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Mad Run #6: Batman e il mistero dei Beatles

  • Pubblicato in Focus

Bentornati su Mad Run, la rubrica più lisergica del panorama fumettistico italiano! Il nostro consueto spazio sta per arricchirsi di una colonna sonora importante, perché oggi parleremo dello straordinario incontro tra Batman, Robin e i Beatles! Portiamo le lancette dell’orologio indietro fino al 1970, anno in cui il Dinamico Duo incrociò la strada dei Baronetti più psichedelici di sua maestà! O quasi.

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L’albo in questione è Batman #222, scritto da Frank Robbins e disegnato da Irv Novick, autori di un importante ciclo del Crociato Incappucciato oscurato, però, dalla contemporanea e più celebrata run di Denny O’Neil e Neal Adams. In anni di riscoperta e di ristampe dei creativi più celebrati di Silver e Bronze Age, Robbins continua ad essere uno degli artisti più sottovalutati di entrambi i periodi, se non addirittura dimenticato. Eppure parliamo di un autore che ebbe il privilegio di lavorare col leggendario Milton Caniff, uno dei maestri assoluti del fumetto di tutti i tempi, e che creò una celebre striscia del dopoguerra, Johnny Hazard, che venne pubblicata per più di trent’anni sui maggiori quotidiani statunitensi.

Arrivato alla DC sul finire degli anni ’60, scrisse storie per Lois Lane e Superboy prima di vedersi assegnare entrambe le testate del Cavaliere Oscuro, Batman e Detective Comics. In coppia con Irv Novick, Robbins scriverà alcune tra le migliori storie di Batman del periodo, tra le quali vale la pena citare Un Colpo di troppo, thriller poliziesco che introduceva un cambiamento significativo nell’economia della serie, ossia la partenza di Robin/Dick Grayson per il college. Batman tornava quindi ad essere un giustiziere solitario, ricollegandosi alle sue radici gotiche. Tra gli altri contributi di Robbins al mito del Cavaliere Oscuro, ricordiamo Man-Bat, l’alter-ego mostruoso del Professor Langstrom che poteva trasformarsi in un vero ibrido tra uomo e pipistrello. Come dicevamo prima, le storie del Detective di Gotham firmate da Frank Robbins tendono oggi ad essere dimenticate, a favore di quelle coeve della celebre coppia O’Neil/Adams, e meritano senz’altro una riscoperta. Una significativa selezione è contenuta nel volume Batman dagli anni ’30 agli anni ‘70 pubblicato a suo tempo dalla Rizzoli – Milano Libri: se ne doveste trovare una copia in qualche bancarella dell’usato, non esitate a farla vostra.

Tornando a Frank Robbins, terminato il suo periodo alla DC si trasferirà alla Marvel dove lavorerà come disegnatore prima al Captain America scritto da Steve Englehart, in piena “Saga di Nomad”, e successivamente a The Invaders, la serie di ambientazione bellica scritta da Roy Thomas con protagonisti il Capitano e i suoi alleati in lotta contro le forze dell’asse durante la Seconda Guerra Mondiale. Avendo recuperato, da ragazzino, buona parte del periodo Corno nel mercato dell’usato, mantengo un ricordo vivido dello stile nervoso di Robbins: i suoi volti tirati, sudati, i suoi personaggi dallo sguardo fisso che sembravano costantemente sull’orlo di un esaurimento nervoso, i corpi contorti in posizioni anatomicamente impossibili, mi impressionavano e esercitavano su di me una grande suggestione. Il suo stile poteva non piacere ma era sicuramente originale ed innovativo, e meriterebbe una riscoperta.

La storia di cui parliamo in questa puntata uscì negli stessi mesi in cui si stava consumando lo scioglimento della band più influente e celebrata della storia della musica (a parere di chi scrive e non solo, ma chi non fosse d’accordo si può accomodare all’ascolto prolungato di Revolver, Sgt. Pepper, e il White Album. E mettiamoci pure Abbey Road).  L’uscita di Let it be sanciva nel 1970 la separazione ufficiale dei Beatles, ma in realtà l’album era stato registrato l’anno prima e John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si erano già detti addio. La fine del gruppo sanciva il suo ingresso nella leggenda, e la sua influenza sulla cultura popolare e musicale, che era stata centrale per tutto il decennio precedente, si sarebbe fatta sentire per molti anni a venire. I Quattro di Liverpool erano stati, con l’eccezione pioneristica di Elvis Presley, il primo fenomeno di costume mondiale della storia, riuscendo ad attraversare gli ambiti più disparati. Per restare al nostro settore, John, Paul e Ringo erano stati addirittura coprotagonisti di una storia ambientata nell’Universo Marvel quando, in Strange Tales #130, avevano incontrato la Cosa e la Torcia Umana dei Fantastici Quattro.

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Di tutti i racconti e le leggende fiorite intorno al gruppo, nessuna raggiunse la popolarità della vicenda passata alla storia come Paul is dead. In seguito a un incidente d’auto patito nel 1966 da Paul McCartney, durante le registrazioni di Sgt. Pepper, si sparse la voce che il bassista dei Beatles fosse in realtà rimasto ucciso nello schianto della sua vettura e sostituito da un sosia, prontamente trovato dall’abile manager del gruppo, Brian Epstein, per non interrompere le attività della band che in quel momento era all’apice del successo. A seconda della versioni, il sostituto era un attore scozzese o un ex poliziotto canadese; in entrambi i casi, costui era stato sottoposto a un’operazione di chirurgia plastica per aumentare la sua somiglianza con McCartney. La leggenda cominciò a girare già nel novembre del 1966, ma la secca smentita dell’ufficio stampa del gruppo la mise a tacere. La diceria riaffiorò nel 1969, quando una radio di Detroit ricevette la telefonata di un misterioso individuo che sosteneva di essere al corrente della verità sull’incidente d’auto di tre anni prima, sostenendo che Paul era davvero morto e che gli indizi erano presenti in numerosi dischi dei Beatles. Le prove portate a sostegno della propria tesi dai sostenitori del complotto sono talmente numerose da aver ispirato una letteratura a parte, e qui ci limiteremo a citare la strofa di A day in the life, in cui si accenna ad un incidente d’auto mortale in cui il conducente non si era accorto del semaforo rosso, come nel caso di McCartney, o la celeberrima e iconica copertina di Abbey Road, in cui i quattro Beatles attraversano la strada e Paul è l’unico ad essere scalzo e fuori passo rispetto al resto del gruppo, quasi a sottolinearne l’estraneità. Quel che è certo è che gli stessi Beatles erano divertiti da questa vicenda e nel corso della loro carriera hanno fatto di tutto per alimentarla, in virtù di un gusto per il gioco e per lo scherzo che animava John Lennon in particolare. Nel 1970, quindi, la leggenda di Paul is dead era ben radicata nella cultura popolare dell’epoca e non stupisce che Robbins e Novick, i realizzatori della nostra storia, abbiano chiesto l’aiuto di Batman e Robin per confermarne o smentirne la veridicità! Andiamo quindi alla scoperta di Dead… till proven alive!, tradotto con un più prosaico La Sostituzione dalle Edizioni Cenisio nella versione italiana.

