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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Dark Knight III: The Master Race #1

Correva l’anno 1986 quando fece la sua comparsa sugli scaffali delle fumetterie americane il primo numero di The Dark Knight Returns, consacrazione definitiva dell’astro nascente di Frank Miller dopo un acclamato ciclo di Daredevil alla Marvel e l’approdo alla Dc Comics con Ronin, bizzarra commistione di cultura orientale, fumetto francese alla Métal Hurlant e fantascienza. Il successo di critica di quest’ultimo convinse i piani alti della Dc che i tempi erano ormai maturi per progetti più sofisticati rispetto alle pubblicazioni mensili dell’editore, che salvo poche eccezioni come lo Swamp Thing scritto da un giovane scrittore inglese di nome Alan Moore, erano state soppiantate nelle preferenze dai lettori da testate maggiormente al passo coi tempi come lo stesso Daredevil di Miller, The Mighty Thor di Walt Simonson o gli Uncanny X-Men di Claremont & Byrne.

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Tempi nuovi richiedevano eroi nuovi, o quantomeno una rilettura aggiornata e priva di retorica di miti usurati dal tempo, che tenesse conto della complessità politica, economica e sociale di quei favolosi anni ’80. Sono gli anni dell’amministrazione Reagan, della guerra in Afghanistan e delle tensioni con l’Unione Sovietica, dei repressivi governi Thatcher in Gran Bretagna, dell’invasione delle Falkland, ma anche gli anni degli yuppies, del miraggio dei guadagni facili in Borsa, del successo strabordante della musica pop con meteore da one hit wonder che vogliono cantare l’allegria di un decennio solo apparentemente spensierato ma in realtà profondamente controverso. In ambito fumettistico sono gli anni felici del revisionismo supereroistico, movimento che segna in modo indelebile la scena di quel momento: alfiere ne è stato Moore in Gran Bretagna con un ciclo epico e sconcertante di Miracleman, prima di proseguire l’opera negli USA con Watchmen. Proprio quest’ultima opera diventa, insieme al contemporaneo The Dark Knight Returns, l’emblema del suddetto movimento. Se la complessità del lavoro di Moore si presta fin da subito ad un’attenta analisi che a tutt’oggi non sembra essere terminata, è l’opera di Miller a godere di attenzioni immediate anche da parte di organi di stampa non di settore, suscitando un immediato dibattito su riviste di cultura pop ad ampia diffusione come Rolling Stone. La vicenda di questo Bruce Wayne invecchiato, che dopo aver smesso i panni di Batman per un decennio torna ad indossarne il mantello, disgustato dalla criminalità e dalla decadenza morale che popolano le strade di una Gotham City non più rassicurante scenario di inseguimenti e scazzottate ma minacciosa metropoli della modernità, attira le attenzioni di semiologi e sociologi della comunicazione. Chi ha qualche capello bianco ricorderà la prima edizione italiana in volume della Rizzoli – Milano Libri, con prefazione del compianto giornalista Enzo G. Baldoni e postfazione del famoso sociologo Alberto Abruzzese. Dark Knight è uno shock culturale fin dal suo primo apparire, uno dei primi esempi, nell’era della comunicazione di massa, di cultura ritenuta fino ad allora bassa ad essere ospitata tra gli esempi di cultura alta. È il motore della rinascita di un personaggio amatissimo, che grazie al traino del successo dell’opera di Miller conoscerà i fasti della fortunatissima trasposizione cinematografica del 1989, il Batman di Tim Burton. Basterebbe solamente parlare dell’iconica copertina della prima edizione in paperback americana: quel cielo plumbeo solcato da una figura scura vestita da pipistrello e attraversato da un fulmine diventa per un’intera generazione di lettori la sublimazione su carta della propria irrequietezza adolescenziale.

