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La ricerca di se stessi nella profondità dello spazio: intervista a Francesco Guarnaccia

Francesco Guarnaccia è una promessa del fumetto italiano. Membro di spicco del collettivo Mammaiuto, ha già all’attivo un bel po' di pubblicazioni iniziate nel 2013, grazie all’autoproduzione, fino a From Here To Eternity per Shockdom. Esordisce con Bao Publishing con la sua spaziale, quanto profonda opera, Iperurania. Lo abbiamo intervistato durante il Napoli Comicon 2018, per ampliare un po’ la visione di questo meraviglioso fumetto.

Potete leggere la recensione di Iperurania qui.

Il tuo Iperurania è una storia fantascientifica, che però è un pretesto, per raccontare il superamento di paure. Quanto c’è di autobiografico dietro?
Di biografico c’è il 40%. Direi che non è una storia propriamente autobiografica ma prende spunto, neanche dai fatti reali, ma delle sensazioni che ho provato, che per me sono state passeggere. Non hanno minimamente influenzato la mia vita e il mio quotidiano, però, nel momento in cui mi è capitato di provarle le ho trovate interessanti per svilupparci una storia. Del buon materiale da approfondire, insomma. Quindi ho incominciato partendo dalla mia esperienza ad ingigantirla. Provare a capire se una situazione del genere, ovvero la sindrome dell’impostore, come poteva cambiare la vita nel momento in cui diventava pesante e opprimente. Comprendere quali potessero essere le conseguenze anche nei rapporti con le altre persone. Infatti poi nel libro si parla di amicizia, di rapporti con i colleghi e tutti i rapporti interpersonali, più o meno intimi. I rapporti più intimi, in questo caso, non hanno un riscontro effettivo 1 a 1, nel senso che nessuno dei personaggi del libro è il corrispettivo di un personaggio reale, però loro sono il sunto, il condensarsi di tutte le mie esperienze di amicizie che ho vissuto nella mia vita.

COVER IPERURANIA

Hai dato voce alla situazione di tanti artisti, coinvolgendo vai ambiti dell’arte. Come credi che sia il panorama attuale del fumetto? E come lo stai vivendo?
Io, personalmente, la sto vivendo molto bene. Cerco di essere, allo stesso tempo, molto professionale e molto amichevole, diciamo. Se questo è il termine giusto. Quello a cui tengo, però, è non mescolare le due cose. Nel momento in cui si è ai festival e si hanno rapporti personali, per me è importante anche entrare in confidenza, in intimità, nel senso del conoscere chi si ha davanti come persona. Avere dei buoni rapporti. Quando è il momento di essere professionali, tutte le questioni personali devono restar fuori. Non devono influenzare ciò che è il lavoro. Ad esempio, io preferisco tenermi più alla larga possibile da polemiche, frecciatine etc. Ritengo che facciano veramente male all’ambiente lavorativo in primis e all’ambiente in generale, poi. Bisogna scindere le cose, per quanto sia possibile. E non condivido nemmeno l’idea che spesso capita di vedere, dell’avere una sorta di squadra di appartenenza. Come se gli autori dovessero essere divisi in scuderie o team, insomma. Questo introduce un elemento di competizione. Io ho lavorato con tante realtà e sono contento e fiero di aver messo le mani un po’ ovunque. È chiaro però, che a volte si trovano delle situazioni più stabili, un po’ per alchimia quasi. In questo momento sono molto soddisfatto del lavoro svolto con Bao e sicuramente collaborerò in futuro con loro, anche se non voglio precludermi niente. Soprattutto mi piace pensare che sia possibile lavorare insieme pur collaborando con realtà distanti, senza che l’una escluda l’altra. Tornando alla domanda principale, se l’ambiente lo si vive in modo sano, è veramente ricco e prospero. Non bisogna cadere prede di isterismi e critiche distruttive.
La sindrome dell’impostore, nel libro, assume due forme diverse, in contesti diversi. Mi spiego meglio. Uno all’interno proprio dell’ambiente di appartenenza, che sia settore della fotografia, fumetto o altri campi artistici, c’è dell’invidia da parte dei colleghi. C’è la competizione. Non quella sana ma quella malsana. Infatti quello che tento di dire nel libro è che la competitività in realtà può essere una cosa molto positiva se presa in un certo modo. Che ti spinge a migliorare.
Poi c’è un altro sentimento che è rivolto all’esterno dell’ambiente artistico. Riguarda quello che una persona, che fa un lavoro più tradizionale, prova per chi invece fa un qualcosa che ama. Questo anche in maniera contraria. Nel senso chi fa un lavoro che ama fare, si autoinnesca poi dei sensi di colpa. Per cui chi vive di un lavoro che reputa divertente, si può sentire in difetto verso persone che magari si spaccano la schiena. In realtà la soluzione dovrebbe essere quella di avere una serenità verso sé stessi. Inoltre, se fai un lavoro che ti piace e ti diverte, all’esterno non viene più percepito come un lavoro. Si ha un non riconoscimento di esso, perché non stai lì a soffrirne. Questo avviene più per autodifesa che per cattiveria, vorrei sottolinearlo.

