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Luca Tomassini

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Klaus, recensione: Le origini segrete di Santa Claus secondo Grant Morrison

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In una non meglio precisata e innevata regione dell’Europa del Nord, il cacciatore Klaus torna dopo molti anni nella città fortificata di Grimsvig per vendere pelli di animali, unica fonte di sostentamento per lui possibile. Ma durante gli anni della sua assenza le cose sono cambiate, e di molto: l’accogliente città è diventata tetra e inospitale, e l’avvilita popolazione subisce senza reagire la dittatura dello spietato reggente, Lord Magnus, che costringe gli uomini della comunità a turni di lavoro sfiancanti nelle miniere, sommergendoli di tasse. Come se non bastasse, il tiranno è deciso a sottrarre al popolo ogni forma di gioia e di svago, a cominciare dai festeggiamenti per la ricorrenza dello Yule, nella quale le famiglie si riuniscono per condividere sontuosi banchetti e scambiarsi doni: la tradizione vuole che ai bambini, in particolare, vengano regalati dei giocattoli. Ma il malvagio tiranno ordina alle sue guardie di sottrarre i giocattoli a tutti i bambini del villaggio, per farne dono al suo viziato figlio, Jonas.

Dopo aver assistito al maltrattamento di alcuni bambini da parte delle guardie di Magnus, Klaus non può restare in disparte: il selvaggio attacca i soldati ma questi lo soverchiano in numero, e il cacciatore ha la peggio. Ferito, Klaus si ritira chiedendosi come possa aiutare gli abitanti di Grimsvig a liberarsi della dittatura e i bambini a recuperare lo spirito gioioso della festività dello Yule: quando è sul punto di disperare, arriva in suo soccorso il mistico popolo lucente che gli conferisce abilità straordinarie. Il cacciatore potrà così fare ritorno nel villaggio per combattere l’oppressore e riportare il sorriso sul volto dei bambini, ai quali farà trovare sotto l’albero giocattoli da lui fabbricati, gesto che rappresenta contemporaneamente un atto di generosità e una sfida lanciata all’odioso regime. Klaus diventerà ben presto una figura mitica e leggendaria, beniamino del popolo e acerrimo nemico del tiranno che cercherà in ogni modo di catturarlo.

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Arriva finalmente in Italia grazie a Panini Comics Klaus, miniserie con la quale Grant Morrison narra le origini di un personaggio iconico della cultura popolare come Santa Claus. Il guru scozzese si cimenta per la prima volta in carriera con una fiaba, abbandonando momentaneamente la narrazione metatestuale e le atmosfere psichedeliche che ne hanno fatto uno degli autori più complessi, studiati e amati del fumetto contemporaneo. Una fiaba, dicevamo, ma partorita comunque dal sovversivo autore di Animal Man, Doom Patrol e Invisibles: non aspettatevi quindi rassicuranti e bonari vecchietti paffuti che condividono la propria abitazione con elfi vestiti di verde. Il “Babbo Natale” di Morrison è l’archetipo del loner e del badass, un intrigante incrocio tra Wolverine, Conan, Robin Hood e Batman. Con Logan condivide il fascino dell’individuo solitario e carismatico, che torna in città per portare ordine e giustizia come in un western di Sergio Leone, oltre a costituire l’inevitabile oggetto del desiderio per la fanciulla di turno, qui rappresentata da Lady Dagmar, la bella moglie di Lord Magnus con cui Klaus aveva condiviso una storia d’amore in gioventù; è selvaggio come il Cimmero e se ne infischia dell’ordine costituito, peraltro instaurato da un regime oppressivo e tirannico, e come Conan è un maestro nel brandire la spada; ha una coscienza sociale come Robin Hood che riflette quella dello stesso Morrison, cresciuto in un paese di minatori vicino Glasgow e fiero oppositore, in gioventù, della politica economica della Sig.ra Thatcher; agisce nella notte avvolto nel suo mantello, atletico e furtivo come il Cavaliere Oscuro.

