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Luca Tomassini

Luca Tomassini

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Mad Run #6: Batman e il mistero dei Beatles

Bentornati su Mad Run, la rubrica più lisergica del panorama fumettistico italiano! Il nostro consueto spazio sta per arricchirsi di una colonna sonora importante, perché oggi parleremo dello straordinario incontro tra Batman, Robin e i Beatles! Portiamo le lancette dell’orologio indietro fino al 1970, anno in cui il Dinamico Duo incrociò la strada dei Baronetti più psichedelici di sua maestà! O quasi.

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L’albo in questione è Batman #222, scritto da Frank Robbins e disegnato da Irv Novick, autori di un importante ciclo del Crociato Incappucciato oscurato, però, dalla contemporanea e più celebrata run di Denny O’Neil e Neal Adams. In anni di riscoperta e di ristampe dei creativi più celebrati di Silver e Bronze Age, Robbins continua ad essere uno degli artisti più sottovalutati di entrambi i periodi, se non addirittura dimenticato. Eppure parliamo di un autore che ebbe il privilegio di lavorare col leggendario Milton Caniff, uno dei maestri assoluti del fumetto di tutti i tempi, e che creò una celebre striscia del dopoguerra, Johnny Hazard, che venne pubblicata per più di trent’anni sui maggiori quotidiani statunitensi.

Arrivato alla DC sul finire degli anni ’60, scrisse storie per Lois Lane e Superboy prima di vedersi assegnare entrambe le testate del Cavaliere Oscuro, Batman e Detective Comics. In coppia con Irv Novick, Robbins scriverà alcune tra le migliori storie di Batman del periodo, tra le quali vale la pena citare Un Colpo di troppo, thriller poliziesco che introduceva un cambiamento significativo nell’economia della serie, ossia la partenza di Robin/Dick Grayson per il college. Batman tornava quindi ad essere un giustiziere solitario, ricollegandosi alle sue radici gotiche. Tra gli altri contributi di Robbins al mito del Cavaliere Oscuro, ricordiamo Man-Bat, l’alter-ego mostruoso del Professor Langstrom che poteva trasformarsi in un vero ibrido tra uomo e pipistrello. Come dicevamo prima, le storie del Detective di Gotham firmate da Frank Robbins tendono oggi ad essere dimenticate, a favore di quelle coeve della celebre coppia O’Neil/Adams, e meritano senz’altro una riscoperta. Una significativa selezione è contenuta nel volume Batman dagli anni ’30 agli anni ‘70 pubblicato a suo tempo dalla Rizzoli – Milano Libri: se ne doveste trovare una copia in qualche bancarella dell’usato, non esitate a farla vostra.

Tornando a Frank Robbins, terminato il suo periodo alla DC si trasferirà alla Marvel dove lavorerà come disegnatore prima al Captain America scritto da Steve Englehart, in piena “Saga di Nomad”, e successivamente a The Invaders, la serie di ambientazione bellica scritta da Roy Thomas con protagonisti il Capitano e i suoi alleati in lotta contro le forze dell’asse durante la Seconda Guerra Mondiale. Avendo recuperato, da ragazzino, buona parte del periodo Corno nel mercato dell’usato, mantengo un ricordo vivido dello stile nervoso di Robbins: i suoi volti tirati, sudati, i suoi personaggi dallo sguardo fisso che sembravano costantemente sull’orlo di un esaurimento nervoso, i corpi contorti in posizioni anatomicamente impossibili, mi impressionavano e esercitavano su di me una grande suggestione. Il suo stile poteva non piacere ma era sicuramente originale ed innovativo, e meriterebbe una riscoperta.

La storia di cui parliamo in questa puntata uscì negli stessi mesi in cui si stava consumando lo scioglimento della band più influente e celebrata della storia della musica (a parere di chi scrive e non solo, ma chi non fosse d’accordo si può accomodare all’ascolto prolungato di Revolver, Sgt. Pepper, e il White Album. E mettiamoci pure Abbey Road).  L’uscita di Let it be sanciva nel 1970 la separazione ufficiale dei Beatles, ma in realtà l’album era stato registrato l’anno prima e John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si erano già detti addio. La fine del gruppo sanciva il suo ingresso nella leggenda, e la sua influenza sulla cultura popolare e musicale, che era stata centrale per tutto il decennio precedente, si sarebbe fatta sentire per molti anni a venire. I Quattro di Liverpool erano stati, con l’eccezione pioneristica di Elvis Presley, il primo fenomeno di costume mondiale della storia, riuscendo ad attraversare gli ambiti più disparati. Per restare al nostro settore, John, Paul e Ringo erano stati addirittura coprotagonisti di una storia ambientata nell’Universo Marvel quando, in Strange Tales #130, avevano incontrato la Cosa e la Torcia Umana dei Fantastici Quattro.