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Il lungo preambolo era necessario per sottolineare quanto questo Dark Knight III: The Master Race sia stato investito da enormi aspettative fin dal suo annuncio. Le perplessità circa la bontà di questa operazione sono state molteplici, come accadde d’altronde al primo sequel del 2002, The Dark Knight Strikes Again. Innanzitutto sono rischiose le premesse di un’iniziativa del genere: il Dark Knight del 1986 era un’opera perfettamente compiuta che, come sottolineava brillantemente Alan Moore nella celebre introduzione alla prima ristampa in paperback, introduceva l’elemento temporale nell’universo di un personaggio iconico della tradizione fumettistica che per decenni era rimasto sostanzialmente invariato. The Dark Knight Returns era per un Batman stanco e invecchiato, seppur combattivo, quello che Alamo era stato per Davy Crockett, l’epica avventura finale prima di essere consegnato per sempre alla leggenda. Come realizzare quindi un sequel dell’ultima battaglia, dell’impresa finale che consegna l’eroe al mito? Già Dark Knight Strikes Again aveva lasciato questa domanda inevasa, risolvendosi in una satira schizofrenica della società americana e dell’industria del fumetto dei primi anni 2000, arguta ma deludente come risultato finale. Inoltre, su Dark Knight III aleggiava il sospetto di essere una mera operazione commerciale, sospetto alimentato dall’uscita di ben 55 cover variant e da un già annunciato quarto capitolo, a conferma della volontà della DC di costruire un universo narrativo basato sull’opera milleriana. Terzo elemento di perplessità era inoltre il team creativo riunito per aiutare un Miller provato dai recenti problemi di salute: se il ritorno del veterano Klaus Janson (Daredevil, Dark Knight Returns) alle chine è stato subito salutato come una garanzia, era tutto da verificare l’apporto di Brian Azzarello (100 Bullets) come co-writere di Andy Kubert ( Origins, 1602) come penciler. Il risultato finale è stato quindi all’altezza delle aspettative?

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Diciamo subito che Dark Knight III: The Master Race è un buon fumetto, dalla confezione impeccabile, che nonostante paghi un evidente tributo al suo illustre predecessore non manca di cercare una sua strada autonoma. Questo primo numero si apre tre anni dopo le vicende raccontate in DK2, con la ricomparsa in azione di un Batman creduto fino a quel momento morto. Il vigilante pesta a sangue dei poliziotti colpevoli di essersi accaniti contro un teppista, in questo caso innocente: l’azione del Crociato Incappucciato viene ripresa da uno smartphone e lanciata in rete, suscitando l’interesse dell’opinione pubblica che si interroga sui motivi dietro al ritorno del Cavaliere Oscuro. Nel frattempo, nella giungla amazzonica, una combattiva Wonder Woman affronta ed abbatte una mitologica creatura a metà strada tra un minotauro ed un centauro. La donna che, porta in spalla un neonato di nome Jonathan (nome che lascia pochi dubbi circa l’identità del padre), entra poi in quella che sembra un’antica città, che lei chiama casa: sembra essere Themyscira, che quindi non sarebbe più collocata sull’Isola Paradiso. Intanto Lara, la prima figlia di Superman e Wonder Woman di cui avevamo fatto la conoscenza in DK2e che ha ereditato il manto di Supergirl, cerca il padre in quel che resta della sua Fortezza della Solitudine: lo troverà congelato sotto una cupola di ghiaccio, ma non avrà il tempo di rammaricarsene perché la sua attenzione verrà distolta dai minuscoli abitanti della città in bottiglia di Kandor, che chiedono il suo aiuto per uscire. Torniamo infine a Gotham City, dove la polizia sta dando la caccia a Batman, che in questo universo narrativo è considerato un fuorilegge: dopo un rocambolesco inseguimento il vigilante viene catturato, e il primo capitolo si chiude con un colpo di scena inaspettato. L’albo è completato dalla prima di una serie di annunciate backstories, scritta dagli stessi autori ma disegnata stavolta da Miller in persona, e dedicate ai personaggi di contorno della storia principale. Si comincia con il professor Ray Palmer, l’Atom del DC Universe, i cui pensosi soliloqui sulla natura dell’eroismo e sul fato dei suoi compagni della Justice League vengono interrotti dall’arrivo di Lara, che gli chiede aiuto per liberare la popolazione di Kandor.