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D’altronde, Morrison è pur sempre uno dei migliori scrittori di supereroi su piazza, abile come nessun altro a metterne in risalto la carica iconica e a riscriverne origini e motivazioni per i tempi moderni. Nell’approcciarsi a Klaus, Morrison segue lo stesso schema utilizzato per le sue felici gestioni di Superman e Batman, icone pop usate da Morrison come latori di un messaggio positivista che può portare un cambiamento benigno nel mondo; da questo punto di vista, nonostante la veste fiabesca, Klaus è un’opera perfettamente coerente col resto del corpus dello produzione dello scozzese. Tra le sue pagine, troviamo tutte le tematiche tipiche dell’autore di Multiversity, dall’irrinunciabile vocazione alla psichedelia (qui rappresentata dall’apparizione del popolo lucente), allo sciamanesimo, passando per i vimana indiani, le prese di posizione politiche come sottolineato poc’anzi, per arrivare alla fede incrollabile nella magia. Nelle mani di Morrison, anche una fiaba che narra le origini di Santa Claus può diventare un esempio di controcultura che veicola un messaggio di libertà, comprensibile anche da lettori non iniziati, a differenza di quanto accade con le sue opere più complesse. Non male per una favola! E poi diciamo la verità: con tutto il rispetto per le renne, questo Babbo Natale che arriva alla riscossa in sella ad una slitta trainata da lupi siberiani, armato da uno spadone degno di Conan non si batte.

Una bella sorpresa è rappresentata dal comparto visivo, dove il nuovo arrivato Dan Mora gestisce con la sicurezza del veterano matite e colori: stupenda la rappresentazione della città medievale di Grimsvig, piena di dettagli che trasportano il lettore all’interno della fiaba; potente la resa del selvaggio Klaus, erede dei migliori eroi sword’n’sorcery. Un tratto davvero piacevole quello dell’artista costaricano, abilissimo nella caratterizzazione grafica dei personaggi e nel costruire tavole improntate al dinamismo e al forte impatto visivo. Felicissima anche l’uso della palette cromatica, con un altalenarsi di colori freddi e caldi a seconda che ci troviamo esposti ad una tormenta di neve che gela le ossa o riscaldati dal calore di una torcia nelle scene d’interni. Non crediamo di sbagliare se pronostichiamo un futuro da star per il buon Dan Mora.

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Panini Comics propone Klaus nel consueto formato cartonato softouch, ormai un piacevole standard per la casa editrice modenese. Lettura obbligata di questo Natale 2017, da regalare ad amici e parenti che vogliano rendersi conto delle infinite potenzialità del mezzo fumetto, anche quando ha a che fare con personaggi così profondamente radicati nell’immaginario popolare collettivo.

Mad Run 4: Attenti a Cap-Wolf! Il Captain America di Mark Gruenwald

Bentornati su Mad Run, la rubrica che affronta senza peli sulla lingua le storie a fumetti più bizzarre mai concepite! E a proposito di peli, oggi parleremo di uno storyarc decisamente trash, una pagina poco gloriosa nella carriera di una Leggenda Vivente, per quanto inserita in una run di tutto rispetto: racconteremo di quella volta che Mark Gruenwald trasformò Capitan America in un lupo mannaro! Signore e Signori, ecco a voi Cap-Wolf!