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Di tutti i racconti e le leggende fiorite intorno al gruppo, nessuna raggiunse la popolarità della vicenda passata alla storia come Paul is dead. In seguito a un incidente d’auto patito nel 1966 da Paul McCartney, durante le registrazioni di Sgt. Pepper, si sparse la voce che il bassista dei Beatles fosse in realtà rimasto ucciso nello schianto della sua vettura e sostituito da un sosia, prontamente trovato dall’abile manager del gruppo, Brian Epstein, per non interrompere le attività della band che in quel momento era all’apice del successo. A seconda della versioni, il sostituto era un attore scozzese o un ex poliziotto canadese; in entrambi i casi, costui era stato sottoposto a un’operazione di chirurgia plastica per aumentare la sua somiglianza con McCartney. La leggenda cominciò a girare già nel novembre del 1966, ma la secca smentita dell’ufficio stampa del gruppo la mise a tacere. La diceria riaffiorò nel 1969, quando una radio di Detroit ricevette la telefonata di un misterioso individuo che sosteneva di essere al corrente della verità sull’incidente d’auto di tre anni prima, sostenendo che Paul era davvero morto e che gli indizi erano presenti in numerosi dischi dei Beatles. Le prove portate a sostegno della propria tesi dai sostenitori del complotto sono talmente numerose da aver ispirato una letteratura a parte, e qui ci limiteremo a citare la strofa di A day in the life, in cui si accenna ad un incidente d’auto mortale in cui il conducente non si era accorto del semaforo rosso, come nel caso di McCartney, o la celeberrima e iconica copertina di Abbey Road, in cui i quattro Beatles attraversano la strada e Paul è l’unico ad essere scalzo e fuori passo rispetto al resto del gruppo, quasi a sottolinearne l’estraneità. Quel che è certo è che gli stessi Beatles erano divertiti da questa vicenda e nel corso della loro carriera hanno fatto di tutto per alimentarla, in virtù di un gusto per il gioco e per lo scherzo che animava John Lennon in particolare. Nel 1970, quindi, la leggenda di Paul is dead era ben radicata nella cultura popolare dell’epoca e non stupisce che Robbins e Novick, i realizzatori della nostra storia, abbiano chiesto l’aiuto di Batman e Robin per confermarne o smentirne la veridicità! Andiamo quindi alla scoperta di Dead… till proven alive!, tradotto con un più prosaico La Sostituzione dalle Edizioni Cenisio nella versione italiana.

La storia si apre all’Università di Hudson dove un gruppo di studenti, tra cui Dick Grayson, sta ascoltando il nuovo album dei Twists (Oliver Twists nella versione originale). Il gruppo altro non è che la versione DC dei Beatles, i quali probabilmente non avevano dato il via libera all’editore per farli apparire nell’albo con i loro veri nomi. Così Paul, John, George e Ringo diventarono Glenn, Saul, Hal e Benji, benché ritratti da Irv Novick con le loro fattezze… anche se Saul, più che a Paul, somigliava a Jeff Lynne, frontman degli Electric Light Orchestra e amico fraterno di George. Il deejay suggerisce agli ascoltatori di ascoltare il disco a velocità diverse per cogliere dei messaggi nascosti che confermerebbero il decesso di Saul, tenuto nascosto dal resto del gruppo che avrebbe provveduto a sostituirlo con un sosia. La radio annuncia inoltre che il tour dei Twists raggiungerà a breve Gotham City, per provare a tutto il mondo che Saul Cartwright è ancora vivo. A questo punto, Dick contatta Bruce per suggerirgli di cogliere la palla la balzo e ospitare la band a Villa Wayne. Il miliardario accetta: Batman potrà così occuparsi del caso Saul.

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Così arriva il giorno dell’arrivo del gruppo a Gotham. I quattro musicisti vengono ricevuti da Bruce, Dick e Alfred. A sua insaputa, Bruce sta registrando la voce di Saul. Più tardi, insieme a Dick, effettuerà un confronto con l’audio dei dischi per capire se il bassista è veramente chi dice di essere.

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L’esame conferma i sospetti di Bruce e Dick: gli spettri sonori sono differenti! Serve però un ulteriore conferma: lo spettro sonoro è sempre diverso a seconda che si canti o si parli. Nei panni di Robin, Dick entra nella camera di Saul per prelevare il mangiacassette che l’artista porta sempre in viaggio con sé, per poterlo utilizzare in caso di un’ispirazione improvvisa.

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Ma quando meno se lo aspetta, il giovane aiutante di Batman viene aggredito da un misterioso individuo, che gli sottrae il mangianastri. I sospetti del dinamico duo ricadono ovviamente su Saul.

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Bruce non si arrende e ricorre ad uno stratagemma per registrare ancora la voce di Saul: approfittando del compleanno di Alfred, chiede al gruppo di intonare un “Happy Birthday” in suo onore!

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Qui entriamo con tutte le scarpe nel momento più “weirdo” dell’intera vicenda, che calza a pennello con la natura di questa rubrica. Nel malaugurato caso in cui Batman non riuscisse a risolvere il caso, disporrebbe pur sempre di un bootleg dei “Beatles” che cantano “Birthday” nel suo salotto, una vera rarità!
Durante il confronto tra il nastro e le telefonate fatte da Saul, Batman e Robin ascoltano il bassista mentre prende appuntamento con il proprietario di una sala registrazioni. I due si affrettano a raggiungere il gruppo sperando di risolvere il mistero, ma vengono aggrediti da una banda di balordi che li stava aspettando. La telefonata era una trappola.

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Sgominati i delinquenti, il Cavaliere Oscuro decide di tornare alla Tenuta Wayne e di prendere il toro per le corna affrontando direttamente Saul. Quello che non poteva immaginare è che il vero responsabile è Glenn, che tenta di aggredirlo con una pistola, minaccia prontamente sventata da Saul.

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Il bassista può quindi rivelare la verità a Batman e a Robin: è lui l’unico superstite del gruppo originale, mentre i suoi compagni sono deceduti in un incidente con un jet privato, mentre si recavano in Nepal. Il povero Saul si era affrettato a trovare tre sosia di Glenn, Hal e Benji per salvare la band, sottoponendoli ad interventi di chirurgia plastica per aumentare la somiglianza con i suoi amici scomparsi. Per sviare qualsiasi sospetto, Saul aveva inventato e messo in giro la diceria sulla sua morte, polarizzando su di sé l’attenzione e sviandola dai “nuovi compagni”. Unico problema, la bramosia di denaro dell’avido, “nuovo” Glenn. Batman suggerisce a Saul di non disperdere il suo talento e di formare un nuovo complesso con “Hal” e “Benji”.

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Così grazie al dinamico duo, dalle ceneri dei Twists nasce un nuovo gruppo di successo, i Phoenix.

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Sperando che, nella finzione, producano musica migliore di quella dei Wings, gruppo creato da McCartney dopo i fasti degli anni con i Beatles e ritenuto da molti critici un passo falso nella straordinaria carriera di Sir Paul.

