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Luca Tomassini

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Moon Knight 1: Dalla morte

Anticipate dalla recensioni entusiaste della critica americana e dalla calda accoglienza riservatagli dal pubblico d’oltreoceano, sono finalmente arrivate anche in Italia le storie di Moon Knight prodotte dal duo Warren Ellis (testi) e Declan Shalvey (disegni). Attesa ripagata per un ciclo di storie che si avvia a diventare un classico moderno. Dopo la trasferta losangelina narrata nel ciclo di Brian Micheal Bendis e Alex Maleev, Ellis riporta il Cavaliere Lunare nella Grande Mela, ambiente più consono per il personaggio e per le storie dal tono noir che lo scrittore inglese è interessato a raccontare.

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Come nei cicli più ispirati della sua carriera, Ellis si avvicina al character di cui si appresta a raccontare le vicende rispettando la tradizione del personaggio, ma allo stesso tempo sconvolgendone lo status quo e proiettandolo nel futuro. Lo scrittore inglese opta per lo stile asciutto e infarcito di azione, simile ad un episodio del serial 24, da lui inaugurato con Global Frequency durante il suo periodo alla Wildstorm e utilizzato ancora durante il suo breve ciclo di Secret Avengers. Proprio in queste storie Ellis cominciava la sua marcia di avvicinamento al personaggio di Moon Knight, ridefinendone il look grazie alle matite di Micheal Lark nella storia Aniana e trasformandolo da problematico vigliante notturno in preda a una perenne crisi di identità a risoluto agente segreto. Ellis porta a compimento l’opera di trasformazione del personaggio in questo volume: viene sancito definitavamente che la teoria che stava alla base di tutte le precedenti versioni del personaggio, cioè che il Cavaliere Lunare fosse afflitto da DDI (Disturbo Dissociativo dell’Identità), era sempre stata errata. Moon Knight è stato davvero scelto da una entità ultraterrena per essere il suo agente nel nostro mondo, e il suo cervello ha creato identità diverse per accettare quello che alla ragione umana risulta inspiegabile.

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Ellis non rompe con la tradizione del personaggio: c’è sempre il crociato notturno di bianco vestito, l’aliante a forma di mezzaluna, il dio egizio Khonshu… ma tutto è completamente diverso.  Se con Stormwatch aveva trasformato una serie di scarso successo incentrata su un supergruppo non troppo originale nella serie più influente e imitata degli anni '90 e primi anni 2000, con Moon Knight lo sceneggiatore inglese compie l’ennesimo strabiliante rinnovamento di un franchise che sembrava aver ormai giocato tutte le sue carte. I dialoghi taglienti come rasoiate, lo script che catapulta immediatamente il lettore nel vivo dell’azione senza inutili fronzoli, sono il marchio di fabbrica di un Ellis che segna un distacco profondo dallo stile prolisso e, come è stato definito dalla critica, decompresso, di Brian Micheal Bendis, deus ex machina dell’ultimo decennio del Marvel Universe e ultimo sceneggiatore ad essersi cimentato con le avventure di Moon Knight prima dell’avvento dell’autore inglese. In ultima analisi, quello operato di Ellis è l’aggiornamento brillante di un topos, quello del Cavaliere Solitario che arriva in città per portare la giustizia e raddrizzare i torti, l’escluso rancoroso verso il sistema che opera ai confini della legge, togliendo le castagne dal fuoco ad istituzioni ormai inadeguate.

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Il risultato finale, però, non sarebbe potuto essere ugualmente entusiasmante senza le tavole di Declan Shalvey, giovane disegnatore irlandese fattosi notare precedentemente con Thunderbolts e Deadpool. Le pagine di questo volume di Moon Knight ci parlano di un talento puro, uno dei più cristallini tra quelli emersi sulla scena fumettistica degli ultimi anni. Le illustrazioni di Shalvey accompagnano la sceneggiatura di Ellis con uno storytelling fluido ed essenziale, che riesce nel compito, non facile, di tradurre in immagini lo stile narrativo dello scrittore. La composizione tradizionale della tavola lascia spesso il campo ad ardite soluzioni sperimentali che lasciano di stucco il lettore: il climax dell’arte di Shalvey viene toccata nella quarta storia del volume, Sonno, dove la rappresentazione onirica della dimensione del Sogno raggiunge vette di eccellenza artistica inusuali per un comic book seriale, quasi da avanguardia. Menzione d’onore per i colori densi di Jordie Bellaire, completamento ideale ai disegni di Shalvey.