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Difficile dare un giudizio a questa primo numero di Dark Knight III: The Master Race senza che la memoria corra al capolavoro del 1986: ma sono gli stessi autori a collegare l’opera al prototipo originale tramite citazioni e strizzatine d’occhio, prima tra tutte la presenza invadente dei mezzi di comunicazione nella storia. In The Dark Knight Returns Miller infarciva le vignette di schermi televisivi dai quali spregiudicati anchormen influenzavano gli spettatori, vaticinando l’importanza che la televisione avrebbe avuto nella formazione dell’opinione pubblica e partecipando cosi al dibattito iniziato da eminenti sociologi come McLuhan e Popper; in The Dark Knight Strikes Again del 2002 l’autore individuava nella presenza ossessiva della Rete la caratteristica precipua del nuovo millennio. Anche in DK3 non manca il confronto con le innovazioni tecnologiche della contemporaneità e questa volta l’attenzione cade sulle nuove possibilità offerte da tablet e smartphone. Ma lo stile narrativo presenta non poche differenze rispetto all’originale: se nel primo Dark Knight la narrazione era intensa e potente, la prima uscita di questo DK3 soffre del male di cui sembrano soffrire molti dei fumetti contemporanei, quella decompressione che diluisce la narrazione e che fa di queste prime 24 pagine solamente il prologo di un affresco che prenderà presumibilmente corpo con le prossime uscite. Il connubio Miller – Azzarello, che tante perplessità aveva suscitato in partenza, risulta tutto sommato ben riuscito: se la dimensione prevalentemente action di questa prima uscita fa pensare ad una preponderanza della penna di Azzarello, l’inconfondibile stile hard - boiled di Miller è ben riconoscibile in alcuni dei passaggi più significativi, vedi il monologo interiore di Lara nella scena della Fortezza della Solitudine.

Il comparto artistico è tecnicamente ineccepibile, ed è una vera gioia per gli occhi. Nel segmento principale Andy Kubert, celebrato e rispettato veterano del settore, fornisce uno storytelling di straordinaria ed inesorabile potenza. Le sue matite per questo primo numero hanno ricevuto molte critiche soprattutto perché, complici anche le chine di Janson, imiterebbero in maniera pedestre lo stile di Miller. Trovo queste critiche piuttosto ingenerose: l’ex illustratore di X-Men si allinea graficamente allo stile dei due precedenti Dark Knight, in quello che vuole essere un sentito e caloroso omaggio ad un capolavoro che ha rivoluzionato il settore, ma le sue matite sono Kubert allo stato puro. Oltre a Miller, il figlio più dotato del grande Joe Kubert omaggia anche il David Mazzucchelli di Batman: Year One, nella sequenza in cui Batman plana su un gruppo di poliziotti. Non c’è il gusto per l’eccesso e per la provocazione stilistica tipica del tratto di Miller e questo rende DK3 meno interessante, ma non per questo meno valido, dal punto di vista grafico.
I colori di Brad Anderson segnano un netto distacco dall’opera originale: se in Dark Knight la tavolozza di Lynn Varley ci regalava una Gotham piena di ombre e sfumature di grigi, la palette di Anderson esplode di luci calde.

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Ma la vera gioia per chi scrive è rappresentata dal mini-comic di Atom nel secondo segmento: disegnato da Miller in persona e inchiostrato da Janson, vede la reunion del team artistico di Daredevil e del primo Dark Knight dopo quasi un trentennio, dopo un litigio per alcuni dissapori sorti all’indomani dell’uscita del primo capitolo. La riunione con Janson fa benissimo a Miller, che consegna alcune delle tavole più belle della sua carriera recente, smussando alcune incertezze che avevano contraddistinto le ultime prove. Oltre all’emozione di ritrovare una coppia artistica che ha fatto la storia del fumetto americano, fa piacere rivedere un Frank Miller in grande forma.