Prima di salutarci, è giusto tributare un piccolo omaggio all’artista di questo episodio cult di Batman, Irv Novick. Si tratta di un ottimo artigiano del fumetto, che ha legato il suo nome principalmente alle storie di Flash, ma che ha firmato anche storie significative del Cavaliere Oscuro (una delle mie preferite è il Demone di Gothos Mansion, storia dai toni horror stile film Hammer, scritta da Denny O’Neil). La sfortuna di Novick è stata quella di aver disegnato Batman nello stesso momento in cui il grande Neal Adams ne forniva la sua versione iconica, elemento che ha certamente relegato nell’ombra gli sforzi artistici del buon Irv.

È tutto per questa puntata di Mad Run! Ho una pila di vinili da far girare al contrario, a partire da Starway to Heaven dei Led Zeppelin: dicono che ci sia un messaggio nascosto, quindi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima!
Scriveteci e commentate sulla nostra pagina Facebook per farci sapere se c’è una Mad Run che vorreste vedere apparire nella nostra rubrica. Fino a quel momento…
HEY, HO, LET’S GO!

Grandi Eventi Marvel - X-Men: Inferno, recensione: Il destino di Madelyne Pryor

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C’era una volta la Marvel degli anni ’80, un decennio fondamentale per la storia del fumetto che la Casa delle idee cavalcò da grande protagonista, proponendo cicli di storie indimenticabili realizzate da giganti del settore. Era la Marvel di Jim Shooter, il dispotico editor-in-chief che governò la casa editrice con pugno di ferro guadagnandosi l’odio eterno di tanti autori al suo servizio. Era il periodo d’oro, tra gli altri, del Daredevil di Frank Miller, dei Fantastici Quattro di John Byrne, del Thor di Walt Simonson e, soprattutto, degli X-Men di Chris Claremont.

Tra tutte le straordinarie invenzioni partorite dalla fervida immaginazione della coppia Stan Lee - Jack Kirby negli anni ’60, la saga degli X-Men era quella che aveva incontrato minor successo, un esito negativo dovuto principalmente al fatto che i due autori, oberati di lavoro e pressati dalle scadenze, avevano dovuto lasciare la serie dopo il primo anno e mezzo di vita per concentrarsi su altre testate come Fantastic Four e The Mighty Thor. Nel 1975 la Marvel prova un rilancio degli Uomini X col mitico Giant Size X-Men 1, e il resto è storia. La prima storia del nuovo gruppo viene scritta da Len Wein, ma già da quella successiva il posto al timone della serie, ribattezzata dopo pochi numeri Uncanny X-Men, viene preso dal suo giovane assistente, Chris Claremont. È l’inizio di una gestione che durerà ben sedici anni, che si rivelerà ben presto il più grande successo commerciale nella storia della Marvel e che ancora oggi è considerata, per ambizione e realizzazione, uno dei vertici qualitativi della narrazione seriale a fumetti americana.
Claremont realizza una versione aggiornata del feuilleton ottocentesco, tessendo un arazzo di trame e sottotrame lanciate nell’ombra per poi esplodere a distanza di decine di numeri, introducendo elementi da soap opera come amori impossibili e sofferti, tradimenti, intrighi, morti e resurrezioni. Il tutto unito ad una prosa qualitativamente eccelsa e ad una capacità straordinaria nel conferire spessore e tridimensionalità a degli eroi di carta.

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Nei primi anni della sua run, lo scrittore mise Jean Grey al centro della narrazione e la rese il cuore pulsante della squadra, costruendole intorno il grande affresco della Saga di Fenice Nera. Di ritorno dalla prima missione nello spazio della nuova squadra, Jean venne infatti posseduta da un’entità cosmica denominata appunto “Fenice”, che aggiunse capacità semidivine ai suoi già notevoli poteri di telepate e di telecineta. Corrotta da un potere sempre più incontrollabile, dal quale era stata trasformata nella malvagia Fenice Nera, Jean viene messa sotto accusa dall Impero Galattico Shi’ar per avere volontariamente disintegrato un intero sistema solare, causando milioni di vittime. Gli X-Men accorrono in suo aiuto, fronteggiando in un duello sulla luna la Guardia Imperiale Shi’ar. I lettori, intanto, affrontavano un dilemma morale: come tifare per un personaggio tanto amato ormai corrotto e perduto, capace di sterminare una galassia?

Nel memorabile finale della saga Jean, in un ultimo barlume di lucidità, decide di mettere fine alla sua vita per salvare l’universo, tra la disperazione dei suoi compagni e di Ciclope in particolare. Dopo aver sepolto quel che restava di Jean, Scott Summers decide di lasciare il gruppo e partire. Durante il suo peregrinare, conosce una donna che somiglia incredibilmente a Jean, Madelyne Pryor, e se ne innamora. I due si sposano ed hanno un figlio, Nathan Christopher. I piani di Claremont per la coppia vennero compromessi quando, pochi anni dopo, John Byrne rivelò in un numero di Fantastic Four che Jean Grey era viva e vegeta e che la Fenice si era sostituita a lei di ritorno da quella missione nello spazio, proteggendola in un bozzolo in fondo al fiume Hudson scoperto per caso da Vendicatori e Fantastici Quattro. Non era stata quindi la donna a morire sulla luna, ma un suo doppio. A nulla valsero le proteste di un adirato Claremont presso la dirigenza Marvel, che vedeva nel ritorno di Jean Grey la possibilità di una riunione dei cinque X-Men originali a cui dedicare uno spin-off della vendutissima serie mutante principale. La serie si fece, ovviamente, e venne chiamata X-Factor. Nel primo numero Scott, venuto a conoscenza del fatto che Jean era ancora viva, lasciava moglie e figlio per riunirsi con lei. Un gesto non propriamente elegante. Come se non bastasse, la povera Madelyne venne attaccata dai Marauders, nemici degli X-Men al soldo del malvagio genetista Sinistro, misteriosamente interessato a Nathan Christopher, che ordinò il rapimento del bambino. Salvata da un intervento degli X-Men, e rimasta ormai sola, Madelyne si unì a questi ultimi e andò a vivere con loro nell’outback australiano, in un periodo in cui la squadra era creduta morta e si era rifugiata all’insaputa di tutti in Australia.