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Mark Gruenwald è stato un nume tutelare della Marvel per tutti gli anni ’80 e fino al 1996, anno della sua prematura scomparsa dovuta ad un difetto cardiaco congenito mai diagnosticato prima. Pilastro dello staff redazionale, Gruenwald vantava una conoscenza certosina della continuity Marvel, di cui ricordava con precisione anche i dettagli apparentemente meno significativi. In virtù di questa sua competenza enciclopedica, organizzava ogni anno un contest con il quale permetteva ai lettori di sfidarlo con domande impegnative sull’universo Marvel, alle quali riusciva a rispondere senza problemi. A lui si deve l’idea di catalogare l’immenso parco personaggi dell’editore, intuizione sfociata nel celeberrimo Official Handbook of the Marvel Universe. Come editor, supervisionò testate storiche come Avengers e Thor, ma è a Captain America che Gruenwald legherà indissolubilmente il suo nome. Già supervisore della testata, “Grue” ne diventò lo sceneggiatore nel 1985, quando Jean-Marc DeMatteis lasciò l’incarico dopo un ciclo acclamato. Partendo in sordina, l’autore realizzò una run dalla durata decennale (1985-1995), fornendo una visione del personaggio considerata da molti definitiva. Il Capitan America di Gruenwald è l’incarnazione del Sogno Americano inteso come capacità di affermarsi secondo le proprie possibilità e a dispetto di ogni difficoltà, esprimendo appieno il proprio potenziale. Non è un caso che, per la maggior parte del ciclo, l’identità civile di Steve Rogers venga messa decisamente in secondo piano, a vantaggio della dimensione simbolica ed iconica del Capitano. Durante la sua gestione della serie del Discobolo, Gruenwald introdusse personaggi che sarebbero diventati fondamentali per la continuity della serie e del Marvel Universe in generale come John Walker, che prenderà il posto del Capitano per poi diventare un eroe indipendente col nome di U.S. Agent, lo spietato Crossbones, minacce come la Squadra dei Serpenti, l’antinazionalista Spezza-Bandiera e la milizia di estrema destra dei Cani da Guardia, che non esita a commettere atti di terrorismo per preservare, a dir loro, i valori americani dall’immoralità. Il Cap di “Grue” era un divertentissimo fumetto d’azione, che rifletteva però i timori e le preoccupazioni dello scrittore per la situazione contingente del suo Paese. Saghe come quella del Nuovo Capitan America (Speciale Capitan America 2, Star Comics), Bloodstone Hunt (Speciale Capitan America Estate 1994, Marvel Italia) e Streets of Poison (Marvel Extra 7, Marvel Italia) sono delle piccole gemme, se doveste trovarne delle copie in qualche mercatino dell’usato non ve le fate sfuggire: non ve ne pentirete.

Come dicevamo, la run di Mark Gruenwald sulla testata del Discobolo durò la bellezza di dieci anni, un arco temporale importante e impensabile per l’industria di oggi spesso alle prese con rilanci e reboot che non consentono più l’identificazione di un autore con una serie o un personaggio. Nella parte finale del suo ciclo, però, l’ispirazione dello scrittore cominciò a vacillare e la saga di Cap-Wolf è generalmente considerata uno scivolone nell’economia di un ciclo comunque fondamentale per la Sentinella della Libertà. Lo storyarc venne pubblicato nell’estate del 1992 in sette numeri con cadenza quindicinale.
Tutto comincia in Captain America 402. In una cittadina della contea di New York, Starkesboro (non c’era un altro nome?) si sono consumati alcuni atroci delitti. I cadaveri sembrano essere stati mutilati da una grossa bestia. Nel frattempo, nella base dei Vendicatori, Capitan America comunica alla Vedova Nera che si concederà una licenza dal gruppo per andare a cercare il suo amico e pilota John Jameson, figlio del burbero editore del Daily Bugle, che non dà sue notizie da settimane. Jameson Junior, ex astronauta, era diventato in passato il terribile Uomo Lupo dopo aver rinvenuto, durante una spedizione, un frammento di pietra lunare che lo aveva trasformato in un licantropo. Solo l’intervento dell’Uomo Ragno aveva potuto salvarlo. Cap teme che John possa essersi ritrasformato nel lupo mannaro. Dopo una inutile visita al Bugle, dove non riesce ad avere alcuna informazione dal padre di John, J. Jonah Jameson, Steve decide di chiedere l’aiuto di un mistico. Constatata l’indisponibilità del Dottor Strange, Cap si dirige verso Boston, al cospetto di colui che all’epoca era la seconda autorità dell’Universo Marvel nel campo della magia: Il Dottor Druido, ex membro dei Vendicatori.

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Il mistico acconsente ad accompagnare Cap nella sua investigazione sui luoghi degli omicidi. Poco dopo il loro arrivo, i due vengono attaccati da un aggressivo essere ferino.

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Quando stanno per avere la peggio, arriva un misterioso mercenario, Moonhunter, che rapisce la bestia.