L’impressione ricavata dalla lettura di questa primo numero è più positiva che negativa: per quanto paghi un inevitabile tributo sentimentale al capolavoro del 1986, la sensazione è che questo DK3 lascerà un segno solo se sarà in grado di individuare una strada propria e percorrerla senza guardarsi indietro: le premesse ci sono tutte.
Aspettiamo quindi le prossime uscite di Dark Knight III: The Master Race per poter fornire un giudizio più esaustivo e per scoprire cos’hanno in serbo gli autori per i lettori, a partire ovviamente dalla rivelazione dell’identità de "La Razza Padrona" citata nel titolo.

Fellini - Viaggio a Tulum e altre storie

Torna disponibile nelle librerie a 26 anni dalla prima pubblicazione Viaggio a Tulum, opera che ha segnato l’incontro artistico tra due maestri assoluti dell’immaginario, Federico Fellini e Milo Manara. Nata come sceneggiatura per un film da realizzare e apparsa a puntate sul Corriere della Sera nel 1986, la storia appartiene ai grandi progetti irrealizzati di Fellini, come il celebre Viaggio di G. Mastorna. Successivamente rimaneggiata dal grande regista, viene tradotta in immagini dalla matita sublime di Manara, legato a Fellini da profonda stima reciproca ed amicizia.

I due si erano conosciuti nel 1985, anno in cui Manara realizza una storia breve come omaggio al regista di Rimini, Senza Titolo. A Fellini la storia (contenuta anch’essa nello splendido volume della Panini Comics) piacque molto, tanto da voler conoscere l’autore. Così, grazie alla complicità di Vincenzo Mollica, amico intimo del Maestro ed esperto di fumetti, avvenne il fatidico incontro. Tra i due nasce una simpatia e una stima istantanea, che diverrà più forte col passare degli anni: Fellini è da sempre una delle influenze maggiori di Manara, nel cui lavoro ritroviamo spesso quella dimensione visionaria e surreale tipica di opere come 8 e ½. Il cineasta, per contro, è un grande estimatore del tratto sensuale dell’illustratore. I presupposti per una collaborazione ci sono tutti e l’occasione si presenta sul finire degli anni ’80 quando Fellini, visti i costi proibitivi e la difficoltà di reperire i fondi necessari, decide di trasformare Viaggio a Tulum in un racconto a fumetti per i disegni di Manara. Il risultato finale vede la luce sulla rivista Corto Maltese, a partire dal luglio 1989, come storia a puntate dal titolo Viaggio a Tulum da un soggetto di Federico Fellini per un film da fare.

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La trama è volutamente poco più che abbozzata, in modo che il lettore possa immergersi fin dalla prima pagina nell’immaginario felliniano. Un Vincenzo Mollica dalla connotazione fortemente caricaturale arriva in una Cinecittà onirica, popolata solo dalle suggestioni dei film di Fellini: c’è la bambina demoniaca di Toby Dammit da Tre Passi nel Delirio, la Giulietta Masina de La Strada, la troupe di 8 e ½, la Ekberg de La Dolce Vita, etc. Accompagnato da una bionda misteriosa incontrata poco prima, Mollica trova Fellini addormentato in riva ad un laghetto. All’improvviso un soffio di vento fa volare in acqua il cappello del regista: la bionda si tuffa per recuperarlo, e sott'acqua si trova davanti una inaspettata meraviglia: sul fondale giacciono, come relitti, i film mai realizzati dal regista. La donna non ha problemi a respirare sott’acqua e entra nella carlinga di un enorme aereo, arrestandosi davanti al corpo immobile di MastroianniSnàporaz (il nomignolo fumettistico scelto dal cineasta per il suo alter – ego cinematografico e amico fedele). A questo punto fa il suo ingresso Fellini, che poggia il cappello sulla testa dell’inanimato Snàporaz – Mastroianni, dandogli vita: da questo momento sarà lui il protagonista della storia. Nel frattempo sopraggiungono anche Mollica e la ragazza bionda, e l’aereo inabissato improvvisamente riavvia i motori e decolla, giusto il tempo di concedere il tempo a Fellini e alla ragazza di uscire dal velivolo e guadagnare la superficie dello stagno.
 