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È in questo momento della saga degli X-Men che si svolge Inferno, cross-over uscito tra il 1988 e il 1989 che coinvolgeva le testate mutanti Uncanny X-Men, X-Factor e New Mutants, la collana dedicata agli studenti più giovani dello Xavier Institute che Claremont aveva tenuto a battesimo nel 1983, prima di cederne le redini a Louise Simonson a metà del decennio. La Marvel ha ormai abbandonato ogni remora circa una sovraesposizione eccessiva dei pupilli di Xavier e ne vuole sfruttare l’incredibile successo con un aumento delle proposte e eventi che coinvolgano l’intera linea, a partire da Il Massacro Mutante del 1986. È l’inizio di uno sfruttamento massiccio del brand “X”, che Claremont deve accettare suo malgrado, approfittandone per chiudere alcune delle numerose trame in sospeso. Con Inferno, in particolare, lo scrittore chiude il cerchio intorno alla travagliata figura di Madelyne Pryor, sottotrama che X-Chris aveva lanciato addirittura 8 anni prima in una vignetta marginale di Avengers Annual 10, in cui appariva una bambina dallo stesso nome. Nome che, per ammissione dello stesso Claremont è un omaggio al capolavoro hitckcockiano La donna che visse due volte , elemento che la dice lunga sulla relazione tra Madelyne e Jean Grey.

In Inferno scopriamo infatti che Maddie non è altri che il clone di Jean, creata in laboratorio da Sinistro per i suoi loschi scopi. Ossessionato da sempre dalla linea genetica dei Summers, il folle genetista intendeva creare il mutante perfetto grazie all’unione tra Scott e Maddie visto che Jean, morta sulla luna, non era più disponibile. Così, ad un’inconsapevole Madelyne erano stati forniti parte della personalità e dei sentimenti di Jean, spingendola tra le braccia di Scott. Ma non tutto era andato secondo i piani di Sinistro, perché presso la donna aveva trovato casa anche un residuo del potere della Fenice. Come se non bastasse, Maddie viene anche avvicinata da N’Astirh, un demone del Limbo che sta progettando l’invasione dell’isola di Manhattan. I due stringono un patto, e il demone trasforma la donna nella potente Regina dei Goblin. Dotata di un potere quasi assoluto e gonfia di rancore, la donna giura vendetta contro Sinistro per averla manipolata e contro Scott per averla abbandonata, scatenando letteralmente l’Inferno sulla Terra. Solo l’intervento combinato di X-Men, X-Factor e Nuovi Mutanti salverà la situazione.

Riletto oggi, Inferno denuncia sicuramente i trent’anni passati dalla sua uscita, soprattutto per un eccesso di verbosità e un uso delle didascalie ormai superato nel fumetto contemporaneo. Succedono più cose in questo cross-over che in intere annate della maggioranza delle collane odierne, dominate da uno stile “decompresso” che serve soprattutto a raccoglierne i cicli in bei volumi autoconclusivi da vendere nelle librerie. Al contrario, però, si resta ancora affascinati dalle trame ad orologio di Claremont e di come tutto riesca a convergere in un incastro attentamente pianificato e ragionato. Da questo punto di vista, sono gli episodi di Uncanny X-Men a farla da padrone nell’economia del volume, mentre le storie di X-Factor e Nuovi Mutanti scritte da Louise Simonson forniscono un contributo decisamente ancillare ai piani di “X-Chris”. Le vicende di Sunspot, Cannonball e compagnia, in particolare, risultano di difficile comprensione senza aver letto le storie precedenti, e portano a compimento la trama della possessione demoniaca di Illyana Rasputin, Magik, la sorellina di Colosso, diventata la Reggente del Limbo dopo averne spodestato il precedente sovrano, Belasco.

Le pagine di Uncanny, al contrario, sorprendono ancora oggi per la ricchezza delle trame e per lo spessore che Claremont sapeva conferire ai personaggi, accompagnandoli per mano in un processo di crescita durato sedici anni. Il team di questo periodo, poi, era uno dei più azzeccati dell’intera storia della squadra: ai veterani Wolverine, Colosso, Tempesta e Rogue si accompagnavano Havok, il complessato fratello di Ciclope che aveva da poco iniziato una travagliata relazione con Madelyne, l’affascinante profugo extra-dimensionale Longshot, Dazzler, la cantante capace di tramutare la propria voce in colpi di luce e Psylocke, l’elegante telepate sorella di Capitan Bretagna che da li a poco avrebbe affrontato una traumatica trasformazione nella mortale e affascinante guerriera che conosciamo oggi. È qui che assistiamo alla reunion, dopo una lunga diaspora, tra gli X-Men creduti morti e i loro compagni di X-Factor, che poco tempo dopo rientreranno nel team nell’atto conclusivo della lunga gestione claremontiana. Il tutto illustrato da un Marc Silvestri in grande spolvero, capace di tradurre in immagini di forte impatto l’intreccio immaginato dallo scrittore. Il disegnatore dà il meglio di sé soprattutto nel disegnare eroine di una bellezza impossibile, sinuose ed affascinanti, eguagliato in questo solamente dal suo amico e successore sulle pagine di Uncanny, Jim Lee. Sulle pagine di X-Factor, il contributo grafico di Walter Simonson non è all’altezza delle vette raggiunte dall’artista pochi anni prima col suo leggendario ciclo di Thor, penalizzato dalle pesanti chine di Al Milgrom; in New Mutants, il tratto cartoonesco di Brett Blevins appare fuori luogo e avulso dal contesto generale, con i suoi Nuovi Mutanti ritratti come ragazzini dai grandi occhioni. Ma a breve arriverà Rob Liefeld, che avvierà il processo di trasformazione della testata in X-Force.