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Il Capitano lo insegue e lo attacca, ma nello scontro ha la peggio. Il mercenario consegna la belva a colei che è responsabile della trasformazione in licantropi degli abitanti di Starkesboro: si tratta della Dottoressa Nightshade, che il Discobolo aveva già affrontato in passato. La donna non lavora però da sola: è al servizio di un misterioso padrone, in possesso della gemma lunare di Jameson, che trama nell’ombra.

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A questo punto arriva un ospite inaspettato: il mutante conosciuto come Wolverine! Anche l’X-Man sta indagando sugli omicidi e le tracce che ha seguito lo hanno condotto fino alla villa che funge da base del malefico duo. Nightshade gli scaglia contro un gruppo di licantropi: esausto, il mutante viene infine abbattuto da Moonhunter.

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La Dottoressa prova a trasformare anche Logan in un licantropo, ma il suo fattore rigenerante non glielo permette; riesce comunque a prendere il controllo della mente dell’X-Man, scagliandolo contro Capitan America, sopraggiunto nel frattempo.

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Il Discobolo ha la peggio e viene catturato. Nightshade a questo punto può usare il suo trattamento contro di lui. La trasformazione è inevitabile: ecco Cap-Wolf!

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Il Cap mannaro fugge, e deve di nuovo affrontare Wolverine, mandato a catturarlo.

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Nel frattempo, Il Dottor Druido ha scoperto l’identità della mente dietro l’intera vicenda: è Dredmund Cromwell, mistico con mire di conquista.

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Intanto, nelle segrete della villa, il prigioniero Cap-Wolf fa proseliti fra i licantropi, persone trasformate contro la propria volontà da Cromwell per formare un esercito ai suoi ordini. Tra i prigionieri c’è anche Wolfsbane, membro ferino di X-Factor, attirata sul posto dalla forza irresistibile della Pietra Lunare. Stessa cosa è successa a Feral, membro di X-Force. La sua sparizione mette in allarme Cable, leader della formazione mutante, che si mette sulle sue tracce.

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A questo punto direte: ma come mai tutti questi ospiti provenienti dalle serie mutanti? La risposta è semplice: siamo nel 1992 e da più di dieci anni la serie degli X-Men e i suoi spin-off sono le più vendute della Marvel, mentre le serie di Cap, Thor, Iron Man e dei Vendicatori languono spesso nei bassifondi delle classifiche. Con qualche comparsata di Wolverine, Cable e soci si spera di vendere qualche copia in più. Sembra incredibile oggi, abituati come siamo alla saga cinematografica degli Avengers, ma in quel momento storico sfruttare il grande successo degli X-Men era la norma.
Tornando alla nostra saga, Cap-Wolf e gli altri licantropi scappano dalla loro cella, ma non fanno in tempo ad impedire a Cromwell, che ha sconfitto il Dottor Druido, di usare la pietra lunare per diventare un potente “Signore dei Lupi”.

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Con l’aiuto del sopraggiunto Cable e di un Wolverine ormai libero dal giogo mentale di Nightshade, Cap-Wolf riesce ad avere la meglio sul suo nemico.

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La Dottoressa Nighshade, rimasta sola, somministra la cura per la licantropia al Capitano e a John Jameson, che era in effetti uno dei licantropi trasformati dalla coppia di villain. La saga si chiude con l’addio di John: il pilota comunica al Capitano che non tornerà con lui alla base dei Vendicatori, dove aveva prestato servizio come pilota, ma che partirà per cercare il suo posto nel mondo.

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Anche se il ciclo di Cap-Wolf non è stato certo il momento più luminoso della pluridecennale carriera della Sentinella della Libertà, voglio spezzare una lancia per il compianto Mark Gruenwald: questa saga dalle premesse già traballanti (e certamente non aiutata dalle matite tutt'altro che memorabili del modesto Rik Levins) non può macchiare la qualità di altri suoi lavori, come il resto della sua notevole run di Captain America. Mi fa piacere ricordare in questa sede anche Quasar, collana dedicata al Vendicatore Cosmico interamente scritta da Grue, graziata ad un certo punto dalle matite di un debuttante Greg Capullo, futuro disegnatore di Spawn e Batman, una delle letture preferite della mia adolescenza. O la miniserie dello Squadrone Supremo, che anticipò alcune tematiche realistiche, tipiche del fumetto revisionista, che poi sarebbero state riprese in opere più blasonate come Watchmen. Gruenwald andava così fiero di questo suo lavoro che chiese espressamente che le sue ceneri fossero raccolte e mescolate all’inchiostro usato per la prima stampa della raccolta in volume dell’opera. Grazie Mark, per l’amore e la passione che hai messo sempre nel tuo lavoro: non sarai dimenticato.