Hai un metodo particolare di strutturazione della tavola. Ti ispiri a qualche artista in particolare? Quali sono le tue influenze artistiche?
Ovviamente la tavola e la messa in pagina sono asservite alla storia. È impossibile per me dire che le cose sono scisse. È chiaro che tutto ciò che voglio sperimentare e far entrare in pagina è funzionale alla storia. In generale resto sempre abbastanza sorpreso quando mi dicono che sono particolarmente sperimentale .A me non sembra, o quantomeno, le mie vignette sono regolari.  Tutto il libro ha una continua dilatazione e decompressione delle vignette. È un gioco di avvicinamento e allontanamento. Quindi ci sono pagine super piene e tante splash-page e doppie splash. Mi piace questo metodo perché mi permette di dare tanto ritmo alla storia. Comprimere, decomprimere e, per me. la grandezza della vignetta è un segnale del soffermarsi, un’indicazione precisa, temporale direi, o comunque di importanza. In realtà sto dicendo delle cose abbastanza fondamentali, basiche oserei.
Per le ispirazioni, faccio molta fatica ad identificare quali sono le mie influenze per la scrittura e quelle per la messa in pagina. Per la regia delle storie, ecco. Per il riferimento stilistico invece devo citare Bryan Lee O’Malley, che non riesco a separarmene come assimilazione e, negli anni, la scena degli artisti indie inglese, quelli sotto l’ala della Nobrow Press. Tra i miei preferiti direi senz’altro Luke Pearson e Sam Brosnan. Uscendo invece dall’ambiente del fumetto, faccio molto riferimento al mondo dell’animazione. La recente scena dell’animazione 2D: Gravity Falls, Adventure time, sono tra quelle che più mi prendono.

Cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro?
Allora, con Bao per ora stiamo a vedere Iperurania e ancora dobbiamo parlare del futuro. Nell’immediato, invece, la mia preoccupazione è terminare Il Cavaliere e il Serpente. È una storia a cui tengo tantissimo e voglio assolutamente portare al termine. Dopodiché ho un paio di storie in serbo. Forse troppe, quindi sto cominciando a pensare all’idea di scrivere anche per altre persone e vedere come va. Lavorare con dei disegnatori per mettermi alla prova, perché nonostante io sia molto geloso delle mie storie, sono arrivato nel momento in cui forse alcune storie dovrei deciderle di non farle se dovessi disegnarle tutte io, quindi non mi va di accantonarle. Allora meglio affidarmi a qualcuno di cui mi possa fidare e farle venire alla luce.

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Ultimissima. Il prodotto finito di Iperurania, come ti sembra? Te lo aspettavi in questo modo oppure c’è qualche appunto che avresti visto diversamente?
Allora io ho lavorato in digitale. Ho fatto una progettazione vera del libro. Prima di cominciare a lavorare alle tavole, avevo già perfettamente in mente le misure e il formato. Ciò nonostante, lavorare in digitale, ti provoca uno sfasamento totale dalla realtà. Tremendo. Per avere un minimo di corrispondenza mi son stampato le tavole in casa per comprendere come stesse venendo visivamente e come poteva apparire. Per avere un responso immediato, per controllare se ci fosse un particolare da modificare, tipo. Ma non è comunque sufficiente. Quando vedi il libro è altro. Quindi anche se sapevo in anticipo tutto, quale sarebbe stato l’aspetto del libro finito, non riuscivo a visualizzarlo fin quando non l’ho avuto tra le mani. Solo in quel momento ho avuto una visione chiara. Quando è capitato è stato veramente sorprendente. Il lavoro di stampa e tipografico è stato veramente eccezionale. Sono riusciti ad avere una corrispondenza tra i colori del mio schermo e quelli della carta, impressionante. Sono veramente soddisfatto della forma fisica di questo libro. Io all’università ho studiato design del prodotto, quindi anche questo mi ha regalato particolare attenzione sull’oggetto-libro e devo dire che Bao ha fatto un qualcosa di fantastico. Poi sono particolarmente feticista su questo aspetto, lo cerco e lo apprezzo in quello che compro. Non è neanche un valore aggiunto, ma un valore fondamentale che ogni libro dovrebbe avere. La progettualità del libro ha il potere di offuscare o massimizzare la bellezza di quello che è stato fatto.