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Prima di abbandonare la grande saga mutante da lui ideata e condotta per più di cinque lustri, Claremont si toglierà lo sfizio di scrivere un ciclo di X-Factor, la testata di cui aveva cercato di impedire la nascita, per risolvere la sottotrama legata a Nathan Christopher Summers, il figlio di Scott e Maddie. Il bimbo verrà infettato dal virus tecno-organico dal malvagio Apocalisse e ad un disperato Ciclope non resterà che inviarlo nel futuro per cercare una cura. Il bambino tornerà nel nostro tempo adulto, nei panni del risoluto guerriero di nome Cable (presto al cinema in Deadpool 2 con le fattezze di Josh Brolin).

Raccolto da Panini Comics in un bel brossurato della linea Grandi Eventi Marvel, Inferno è un capitolo dell’epopea claremontiana consigliato tanto ai lettori della vecchia guardia tanto ai neofiti che, partendo da qui, avranno magari la curiosità di scoprire l’intera run mutante dello scrittore. Recupero che ci sentiamo di raccomandare vivamente, per poter vivere appieno l’opera di un tessitore di trame che ha giocato fino in fondo tutte le carte a lui concesse dalla serialità, come nessuno né prima né dopo di lui.

Historica 63: Ribelli - Stati liberi e indipendenti, recensione: Gli uomini che fecero la Storia

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Brian Wood ha saputo costruirsi, nell’arco della sua carriera, una reputazione di sceneggiatore impegnato che non teme di affrontare argomenti anche controversi. Pur non avendo mai raggiunto lo status di “star”, si è guadagnato un buon seguito presso gli appassionati grazie a serie cult come DMZ e Northlanders. Da qualche anno, Wood si sta dedicando con passione alla narrazione di “storie americane”, tra presente e passato. Il primo caso è ben rappresentato da Briggs Land, appassionante serie ambientata in un’America rurale e suprematista, bacino di voti in cui hanno attecchito le promesse elettorali di Donald Trump. Ma è con la saga di Rebels che lo scrittore sta conducendo una sentita rivisitazione della nascita degli Stati Uniti, vista attraverso gli occhi di chi la Storia la fa ma senza finire mai nei libri di testo degli istituti scolastici. Così, a tre anni dall’uscita della prima miniserie, arriva in Italia il seguito, intitolato Ribelli – Stati liberi e indipendenti, pubblicato anch’esso nella collana “Historica” di Mondadori Comics.

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Nella miniserie originale avevamo assistito alla nascita degli Stati Uniti d’America, grazie all’impegno e alla dedizione di uomini come Seth Abbott, colono del New Hampshire che, dopo aver assistito con i suoi occhi alle violenze perpetrate dalle giubbe rosse al servizio della Corona Inglese, decide di arruolarsi e votarsi alla causa dell’indipendenza. La sua dedizione lo porterà a guadagnarsi la fiducia di George Washington in persona, ma anche a sacrificare la sua vita familiare: sarà costretto ad allontanarsi per anni dalla moglie Mercy, lasciandole l’onere di crescere da sola il figlio John appena nato. E proprio John, ormai cresciuto, raccoglie il testimone dal padre come protagonista di questa seconda puntata. Il giovane Abbott è un ragazzo solitario e taciturno, e coltiva un’unica passione: ama passare le giornate sulla collina vicino alla sua abitazione, da cui gode di un’ottima vista sul mare. Ammira con lo sguardo il passaggio di navi, velieri e brigantini, che sa riconoscere e catalogare anche da una grande distanza. Quello di John è qualcosa di più di un hobby, il ragazzo è dotato di un talento innato: sa ideare navi di nuovissima concezione, come nessun altro. Per questo va a lavorare nei cantieri navali di Boston, dove si mette subito in luce con i suoi superiori. John darà l’impulso decisivo alla nascita della flotta navale statunitense, resasi necessaria dopo i numerosi atti di pirateria contro le navi mercantili americane da parte di inglesi e francesi. Contro i primi, scoppierà la guerre anglo-americana, a cui John darà un valido contributo con la realizzazione della Constitution: la costruzione della più grande nave della flotta a stelle e a strisce costerà al ragazzo lunghi anni della sua vita e a questa ossessione sacrificherà tutto, anche la libertà, per motivi che qui non sveleremo. Come suo padre, anche John si dedicherà a una causa che gli segnerà l’esistenza, contribuendo a muovere i fili della storia della sua nazione da una posizione defilata, lontana dai riflettori, ma comunque importante.

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Brian Wood prosegue la sua narrazione delle origini degli Stati Uniti d’America con una prosa asciutta, essenziale e non celebrativa: chi si aspettasse l’agiografia tipica di tanti lungometraggi resterebbe deluso. Lo scrittore compie un efficace lavoro di sottrazione, mostrando solo alcuni brevi passaggi di natura bellica necessari al racconto, per poi concentrarsi sull’intimità degli uomini come John Abbott, che hanno fatto la storia del paese da dietro le quinte. Rispetto al padre Seth, che pur con tutti i suoi limiti era un patriota, la figura di John è controversa, divisa tra luce e ombre. La dedizione al suo sogno sembra più il personale soddisfacimento di un’ossessione che lo tormenta più che servizio reso alla patria, il risultato di una passione coltivata durante un’infanzia solitaria. Anche la storia d’amore con Alice, l’unica persona in grado di relazionarsi con lui, ci viene raccontata a posteriori, con l’espediente di uno scambio epistolare, quasi per non distrarre il lettore dalla vicenda principale. Con la figura di John Abbott, Wood si conferma ancora una volta abilissimo nel tratteggiare la psicologia dei suoi protagonisti.

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Il nostro connazionale Andrea Mutti accompagna ancora una volta lo scrittore nell’avventura di Rebels, formando con lui un sodalizio perfetto: non finiscono di stupire le sue tavole ricche di dettagli, la versatilità nell’illustrare tanto le scene di guerra quanto l’intimità domestica. La resa visiva non risente dell’abbandono della precedente colorista Jordie Bellaire, grazie alla vivida palette cromatica del subentrante Matt Taylor.