La storia si apre all’Università di Hudson dove un gruppo di studenti, tra cui Dick Grayson, sta ascoltando il nuovo album dei Twists (Oliver Twists nella versione originale). Il gruppo altro non è che la versione DC dei Beatles, i quali probabilmente non avevano dato il via libera all’editore per farli apparire nell’albo con i loro veri nomi. Così Paul, John, George e Ringo diventarono Glenn, Saul, Hal e Benji, benché ritratti da Irv Novick con le loro fattezze… anche se Saul, più che a Paul, somigliava a Jeff Lynne, frontman degli Electric Light Orchestra e amico fraterno di George. Il deejay suggerisce agli ascoltatori di ascoltare il disco a velocità diverse per cogliere dei messaggi nascosti che confermerebbero il decesso di Saul, tenuto nascosto dal resto del gruppo che avrebbe provveduto a sostituirlo con un sosia. La radio annuncia inoltre che il tour dei Twists raggiungerà a breve Gotham City, per provare a tutto il mondo che Saul Cartwright è ancora vivo. A questo punto, Dick contatta Bruce per suggerirgli di cogliere la palla la balzo e ospitare la band a Villa Wayne. Il miliardario accetta: Batman potrà così occuparsi del caso Saul.

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Così arriva il giorno dell’arrivo del gruppo a Gotham. I quattro musicisti vengono ricevuti da Bruce, Dick e Alfred. A sua insaputa, Bruce sta registrando la voce di Saul. Più tardi, insieme a Dick, effettuerà un confronto con l’audio dei dischi per capire se il bassista è veramente chi dice di essere.

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L’esame conferma i sospetti di Bruce e Dick: gli spettri sonori sono differenti! Serve però un ulteriore conferma: lo spettro sonoro è sempre diverso a seconda che si canti o si parli. Nei panni di Robin, Dick entra nella camera di Saul per prelevare il mangiacassette che l’artista porta sempre in viaggio con sé, per poterlo utilizzare in caso di un’ispirazione improvvisa.

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Ma quando meno se lo aspetta, il giovane aiutante di Batman viene aggredito da un misterioso individuo, che gli sottrae il mangianastri. I sospetti del dinamico duo ricadono ovviamente su Saul.

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Bruce non si arrende e ricorre ad uno stratagemma per registrare ancora la voce di Saul: approfittando del compleanno di Alfred, chiede al gruppo di intonare un “Happy Birthday” in suo onore!

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Qui entriamo con tutte le scarpe nel momento più “weirdo” dell’intera vicenda, che calza a pennello con la natura di questa rubrica. Nel malaugurato caso in cui Batman non riuscisse a risolvere il caso, disporrebbe pur sempre di un bootleg dei “Beatles” che cantano “Birthday” nel suo salotto, una vera rarità!
Durante il confronto tra il nastro e le telefonate fatte da Saul, Batman e Robin ascoltano il bassista mentre prende appuntamento con il proprietario di una sala registrazioni. I due si affrettano a raggiungere il gruppo sperando di risolvere il mistero, ma vengono aggrediti da una banda di balordi che li stava aspettando. La telefonata era una trappola.

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Sgominati i delinquenti, il Cavaliere Oscuro decide di tornare alla Tenuta Wayne e di prendere il toro per le corna affrontando direttamente Saul. Quello che non poteva immaginare è che il vero responsabile è Glenn, che tenta di aggredirlo con una pistola, minaccia prontamente sventata da Saul.

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Il bassista può quindi rivelare la verità a Batman e a Robin: è lui l’unico superstite del gruppo originale, mentre i suoi compagni sono deceduti in un incidente con un jet privato, mentre si recavano in Nepal. Il povero Saul si era affrettato a trovare tre sosia di Glenn, Hal e Benji per salvare la band, sottoponendoli ad interventi di chirurgia plastica per aumentare la somiglianza con i suoi amici scomparsi. Per sviare qualsiasi sospetto, Saul aveva inventato e messo in giro la diceria sulla sua morte, polarizzando su di sé l’attenzione e sviandola dai “nuovi compagni”. Unico problema, la bramosia di denaro dell’avido, “nuovo” Glenn. Batman suggerisce a Saul di non disperdere il suo talento e di formare un nuovo complesso con “Hal” e “Benji”.

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Così grazie al dinamico duo, dalle ceneri dei Twists nasce un nuovo gruppo di successo, i Phoenix.

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Sperando che, nella finzione, producano musica migliore di quella dei Wings, gruppo creato da McCartney dopo i fasti degli anni con i Beatles e ritenuto da molti critici un passo falso nella straordinaria carriera di Sir Paul.

Prima di salutarci, è giusto tributare un piccolo omaggio all’artista di questo episodio cult di Batman, Irv Novick. Si tratta di un ottimo artigiano del fumetto, che ha legato il suo nome principalmente alle storie di Flash, ma che ha firmato anche storie significative del Cavaliere Oscuro (una delle mie preferite è il Demone di Gothos Mansion, storia dai toni horror stile film Hammer, scritta da Denny O’Neil). La sfortuna di Novick è stata quella di aver disegnato Batman nello stesso momento in cui il grande Neal Adams ne forniva la sua versione iconica, elemento che ha certamente relegato nell’ombra gli sforzi artistici del buon Irv.

È tutto per questa puntata di Mad Run! Ho una pila di vinili da far girare al contrario, a partire da Starway to Heaven dei Led Zeppelin: dicono che ci sia un messaggio nascosto, quindi vi saluto e vi do appuntamento alla prossima!
Scriveteci e commentate sulla nostra pagina Facebook per farci sapere se c’è una Mad Run che vorreste vedere apparire nella nostra rubrica. Fino a quel momento…
HEY, HO, LET’S GO!

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Mad Run #5: Quando eravamo tamarri, Bloodstrike di Rob Liefeld e Dan Fraga

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Bentornati su Mad Run, la rubrica più coatta del panorama fumettistico italiano! E a proposito di coatti, la puntata di oggi vedrà come assoluto protagonista quello che non esiterei a definire l’artista più controverso della storia del fumetto americano, capace di dividere come nessun altro le folle tra fan adoranti e feroci detrattori, l’autore che per un breve momento della storia è riuscito ad imporre il proprio innegabile cattivo gusto come moda imperante e modello da seguire: signore e signori, l’unico e solo Rob Liefeld!