È tutto per questa puntata di Mad Run: fate attenzione alle notti di luna piena, commentate sulla nostra pagina Facebook e fateci sapere se c’è una "mad run" a cui vorreste che dedicassimo una puntata della nostra rubrica!
Fino a quel momento… HEY, HO, LET’S GO!

House Of Penance, recensione: Lo strano caso di Sarah Winchester tra ghost story e western

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“Dobbiamo imparare a vivere tutti insieme. I vivi e i morti”.
(The Others, di Alejandro Amenabar, 2001).

La Winchester House è una delle attrazioni turistiche più popolari della città di San José, nella California del Nord. È una residenza dalle dimensioni gargantuesche, che ha fama di essere stregata. L’origine della dimora affonda le sue radici in una vicenda umana tragica, quella di Sarah Pardee Winchester, erede della fortuna dell’omonima famiglia al cui patriarca, Oliver, si deve la nefasta invenzione della famigerata carabina. Sarah aveva sposato l’unico figlio maschio del vecchio, William, e dopo pochi anni la coppia aveva avuto una bambina, Annie. Ma un destino infausto attendeva la sfortunata famiglia. La piccola Annie morì nel 1866, poche settimane dopo la nascita, di marasma infantile, una forma di malnutrizione dovuta a uno svezzamento precoce. Nel 1881 la raggiunse anche William, ucciso dalla tubercolosi, lasciando Sarah in un gravissimo stato di prostrazione mentale dalla quale non si sarebbe mai più ripresa. La donna, ricchissima erede del 50% della fortuna della Winchester Repeating Arms Company, si rivolse a uno spiritista, pratica piuttosto in voga negli Stati Uniti di fine ‘800, per scoprire se sulla sua famiglia pendesse una maledizione. Il medium le confermò questo sospetto, precisandole che la famiglia era stata maledetta da tutti gli spiriti delle persone uccise dal fucile Winchester, e invitò la donna a trasferirsi dal Connecticut, in cui risiedeva, a Ovest, per costruire un’immensa dimora che ospitasse lei e tutti gli spiriti. Il ciarlatano le intimò di non terminare mai i lavori, altrimenti la donna sarebbe morta. E i lavori andarono avanti, incessantemente, per 24 ore al giorno, 7 giorni la settimana, 365 giorni l'anno per i successivi 38 anni.

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Questi tragici fatti costituiscono l’antefatto a House Of Penance, miniserie uscita lo scorso anno per la Dark Horse ad opera di Peter J. Tomasi, Ian Bertram e Dave Stewart, edita in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink. Tomasi riprende la figura storica di Sarah Winchester e la rende protagonista di un avvincente ghost story, dove l’elemento fantastico si confonde con gli abissi della follia umana. Lo scrittore apporta alcuni cambiamenti rispetto alla vicenda reale, soprattutto di carattere temporale: la storia si svolge alla fine del secolo e i decessi di Annie e William Winchester sono accaduti a pochi mesi di distanza; inoltre, la Sarah che ci viene mostrata qui è più giovane della sua controparte reale. La donna ha già cominciato la costruzione della residenza, alla quale dedicherà la sua ingente fortuna e il resto della sua vita. La mano d’opera è fornita da un gran numero di operai, in realtà assassini giunti alla Winchester House in cerca di redenzione. Sarah li accoglie dando loro vitto e alloggio a patto di consegnare le proprie armi, che la donna provvede a fondere gettandole in una fucina, e di contribuire alla costruzione della casa. Un giorno arriva nella magione Warren Peck, un killer dall’oscuro passato: i fantasmi degli innocenti che ha ucciso, tra cui alcuni bambini, lo perseguitano. Tra tutti gli ospiti, è l’unico ad essere angosciato dagli stessi demoni della padrona di casa. E infatti i due si avvicineranno molto, diventando l’un per l’altra l’unico essere umano con cui stabilire una connessione. Nel frattempo, dovranno fare i conti con apparizioni terrificanti e con i continui lavori di ampliamento della magione, allo scopo di renderla un labirinto inestricabile per gli stessi spettri che la abitano.