L’ottimo volume cartonato con cui Mondadori Comics presenta Ribelli – Stati liberi e indipendenti può fregiarsi anche questa volta della preziosa introduzione di Sergio Brancato, indispensabile per fornire al lettore coordinate storiche necessarie alla comprensione dell’opera.

 

Mad Run #5: Quando eravamo tamarri, Bloodstrike di Rob Liefeld e Dan Fraga

Bentornati su Mad Run, la rubrica più coatta del panorama fumettistico italiano! E a proposito di coatti, la puntata di oggi vedrà come assoluto protagonista quello che non esiterei a definire l’artista più controverso della storia del fumetto americano, capace di dividere come nessun altro le folle tra fan adoranti e feroci detrattori, l’autore che per un breve momento della storia è riuscito ad imporre il proprio innegabile cattivo gusto come moda imperante e modello da seguire: signore e signori, l’unico e solo Rob Liefeld!

Nella seconda metà degli anni ’80 il fumetto americano è investito da una rivoluzione estetica e da un rinnovamento grafico di cui si fa portatore un piccolo ma agguerrito gruppo di giovani talenti, capitanati da tre artisti in particolare: Todd McFarlane, Jim Lee e, appunto, Rob Liefeld. Pur con differenti peculiarità, questi giovani artisti si fanno notare per lo stile cinetico ed esplosivo grazie al quale realizzano immagini di forte impatto che, nell’economia generale della storia narrata, assumono un’importanza preponderante sulla sceneggiatura. Del lotto di artisti citati, Liefeld è il più giovane: ha solo una ventina d’anni quando viene assunto dalla Marvel per lavorare su New Mutants, dopo un veloce apprendistato alla DC dove disegna la miniserie Hawk & Dove. La serie dedicata ai Nuovi Mutanti era nata nel 1983 per sfruttare l’incredibile successo degli X-Men di Chris Claremont. La voglia dell’editore di lanciare altre iniziative collaterali sull’onda del successo della collana madre si fa ben presto manifesta, e New Mutants è il primo spin-off di una futura, lunga serie. La testata è incentrata sulle vicende di un gruppo di adolescenti, la generazione di mutanti successiva a quella degli X-Men, radunato dal Professor Xavier in un momento in cui gli Uomini X sono ritenuti erroneamente defunti. Sceneggiata dallo stesso Claremont, la serie non raggiungerà mai il successo arriso a Ciclope, Wolverine e soci, anche se conoscerà un ciclo diventato leggendario, quello illustrato da un Bill Sienkiewicz che sta per inaugurare la fase più sperimentale e avanguardista della sua carriera col dittico Elektra: Assassin e Daredevil: Love & War. Il vaso di Pandora è ormai rotto e la Marvel programma in continuazione il lancio di nuove serie mutanti: Claremont abbandona New Mutants per concentrarsi, oltre che su Uncanny X-Men, sulla nuova Excalibur e sulle avventure in solitaria di Wolverine. Il testimone passa a Louise Simonson, che mescola azione a toni intimisti, mantenendo la serie su un target prettamente adolescenziale. La serie vivacchia tra alti e bassi ed è la meno venduta tra tutte le collane mutanti finché nel 1989 Bob Harras, editor-in-chief della Marvel decide di agitare un po' le acque, assegnando le matite della serie a Liefeld.

Il buon Rob si trova per le mani l’occasione di una vita e la sfrutta nel migliore dei modi, stravolgendo completamente il look della serie. Si passa dallo stile a tratti cartoonesco di Bret Blevins, che ritrae i giovani protagonisti della serie come ragazzini dai grandi occhi, all’equivalente su carta di un’esplosione ormonale: Liefeld accentua la fisicità di Sunspot, Cannonball, Mirage, Wolfsbane, Boom Boom e compagni gonfiando i muscoli degli uomini e accentuando le forme delle donne, dotate però di un girovita da vespa impossibile. Anche le atmosfere da teen-drama vanno a farsi benedire, con tavole strabordanti di scontri e combattimenti. A livello simbolico, il nuovo corso viene sancito con l’introduzione di Cable, il nuovo leader dal passato misterioso ritratto come un tank umano armato fino ai denti. Dietro le quinte la tensione tra la Simonson e Liefeld raggiunge livelli di guardia, col giovane artista che esautora di fatto la scrittrice dall’ideazione delle trame. Con le vendite di New Mutants in netta ascesa grazie alla scossa al testosterone iniettata da Liefeld, ad Harras non resta che licenziare la Simonson, sostituita da un artigiano della macchina da scrivere, Fabian Nicieza, a cui spetta il compito di sceneggiare le trame sempre più improntate all’azione di Liefeld. La transizione può dirsi completa quando, con un mossa a sorpresa, Liefeld chiude New Mutants (non prima di avervi fatto esordire un loquace mercenario di nome Deadpool) e ne fa confluire il cast, salvo i personaggi ritenuti non in linea col nuovo corso, nella nuovissima X-Force. I giovani e sensibili Nuovi Mutanti sono diventati così un gruppo d’assalto paramilitare, guidati da un leader che ha una visione opposta alla convivenza pacifica propugnata dal Professor Xavier. I primi numeri di X-Force, campione d’incassi del 1991, sono emblematici dell’esuberanza liefeldiana nel concepire il fumetto, appena contenuta da un Nicieza impegnatissimo a dare un senso alle trame appena abbozzate da Rob. Ma il vero manifesto programmatico liefeldiano arriverà sugli scaffali delle fumetterie l’anno successivo, con l’esordio di Youngblood la serie creata dall’artista per la Image Comics, la casa editrice da lui fondata insieme e Jim Lee, Todd McFarlane e altri transfughi dalla Marvel a cui l’editore non voleva riconoscere il pagamento delle royalties. Abbiamo dedicato alla fondazione della Image, evento centrale nella storia del fumetto americano contemporaneo, un lungo ed esaustivo articolo in occasione del suo venticinquesimo compleanno a cui vi rimandiamo per maggiori approfondimenti.