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Moon Knight: Dalla Morte rappresenta una felice eccezione nella produzione Marvel più recente, dominata da logiche commerciali e da una certa sudditanza nei confronti della propria divisione cinematografica. Ellis & Shalvey confezionano un manuale in sei capitoli su come si possono (e, aggiungerei, si devono) realizzare i fumetti di supereroi nel 2015, rendendo degli stereotipi ormai ampiamente abusati nuovamente freschi ed originali. Particolarmente felice poi la veste editoriale scelta della Panini, un elegante volume cartonato dal costo contenuto che ci sembra il modo ideale di presentare questo primo, vero must have del 2015.

Zenith 1 Fase Uno

Ci sono opere che, a volte involontariamente, a volte per precisa volontà del proprio autore, incarnano lo zeitgeist, lo spirito del momento storico in cui sono uscite. Opere che, quando finalmente le leggi, ti sembra di averle già lette, ma solo perché quel materiale era ispirato proprio da queste opere. Se entambe le affermazioni possono essere accolte quando si parla di un classico ritrovato come il Miracleman di Alan Moore, di cui Panini Comics da circa un anno propone la splendida ristampa rimasterizzata, lo stesso possiamo senza dubbio dire di Zenith, opera seminale di un giovane Grant Morrison raccolta dalla stessa casa editrice modenese in eleganti volumi cartonati, il primo dei quali è arrivato sugli scaffali delle fumetterie da pochi giorni.

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Uscita per la prima volta a puntate nel 1987 sulla prestigiosa rivista 2000AD, vera e propria palestra per un nutrito gruppo di giovani autori inglesi che tra la metà degli 80 e i primi anni '90 tenteranno il grande salto nel fumetto americano, come gli stessi Moore e Morrison ma anche Alan Grant e Pat Mills, Zenith raccontava cosa volesse dire essere un giovane supereroe negli anni '80 dominati dall’edonismo, dall’estetica da videoclip, e dai tormentoni da classifica pop realizzati da scaltri produttori come Stock-Aitken-Waterman per idoli dei teenager come Rick Astley e Kylie Minogue. Modellato sulle sembianza del divo per una stagione Nick Kamen, one hit wonder dell’epoca, ma dotato del sarcasmo graffiante e del ciuffo ribelle di Morrissey, idolatrato leader degli Smiths, Zenith è un supereroe pigro e svogliato, lontano anni luce dal binomio power & responsability di marvelliana memoria, che si preoccupa solo di apparire sulle copertine e scalare le classifiche con i suoi album e singoli di musica pop. Non è un campione del popolo, a parte quello di MTV; non combatte per le ingiustizie, occupazione a suo modo di vedere dannosa che ha condotto ad una morte misteriosa i suoi genitori, eroi degli anni '60 appartenenti al supergruppo Cloud 9. Non potrà però sottrarsi a lungo alle sue responsabilità, quando il ritorno di una minaccia del passato lo costringerà a scendere in campo.

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Morrison parte dal classico materiale della DC e Marvel delle sue letture d’infanzia e adolescenziali, omaggiandolo (il protagonista sembra essere uscito fuori da una versione anarcoide dei Teen Titans, la celebre serie DC sui sidekick, gli aiutanti dei supereroi adulti; l’antagonista, il superuomo nazista Masterman, è un omaggio diretto ai fumetti bellici di Roy Thomas, in particolare il marvelliano The Invaders), ma contaminandolo con una visione post punk fortemente anti-sistema. Sferzante la critica diretta alla politica del governo Thatcher, origine di tensioni sociali, che sembra creare le condizioni per l’invasione della nostra realtà da parte di creature demoniache di lovecraftiana memoria, ma bassa anche la considerazione per i politicanti, casta abietta dedita alla spartizione del potere, a cui partecipano anche vecchi e celebrati campioni del popolo, come il vecchio eroe Peter St. John, che una volta eletto volta le spalle ai bisogni della gente.