L’aereo atterra a Los Angeles, dove Snàporaz e Mollica devono incontrare Maurizio, un produttore cinematografico interessato a produrre un film sulle antiche culture del centro America, in particolare quella tolteca. Da qui inizia un racconto, a metà tra il mistico e il surreale, popolato da misteri e strani incontri. Dopo varie peripezie e dopo aver accolto tra le proprie fila Helen, la bionda misteriosa che era apparsa nel prologo di Cinecittà, e un professore esperto conoscitore della civiltà tolteca, i nostri eroi giungeranno nel cuore della giungla nana, dove apprenderanno i segreti degli antichi stregoni aztechi.

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Pur contenendo non pochi riferimenti allo sciamanesimo e ai libri di Carlos Castaneda in particolare, Viaggio a Tulum è un’opera perfettamente inserita nel corpus felliniano. Già in film come La Dolce Vita, ad esempio, era chiara la malinconica constatazione dell’innocenza perduta e la denuncia di un mondo diventato ostile all’uomo a causa della corruzione dilagante. La ricerca di una dimensione più autentica, sottratta all’essere umano dalla modernità, non avveniva però con i modi del cronista, del polemista nostalgico, ma dell’artista che grazie alla sua sensibilità tende a cercare rifugio nella fantasia, nel sogno, nel ricordo, non sottraendosi comunque ad un inevitabile confronto col male di vivere della società attuale. Questa poetica, che trova  piena compiutezza nei film della maturità come 8 e ½ e Amarcord, anima anche le pagine di Viaggio a Tulum: il mito di un’età dell’oro ormai perduta, tipico dell’opera felliniana, viene qui incarnato dall’antica civiltà tolteca, i cui sacerdoti custodiscono una saggezza ormai irraggiungibile dall’uomo moderno. Come nelle sue opere migliori, la trama è un gracile supporto al susseguirsi di immagini di sfolgorante bellezza e camei d’eccezione (significativa la presenza di Jodorowsky e Moebius nella sequenza della conferenza stampa), una carrellata di episodi dai significati reconditi che vengono lasciati sedimentare nell’inconscio del lettore.

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L’atmosfera onirica e sognante della sceneggiatura di Fellini viene tradotta in tavole di seducente  splendore dalla matita incantata di Milo Manara. L’artista di Luson realizza scene di grande impatto visivo, degne di un kolossal cinematografico: lasciano di stucco sequenze come il prologo a Cinecittà e l’arrivo alla Babel Tower. Morbido e sensuale come sempre, il suo stile ricco di dettagli regala luminosità ad un soggetto non privo di elementi inquietanti ed oscuri, che vengono smussati dalla grazia e dall’eleganza di un tratto in grado di combinare spontaneamente erotismo ed ironia come nessun altro.

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Il pregevole volume proposto da Panini Comics presenta come bonus due storie brevi, la Senza Titolo di cui abbiamo parlato in apertura e Reclame, apparsa per la prima volta nel 1986 su Il Messaggero Supplemento Estate, sferzante critica a quella tv commerciale che negli anni '80 cominciava la sua rapida ascesa dagli esiti oggi ben noti e già vaticinati dallo stesso Fellini in Ginger & Fred. Rileggere oggi queste storie è utile per comprendere quanto un artista come Fellini manchi non solo al cinema italiano, ma al dibattito intellettuale del nostro Paese.

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Cresce l’attesa per l’arrivo nei cinema di tutto il mondo di Star Wars: Il Risveglio della Forza (in Italia dal 16 dicembre), il settimo capitolo della saga creata da George Lucas che vede alla regia J.J. Abrams (Lost e Star Trek). Fra le varie iniziative multimediali che ci accompagneranno fino all’uscita del film, la più significativa è senza dubbio la miniserie in 4 capitoli Journey to Star Wars: The Force Awakens – Shattered Empire, edita negli Usa da Marvel Comics e pubblicata per il mercato italiano da Panini Comics col titolo Star Wars: L’Impero a Pezzi.