Youngblood è il punto di arrivo e la summa dell’estetica liefeldiana, se così vogliamo chiamarla. Detentore del record per il fumetto indipendente più venduto di tutti i tempi, è un’orgia di azione scatenata senza soluzione di continuità, dove la trama è un optional trascurabile. Un delirio popolato da eroi ipertrofici e steroidati dallo sguardo truce, che piovono dal cielo dopo essersi lanciati chissà da dove, dotati di fucili al plasma e pistole futuristiche dalle dimensioni inverosimili che sfidano ogni logica e verosimiglianza, ritratti in pose aggressive e denti digrignati come a voler provocare il lettore, da eroine dal girovita impossibile a cui non mancano però seni prorompenti e gambe chilometriche. Youngblood è la sintesi degli anni ’80 americani appena trascorsi caratterizzati da un’era Reagan vissuta appieno e senza complessi con tutta la sua retorica patriottica, dalla musica dei gruppi hair metal con le loro pettinature improbabili che hanno usurpato il trono del rock, protetto e salvato dal solo Bruce Springsteen (secondo una felice affermazione di Gino Castaldo e Ernesto Assante), dagli action movie di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, ma anche dei “cugini poveri”, Dolph Lundgren, Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme. La serie di Liefeld è anche una degna figlia degli anni ‘90, che sta al fumetto come i bagnini di Baywatch o il Renegade con Lorenzo Lamas stanno alla televisione di quegli anni. Un bel festival del tamarro, insomma.

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Oggi sbeffeggiata da molti, Youngblood anticipava a modo suo il discorso sulla privacy dei vip e delle conseguenze della celebrità, mettendo in scena le avventure di un gruppo di supereroi governativi assediati da stampa e paparazzi come divi del cinema. Shaft, Badrock, Diehard, Chapel, Vogue e gli altri membri del gruppo (copie non dichiarate ma perfettamente riconoscibili di alcuni tra i più celebri eroi Marvel) furono i beniamini del pubblico per una breve stagione, tanto da generare anche numerosi spin-off. Tra questi, il più trash fu forse Bloodstrike, una squadra d’assalto per missione segrete che si segnalò tra i prodotti più ignominiosi prodotti dagli Extreme Studios (un nome, un programma) di Liefeld. Se Youngblood era Cobra con Stallone o Commando con Schwarzenegger, Bloodstrike apparteneva al filone spazzatura delle tremende produzioni cinematografiche firmate Golan – Globus come Invasion U.S.A. con Chuck Norris o la serie del Guerriero Americano con Micheal Dudikoff.

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La collana venne sceneggiata da Rob con la collaborazione di Eric Stephenson, mentre la parte artistica fu affidata a un pupillo di Rob, Dan Fraga.
Bloodstrike inizia la sua corsa con un crossover con un’altra serie creata da Liefeld, Brigade, ulteriore gruppo di energumeni derivato da Youngblood. A capo di questa “brigata” c’è il Colonnello John Helix Stone, conosciuto come Battlestone. Era il comandante in capo degli Youngblood, prima che la sua condotta spregiudicata sul campo causasse la morte di due soldati. Eccolo ritratto da Liefeld durante quella sfortunata missione.

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L’immagine è la quintessenza della sospensione dell’incredulità che bisogna attuare per avvicinarsi ad un qualsiasi fumetto realizzato da Liefeld. Battlestone non ha il dono del volo eppure piomba giù dal cielo, lanciatosi sul terreno dello scontro chissà da dove, forse da un elicottero. O forse ha letto in anteprima la sceneggiatura e ha pensato bene di buttarsi di sotto per la disperazione. Anche il suo look non è male: tra i boccoli e il diadema a forma di teschio sulla fronte, Ozzy Osbourne in confronto è un modello di sobrietà. Gli Youngblood non restano a guardare e il cyborg Diehard lo affronta e lo arresta non tanto per la morti che ha causato quanto per la sua terribile mise.

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Un Battlestone imprigionato giura vendetta contro il governo che vuole usarlo come capro espiatorio per il fallimento della missione, e che dispone di manette mai viste prima.

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Alle minacce seguiranno i fatti. Dopo essere stato rilasciato per i servizi resi alla patria in passato, Battlestone fonda un gruppo di mercenari indipendenti, una sorta di A-Team dotato di superpoteri chiamato Brigade. Ma i servizi deviati temono i segreti di cui è a conoscenza Battlestone, tra cui il Progetto Rinascita, un programma top secret che resuscita soldati morti per utilizzarli per i propri scopi. C’è un solo modo di evitare che il Colonnello Stone parli: accopparlo. A questo scopo viene attivata e messa sulle sue tracce Bloodstrike, un’unità composta per l’appunto di agenti defunti e poi resuscitati. L’idea, sufficientemente trash, non è nuova ma presa di sana pianta dal film Universal Soldier con Dolph Lundgren e Jean-Claude Van Damme, tradotto liberamente in Italia con il titolo I Nuovi Eroi, a conferma dell’immaginario non proprio raffinato di Liefeld e compagni. Nelle prime pagine di Bloodstrike #1 facciamo subito la conoscenza del leader del gruppo, l’ennesimo buzzurro partorito dall’immaginazione di Liefeld: è Cabbot Stone, nient’altri che il fratello di Battlestone, dal quale lo separa un odio viscerale. Spoiler: arriveremo alla fine di questo cross-over senza conoscerne il motivo. Entrambi sono palesemente dei cloni di Cable, una delle creazioni più felici di Liefeld per la Marvel. Gli altri membri del gruppo sono Tag, una squinzia capace di bloccare le persone e impedirne i movimenti; Deadlock, un incrocio tra Wolverine e Deadpool; Fourplay, calco al femminile del mutante dalle quattro braccia Forearm del Fronte di Liberazione Mutante della serie X-Force; Shogun, un gigante in armatura dotato di ogni tipo di arma da fuoco. Nelle prime pagine della serie, il team attacca la base dell’organizzazione G.A.T.E., guidata dal malvagio Dottor Corben. Un incipit adrenalinico che ricorda tanto il primo numero di X-Force  tanto quello di Youngblood.

