998 a Salt Lake City ormai consegnata alla storia.

Descender 1: Stelle di latta

Se venisse realizzato un sondaggio tra i lettori di fumetti americani per decretare lo sceneggiatore emergente preferito, il vincitore risulterebbe probabilmente Jeff Lemire. Passato con disinvoltura dalla dimensione indie di opere come Essex County, Sweet Tooth e Il Saldatore Subacqueo ad interessanti cicli su serie mainstream come Animal Man e Green Arrow per la DC Comics, Lemire si è accasato di recente alla Marvel, dove ha raccolto la pesante eredità di Matt Fraction sul pluripremiato Hawkeye e l’arduo compito di rilanciare l’universo degli X-Men. Ciò nonostante lo sceneggiatore canadese continua a non disdegnare sortite in territori creator-owned come dimostra questo Descender, edito in USA dalla Image Comics e proposto in Italia da Bao Publishing. L’accostamento del nome di Lemire e dell’altissimo livello dei suoi lavori precedenti al marchio Image, sinonimo di fumetto di qualità, ha fatto si che la serie fosse molto attesa fin dal suo primo annuncio, tanto che la Sony ne aveva già acquistato i diritti per un adattamento cinematografico già prima dell’uscita del numero 1. Dopo la lettura del primo volume, che raccoglie i numeri 1-6 della serie originale, possiamo dire che l’attesa è stata abbondantemente ripagata.

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La storia inizia in un futuro imprecisato, che vede i pianeti della galassia riuniti in un’alleanza chiamata Concilio Galattico Unito. La quiete di questi pianeti viene messa in pericolo dalla comparsa di nove enormi Robot, uno per ciascun pianeta dell’alleanza. Il Concilio Galattico non fa in tempo a riunire i propri esperti in materia che i Robot si attivano all’improvviso, seminando morte e distruzione. Dieci anni dopo un piccolo robot da compagnia, Tim-21, si sveglia dopo un lungo sonno in una colonia mineraria ai margini della galassia. L’androide, che ha le fattezze di un bambino, non scorge la presenza di nessuno, salvo quella del cane droide Bandit. Ne scoprirà presto la ragione: tutti gli abitanti della base, compresa la sua famiglia adottiva, sono stati sterminati. Neanche il tempo di decidere il da farsi che i due robot vengono attaccati da un gruppo di mercenari senza scrupoli, i Rottamatori. Tim-21 apprende così che dopo il massacro operato dieci anni prima dai robot giganti ribattezzati Mietitori, gli umani terrorizzati avevano reagito sfogando la loro rabbia sugli automi, che fino a quel momento avevano vissuto tra loro aiutandoli nei lavori quotidiani. Ma quella dei Rottamatori non è l’unica fazione interessata a Tim-21, perché ben presto faranno la loro comparsa sulla scacchiera altri giocatori interessati al droide, che condivide a sua insaputa un oscuro segreto con gli spietati Mietitori: lo schema di base della loro programmazione è identico a quella del piccolo robot.

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Pur pescando a piene mani dai classici della letteratura e del cinema fantastico, come i libri di Isaac Asimov e pellicole come Blade Runner (il robot perseguitato perché diverso) e A. I. – Intelligenza Artificiale, Lemire si discosta presto da questi padri nobili per condurci verso territori più consoni alla fiaba che non alla fantascienza tout court. In Descender non troviamo le dissertazioni parascientifiche tanto care a Jonathan Hickman, per citare un autore contemporaneo a Lemire, né sappiamo come si è arrivati alla costituzione del Concilio Galattico Unito: la storia inizia in medias res, e se si aprisse con un Tanto tempo fa in una galassia lontana o C’era una volta, non avremmo nulla da ridire. Se da spettatori della celeberrima saga di George Lucas non ci interessava conoscere il funzionamento di spade laser e salti nell’iperspazio, anche qui la tecnologia è mero pretesto messo al servizio del racconto, come vuole la tradizione della space-opera più autentica. È il sogno la chiave di volta per calarsi appieno nel mondo immaginato da Lemire: come nei sogni tutto è suggerito e nulla è spiegato, così in quelli del piccolo Tim-21 si trovano probabilmente le ragioni dei misteri che sono alla base dell’intera vicenda. Certo non tutto è perfetto in Descender, e Lemire dovrà chiarire alcuni aspetti della mitologia da lui creata nei prossimi volumi: ma nel frattempo è impossibile non apprezzare la fantascienza impregnata di malinconia e calore umano proposta dallo sceneggiatore canadese. Le relazioni umane, più che il consueto apparato da science fiction, sono il cuore dell’opera: non lasciano indifferenti gli struggenti flashback imperniati sul rapporto tra Tim-21 e la famiglia adottiva che non c’è più, che oltre a far empatizzare il lettore col piccolo androide, servono anche ad accentuarne la solitudine attuale.

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L’atmosfera sognante e fiabesca della storia concepita da Lemire trova una compiutissima realizzazione nelle illustrazioni di Dustin Nguyen. Il disegnatore di origini vietnamite, che si è fatto le ossa sulle testate della Bat – Family per la DC dopo l’esordio col botto con un mirabile ciclo di Wildcats su testi di Joe Casey, sposa in pieno il progetto di Lemire, partecipandovi con splendidi acquarelli che ne sottolineano la dimensione favolistica e onirica. Non troverete, nei disegni di Nguyen, dettagliate raffigurazioni di astronavi, meccanismi e circuiti cibernetici, anzi i particolari più pedantemente tecnologici vengono volutamente tradotti sulla pagine con pennellate sfumate e sapientemente imperfette. L’artista sembra voler richiamare più l’atmosfera lieve dei libri illustrati per ragazzi degli anni ’60, come quelli realizzati dal disegnatore ceco Miroslav Sasek, che quella tradizionale da opera di fantascienza, con tutto il pesante armamentario tecnologico che ne conseguirebbe. Altra scelta vincente dell’artista è quella relativa al design dei personaggi, su tutti il delizioso protagonista Tim-21, novello Pinocchio per il quale il lettore non può che parteggiare fin dalla sua prima apparizione.

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La proficua alchimia creativa stabilitasi tra Lemire e Nguyen e il perfetto bilanciamento tra i testi e comparto artistico fanno senza dubbio di Descender una delle migliori proposte di fine 2015: ai due autori spetta ora il non facile compito di mantenere, nello prossime uscite, uno standard qualitativo davvero elevato.

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