Nella seconda metà degli anni ’80 il fumetto americano è investito da una rivoluzione estetica e da un rinnovamento grafico di cui si fa portatore un piccolo ma agguerrito gruppo di giovani talenti, capitanati da tre artisti in particolare: Todd McFarlane, Jim Lee e, appunto, Rob Liefeld. Pur con differenti peculiarità, questi giovani artisti si fanno notare per lo stile cinetico ed esplosivo grazie al quale realizzano immagini di forte impatto che, nell’economia generale della storia narrata, assumono un’importanza preponderante sulla sceneggiatura. Del lotto di artisti citati, Liefeld è il più giovane: ha solo una ventina d’anni quando viene assunto dalla Marvel per lavorare su New Mutants, dopo un veloce apprendistato alla DC dove disegna la miniserie Hawk & Dove. La serie dedicata ai Nuovi Mutanti era nata nel 1983 per sfruttare l’incredibile successo degli X-Men di Chris Claremont. La voglia dell’editore di lanciare altre iniziative collaterali sull’onda del successo della collana madre si fa ben presto manifesta, e New Mutants è il primo spin-off di una futura, lunga serie. La testata è incentrata sulle vicende di un gruppo di adolescenti, la generazione di mutanti successiva a quella degli X-Men, radunato dal Professor Xavier in un momento in cui gli Uomini X sono ritenuti erroneamente defunti. Sceneggiata dallo stesso Claremont, la serie non raggiungerà mai il successo arriso a Ciclope, Wolverine e soci, anche se conoscerà un ciclo diventato leggendario, quello illustrato da un Bill Sienkiewicz che sta per inaugurare la fase più sperimentale e avanguardista della sua carriera col dittico Elektra: Assassin e Daredevil: Love & War. Il vaso di Pandora è ormai rotto e la Marvel programma in continuazione il lancio di nuove serie mutanti: Claremont abbandona New Mutants per concentrarsi, oltre che su Uncanny X-Men, sulla nuova Excalibur e sulle avventure in solitaria di Wolverine. Il testimone passa a Louise Simonson, che mescola azione a toni intimisti, mantenendo la serie su un target prettamente adolescenziale. La serie vivacchia tra alti e bassi ed è la meno venduta tra tutte le collane mutanti finché nel 1989 Bob Harras, editor-in-chief della Marvel decide di agitare un po' le acque, assegnando le matite della serie a Liefeld.

Il buon Rob si trova per le mani l’occasione di una vita e la sfrutta nel migliore dei modi, stravolgendo completamente il look della serie. Si passa dallo stile a tratti cartoonesco di Bret Blevins, che ritrae i giovani protagonisti della serie come ragazzini dai grandi occhi, all’equivalente su carta di un’esplosione ormonale: Liefeld accentua la fisicità di Sunspot, Cannonball, Mirage, Wolfsbane, Boom Boom e compagni gonfiando i muscoli degli uomini e accentuando le forme delle donne, dotate però di un girovita da vespa impossibile. Anche le atmosfere da teen-drama vanno a farsi benedire, con tavole strabordanti di scontri e combattimenti. A livello simbolico, il nuovo corso viene sancito con l’introduzione di Cable, il nuovo leader dal passato misterioso ritratto come un tank umano armato fino ai denti. Dietro le quinte la tensione tra la Simonson e Liefeld raggiunge livelli di guardia, col giovane artista che esautora di fatto la scrittrice dall’ideazione delle trame. Con le vendite di New Mutants in netta ascesa grazie alla scossa al testosterone iniettata da Liefeld, ad Harras non resta che licenziare la Simonson, sostituita da un artigiano della macchina da scrivere, Fabian Nicieza, a cui spetta il compito di sceneggiare le trame sempre più improntate all’azione di Liefeld. La transizione può dirsi completa quando, con un mossa a sorpresa, Liefeld chiude New Mutants (non prima di avervi fatto esordire un loquace mercenario di nome Deadpool) e ne fa confluire il cast, salvo i personaggi ritenuti non in linea col nuovo corso, nella nuovissima X-Force. I giovani e sensibili Nuovi Mutanti sono diventati così un gruppo d’assalto paramilitare, guidati da un leader che ha una visione opposta alla convivenza pacifica propugnata dal Professor Xavier. I primi numeri di X-Force, campione d’incassi del 1991, sono emblematici dell’esuberanza liefeldiana nel concepire il fumetto, appena contenuta da un Nicieza impegnatissimo a dare un senso alle trame appena abbozzate da Rob. Ma il vero manifesto programmatico liefeldiano arriverà sugli scaffali delle fumetterie l’anno successivo, con l’esordio di Youngblood la serie creata dall’artista per la Image Comics, la casa editrice da lui fondata insieme e Jim Lee, Todd McFarlane e altri transfughi dalla Marvel a cui l’editore non voleva riconoscere il pagamento delle royalties. Abbiamo dedicato alla fondazione della Image, evento centrale nella storia del fumetto americano contemporaneo, un lungo ed esaustivo articolo in occasione del suo venticinquesimo compleanno a cui vi rimandiamo per maggiori approfondimenti.

Youngblood è il punto di arrivo e la summa dell’estetica liefeldiana, se così vogliamo chiamarla. Detentore del record per il fumetto indipendente più venduto di tutti i tempi, è un’orgia di azione scatenata senza soluzione di continuità, dove la trama è un optional trascurabile. Un delirio popolato da eroi ipertrofici e steroidati dallo sguardo truce, che piovono dal cielo dopo essersi lanciati chissà da dove, dotati di fucili al plasma e pistole futuristiche dalle dimensioni inverosimili che sfidano ogni logica e verosimiglianza, ritratti in pose aggressive e denti digrignati come a voler provocare il lettore, da eroine dal girovita impossibile a cui non mancano però seni prorompenti e gambe chilometriche. Youngblood è la sintesi degli anni ’80 americani appena trascorsi caratterizzati da un’era Reagan vissuta appieno e senza complessi con tutta la sua retorica patriottica, dalla musica dei gruppi hair metal con le loro pettinature improbabili che hanno usurpato il trono del rock, protetto e salvato dal solo Bruce Springsteen (secondo una felice affermazione di Gino Castaldo e Ernesto Assante), dagli action movie di Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, ma anche dei “cugini poveri”, Dolph Lundgren, Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme. La serie di Liefeld è anche una degna figlia degli anni ‘90, che sta al fumetto come i bagnini di Baywatch o il Renegade con Lorenzo Lamas stanno alla televisione di quegli anni. Un bel festival del tamarro, insomma.

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Oggi sbeffeggiata da molti, Youngblood anticipava a modo suo il discorso sulla privacy dei vip e delle conseguenze della celebrità, mettendo in scena le avventure di un gruppo di supereroi governativi assediati da stampa e paparazzi come divi del cinema. Shaft, Badrock, Diehard, Chapel, Vogue e gli altri membri del gruppo (copie non dichiarate ma perfettamente riconoscibili di alcuni tra i più celebri eroi Marvel) furono i beniamini del pubblico per una breve stagione, tanto da generare anche numerosi spin-off. Tra questi, il più trash fu forse Bloodstrike, una squadra d’assalto per missione segrete che si segnalò tra i prodotti più ignominiosi prodotti dagli Extreme Studios (un nome, un programma) di Liefeld. Se Youngblood era Cobra con Stallone o Commando con Schwarzenegger, Bloodstrike apparteneva al filone spazzatura delle tremende produzioni cinematografiche firmate Golan – Globus come Invasion U.S.A. con Chuck Norris o la serie del Guerriero Americano con Micheal Dudikoff.