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Tra fantasy e fantascienza, tra cavalieri medievali e cavalieri jedi: intervista a Giuseppe "Cammo" Camuncoli

Per leggere la recensione di Green Valley, clicca qui.

Giuseppe “Cammo” Camuncoli, è una superstar del fumetto mondiale. Disegnatore per la Marvel e per la DC Comics, ha tratteggiato i personaggi più famosi ed iconici delle due case editrici: tra i tanti, Batman, Joker, John Constantine, Spiderman, Wolverine e Daredevil.
Abbiamo avuto modo di parlare del lavoro realizzato con la Skybound di Robert Kirkman, Green Valley, e di cosa vuol dire disegnare una delle icone pop più famose: Darth Vader.

Per la Skybound, hai realizzato la miniserie di Green Valley (Saldapress, 2018), scritta da Max Landis. Com’è stato lavorare su questa storia, come sei entrato nel progetto?
Sono stato approcciato da Skybound con l’idea di una semplice collaborazione. Non mi era stato proposto Green Valley, mi avevano proposto subito un paio di serie molto interessanti a livello di concept ma, essendo in quel periodo a lavoro su Spider-Man, non me la sentivo di raddoppiare il carico di lavoro. Una volta che avevano capito che non sarei riuscito a fare una serie regolare – dato che in Skybound il team creativo deve essere sempre lo stesso – Sean Mackiewicz, editor di tutte le serie, mi parlò di Green Valley, una miniserie. Nel momento in cui abbiamo capito che le scadenze mi permettevano di mantenere questo carico di un centinaio di pagine all’anno, siamo partiti con largo anticipo e abbiamo cominciato a lavorare.
Quello che mi ha conquistato fin da subito è stato lavorare con Max Landis, perché avevo visto Chronicle e mi era piaciuto parecchio. Il suo nome era garanzia di una storia fuori dagli schemi, molto potente e questo lo pensavo prima ancora di leggere la sceneggiatura. Mentre leggevo la sceneggiatura, poi, già immagino a come l’avrei realizzata e, una volta arrivato al finale, ho deciso che avrei lavorato alla miniserie. Ha giocato un ruolo molto importante il fatto che, a livello professionale, non avevo mai lavorato ad un fantasy. Da giovane ho sempre avuto passione per il fantasy, per i giochi di ruolo, quando giocavamo realizzavo i disegni dei personaggi, ho studiato le illustrazioni dei manuali e poi si è aggiunta la voglia di volermi mettere alla prova rispetto anche ad un genere che non avevo mai affrontato.
Lavorare con loro [Skybound], poi, è eccezionale perché ti mettono nella condizione di lavorare al meglio.

Hai detto di amare il lavoro da sceneggiatore cinematografico di Max Landis, ma com’è stato lavorare con lui come autore di fumetti? E come avete gestito il vostro lavoro?
Green Valley nasce come sceneggiatura cinematografica. L’editor mi spedì la sceneggiatura così come concepita da Max per il film mai realizzato. L’editor ha diviso la storia in numeri e ha fatto una ripartizione di scene, facilmente trasposte in tavole e, all’interno della sequenza che iniziava e terminava nella pagina, mi ha lasciato libero di decidere numero di vignette, inquadrature, rispettando la sceneggiatura originale.
Per ogni numero avevo un paio di pagine “jolly” che mi permettevano di fare splashpage, o di organizzare la tavola con più libertà. Mi hanno detto “sappiamo come racconti, sappiamo com’è il tuo storytelling, quindi sentiti libero”. E questo è stato bello creativamente.
Max è stato contento fin dai primi scambi di email. È stato bello lavorare con lui perché era davvero entusiasta, vedeva cose che nemmeno si immaginava prendere vita. Era uno dei progetti a cui teneva di più, forse uno dei primi, e aveva perso le speranze di vederlo trasposto in qualche media. E vederlo trasformarsi in fumetto è stata una grande soddisfazione. Quando l’ho conosciuto, a New York, per la presentazione della minisierie, appena mi ha visto, mi ha abbracciato. Il suo entusiasmo era veramente genuino.