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Deciso a non ricalcare le atmosfere plumbee del Watchmen di Alan Moore, Morrison da una parte opta per uno stile in grado di riprodurre, come da lui stesso affermato, “l’ariosa superficialità della cultura pop degli anni '80”, dall’altra non sfugge al ruolo di attento critico della politica e della società di quegli anni. Lo sceneggiatore raffigura con spietata sincerità un mondo post ideologico, in cui la speranza di un mondo migliore è fallita con la sconfitta del flower power e la contemporanea scomparsa dei supereroi degli anni '60, mentre i nuovi eroi, come Zenith, possono solo combattere per un posto nel talk show del conduttore Jonathan Ross (oggi anche autore di comics, di cui è uscito in questi giorni in Italia il primo lavoro, America’s Got Power, a chiusura di un cerchio ideale) o per conquistarsi un servizio fotografico sulla rivista The Face. Un Morrison in grande spolvero insomma, pronto a lanciarsi alla conquista degli States col suo successivo incarico, e primo per una major americana, Animal Man. Al reparto grafico ottimo lo storytelling di Steve Yeowell, che diventerà un collaboratore abituale di Morrison in avventure americane come The Invisibles e Skrull Kill Crew.

Un’opera nata negli anni degli yuppies e del liberismo sfrenato, ma mai tanto attuale.

Doctor Who: il ritorno a fumetti del nono Dottore

Con una uscita prevista prevista per il 1° aprile negli States, ha debuttato online l’anteprima della nuova miniserie in 5 parti della Titan Comics dedicata al Dottore per antonomasia della tv britannica, Doctor Who: The Ninth Doctor.

Scritta da Cavan Scott, già autore della guida Doctor Who: Who-ology e di alcuni episodi degli spin-off televisivi dedicati al mondo del Dottore, la serie vedrà il ritorno della nona incarnazione del Dottore, quella interpretata da Christopher Ecclestone nel 2005. Aiutato dai suoi compagni di avventure, Rose e Captain Jack, il Dottore cercherà di recuperare la tecnologia del Signore del Tempo, venduta al mercato nero intergalattico alla fine della Time War. Riusciranno i tre viaggiatori temporali ad evitare una nuova Guerra del Tempo?

Completano il team creativo Blair Shedd ai disegni e Alice X. Zhang alle copertine. Nella gallery in basso, un'anteprima dell'labo diffusa da CBR.

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Swamp Thing di Alan Moore: 1 - Grandi Opere Vertigo

Corre l’anno 1983 e la scena dei comics americani è dominata dalla Marvel. La cura di Jim Shooter, eccentrico e dispotico editor in chief,  iniziata alla fine del decennio precedente, ha sortito i frutti sperati partorendo cicli fondamentali nella storia del fumetto americano come Uncanny X-Men di Chris Claremont & John Byrne, Daredevil di Frank Miller, Fantastic Four di Byrne e Thor di Walt Simonson. I fumetti DC, ancora realizzati da vecchie glorie della Silver Age come Curt Swan o da vecchi leoni come Gerry Conway, Gene Colan e Don Heck, transfughi dalla Marvel a seguito dell’instaurazione del regime Shooter, appaiono inevitabilmente in ritardo se confrontati con le memorabili run sopra citate. Ma è solo la quiete prima della più grande tempesta che sconvolgerà il fumetto americano degli anni '80 e che passerà alla storia come British Invasion: apripista di questa vera e propria rivoluzione stilistica e di contenuti sarà un giovane scrittore dal futuro luminoso, Alan Moore.