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La collana venne sceneggiata da Rob con la collaborazione di Eric Stephenson, mentre la parte artistica fu affidata a un pupillo di Rob, Dan Fraga.
Bloodstrike inizia la sua corsa con un crossover con un’altra serie creata da Liefeld, Brigade, ulteriore gruppo di energumeni derivato da Youngblood. A capo di questa “brigata” c’è il Colonnello John Helix Stone, conosciuto come Battlestone. Era il comandante in capo degli Youngblood, prima che la sua condotta spregiudicata sul campo causasse la morte di due soldati. Eccolo ritratto da Liefeld durante quella sfortunata missione.

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L’immagine è la quintessenza della sospensione dell’incredulità che bisogna attuare per avvicinarsi ad un qualsiasi fumetto realizzato da Liefeld. Battlestone non ha il dono del volo eppure piomba giù dal cielo, lanciatosi sul terreno dello scontro chissà da dove, forse da un elicottero. O forse ha letto in anteprima la sceneggiatura e ha pensato bene di buttarsi di sotto per la disperazione. Anche il suo look non è male: tra i boccoli e il diadema a forma di teschio sulla fronte, Ozzy Osbourne in confronto è un modello di sobrietà. Gli Youngblood non restano a guardare e il cyborg Diehard lo affronta e lo arresta non tanto per la morti che ha causato quanto per la sua terribile mise.

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Un Battlestone imprigionato giura vendetta contro il governo che vuole usarlo come capro espiatorio per il fallimento della missione, e che dispone di manette mai viste prima.

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Alle minacce seguiranno i fatti. Dopo essere stato rilasciato per i servizi resi alla patria in passato, Battlestone fonda un gruppo di mercenari indipendenti, una sorta di A-Team dotato di superpoteri chiamato Brigade. Ma i servizi deviati temono i segreti di cui è a conoscenza Battlestone, tra cui il Progetto Rinascita, un programma top secret che resuscita soldati morti per utilizzarli per i propri scopi. C’è un solo modo di evitare che il Colonnello Stone parli: accopparlo. A questo scopo viene attivata e messa sulle sue tracce Bloodstrike, un’unità composta per l’appunto di agenti defunti e poi resuscitati. L’idea, sufficientemente trash, non è nuova ma presa di sana pianta dal film Universal Soldier con Dolph Lundgren e Jean-Claude Van Damme, tradotto liberamente in Italia con il titolo I Nuovi Eroi, a conferma dell’immaginario non proprio raffinato di Liefeld e compagni. Nelle prime pagine di Bloodstrike #1 facciamo subito la conoscenza del leader del gruppo, l’ennesimo buzzurro partorito dall’immaginazione di Liefeld: è Cabbot Stone, nient’altri che il fratello di Battlestone, dal quale lo separa un odio viscerale. Spoiler: arriveremo alla fine di questo cross-over senza conoscerne il motivo. Entrambi sono palesemente dei cloni di Cable, una delle creazioni più felici di Liefeld per la Marvel. Gli altri membri del gruppo sono Tag, una squinzia capace di bloccare le persone e impedirne i movimenti; Deadlock, un incrocio tra Wolverine e Deadpool; Fourplay, calco al femminile del mutante dalle quattro braccia Forearm del Fronte di Liberazione Mutante della serie X-Force; Shogun, un gigante in armatura dotato di ogni tipo di arma da fuoco. Nelle prime pagine della serie, il team attacca la base dell’organizzazione G.A.T.E., guidata dal malvagio Dottor Corben. Un incipit adrenalinico che ricorda tanto il primo numero di X-Force  tanto quello di Youngblood.

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Il team si sbarazza ben presto degli agenti della sicurezza, e dopo che Tag ha provveduto a bloccare Corben, decidono di trucidare con delicatezza il loro nemico.

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“Un silenzio del genere mi ricorda sempre uno dei benefici di questo lavoro… se li ammazzi non devi sentirli frignare su quanto fosse perfetto il loro piano mentre li porti via. Ed eccolo là, morto, con gli occhi ancora aperti dopo tutto… ma è ciò che ti capita se vuoi scherzare con Bloodstrike!” L’aria che tira è questa. Terminata la missione, Bloodstrike si lancia subito sulla prossima: l’eliminazione di Battlestone e della sua Brigade. Il team del Colonnello è appena tornato a casa da una missione nello spazio, costata la vita ad un membro della squadra, Atlas, quando Cabbot e compagni irrompono nella loro base e li attaccano uccidendo Stasis, una delle due donne del gruppo. Inizia la rissa tra le due squadre, illustrata da Marat Mycheals, altro pupillo di Liefeld che si occupa delle matite di Brigade.

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La brigata di Battlestone è decimata dall’assalto di Bloodstrike. Il colonnello si vede costretto a ricorrere all’aiuto di Boone e Lethal, due vecchi membri di Brigade che avevano lasciato la squadra. Seguono altre pagine piene di scazzottate e risse.

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Lethal irrompe nella base di Bloodstrike, dove libera Seahawk, membro della Brigade ferito nel primo scontro. Il tipo è l’ennesimo clone di Wolverine, dotato anche del dono del volo. La voglia di farlo pagare a cara a Bloodstrike e a Cabbot Stone per il ferimento suo e del fratello, Coldsnap, è tanta. Segue rissa tra i due.

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Irrompono anche Battlestone e il resto della Brigade. Segue rissa.

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Il Colonnello Stone si trova finalmente davanti a suo fratello Cabbot. I due si stringono in un abbraccio fraterno.

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Segue rissa. C’è da capirli, sono ragazzi e non si vedevano da un po’.

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Battlestone è riuscito a ribaltare le gerarchie in campo e intima a suo fratello di ritirare i suoi, così per stavolta, eviterà fraternamente di ammazzarlo. Cabbot Stone fugge col resto di Bloodstrike. Entrambi i fratelli sanno che si rivedranno presto per sistemare i conti in sospeso. Così si chiude Blood Brothers, crossover tra Bloodstrike e Brigade. Per realizzare questo capolavoro della Nona Arte non sono bastati i talenti di Liefeld, Fraga e Mycheals, ma è stato necessario anche l’apporto di Eric Stephenson che ha “sceneggiato” una trama concepita da Liefeld. Sì, è proprio lo stesso Stephenson presidente della odierna Image, l’alfiere del fumetto di qualità responsabile della pubblicazioni di serie acclamate dalla critica come Saga e Southern Bastards. Ragazzi, da qualche parte bisogna pur cominciare!

Youngblood, Bloodstrike e Brigade e le altre creazioni liefeldiane ebbero successo per una breve stagione, ma l’inconsistenza artistica di queste collane fu presto manifesta e il fenomeno si sgonfiò, non prima di aver influenzato pesantemente il fumetto di supereroi della prima metà degli anni ’90. Ce lo ricordiamo tutti questo Batman, vero?