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Parlando della caratterizzazione del mondo fantasy-medievaleggiante di Green Valley: avevi un immaginario specifico, ben delineato, a cui hai fatto riferimento?
È un misto di tante cose. Tecnicamente questo non è proprio un “fantasy”: è un mondo medievale, che potrebbe anche essere il nostro, in cui entra un elemento che non è coerente con l’epoca.
Però l’immagine è quella: il guerriero. Fondamentalmente mi sono lasciato ispirare da illustratori fantasy come Larry Elmore. Altre cose sono nate dall’improvvisazione: i personaggi non erano descritti dal punto di vista strettamente fisico e mi hanno lasciato carta bianca. Io mi lascio ispirare da quello che, in quel momento penso sia più adatto per raccontare la storia. L’importante è che lo sceneggiatore sia convinto di quello che sto realizzando e voglio che sia coinvolto in ogni passaggio. E in questo Max si è rivelato eccezionale.

Sei a lavoro su una serie che ha per protagonista una delle più famose icone pop del mondo: Darth Vader. Che vuol dire lavorare ad una serie come Darth Vader? E Misurarsi con un personaggio così importante?
Innanzitutto venivo da un ciclo di sei anni di Spider-Man insieme a Dan Slott. Terminato questo non volevo tornare subito a supereroi “puri” e quando mi hanno proposto Darth Vader... [ride]. Ho sempre amato i personaggi oscuri, cattivi, tormentati. Nella serie, poi, c’è anche Palpatine che, forse, è ancora più cattivo. Nella parte di storia che stiamo raccontando, Vader sta combattendo con quella parte “buona” che ancora gli è rimasta per annullarla completamente, mentre Palpatine, tale fase, l’ha già passata.
Sono un fan della serie, dei film, avevo letto i fumetti targati Dark Horse, l’universo espanso (ora Legends), meno le serie televisive, ma per questione di tempo. I fumetti hanno il grande pregio di raccontare pezzi di vita dei personaggi, episodi che possono essere narrati in altri media.
Dopo la straordinaria serie di Kieron Gillen e Salvador Larroca è stata messa in cantiere un’altra serie che si ambienta prima: parte proprio da quando Anakin viene trasformato in Vader a fine di Episodio III.
Charle Soule è bravissimo, in generale è uno degli scrittori più in forma attualmente ma è anche perfetto per l’universo di Star Wars perché riesce a mettere delle chicche in ogni numero, sia a livello di macro storia che a livello di piccoli cameo che sono organici alla saga. Con Soul la Lucas e la Marvel hanno trovato un pezzo della storia di Vader da raccontare: la regola è di non andare troppo oltre – come accade con la serie principale – per non aggiungere troppo al canone. Tutto quello che noi facciamo diventa canone ed è bellissimo: ad esempio, mi arrivano design o concept di un videogioco che stanno sviluppando ed io lo devo inserire; oppure gli elementi che abbiamo creato diventano ad appannaggio di tutti. Un domani potranno diventare personaggi della serie tv, dei film, action figures. Rendersi conto di creare personaggi che fanno parte di questo affresco così epico, ha un sapore speciale. Ad esempio, abbiamo raccontato di come Vader ottenga la spada laser: una cosa mai raccontata. Capire come i Sith acquisiscano la loro spada, cioè con un atto di violenza, strappandola ad uno Jedi, è stata una cosa molto dirompente da introdurre nell’universo di Star Wars. Tutta farina del sacco di Charle Soule, ma essere complice di questa piccola, grande, rivelazione è stato emozionante. Anche costruire le immagini, poter disegnare personaggi minori ma riconoscibili. Ad esempio nelle grandi scene di massa, da disegnatore, vorresti inserire delle figure, ti viene naturale, ma devi stare attento a problemi di continuity e verificare se è possibile, in quel momento, che il personaggio possa essere li. La collaborazione sia con Marvel che con la Lucasfilm dimostra che la macchina funziona perfettamente.