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La recente cessione del marchio Lucasfilm alla Disney da parte del suo stesso fondatore ha consentito la realizzazione di una proficua collaborazione con la Marvel, acquistata anch’essa pochi anni fa dalla casa di Topolino e Co., rendendo possibile un’interessante e proficua sinergia tra cinema e fumetto. Subito dopo aver rilevato la licenza per la pubblicazione di fumetti ispirati alla saga di Lucas, detenuta dalla Dark Horse per più di 20 anni, la Marvel ha inondato il mercato di titoli ispirati alle Guerre Stellari: oltre alle serie ammiraglie Star Wars e Darth Vader, sono state pubblicate numerose miniserie dedicate a Princess Leia, Lando Carlissian, Chewbacca e ad altri. Ma il titolo più interessante e più atteso è senza dubbio questo Star Wars: L’Impero a Pezzi, che ha l’importante compito di collegare la trilogia classica col nuovo capitolo, mostrandoci cos’è successo dopo la conclusione de Il Ritorno dello Jedi e gli eventi che ci hanno portato a Il Risveglio della Forza.

L’albo si apre con la conclusione della Battaglia di Endor, con le forze ribelli che sferrano l’ultimo e decisivo attacco contro le forze Imperiali; mentre sulla Luna di Endor Han Solo, Leia e Chewbacca, con l’aiuto degli indigeni Ewoks affrontano le truppe imperiali allo scopo di distruggere lo scudo energetico che protegge la seconda Morte Nera, su quest’ultima Luke Skywalker sta affontando per l’ultima volta Darth Vader e l’Imperatore Palpatine: lo Jedi riuscirà ad avere la meglio sul malvagio Imperatore e a porre fino al suo regno di terrore solo grazie al ravvedimento di Vader, in realtà suo padre, che abbandona il Lato Oscuro della Forza, uccidendo l’Imperatore e riconciliandosi col figlio, subito prima di morire. Nello stesso momento i ribelli, guidati da Leia e Han sbaragliano le forze imperiali. La lunga guerra contro il malvagio Impero è terminata: le forze ribelli, esauste, possono tirare un sospiro di sollievo. Durante i festeggiamenti sulla luna ribella facciamo la conoscenza di Shara Bey, un’abile pilota di X-Wing che ha dato un contributo decisivo alla distruzione della seconda Morte Nera, e di Kes Dameron, soldato della squadra d’assalto di Han Solo, che ha partecipato alla battaglia di Endor: i due sono sposati e sognano un futuro di pace da vivere con la propria famiglia e il figlio Poe, affidato provvisoriamente ai nonni. Questo è il primo, importantissimo accenno a Poe Dameron, uno dei personaggi centrali de Il Risveglio della Forza, interpretato nel film da Oscar Isaacs. Purtroppo la pace dovrà attendere: quando Han Solo scopre che ci sono ancora delle sacche di resistenza Imperiale sull’altro lato della luna di Endor, Kes parte nuovamente in missione; a Shara nel frattempo viene assegnato l’incarico di scortare la Principessa Leia in missione diplomatica su Naboo, senza immaginare che il pianeta natale della Principessa sta per essere attaccato da uno Star Destroyer Imperiale, su ordine – postumo – dell’ormai defunto Imperatore.

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Ai testi di Star Wars: L’Impero a Pezzi troviamo il veterano Greg Rucka, con un curriculum importante sia presso Dc (Gotham Central, Wonder Woman) che Marvel (Punisher): lontano anni luce dalle atmosfere noir di Gotham Central e Punisher, Rucka mette il suo lavoro al servizio di una trama di più ampio respiro non limitandosi, però, a realizzare un lavoro di mero servizio ma  costruendo anzi una storia ricca di ritmo e pathos. Il tocco dello scrittore, particolarmente abile nel tratteggiare figure femminili (Renée Montoya in Gotham Central, Rachel Cole – Alves in Punisher) è evidente nella caratterizzazione del personaggio di Shara Bey: figura di soldato donna divisa tra dovere e famiglia, desiderio di pace e necessità di combattere, il Sergente Bey non potrà non diventare un beniamino del pubblico di Star Wars.