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Moore, inglese di Northampton, nel 1983 è pressoché uno sconosciuto per il mercato americano, ma il suo lavoro sulle celebri riviste antologiche inglesi 2000AD e Warrior, attira l’attenzione di Len Wein, editor della DC. Wein, con un passato importante di scrittore alla Marvel (sua l’ideazione, tra gli altri, del personaggio di Wolverine), è preoccupato per le sorti di The Saga of The Swamp Thing, testata dedicata al personaggio della Cosa della Palude, character dalle storie a tinte horror da lui stesso creato un decennio prima per le matite di Bernie Wrightson. Nonostante un film dedicato al personaggio diretto da Wes Craven uscito l’anno precedente, le vendite colano a picco, nel disinteresse generale. Wein, all’epoca editor della testata, si mette alla ricerca di uno scrittore che possa portare nuova linfa vitale alla serie e la scelta ricade sul giovane Moore. L’editor americano era infatti un sincero estimatore del lavoro seminale di Moore su serie come Marvelman (dove aveva iniziato il discorso del revisionismo dei supereroi, successivamente ampliato nei lavori americani) e V for Vendetta. Siamo lontani dall’epoca di Internet e dei Social Network, ma Wein riesce a procurarsi il numero di telefono di Moore e a formulargli la fatidica proposta. Dopo un’iniziale incredulità, Moore accetta e il resto è storia.

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Il primo volume della nuova edizione Deluxe, curata da Rw Lion, contiene gli episodi 20-27. Con l’episodio 20, spesso saltato nelle prime raccolte della saga, Moore chiude le trame sviluppate dal precedente sceneggiatore: l'episodio 21, la seminale Lezione di anatomia, è unanimemente considerato lo starting point dello sceneggiatore di Northampton. In sole 23 pagine Moore sconvolge completamente il mondo della Cosa della Palude, operando un ribaltamento di prospettiva mai visto fino ad allora nel fumetto supereroistico americano. Alla fine dell’episodio Swamp Thing non è più un essere umano tramutato in mostro da un esperimento scientifico andato storto, ma l’avatar di una forza primordiale, il Verde, contrapposto al Rosso, il mondo animale. La sua ricerca non è più quella dell’umanità perduta (o, come scoprirà, mai posseduta perché innesto artificioso di ricordi non propri) ma, alla luce di questa drammatica scoperta, quella del proprio posto nel mondo. Swamp Thing di Moore è probabilmente il primo fumetto mainstream ad avere una fortissima connotazione ecologista e ambientalista, anticipando di pochi anni l’Animal Man di Grant Morrison. Memorabile la rappresentazione della Justice League, ritratta come un consesso di semidei che discute delle cose degli uomini con distacco, chiusi nel loro satellite in orbita intorno alla Terra: menzione speciale per la descrizione di Flash, che Moore definisce in poche parole “un uomo che si muove così velocemente che la sua vita è una galleria infinita di statue”.

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Sono stati scritti saggi sulla prosa di Alan Moore e non ci dilungheremo ulteriormente nell’analisi, ma a una rilettura di queste storie dopo tanti anni appare evidente il motivo di un impatto tale da cambiare il corso della storia del fumetto americano: una scrittura simile, che non è azzardato paragonare allo stream of conscioussness della letteratura Joyciana, non aveva mai nobilitato le didascalie di un fumetto prima di allora. Quindi ecco perché Swamp Thing, ecco perché oggi: i volumi di questa nuova edizione deluxe ci danno l’occasione di riscoprire l’opera che ha importato negli States il discorso del revisionismo supereroistico, cominciato da Moore in patria col celebre Marvelman/Miracleman, e che porterà da li a pochi anni al trionfo di Watchmen, allo sbarco nel mercato americano di altri giovani sceneggiatori inglesi come Neil Gaiman, Grant Morrison, Peter Milligan e Jamie Delano, e alla conseguente creazione di una sottoetichetta dedicata ai loro lavori, la Vertigo.

Non si possono non citare le matite dettagliate di Stephen Bissette e le chine ombrose ed evocative di John Totleben, che si amalgano alla perfezione alla prosa di Moore nella sua rappresentazione di un mondo fatto di paludi, misteri e strani incontri.
Una ristampa preziosa per un’opera imperdibile, che non ha perso nulla del suo impatto dirompente.

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