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Peter Tomasi, veterano dello staff editoriale della DC Comics per la quale ha supervisionato e sceneggiato importanti cicli di Green Lantern Corps, Batman & Robin e Superman, scrive un emozionante romanzo horror a fumetti di rara finezza psicologica, dove l’elemento orrorifico, splendidamente visualizzato dalle tavole di Ian Bertram, è strettamente connesso al disagio mentale dei protagonisti. Commovente il ritratto di Sarah Winchester fornitoci dall’autore, una donna che ha perso tutto e che dedica il resto della sua vita a quella che lei percepisce come una missione irrinunciabile che il resto del mondo giudica solamente follia. Struggenti i suoi monologhi, in cui si rivolge alla figlia e al marito defunti. Notevole è la costruzione della suspense da parte di Tomasi, che riesce a trascinare il lettore nella spirale di follia da cui è afflitta la protagonista, rendendo precaria la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è immaginario: impossibile non pensare a classici del genere come i racconti di Edgar Allan Poe, il Giro di Vite di Henry James e la sua traduzione cinematografica, Suspense di Jack Clayton, o thriller come The Others di Alejandro Amenabar e The Orphanage di Juan Antonio Bayona, opere in cui l’elemento fantastico è spesso solamente una suggestione ed un pretesto per indagare i recessi più oscuri della mente umana. Una grandissima prova d’autore per Tomasi, fin qui noto soprattutto per la sua produzione supereroistica, come notevole è l’apporto del già citato Ian Bertram ai disegni. L’illustratore regala all’opera immagini di notevole impatto, soprattutto nella raffigurazione dell’inquietante Winchester House, un dedalo volutamente privo di qualsiasi criterio architettonico che nelle intenzioni della padrona di casa avrebbe dovuto metterla al sicuro dagli spiriti rabbiosi che la infestavano. Ecco quindi scale che portano verso il nulla, porte che si aprono sul vuoto o che nascondono dei muri, il tutto studiato per disorientare e confondere gli spettri. Una follia che viene resa con rigorosa furia geometrica da Bertram, che riempe i corridoi e le stanze della villa di fiumi di sangue ed interiora visibili solo dalla povera Sarah, come penitenza per le colpe dei Winchester. Significativo è inoltre l’uso delle onomatopee, in particolare i “blam” di cui Bertram inonda le tavole dedicate ai lavori di costruzione della casa: scambiati per colpi di pistola, sono i realtà i colpi di martello battuti dagli operai, che tramite questa associazione di idee non possono mai dimenticare il loro passato di assassini e le atrocità che hanno commesso.

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Ricordiamo, in conclusione, l’apporto rilevante dei colori di Dave Stewart, abituale collaboratore di Mike Mignola per le storie di Hellboy e quindi decisamente a suo agio con le storie di fantasmi, che siano veri o il frutto di una mente devastata dal dolore.

Daredevil Collection 15: Sognatore Americano, recensione: quando Ann Nocenti prese il posto di Frank Miller