Rucka è coadiuvato ai disegni dall’italiano Marco Checchetto, che lo aveva già affiancato alle matite del suo acclamato ciclo di Punisher: Checchetto è a suo agio con spade laser e X-Wings tanto quanto lo era con le avventure urbane di Frank Castle, ed è abile sia nel coreografare combattimenti stellari tra caccia ribelli ed imperiali, sia nel tratteggiare situazioni più intime come le scene tra Kes e Shara sulla luna di Endor. Con tavole sempre più ricche di dettagli, Star Wars: L’Impero a Pezzi è un ulteriore passo avanti nel processo di maturazione del disegnatore italiano e probabilmente la sua consacrazione definitiva nello stardom del fumetto statunitense. La partecipazione alle matite di Angel Unzueta e Emilio Laiso nel secondo capitolo non compromettono la qualità generale e il risultato finale rimane piuttosto omogeneo.

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Star Wars: L’Impero a Pezzi viene presentato da Panini Comics in 2 albi brossurati prestige da 48 pagine, formato riservato alle produzioni di qualità che ha riservato non poche soddisfazioni alla casa editrice modenese.
L’appuntamento con il capitolo finale della saga è previsto per il mese prossimo, in tempo per arrivare preparati all’appuntamento con Il Risveglio della Forza.

RoboCop versus Terminator

Primavera 1992, Lucca Comics. Ho 15 anni e mi aggiro per gli stand della Fiera, a quel tempo ancora ospitata dal Palazzetto dello Sport, finché mi imbatto in un chiosco di comics in lingua originale. Neanche il tempo di mettermi a scartabellare tra gli albi che la mia attenzione viene colpita dal gigantesco poster che campeggia alle spalle del titolare dello stand: Robocop Vs Terminator. Frank Miller. Walter Simonson. Summer 1992. Nell’immagine promozionale un Robocop armato di pistola sferrava un gancio ben assestato ad un Terminator, subito prima di essere attaccato da un nugolo di altri robot assassini. Il giorno dopo, a chiusura fiera, chiedo al titolare del banco di poter acquistare il poster: con mia grande sorpresa me lo regala, aggiungendolo così al bottino di quella spedizione lucchese. Il poster raffigurante la potente illustrazione di Simonson avrebbe abbellito la mia stanza per un decennio… ma non sapevo che avrei letto quel fumetto così atteso solo 23 anni dopo! La miniserie di 4 numeri pubblicata dalla Dark Horse rimase infatti inedita per il mercato italiano nonostante il prestigio dei due autori coinvolti, e vede la luce solamente ora grazie al prezioso recupero della Magic Press.

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Sfogliare le pagine del volume significa riportare le lancette dell’orologio indietro ai primi anni ’90, contraddistinti da una situazione del mercato dei comics completamente diversa da quella attuale. Marvel e Dc versano in una grave crisi finanziaria e creativa, della quale approfittano piccole e agguerrite case editrici. Una di queste è la Dark Horse Comics, che in quegli anni sta ottenendo un inaspettato successo grazie alla sue trasposizioni a fumetti di celebri marchi cinematografici: al botto di Aliens Vs Predator del 1990 fa seguito l’anno successivo Star Wars: Dark Empire, la prima miniserie che la casa editrice dedica alla saga creata da George Lucas: la storia ottiene un consenso di pubblico clamoroso, tanto da dare vita al cosiddetto Expanded Universe, che amplia ed approfondisce su carta l’universo cinematografico di Luke Skywalker e soci.