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Entrare di diritto nel canone di Star Wars, creare nuove figure, nuovi elementi, magari nuove potenziali icone di quell’universo, quanta pressione ha generato?
Beh, la pressione si sente sempre. Anche se sono stato vaccinato con Marvel e DC Comics. Ma questo accade sempre quando inizi un lavoro nuovo, per quanto tu possa essere navigatissimo come professionista, c’è sempre un po’ di incertezza. Anche quando ho iniziato Spider-Man, pur avendo fatto tanta Marvel e DC, capivo di essere ad una altro livello: Spider-Man, insieme a Batman, è tra i personaggi più amati.
Quello che mi conforta sempre in questo lavoro è sapere che la storia è buona, e già quello facilita molto il lavoro perché lo scrittore ti mette in condizione di lavorare al meglio, di creare scene epiche, scene che verranno ricordate. Se la sceneggiatura è buona, almeno il 60% del lavoro è fatto. Ovviamente, anche sapere da parte dell’editor Marvel e Lucasfilm che le cose vanno bene, è altro carburante per fare ancora meglio il numero successivo. Si tratta della partenza, poi si genera un meccanismo virtuoso che ti permette di lavorare bene.
Una grande soddisfazione, sempre da un’idea di Charles Soule, è stato creare un fucile che è alimentato con le spade laser, usate come “cartucce”. Il meccanismo prende avvio dal cristallo kyber che c’è dentro e lancia raggi di energia. Disegnare quell’oggetto e far capire come funziona, è stato bellissimo. Appena arriva la sceneggiatura, vado subito a vedere cosa ci sarà di interessante da poter disegnare.

Da fan, non ti dispiace spoilerarti le cose?
Si, ma fa parte del gioco. Da un alto è anche bello essere uno dei “pochi” che lo sa, e quando riesci a mantenere il colpo di scena, è una soddisfazione ancora maggiore: non solo lo sapevi, ma sei riuscito a tenerlo fino alla fine. Dispiace, ma appena letto, parte l’entusiasmo da ragazzino e ti vien voglia di disegnare.
Ad esempio, questa serie ci ha permesso di mostrare un Vader più acrobatico. Pur essendo stato “scafandrato”, rispetto al Vader dei film, più statico, più potente nella padronanza della forza, deve ancora prendere confidenza con l’armatura. Questo permette di mostrare delle scene diverse a quelle in cui sei abituato, quasi alla stregua di ciò che si è visto in Rogue One, ed è stato interessante poterlo fare.

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Speed Rece #21: le nostre letture in breve

  • Pubblicato in Focus

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4Hoods 3 – Il dedalo e lo specchio (Sergio Bonelli Editore)

di Federico Rossi Endrighi, Riccardo Torti ed Elisabetta Melaranci
Il fantasy per ragazzi creato da Roberto Recchioni prosegue il suo cammino rispettando le giuste aspettative. Come con Dragonero Adventure, anche 4Hoods ha un arduo compito portato felicemente a compimento: essere un ponte plurigenerazionale. Se la prima serie vuole accomunare lettori di fasce d’età differenti, con finalità plurinarrative, la seconda li vuole fondere: leggere 4Hoods è tornare bambini, immaginare stupefatti che oltre la vignetta esista un mondo fantasmagorico da scoprire, è l’avventura da serie animata d’altri tempi. Che tu sia un bambino o meno, il piacere della scanzonata lettura è assicurato. Con questo terzo numero, Sergio Rossi Endrighi ai testi e Riccardo Torti ai disegni della prima storia, imbastiscono un racconto che richiama i giochi di ruolo e che diverte nella sua citazionistica evoluzione narrativa. Endrighi, accompagnandosi ai disegni con Elisabetta Melaranci, nel secondo racconto (con protagonisti due dei 4Hoods) esplora una parte del mondo fantastico, ancora mai mostrata, le profondità degli abissi, e lo fa con la consueta spensieratezza. Coerente con i numeri precedenti e con il tono della serie, anche questo albo è leggibile e godibile a prescindere dall’età anagrafica, basta essere piccoli avventurieri nel proprio animo.
Voto: 7.5
Leonardo Cantone