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Il team si sbarazza ben presto degli agenti della sicurezza, e dopo che Tag ha provveduto a bloccare Corben, decidono di trucidare con delicatezza il loro nemico.

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“Un silenzio del genere mi ricorda sempre uno dei benefici di questo lavoro… se li ammazzi non devi sentirli frignare su quanto fosse perfetto il loro piano mentre li porti via. Ed eccolo là, morto, con gli occhi ancora aperti dopo tutto… ma è ciò che ti capita se vuoi scherzare con Bloodstrike!” L’aria che tira è questa. Terminata la missione, Bloodstrike si lancia subito sulla prossima: l’eliminazione di Battlestone e della sua Brigade. Il team del Colonnello è appena tornato a casa da una missione nello spazio, costata la vita ad un membro della squadra, Atlas, quando Cabbot e compagni irrompono nella loro base e li attaccano uccidendo Stasis, una delle due donne del gruppo. Inizia la rissa tra le due squadre, illustrata da Marat Mycheals, altro pupillo di Liefeld che si occupa delle matite di Brigade.

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La brigata di Battlestone è decimata dall’assalto di Bloodstrike. Il colonnello si vede costretto a ricorrere all’aiuto di Boone e Lethal, due vecchi membri di Brigade che avevano lasciato la squadra. Seguono altre pagine piene di scazzottate e risse.

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Lethal irrompe nella base di Bloodstrike, dove libera Seahawk, membro della Brigade ferito nel primo scontro. Il tipo è l’ennesimo clone di Wolverine, dotato anche del dono del volo. La voglia di farlo pagare a cara a Bloodstrike e a Cabbot Stone per il ferimento suo e del fratello, Coldsnap, è tanta. Segue rissa tra i due.

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Irrompono anche Battlestone e il resto della Brigade. Segue rissa.

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Il Colonnello Stone si trova finalmente davanti a suo fratello Cabbot. I due si stringono in un abbraccio fraterno.

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Segue rissa. C’è da capirli, sono ragazzi e non si vedevano da un po’.

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Battlestone è riuscito a ribaltare le gerarchie in campo e intima a suo fratello di ritirare i suoi, così per stavolta, eviterà fraternamente di ammazzarlo. Cabbot Stone fugge col resto di Bloodstrike. Entrambi i fratelli sanno che si rivedranno presto per sistemare i conti in sospeso. Così si chiude Blood Brothers, crossover tra Bloodstrike e Brigade. Per realizzare questo capolavoro della Nona Arte non sono bastati i talenti di Liefeld, Fraga e Mycheals, ma è stato necessario anche l’apporto di Eric Stephenson che ha “sceneggiato” una trama concepita da Liefeld. Sì, è proprio lo stesso Stephenson presidente della odierna Image, l’alfiere del fumetto di qualità responsabile della pubblicazioni di serie acclamate dalla critica come Saga e Southern Bastards. Ragazzi, da qualche parte bisogna pur cominciare!

Youngblood, Bloodstrike e Brigade e le altre creazioni liefeldiane ebbero successo per una breve stagione, ma l’inconsistenza artistica di queste collane fu presto manifesta e il fenomeno si sgonfiò, non prima di aver influenzato pesantemente il fumetto di supereroi della prima metà degli anni ’90. Ce lo ricordiamo tutti questo Batman, vero?

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Negli anni successivi la biografia di Rob Liefeld si arricchirà di nuovi ed interessanti capitoli: la cacciata dalla Image da parte degli altri soci, la fondazione di Maximum Press e Awesome Entertainment, entrambe fallite dopo pochi anni, il coinvolgimento di Alan Moore con i suoi scalcagnati personaggi, a cui il Bardo di Northampton conferirà un’insperata dignità, il ritorno alla Marvel col progetto Heroes Reborn: come dimenticare questo Capitan America?

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Tutti si può dire di Rob Liefeld, tranne che non abbia avuto una vicenda umana e professionale più interessante della maggior parte dei suoi più blasonati e talvolta noiosi colleghi. Eppure, nel momento del suo massimo fulgore, i fumetti di Liefeld sono stati esattamente quello che i lettori dell’epoca volevano leggere, come quei teenager che cantavano a squarciagola Unskinny Bop dei Poison ignorando, o infischiandosene, che il vero rock’n’roll era un’altra cosa. Personalmente continuo a provare simpatia per Rob e per i suoi supereroi cafoni pieni di fucili, tasche e marsupi (ci sarebbe da scrivere un saggio sull’ossessione di Liefeld per le cinture porta tasche: si sarà perso spesso le chiavi di casa?) e per le sue distorsioni anatomiche che hanno fatto storia. Ma come, direte! Un endorsment nei confronti dell’Ed Wood dei fumetti, come ebbe e definirlo Peter David? Quando uno è cresciuto con l’Uomo Ragno scarabocchiato da Al Milgrom, anche Rob Liefeld può apparire come un liberatore. Il ragazzo che venne travolto da un successo clamoroso senza avere realmente i numeri per giocare in serie A, il grande ingannatore che riuscì a mentire ai lettori, e soprattutto a se stesso, circa la reale consistenza del suo talento. Eppure in ogni sua tavola è impossibile non cogliere una sorta di entusiasmo contagioso e di esuberanza fanciullesca, emozioni primarie che precedono ogni valutazione artistica. Faccio mia l’affermazione del suo amico Robert Kirkman, creatore di The Walking Dead: “Tutto quello che disegna ha un certo grado di energia in sé. E tutto quel che disegna è interessante, che sia accurato o meno. Molta gente guarda ai disegni di Liefeld e pensa: ai miei occhi questo disegno è sbagliato; ecco, direi che questa gente non ha gioia nell’anima”.
In attesa del suo ennesimo ritorno, come un vero revenant dell’industria del fumetto.

È tutto per questa puntata di Mad Run, gente! In attesa della reunion dei Poison, scrivete pure a Comicus.it o commentate sulle nostre pagine social!
Alla prossima puntata e fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

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