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Negli anni successivi la biografia di Rob Liefeld si arricchirà di nuovi ed interessanti capitoli: la cacciata dalla Image da parte degli altri soci, la fondazione di Maximum Press e Awesome Entertainment, entrambe fallite dopo pochi anni, il coinvolgimento di Alan Moore con i suoi scalcagnati personaggi, a cui il Bardo di Northampton conferirà un’insperata dignità, il ritorno alla Marvel col progetto Heroes Reborn: come dimenticare questo Capitan America?

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Tutti si può dire di Rob Liefeld, tranne che non abbia avuto una vicenda umana e professionale più interessante della maggior parte dei suoi più blasonati e talvolta noiosi colleghi. Eppure, nel momento del suo massimo fulgore, i fumetti di Liefeld sono stati esattamente quello che i lettori dell’epoca volevano leggere, come quei teenager che cantavano a squarciagola Unskinny Bop dei Poison ignorando, o infischiandosene, che il vero rock’n’roll era un’altra cosa. Personalmente continuo a provare simpatia per Rob e per i suoi supereroi cafoni pieni di fucili, tasche e marsupi (ci sarebbe da scrivere un saggio sull’ossessione di Liefeld per le cinture porta tasche: si sarà perso spesso le chiavi di casa?) e per le sue distorsioni anatomiche che hanno fatto storia. Ma come, direte! Un endorsment nei confronti dell’Ed Wood dei fumetti, come ebbe e definirlo Peter David? Quando uno è cresciuto con l’Uomo Ragno scarabocchiato da Al Milgrom, anche Rob Liefeld può apparire come un liberatore. Il ragazzo che venne travolto da un successo clamoroso senza avere realmente i numeri per giocare in serie A, il grande ingannatore che riuscì a mentire ai lettori, e soprattutto a se stesso, circa la reale consistenza del suo talento. Eppure in ogni sua tavola è impossibile non cogliere una sorta di entusiasmo contagioso e di esuberanza fanciullesca, emozioni primarie che precedono ogni valutazione artistica. Faccio mia l’affermazione del suo amico Robert Kirkman, creatore di The Walking Dead: “Tutto quello che disegna ha un certo grado di energia in sé. E tutto quel che disegna è interessante, che sia accurato o meno. Molta gente guarda ai disegni di Liefeld e pensa: ai miei occhi questo disegno è sbagliato; ecco, direi che questa gente non ha gioia nell’anima”.
In attesa del suo ennesimo ritorno, come un vero revenant dell’industria del fumetto.

È tutto per questa puntata di Mad Run, gente! In attesa della reunion dei Poison, scrivete pure a Comicus.it o commentate sulle nostre pagine social!
Alla prossima puntata e fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

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Mad Run 4: Attenti a Cap-Wolf! Il Captain America di Mark Gruenwald

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Bentornati su Mad Run, la rubrica che affronta senza peli sulla lingua le storie a fumetti più bizzarre mai concepite! E a proposito di peli, oggi parleremo di uno storyarc decisamente trash, una pagina poco gloriosa nella carriera di una Leggenda Vivente, per quanto inserita in una run di tutto rispetto: racconteremo di quella volta che Mark Gruenwald trasformò Capitan America in un lupo mannaro! Signore e Signori, ecco a voi Cap-Wolf!

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Mark Gruenwald è stato un nume tutelare della Marvel per tutti gli anni ’80 e fino al 1996, anno della sua prematura scomparsa dovuta ad un difetto cardiaco congenito mai diagnosticato prima. Pilastro dello staff redazionale, Gruenwald vantava una conoscenza certosina della continuity Marvel, di cui ricordava con precisione anche i dettagli apparentemente meno significativi. In virtù di questa sua competenza enciclopedica, organizzava ogni anno un contest con il quale permetteva ai lettori di sfidarlo con domande impegnative sull’universo Marvel, alle quali riusciva a rispondere senza problemi. A lui si deve l’idea di catalogare l’immenso parco personaggi dell’editore, intuizione sfociata nel celeberrimo Official Handbook of the Marvel Universe. Come editor, supervisionò testate storiche come Avengers e Thor, ma è a Captain America che Gruenwald legherà indissolubilmente il suo nome. Già supervisore della testata, “Grue” ne diventò lo sceneggiatore nel 1985, quando Jean-Marc DeMatteis lasciò l’incarico dopo un ciclo acclamato. Partendo in sordina, l’autore realizzò una run dalla durata decennale (1985-1995), fornendo una visione del personaggio considerata da molti definitiva. Il Capitan America di Gruenwald è l’incarnazione del Sogno Americano inteso come capacità di affermarsi secondo le proprie possibilità e a dispetto di ogni difficoltà, esprimendo appieno il proprio potenziale. Non è un caso che, per la maggior parte del ciclo, l’identità civile di Steve Rogers venga messa decisamente in secondo piano, a vantaggio della dimensione simbolica ed iconica del Capitano. Durante la sua gestione della serie del Discobolo, Gruenwald introdusse personaggi che sarebbero diventati fondamentali per la continuity della serie e del Marvel Universe in generale come John Walker, che prenderà il posto del Capitano per poi diventare un eroe indipendente col nome di U.S. Agent, lo spietato Crossbones, minacce come la Squadra dei Serpenti, l’antinazionalista Spezza-Bandiera e la milizia di estrema destra dei Cani da Guardia, che non esita a commettere atti di terrorismo per preservare, a dir loro, i valori americani dall’immoralità. Il Cap di “Grue” era un divertentissimo fumetto d’azione, che rifletteva però i timori e le preoccupazioni dello scrittore per la situazione contingente del suo Paese. Saghe come quella del Nuovo Capitan America (Speciale Capitan America 2, Star Comics), Bloodstone Hunt (Speciale Capitan America Estate 1994, Marvel Italia) e Streets of Poison (Marvel Extra 7, Marvel Italia) sono delle piccole gemme, se doveste trovarne delle copie in qualche mercatino dell’usato non ve le fate sfuggire: non ve ne pentirete.

Come dicevamo, la run di Mark Gruenwald sulla testata del Discobolo durò la bellezza di dieci anni, un arco temporale importante e impensabile per l’industria di oggi spesso alle prese con rilanci e reboot che non consentono più l’identificazione di un autore con una serie o un personaggio. Nella parte finale del suo ciclo, però, l’ispirazione dello scrittore cominciò a vacillare e la saga di Cap-Wolf è generalmente considerata uno scivolone nell’economia di un ciclo comunque fondamentale per la Sentinella della Libertà. Lo storyarc venne pubblicato nell’estate del 1992 in sette numeri con cadenza quindicinale.
Tutto comincia in Captain America 402. In una cittadina della contea di New York, Starkesboro (non c’era un altro nome?) si sono consumati alcuni atroci delitti. I cadaveri sembrano essere stati mutilati da una grossa bestia. Nel frattempo, nella base dei Vendicatori, Capitan America comunica alla Vedova Nera che si concederà una licenza dal gruppo per andare a cercare il suo amico e pilota John Jameson, figlio del burbero editore del Daily Bugle, che non dà sue notizie da settimane. Jameson Junior, ex astronauta, era diventato in passato il terribile Uomo Lupo dopo aver rinvenuto, durante una spedizione, un frammento di pietra lunare che lo aveva trasformato in un licantropo. Solo l’intervento dell’Uomo Ragno aveva potuto salvarlo. Cap teme che John possa essersi ritrasformato nel lupo mannaro. Dopo una inutile visita al Bugle, dove non riesce ad avere alcuna informazione dal padre di John, J. Jonah Jameson, Steve decide di chiedere l’aiuto di un mistico. Constatata l’indisponibilità del Dottor Strange, Cap si dirige verso Boston, al cospetto di colui che all’epoca era la seconda autorità dell’Universo Marvel nel campo della magia: Il Dottor Druido, ex membro dei Vendicatori.