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Deadpool Serie Platino - Deadpool uccide l’Universo Marvel ancora (Panini Comics)

di Cullen Bunn e Dalibor Talajic
Deadpool uccide l’Universo Marvel è uno straordinario capolavoro di metanarratività, citazionismo esasperato e grottesco non sense. Gli altri capitoli dell’"Uccidologia" (Deadpool uccide i Classici su tutti e Deadpool uccide Deadpool) mantengono alta l’asticella del divertimento surreale e della matrioska metafumettistica. Non stupisce, da parte degli autori del primo capitolo, Cullen Bunn e Dalibor Talajic, la volontà di voler esplorare le possibilità genocide di Deadpool. Stavolta, il Mercenario Chiacchierone è stato condizionato mentalmente e ipnotizzato: fa una strage di supereroi senza saperlo. Nei momenti di follia omicida, Deadpool, entra in mondi onirici dal sapore fumettistico: più che un seguito narrativo, il graphic novel è un seguito ideale. Il volume, difatti, prende il motivo dominante del primo e ne indaga una variante. Il gioco metanarraitvo, infatti, risiede nelle allucinazioni fumettistiche di Deadpool, che acquisiscono grafica diversa – da manga, da linea chiara francese, da comics per bambini – a seconda delle diverse situazioni. Nonostante la squadra non sia cambiata e il testo come il disegno siano di grande solidità, complice (forse) l’aspettativa, il fumetto non decolla mai del tutto e non riesce ad attestarsi ai livelli qualitativi della “trilogia originale”.
Voto: 6,5
Leonardo Cantone

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Dragonero Adventures 7 – La Palude Misteriosa (Sergio Bonelli Editore)

di Stefano Vietti, Federico Vicentini, Francesca Aureli
La volontà di creare un mondo narrativo ampio e saldamente strutturato, con le varie opere legate alla testata principale di Dragonero, è sempre più evidente. Con questo numero delle avventure giovanili di Ian, Stefano Vietti, affidandosi ai caratterizzanti disegni di Federico Vicentini, semina personaggi che i lettori più fedeli già hanno incontrato e che sanno essere importanti per lo sviluppo narrativo di Ian e Gmor, utilizzando come pretesto un agguato degli Uomini Lucertola. Medesima volontà narrativa è presente nel secondo racconto del volume, scritto sempre da Vietti e disegnato da Francesca Aureli che non disdegna spregiudicate prospettive per mostrare una breve avventura nella torre segreta della madre di Ian, naturalista imperiale. Interessante, dunque, diventa la possibilità di esplorare (specialmente in funzione della serie principale) il passato di alcuni personaggi secondari che si sono rivelati fondamentali per la vita avventura di Ian e soci.
Voto: 7
Leonardo Cantone

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Il Corvo – Memento mori n°2 (Edizioni BD)

di Roberto Recchioni, Werther Dell’Edera e Davide Furnò
Secondo dei quattro albi previsti per questo nuovo corso de Il Corvo. Le vicende di David, nella corsa alla sua vendetta, prendono fiato. Lo spillato si concentra sul protagonista e sul suo passato, fino all’atroce morte per mano di un kamikaze. Roberto Recchioni ripercorre la storia di Amadio e ogni episodio è un tassello della gioventù del ragazzo precocemente ucciso. Si intravedono alcuni indizi importanti del suo avvicinamento alla chiesa, al suo amore per Sarah e al suo mentore, padre Raphael, il tutto strutturato mentre ricompone i suoi pezzi (letteralmente parlando). Werther Dell’Edera sfodera un’altra grande prova di stile, accompagnato sempre dai colori di Giovanna Niro.
La short story di questo volume è di Davide Furnò che si concentra sulla vendetta secondo due punti di vista opposti: il carnefice e la vittima. Accompagnato dall’onnipresente corvo che recita la celebre ed omonima poesia di Edgar Allan Poe e che ripete in maniera ossessiva “Mai più”, portando alla follia l’uomo.
Voto: 7
Emanuele Amato

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Punisher Collection – Diario di guerra: Occhio per occhio (Panini Comics)