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La storia della arti è ricca di successioni ed avvicendamenti creativi rischiosi sulla carta ma che in seguito si sono rivelati felici. In ambito musicale se ne contano svariati esempi, basti pensare alla fuoriuscita di Roger Waters dai Pink Floyd, che proseguirono il loro percorso sotto la guida di David Gilmour, straordinario chitarrista ma fino a quel momento “gregario” di lusso. Ancora più clamoroso fu la defezione di Peter Gabriel dai Genesis, gruppo del cui successo era stato il principale artefice, con la promozione di Phil Collins al ruolo di leader: se i Genesis di Gabriel erano stati tra i maggiori esponenti del rock progressive e di una musica colta e concettuale, quelli di Collins diventarono una band rock – pop da primo posto in classifica, capace di riempire gli stadi e di sfornare hit irresistibili. In entrambi i casi, un artista amato e rispettato abbandonava la sua creatura all’apice del successo, lasciando grosse incognite per il futuro. Tornando al fumetto, un caso similare fu la partenza di Jack Kirby dalla Marvel verso la DC nel 1970, evento che gettò nel panico Stan Lee e l’intero staff redazionale della Casa delle Idee: John Romita, che pure non era un novellino ma il rinomato disegnatore di Amazing Spider-Man, ancora oggi racconta dell’ansia che lo colse quando Lee gli comunicò di averlo scelto come successore del "King" sulle pagine di Fantastic Four.

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Un’ansia con cui fece i conti anche l’allora semisconosciuta Ann Nocenti quando, nel novembre del 1986, succedette a Frank Miller sulle pagine di Daredevil, nel il periodo più fulgido della carriera del cartoonist del Maryland. Dopo aver ridefinito il personaggio di Batman con The Dark Knight Returns, opera dalla portata rivoluzionaria di cui si interessano anche organi di stampa non specializzata, Miller torna alla Marvel per chiudere i punti lasciati in sospeso con la sua innovativa gestione di Daredevil, che ne aveva lanciato la carriera tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80. E lo fa con una tripletta straordinaria: gli audaci e sperimentali Daredevil: Love & War e Elektra: Assassin, in coppia con Bill Sienkiewicz e, soprattutto, Daredevil: Born Again per le matite di David Mazzucchelli. In quest’ultima, Miller faceva ritorno sulla serie regolare del Diavolo Rosso per raccontare la caduta in disgrazia di Matt Murdock orchestrata da Kingpin, venuto casualmente a conoscenza dell’identità segreta dell’eroe. La storia, ritenuta all’unanimità un capolavoro dell’arte sequenziale, univa alla consueta componente noir e hard-boiled con la quale Miller aveva reinventato il personaggio di Daredevil una forte dimensione spirituale, grazie all’uso di simboli religiosi e del cattolicesimo in particolare, confessione al quale l’eroe è devoto. Salutato da pubblico e critica come una pietra miliare del genere, al pari de Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, Rinascita divenne un classico istantaneo, da tutti ritenuta come la storia definitiva di Daredevil. Conclusa la saga, Miller si congedò nuovamente da Matt Murdock, diretto verso altri lidi. Si apriva quindi il problema della successione, una bella gatta da pelare con la quale pochi avevano voglia di confrontarsi. Steve Englehart, sceneggiatore veterano di Marvel e DC, nonché erede designato di Miller, si tirò presto indietro per divergenze creative. L’editor Ralph Macchio optò quindi per una soluzione “interna” e apparentemente di ripiego, rappresentata da Ann Nocenti. La Nocenti, a sua volta editor delle collane mutanti Uncanny X-Men e New Mutants, due tra i maggiori successi del decennio della casa editrice, è una delle personalità più interessanti nella lunghissima lista dei creativi che hanno collaborato con la Marvel. Giornalista e scrittrice dalle influenze colte, entra nello staff della Casa delle Idee agli inizi degli anni ’80, rispondendo ad un annuncio sul Village Voice. Pur non avendo mai letto fumetti di supereroi, dei quali anzi disprezzava l’immagina stereotipata con la quale venivano rappresentate le donne, viene comunque catturata dall’energia creativa, che lei definirà psichedelica, che viene rilasciata negli uffici dell’editore. Da li in poi il debutto come autrice è cosa breve, con titoli minori come Spider-Woman e Doctor Strange, fino ad arrivare alla miniserie dedicata a Longshot, l’eroe “fortunello” co-creato con Arthur Adams. Conscia di dover succedere ad un mostro sacro come Miller, la Nocenti si accomoda al timone di Daredevil con la stato d’animo di chi non ha nulla da perdere. Ne uscirà invece uno dei cicli più influenti e significativi di quel periodo.