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Il mistico acconsente ad accompagnare Cap nella sua investigazione sui luoghi degli omicidi. Poco dopo il loro arrivo, i due vengono attaccati da un aggressivo essere ferino.

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Quando stanno per avere la peggio, arriva un misterioso mercenario, Moonhunter, che rapisce la bestia.

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Il Capitano lo insegue e lo attacca, ma nello scontro ha la peggio. Il mercenario consegna la belva a colei che è responsabile della trasformazione in licantropi degli abitanti di Starkesboro: si tratta della Dottoressa Nightshade, che il Discobolo aveva già affrontato in passato. La donna non lavora però da sola: è al servizio di un misterioso padrone, in possesso della gemma lunare di Jameson, che trama nell’ombra.

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A questo punto arriva un ospite inaspettato: il mutante conosciuto come Wolverine! Anche l’X-Man sta indagando sugli omicidi e le tracce che ha seguito lo hanno condotto fino alla villa che funge da base del malefico duo. Nightshade gli scaglia contro un gruppo di licantropi: esausto, il mutante viene infine abbattuto da Moonhunter.

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La Dottoressa prova a trasformare anche Logan in un licantropo, ma il suo fattore rigenerante non glielo permette; riesce comunque a prendere il controllo della mente dell’X-Man, scagliandolo contro Capitan America, sopraggiunto nel frattempo.

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Il Discobolo ha la peggio e viene catturato. Nightshade a questo punto può usare il suo trattamento contro di lui. La trasformazione è inevitabile: ecco Cap-Wolf!

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Il Cap mannaro fugge, e deve di nuovo affrontare Wolverine, mandato a catturarlo.

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Nel frattempo, Il Dottor Druido ha scoperto l’identità della mente dietro l’intera vicenda: è Dredmund Cromwell, mistico con mire di conquista.

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Intanto, nelle segrete della villa, il prigioniero Cap-Wolf fa proseliti fra i licantropi, persone trasformate contro la propria volontà da Cromwell per formare un esercito ai suoi ordini. Tra i prigionieri c’è anche Wolfsbane, membro ferino di X-Factor, attirata sul posto dalla forza irresistibile della Pietra Lunare. Stessa cosa è successa a Feral, membro di X-Force. La sua sparizione mette in allarme Cable, leader della formazione mutante, che si mette sulle sue tracce.

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A questo punto direte: ma come mai tutti questi ospiti provenienti dalle serie mutanti? La risposta è semplice: siamo nel 1992 e da più di dieci anni la serie degli X-Men e i suoi spin-off sono le più vendute della Marvel, mentre le serie di Cap, Thor, Iron Man e dei Vendicatori languono spesso nei bassifondi delle classifiche. Con qualche comparsata di Wolverine, Cable e soci si spera di vendere qualche copia in più. Sembra incredibile oggi, abituati come siamo alla saga cinematografica degli Avengers, ma in quel momento storico sfruttare il grande successo degli X-Men era la norma.
Tornando alla nostra saga, Cap-Wolf e gli altri licantropi scappano dalla loro cella, ma non fanno in tempo ad impedire a Cromwell, che ha sconfitto il Dottor Druido, di usare la pietra lunare per diventare un potente “Signore dei Lupi”.

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Con l’aiuto del sopraggiunto Cable e di un Wolverine ormai libero dal giogo mentale di Nightshade, Cap-Wolf riesce ad avere la meglio sul suo nemico.

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La Dottoressa Nighshade, rimasta sola, somministra la cura per la licantropia al Capitano e a John Jameson, che era in effetti uno dei licantropi trasformati dalla coppia di villain. La saga si chiude con l’addio di John: il pilota comunica al Capitano che non tornerà con lui alla base dei Vendicatori, dove aveva prestato servizio come pilota, ma che partirà per cercare il suo posto nel mondo.

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Anche se il ciclo di Cap-Wolf non è stato certo il momento più luminoso della pluridecennale carriera della Sentinella della Libertà, voglio spezzare una lancia per il compianto Mark Gruenwald: questa saga dalle premesse già traballanti (e certamente non aiutata dalle matite tutt'altro che memorabili del modesto Rik Levins) non può macchiare la qualità di altri suoi lavori, come il resto della sua notevole run di Captain America. Mi fa piacere ricordare in questa sede anche Quasar, collana dedicata al Vendicatore Cosmico interamente scritta da Grue, graziata ad un certo punto dalle matite di un debuttante Greg Capullo, futuro disegnatore di Spawn e Batman, una delle letture preferite della mia adolescenza. O la miniserie dello Squadrone Supremo, che anticipò alcune tematiche realistiche, tipiche del fumetto revisionista, che poi sarebbero state riprese in opere più blasonate come Watchmen. Gruenwald andava così fiero di questo suo lavoro che chiese espressamente che le sue ceneri fossero raccolte e mescolate all’inchiostro usato per la prima stampa della raccolta in volume dell’opera. Grazie Mark, per l’amore e la passione che hai messo sempre nel tuo lavoro: non sarai dimenticato.

È tutto per questa puntata di Mad Run: fate attenzione alle notti di luna piena, commentate sulla nostra pagina Facebook e fateci sapere se c’è una "mad run" a cui vorreste che dedicassimo una puntata della nostra rubrica!
Fino a quel momento… HEY, HO, LET’S GO!

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Mad Run #3: Il Film per adulti di Superman e Big Barda nell'Action Comics di John Byrne

  • Pubblicato in Focus

Bentornati su Mad Run, la rubrica che non teme di immergersi nei momenti più bizzarri della storia del fumetto a stelle a strisce. Dopo aver parlato di Marvel nelle prime due puntate, stavolta faremo un salto in casa DC Comics, in un momento cruciale per la storia editoriale della Distinta Concorrenza: i favolosi anni ’80! E visto che nelle prime due puntate abbiamo rimestato decisamente nel torbido, tra segreti e tradimenti, questa volta abbiamo deciso di andare oltre le squallide storie di corna già presentate optando per un argomento più delicato: parleremo di quella volta in cui Superman e Big Barda condivisero il set di un film porno! Il tutto narratoci da un gigante dell’industria, la star indiscussa del fumetto americano degli anni ’80, un maestro della Nona Arte che siamo onorati di ospitare nella nostra rubrica: John Byrne! Spostiamo quindi le lancette dell’orologio all’anno 1986, come se avessimo a disposizione la mitica DeLorean di Ritorno al Futuro, e diamo inizio a questa puntata di Mad Run!
 