di Carl Potts e Jim Lee.
A distanza di quasi 30 anni dalla loro prima apparizione nel nostro paese, tornano le storie di Punisher War Journal firmate da Carl Potts e da Jim Lee, ristampate da Panini Comics all’interno della collana antologica dedicata alle avventure di Frank Castle. All’epoca della loro pubblicazione ne Il Punitore delle Edizioni Star Comics, queste storie vennero adattate al formato ridotto e in bianco e nero, di stampo “bonelliano”, con cui l’editore perugino aveva lanciato la rivista dedicata al vigilante. La resa finale fu ovviamente distante anni luce dall’originale americano, e ad essere penalizzate furono soprattutto le tavole degli artisti coinvolti, tra cui un giovane e promettente Lee. Il volume proposto da Panini cancella lo scempio perpetrato dalla Star in quella prima e ormai lontana edizione, proponendo per la prima volta in Italia il Punitore di Potts e Lee nel formato originale.
A fare la parte del leone è soprattutto il lavoro del futuro disegnatore di X-Men: dalle sue tavole, che già stupiscono per composizione e dinamismo, è possibile scorgere lo stile muscolare che lo trasformerà nel giro di pochi anni in uno degli artisti più amati del settore. Non ha superato invece la prova del tempo la prosa di Carl Potts, verbosa e prolissa, capace di appesantire oltremodo la narrazione. Scarso anche l’approfondimento psicologico del protagonista, che sembra uscito da uno dei tanti action movie in voga in quegli anni. Per versioni più centrate del personaggio bisognerà aspettare l’arrivo di sceneggiatori più dotati come Chuck Dixon e, in anni più recenti, Garth Ennis.
Serie invecchiata malissimo, rileggere oggi Punisher War Journal di Potts& Lee ha senso solo nel caso in cui si voglia assistere ai primi passi di un giovane ma già dotatissimo artista.
Voto: 6,5
Luca Tomassini

MSTWC018ISBN 0
Star Wars Collection: Star Wars Han Solo (Panini Comics)

di Marjorie Liu e Mark Brooks
L'uscita al cinema del film Solo: A Star Wars Story, diretto da Ron Howard con Alden Ehrenreich nel ruolo del protagonista, non poteva certo lasciare indifferenti la Marvel e la Panini Comics che propongono una mini di 5 albi dedicata al celebre contrabbandiere.
Marjorie Liu e Mark Brooks ci propongono un Solo ancora distante col cuore dalla Ribellione, ma che non riesce a dire no alla chiamata dell'amata Leia. A lui è stato dunque affidata una missione top-secret: recuperare degli informatori della ribellione, vittime di una spia assassina, partecipando alla gara più pericolosa della galassia: il Vuoto del Dragone. Una trama lineare per un fumetto che fa dell'azione il suo punto di forza.
Mark Brooks offre una prova stellare con tavole rese spettacolari anche grazie al grande lavoro di Sonia Oback e Matt Milla ai colori. L'artista è uno dei migliori a rendere naturali le espressioni dei personaggi che devono sottostare alla controporte in carne e ossa.
Una lettura, dunque, veloce e divertente, oltre che piena d'azione, consigliata a chi è uscito dal cinema e vuole vive nuove avventure con Solo.
Voto: 7
Gennaro Costanzo 

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Fanzaghirò: l'operazione nostalgia per l'amata eroina anni '90, intervista all'ideatore Giopota

Vi abbiamo già parlato di Fanzaghirò, la fanzine curata e ideata da Giopota e Thomas Govoni, dedicata all'iconica serie TV anni '90 Fantaghirò. Il progetto, attualmente in crowdfunding su Indiegogo, ha già raggiunto il 90% del budget complessivo prefissato in meno di una settimana. Abbiamo quindi fatto quattro chiacchiere con l'ideatore principale di questa iniziativa, per comprenderne meglio il significato, l'obiettivo e la struttura del prodotto.

Potete contribuire al progetto acquistando uno dei perk disponibili sulla pagina ufficiale della campagna di crowdfunding a questo indirizzo. Nell'articolo, abbiamo riportato alcune illustrazioni diffuse in rete e relative all'opera; sono state realizzate, in ordine di apparizione, da Noemi Gambini, Freddie Tanto e Fabio Mancini.

Bentornato su Comicus!
Partiamo subito con una domanda secca: cosa ti ha spinto ad organizzare una fanzine su Fantaghirò? Ha per caso a che vedere con l’entrata del brand nel catalogo Netflix?

Sì, esatto, ha a che vedere con Netflix e con il mio pessimo senso dell'umorismo. Ci sono stati quei due giorni dove non si parlava d'altro che di Fantaghirò in streaming legale e scrissi per ridere uno status su Facebook dove proponevo di farne una fanzine perché l’idea del nome era buffa. E la gente mi ha preso sul serio, tantissima gente. Magari qualcuno stava solo al gioco ma l’entusiasmo era talmente alto che mi sono detto che quasi quasi l’avrei fatta davvero. Ho chiesto a Thomas Govoni di Renape se voleva aiutarmi a realizzarla ed eccoci qua.