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Sognatore americano, quindicesimo volume della collana Daredevil Collection, raccoglie la parte iniziale della lunga run della Nocenti, che si concluderà solo nell’Aprile del 1991. Se la porzione più celebre del ciclo nocentiano coincide con l’arrivo di John Romita Jr. alle matite e con l’inizio della saga di Typhoid Mary, questo volume ci dà l’occasione di riscoprire, a più di 25 anni dalla prima edizione italiana, storie che hanno lasciato un solco indelebile nella storia del personaggio e nella memoria dei lettori. Già con queste prime prove, l’autrice dimostra una spiccata propensione per le tematiche a sfondo sociale e politico, con un trasporto inedito per il fumetto mainstream. Il protagonista indiscusso è Hell’s Kitchen, il quartiere degradato dove Matt Murdock è nato e dove fa ritorno insieme a Karen Page alla fine di Rinascita, per iniziare una nuova vita insieme al suo grande amore perduto e ritrovato. Daredevil è quasi una presenza di contorno, un espediente narrativo necessario per conferire azione e dinamicità alla trama, che si confonde all’umanità varia che popola il quartiere. Reduci di guerra che faticano a ritrovare un posto nella società come Jack Hazzard, il protagonista della struggente storia d’apertura che dà il titolo alla raccolta, risposta della Nocenti alla retorica militaresca dell’era Reagan, già criticata da Bruce Springsteen con quella magistrale seduta di psicanalisi travestita da fanfara trionfante che era Born in the U.S.A.; assassini come Marciume, nati dalla paranoia di un possibile contagio da parte del prossimo visto solo come veicolo di infezione e da un’educazione materna fobica ed opprimente; oppure Joe, operaio che in uno scatto d’ira uccide il titolare della sua fabbrica, dedito ad ingozzarsi di caviale mentre si fa gioco delle giuste rivendicazioni dei suoi dipendenti. Ribattezzato il Killer del Caviale, sarà sfruttato da un giornalista senza scrupoli per fare carriera.

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La Nocenti, che non ha mai fatto mistero delle sue simpatie politiche tendenti a sinistra, portò nella serie dell’Uomo Senza Paura temi forti che mai erano stati trattati prima in un fumetto di supereroi, come il controllo dei media sugli individui all’alba della società delle comunicazioni di massa, o questioni sociali come la redistribuzione del reddito e il crescente inquinamento che rende le città invivibili. La passione e l’impegno civile di cui erano permeate le sue storie le attirarono non poche critiche, non ultima l’accusa di essere comunista (accusa che, negli anni successivi, avrebbe conosciuto nel nostro paese una buona dose di successo). Il comparto grafico del volume è assolutamente eterogeneo e composito, con il contributo di artisti molto diversi tra loro, a testimonianza della difficoltà riscontrate all'epoca nella ricerca di un degno successore di Miller e Mazzucchelli. Tra i nomi presenti spicca senza dubbio il maestro britannico Barry Windor-Smith, autore delle matite di Sognatore Americano, che all’epoca stava vivendo una seconda giovinezza (ricordiamo lo straordinario dittico di Vitamorte  e Lupo Ferito, suoi contributi coevi alla saga degli X-Men). Con il suo stile fortemente espressionista, l’autore cattura alla perfezione il dramma di Jack Hazzard, descritto con commossa partecipazione dalla prosa della Nocenti. Sfilano inoltre veterani come Sal Buscema, debuttanti alle prime armi ma destinati ad una fulgida carriera come Todd McFarlane, e mestieranti di lungo corso come Keith Pollard e Chuck Patton. La maggioranza delle storie è disegnata da Louis Williams, artista dalle matite stilizzate che non rubano l’occhio, ma che proprio per questo non distraggono il lettore dalla prosa lirica ed ispirata della Nocenti. Come detto in precedenza, la serie avrebbe presto accolto tra le sue pagine la star della matita John Romita Jr., destinato a formare con la scrittrice un connubio riuscitissimo. Ma questa è un’altra storia, che speriamo di raccontarvi presto.

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