A metà degli anni ’80, la DC avvia un’imponente ristrutturazione del proprio parco testate e un’opera di semplificazione della convulsa continuity narrativa, ormai gravata da cinquant’anni di storie, che impedisce a nuovi ed eventuali lettori di saltare a bordo della maggior parte delle serie della casa editrice. Lo scenario del Multiverso DC, come si presentava al pubblico all’inizio del decennio, era popolato da un numero pressoché infinito di terre parallele, ciascuna popolata da versioni alternative degli eroi più popolari: su Terra 1 vivevano le versioni moderne di Batman, Superman, Wonder Woman e soci, mentre su Terra 2 venivano narrate le avventure post-belliche degli stessi eroi, riuniti nella Justice Society of America. Gli eroi delle due terre si incontravano spesso, e frequenti erano le alleanze della Justice Society con la Justice League of America di Terra 1. Questa situazione rischiava di creare confusione tra i lettori, senza contare che i fumetti DC venivano percepiti dai più come troppo classicheggianti e non al passo con i tempi, cavalcati invece con furore dalla Marvel con serie innovative come X-Men di Chris Claremont & John Byrne e Daredevil di Frank Miller.  Serviva una scossa di rinnovamento, e il terremoto fu incarnato da Crisis on Infinite Earts, maxiserie di 12 numeri firmata da Marv Wolfman e George Pérez, con la quale l’editore fece piazza pulita delle infinite terre parallele e della tradizione naif derivata dalla Silver Age che ancora popolava molte delle sue testate, retaggio affascinante ma ormai anacronistico in anni in cui il cosiddetto revisionismo supereroistico cominciava a farsi largo. Quando Crisis terminò, nel marzo del 1986, il multiverso DC non esisteva più: adesso c’era una sola Terra, e della vecchia continuity era stato salvato solo ciò che funzionava. In realtà il coordinamento editoriale non fu perfetto e ci furono non poche contraddizioni, tipo la presenza dell’Hawkman pre-Crisis in una storia di Superman mentre ne debuttava la versione aggiornata nella miniserie Hawkworld, ma questa storia dovrà essere raccontata altrove. L’universo DC si presentava quindi, per la prima volta da cinque decadi, come una tabula rasa, e l’editore pensò bene di convocare i due artisti di maggior successo di quel momento, strappandoli alla concorrenza, per aggiornare le due più grandi icone del proprio catalogo. Così, mentre Frank Miller ci forniva la versione definitiva di Batman, John Byrne si mise a lavorare sul rilancio di Superman. All’epoca il passaggio di Miller e Byrne dalla Marvel e DC fece scalpore: la Casa delle Idee perdeva i due creativi sui quali aveva costruito la maggior parte dei suoi successi tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80. Se Batman era un personaggio che funzionava anche prima dell’arrivo di Miller e che aveva bisogno solo di una messa a punto, ben più gravoso appariva il compito di Byrne con l’Uomo d’Acciaio.

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Si trattava di aggiornare la mitologia di un personaggio che, nella sua versione cartacea, non aveva saputo sfruttare il grande successo del lungometraggio di Richard Donner a lui dedicato nel 1978. Potendo contare sulla grande interpretazione dell’indimenticabile Christopher Reeve, il film ci aveva regalato un Superman più realistico e meno caricaturale di quello che i lettori dell’epoca ancora potevano trovare sulle pagine dei comic book, ancora alle prese con le esagerazioni di una Silver Age ormai lontana nel tempo, tra città in bottiglia e cani volanti. L’Uomo d’Acciaio di Reeve era un Superman con le sue debolezze e non onnipotente, profondamente ancorato al suo retaggio umano. Byrne tenne conto degli elementi di novità introdotti dal film e li portò nella sua versione, convinto del fatto che nel 1986 un eroe invincibile non interessasse più a nessuno. Così l’artista britannico presentò al pubblico un eroe con le sue vulnerabilità, simboleggiate dall’iconico costume che, a differenza del passato, finiva spesso in brandelli durante gli scontri più cruenti. Byrne stabilì inoltre che Kal-El era l’unico sopravvissuto della distrutta Krypton: vennero così eliminati dal “canone” del personaggio tutti gli altri profughi del suo pianeta natale, da Supergirl, al cane Krypto fino alla città in bottiglia di Kandor, allo scopo di amplificare il senso di solitudine dell’Uomo d’Acciaio. Le innovazioni introdotte dall’autore furono numerose, brillanti e attuali, a partire dal nuovo ruolo di Lex Luthor, non più semplice genio del male ma luciferino e tipico tycoon dell’era reaganiana, magnate dall’apparenza rispettabile ma dai non pochi scheletri nell’armadio. Il Superman di Byrne è un capolavoro che meriterebbe un'analisi a parte, la versione moderna e definitiva del personaggio che ha costituito la base per venticinque anni di storie, fino al reboot New 52 del 2011: quindi a quale titolo, direte voi, dobbiamo la sua presenza in questa puntata di Mad Run? Beh, come molti di voi ricorderanno, Big John era colui che aveva dedicato un episodio (esilarante) di Fantastic Four al tentativo di She-Hulk di riappropriarsi di una sua foto in topless “rubata”, ma basterebbe pensare al personaggio di Aurora in Alpha Flight, timida e sessuofoba insegnante nella sua identità borghese quanto sfrontata e disinibita nella sua veste di supereroina. Ogni tanto Byrne inseriva nelle sue storie qualche particolare un po’ piccante, per la gioia di noi fan all’epoca adolescenti. Ma quella volta che rese Superman il protagonista di un film pornografico si superò!
Il tutto venne raccontato in una storia in due parti contenuta in Action Comics 592 e 593 di settembre e ottobre 1987.

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Byrne aveva rinarrato le origini di Superman nella miniserie di sei numeri The Man Of Steel, per poi proseguire la sua opera di rinnovamento del personaggio su due mensili, il nuovissimo Superman e la classica Action Comics. Se il primo costituiva la sede primaria delle trame intessute dall’autore, il secondo presentava ogni mese un team-up diverso tra l’Uomo d’Acciaio e un protagonista del rinnovato Universo DC post-Crisis. Nel nostro caso, l’ultimo figlio di Krypton incontrava Mister Miracle e Big Barda, due tra le più famose creazioni di Jack Kirby, ideate per la sua celeberrima Saga del Quarto Mondo. Mister Miracle era Scott Free, l’artista della fuga fuggito da Apokolips e dal regno di terrore del suo sovrano, Darkseid. Barda, temibile guerriera e generale delle truppe di Darkseid, aveva tradito il tiranno dopo aver incontrato Scott ed essersene innamorata. Entrambi avevano trovato rifugio sulla Terra, dove erano convolati a giuste nozze. Scott, inoltre, aveva anche trovato il tempo di unirsi alla più recente incarnazione della Justice League of America.
La storia si apre con una smarrita Barda in visita a Metropolis. La guerriera si trova casualmente a Suicide Slum, la zona più degradata della città, tra prostitute e protettori. La situazione che si presenta alla supereroina è un incrocio tra i set de I Guerrieri della Notte, New Jack City e Boogie Nights. La donna è incredula per lo squallore che si presenta ai suoi occhi.