Confortata dagli eccellenti dati di vendita, la Dark Horse pensa bene di proseguire sul solco già tracciato e acquisisce anche i diritti di altre due mitiche properties del cinema americano di quegli anni, decidendo di farli scontrare in una serie evento: Robocop Vs Terminator, appunto. La casa editrice di Portland decide di fare le cose in grande, coinvolgendo due numi tutelari assoluti del fumetto americano: Frank Miller ai testi e Walter Simonson ai disegni. Miller si è appena lasciato alle spalle un decennio, gli anni ’80,  per lui ricco di trionfi: Daredevil, Ronin, Dark Knight Returns, Elektra. Il nuovo decennio lo vede cimentarsi con opere ancora più sperimentali, sempre pubblicate dalla Dark Horse: è il momento di Give Me Liberty, Hard Boiled, e di una storia noir in bianco e nero pubblicata a puntate sull’antologico Dark Horse Presents, Sin City. Cosa spinge un autore alle prese con la fase più autoriale della sua carriera ad accettare un progetto così sfacciatamente commerciale come Robocop Vs Terminator? La voglia di rivincita, probabilmente. Come molti fan dell’epoca ricorderanno, Miller era stato ingaggiato per scrivere la sceneggiatura di Robocop 2 del 1990 ma il suo script era stato rimaneggiato da altri, finendo per dare vita ad un film mediocre, diretto dal poco ispirato Irvin Kershner. Deluso e amareggiato da questa esperienza, Miller giurò che non avrebbe mai più lavorato per Hollywood, salvo cambiare idea 15 anni dopo per la trasposizione cinematografica del suo Sin City.

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Miller coglie le analogie presenti nelle mitologie di Robocop e Terminator e le usa per costruire la trama. La storia comincia nel futuro dispotico della saga di Terminator, dove la resistenza umana guidata da John Connor ha fatto un’importante scoperta: Skynet, il sistema di difesa militare che si è rivoltato contro l’umanità sterminandola, ha sviluppato un’autocoscienza nel momento in cui è apparsa la prima sintesi di intelligenza umana e organismo cibernetico: il poliziotto Alex Murphy, alias Robocop. Una guerriera donna, Flo, viene incaricata da Connor di tornare indietro nel tempo per distruggere Robocop prima che questi, inavvertitamente, dia vita all’autoconsapevolezza di Skynet. Inutile dire che il piano verrà scoperto dai Terminator, che invieranno tre di loro nel passato per proteggere Robocop, considerato dai robot come una vera e propria divinità, il loro creatore. Robocop non sarà della stessa idea e comincerà una battaglia senza quartiere su più piani temporali.

Nonostante sia considerato un episodio minore nella carriera di Frank Miller, Robocop Vs Terminator è comunque una lettura interessante: abbandonata momentaneamente l’ambientazione noir tipica delle sue storie, lo scrittore del Maryland dimostra di considerarsi a suo agio anche con lo sci – fi e con i viaggi nel tempo, d’altronde già frequentati ai tempi di Ronin. Completamento ideale allo script di Miller sono i disegni di un Simonson in grandissimo spolvero, non lontano dai livelli della sua mitica run su The Mighy Thor: vero erede della lezione di Jack Kirby, Simonson stravolge i canoni tradizionali del disegno e realizza tavole che sono contraddistinte volutamente più da potenza e dinamismo che dal rispetto delle proporzioni, anticipando le estremizzazioni anatomiche della generazione successiva, quella di Todd McFarlane e Jim Lee. In Robocop Vs Terminator il disegnatore partecipa con gusto all’atmosfera da b-movie che pervade la saga, mostrandoci una serie di risse e scazzottate tra robot che raggiungono il culmine nella splash page dell’ultimo numero, raffigurante uno spettacolare scontro tra legioni di Robocop e Terminator.

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La Magic Press raccoglie i quattro capitoli della serie originale in un agile volumetto brossurato, con carta patinata che esalta i colori “rimasterizzati” da Steve Oliff. Il volume è corredato da una piacevole introduzione di Steven Grant, autore di Punisher per la Marvel, e da una carrellata di schizzi e pin-ups promozionali dell’epoca ad opera dei due autori.
Quindi perché leggere Robocop Vs Terminator? Perché oggi? Ve lo dirò senza tanti giri di parole: perché, come tutti i b-movies, è dannatamente divertente.

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