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Questa vostra produzione artistica si rifarà prevalentemente allo sceneggiato televisivo o recupererà anche elementi più originali legati alla fiaba di Calvino o alla novella di Nerucci?

Assolutamente alla serie TV. Non perché si voglia ignorare le fonti originali della fiaba, ma è un'operazione nostalgia che punta a rendere omaggio a un'estetica molto forte come quella del telefilm.

Come sarà strutturata quest’opera? Quali saranno gli elementi principali, il filo conduttore e la tipologia di lavori contenuti?

Per lo più saranno illustrazioni singole ma ci saranno anche molti fumetti di due pagine ciascuno. Non abbiamo dato altra indicazione agli autori che non fosse il tema della fanzine e sono arrivate risposte molto variegate. Alcuni parlano della loro esperienza con la serie, altri hanno ripensato e riproposto scene culto, altri ancora ridisegnano i loro personaggi preferiti. Ad ogni modo sarà sicuramente una raccolta di opere femministe, dove i ruoli di genere saranno costantemente ribaltati. Sono davvero contento del risultato.
Potete contribuire al progetto acquistando uno dei perk disponibili sulla .

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Come sono stati scelti gli artisti che hanno partecipato a questo lavoro?

Abbiamo scelto prima di tutto quelli che hanno risposto al mio post di cui sopra. Perché erano entusiasti dell’idea e sono anche disegnatori molto bravi, che stimo. Poi abbiamo chiesto un po' in giro e devo dire che ci siamo ritrovati con 40+ autori senza neanche accorgercene. Molti altri autori, dopo che la pagina Facebook del progetto è andata online, ci hanno chiesto di partecipare, ma sfortunatamente eravamo già pieni.

Quali sono i punti di forza, secondo te, di questa storia che a distanza di quasi 30 anni rimane comunque nella memoria di chi ha vissuto gli anni ‘90? Perché definire rivoluzionaria la sua figura?

Questo è solo un mio parere, ma trovo che Fantaghirò sia un’opera coraggiosa, sia per i tempi in cui uscì, sia per i giorni nostri. Al di là della cura che è stata dedicata al design, alle scenografie, ai costumi, al trucco e agli effetti speciali, rimane il racconto di una fiaba che infrange gli stereotipi di genere in un periodo dove c’erano Colpo grosso e Non è la rai.
Ad oggi, in Italia, non mi risulta che un’operazione del genere sia mai stata replicata o riproposta, anche in generi diversi che non fossero fantasy. Fantaghirò, per noi cresciuti negli anni 90 è la prima vera eroina. È stata Xena prima di Xena e Sailor Moon prima di Sailor Moon. È stata la capostipite, ed era italiana.

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Quest’opera è a fine benefico, dato che i ricavati, esclusi i costi di produzione, saranno devoluti alla Casa delle donne di Bologna. Come è stata scelta l’associazione a cui donare i proventi?

Abbiamo scelto la Casa delle Donne perché ci sembrava fedele all’ideologia dell’opera restare nell'ambito femminile. Abbiamo conosciuto di persona le ragazze che gestiscono l'associazione e si sono dimostrate entusiaste. Sono felicissimo di poter contribuire anche in minima parte al loro operato, perché è enorme e nobile, come quello di un'eroina fantastica.

A chi consiglieresti questa antologia?

A tutti quei nostalgici a cui piace ripensare alla propria infanzia, all'era pre internet. A chi piacciono i bei disegni, i bei fumetti e begli oggetti. A chi è contrario al machismo e a favore della parità dei sessi.

Vi aspettavate di raggiungere il 90% dell’intero goal nel giro di tre giorni? Come interpretate questo fenomeno?

Assolutamente no! Io pensavo che il goal di 2000 euro fosse troppo alto e che non l’avremmo mai raggiunto. Ma è per le cose come queste che c’è il caro Thomas, di cui mi fido ciecamente.
Direi che semplicemente c'è in giro molta più gente nostalgica come me, come noi autori della fanzine, di quella che pensavo.

Ringraziamo quindi Giopota per le risposte e vi invitiamo a contribuire a questo bel progetto di beneficenza, che vi permetterà di mettere le mani su di un prodotto di ottima fattura e carico di nostalgia. Potete continuare a seguire lo sviluppo di questo libro sulla pagina Facebook ufficiale.

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