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Uno scippatore commette l’errore madornale di rubare la borsa di Barda, che contiene la sua bacchetta del potere, arma potentissima originaria di Apokolips. Ma prima che possa essere raggiunto da Barda, che si è gettata al suo inseguimento, il ladro viene catturato dai tentacoli di un essere mostruoso. Quando la donna sopraggiunge, il delinquente è già cadavere: neanche il tempo di capire il da farsi e viene colpita da un raggio sparato dalla sua stessa arma.

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Uno strano essere verde, compiaciuto, si avvicina sogghignando all’eroina svenuta.

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Stesso destino subisce Superman poco dopo, giunto sul posto dopo aver captato una forte aura energetica provenire da lì. L’alieno si rivela essere un nativo di Apokolips dal nome quanto mai appropriato, Repellente. Consigliere di Darkseid durante gli anni giovanili di quest’ultimo, era stato in seguito esiliato dal despota per le sue inclinazioni oscene e perverse. C’è da considerare che essere giudicati impresentabili e banditi da un tiranno dello spazio che annovera la tortura come suo interesse principale è una bella impresa. Il tipo ha le capacità di corrompere psichicamente le persone, sottomettendole alla sua volontà. Il genere di potere che piacerebbe ad Harvey Weinstein, anche se, al contrario dell’ex boss della Miramax, Repellente ha il buon gusto di non accogliere le sue vittime in accappatoio in una stanza d’albergo. In ogni caso, l’alieno sa bene come utilizzarlo con Barda: costringe la malcapitata ad indossare un costume che lascia ben poco all’immaginazione e a lanciarsi in una danza sexy, filmandola.

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Eh si, perché Repellente ha pensato bene di riciclarsi sulla Terra come impresario nell’industria dell’home video a luci rosse.
Nel frattempo Mister Miracle rincasa, in compagnia del suo amico e assistente, il nano Oberon.

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Al posto di Barda, trova un ospite decisamente sgradito: il sovrano di Apokolips in persona, il malvagio Darkseid.

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Scott sta per attaccare il suo acerrimo nemico, dedito a sorseggiare un drink in salotto, ma questi lo ferma. Gli porge un vhs, acquistato dai suoi agenti in una zona malfamata della città, che è sicuro che Mister Miracle troverà di suo interesse. La tavola successiva è un capolavoro di arte sequenziale: Scott e Oberon riconoscono Barda nel filmato, anche se pesantemente truccata, ma restano di stucco davanti al contenuto… un tantino osé, come suggerisce il malizioso Byrne.

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Sconvolto, il buon Scott Free si lancia alla volta di Suicide Slum seguendo la dritta del suo eterno avversario. La cosa fantastica è che l’incarnazione del male stesso abbia trovato il tempo, tra una devastazione e l’altra, di andare ad avvertire uno dei suoi peggiori nemici dei pericoli che sta correndo la moglie e, non trovandolo, di accomodarsi sulla sua poltrona a bere un whisky. Diavolo di un Byrne!
Diventiamo quindi testimoni della lotta contro il tempo di Mister Miracle, che deve scoprire dove si trovi Barda prima che possa accadere qualcosa di realmente irreparabile. E farà bene a sbrigarsi perché Grossman, il produttore degli “assoli” di successo della povera e soggiogata supereroina, ha in mente di accoppiarla col nuovo “stallone” della sua scuderia: l’altrettanto sottomesso Superman, piegato dal controllo psichico di Repellente!

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Scott si imbatte in qualche ostacolo durante la sua corsa contro il tempo: arrivato a Suicide Slum, viene aggredito da una gang di delinquenti che lo stordiscono, lo chiudono in un sacco, e lo sigillano con una fiamma ossidrica in un cassonetto dell’immondizia. Una trappola degna di Houdini per il Maestro dell’ escapismo!

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Nella vignetta successiva, Mister Miracle è già fuggito e sta correndo sui tetti verso la sua meta. Una trappola che sembrava mortale era solo una scocciatura per l’Artista della fuga. La cosa più divertente è che una banda di malintenzionati avesse a disposizione l’armamentario per una trappola del genere. Mah!
Nel frattempo, sul set del film per adulti con protagonisti Superman e Barda, non tutto fila come dovrebbe. Grossman si lamenta della scarso “sex appeal” dell’Uomo d’Acciaio, a suo dire troppo legnoso: Repellente capisce che Supes sta opponendo resistenza al suo potere grazie alla sua forte fibra morale, quindi tenta il tutto per tutto e aumenta l’intensità del suo controllo.

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Proprio mentre Superman sembra cedere e comincia a baciare appassionatamente una discinta Barda, Mister Miracle interrompe le riprese facendo irruzione dal lucernario!

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Il set diventa un parapiglia: Scott Free si lancia all’inseguimento di Repellente, che gli scaglia contro il mostro dai tentacoli mollicci che avevamo visto in apertura della saga. Scott viene salvato da Barda, ormai ristabilitasi, che senza fatica fa a pezzi la mostruosità natia dei pozzi neri di Apokolips. Superman insegue Repellente nelle fogne (il posto giusto per un tipo così) ma il laido alieno, piuttosto che farsi catturare, preferisce suicidarsi facendosi esplodere vicino ad una conduttura di gas. L'Uomo d'Acciaio raggiunge i suoi alleati e li informa sull’infausto destino di Repellente, l’Harvey Weinstein venuto dallo spazio. È il momento dei saluti: ma Superman confida a Barda che gli sembra di ricordare che era successo davvero qualcosa tra di loro, quando erano sotto l’influsso dell’alieno. Barda lo interrompe, suggerendogli che è meglio lasciare le cose così. La storia si conclude con un infastidito Mister Miracle che si accomiata da Superman in compagnia della moglie ritrovata.

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Quindi Superman non è mai stato davvero il protagonista di un film per adulti, grazie all’intervento provvidenziale di Mister Miracle ma chissà, qualche foto di scena piccante in compagnia di Barda un giorno potrebbe saltare fuori, tra un reboot e l’altro dell’ Universo DC. Con buona pace del povero Scott Free.

È tutto per questa puntata di Mad Run e mi raccomando, non fatevi beccare in atteggiamenti compromettenti con la moglie di un vostro amico, o quantomeno assicuratevi che l’appartamento non abbia il luceranario: in ogni caso, la scusa del controllo mentale non reggerebbe!
Scrivete a Comicus.it o lasciate un commento sulla nostra pagina Facebook per segnalarci una Mad Run da recuperare!
Fino ad allora…
HEY, HO, LET’S GO!

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