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La Fabbrica Onirica del Suono, recensione: l'indimenticabile stagione della psichedelia e delle utopie

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Gli anni ‘70 sono stati un momento chiave della storia italiana, caratterizzati da un fermento culturale, politico e sociale senza precedenti. Il boom economico del decennio precedente e il diffuso benessere che ne era derivato, generato dalla trasformazione del Paese in potenza industriale nel dopoguerra, aveva messo in moto le giuste rivendicazioni dei movimenti operai, protagonisti della transizione dell’Italia nella modernità. I lavoratori avevano raccolto le istanze del ’68 e dei movimenti studenteschi: il movimento di protesta, partito dalle università e dalle scuole aveva attraversato tutti gli ambiti della società, dilagando nelle fabbriche. È la grande stagione delle battaglie per i diritti civili, richiesti da grandi movimenti di piazza: vengono introdotti il divorzio e il diritto di famiglia, oltre alla liberalizzazione dell’aborto. Tra tutte le arti, è la musica che più racconta gli epocali mutamenti sociali in atto. La comparsa dei Beatles negli anni ’60 ha cambiato le regole del gioco, regalando ai giovani il primo grande fenomeno di massa con cui identificarsi.

L’apparizione folgorante dei quattro di Liverpool produce, in pochi anni, una serie di epigoni. Alcuni attraverseranno il decennio come delle comete, altri, come gli Who e i Rolling Stones, riveleranno ben presto una propria specificità che li condurrà verso vette artistiche altissime. La musica Beat, nata in Inghilterra, invade il resto del mondo compreso l’Italia, a cui il boom ha assicurato un fiorente mercato discografico. Il ritmo di gruppi come l’Equipe ’84 e i Dik Dik fa da colonna sonora agli anni ’60 di un Paese che conosce un benessere generalizzato ed improvviso e vuole mettersi alle spalle gli anni bui della guerra. Una musica scanzonata che diventa di colpo inadeguata a rappresentare un clima sociale profondamente mutato col cambio di decennio. La complessità degli anni ’70 trova così una sponda nel rock progressivo di gruppi come gli Area, la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, i Goblin. Si tratta di formazioni che, sulla scia di band inglesi alfiere della musica “prog” come i Genesis e i Pink Floyd, propongono composizioni concettualmente e stilisticamente elaborate, colte e ricche di riferimenti letterari, che vanno oltre il concetto di semplice canzone riuscendo a cogliere lo zeitgeist del proprio tempo. È a queste straordinarie esperienze artistiche e all’epoca che le ha viste protagoniste assolute della scena musicale che è dedicato La Fabbrica Onirica del Suono, graphic novel scritto e disegnato da Sergio Algozzino per Feltrinelli Comics.

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L’autore non è nuovo al racconto di momenti storici che hanno segnato la cultura italiana. Se l’autobiografico Memorie a 8 bit era dedicato alla generazione del Commodore 64 e delle merendine del Mulino Bianco, il nuovo lavoro si concentra su un periodo storico entrato nel mito, caratterizzato si da luci e ombre, ma attraversato da una energia giovanile e da una spinta propulsiva verso il futuro che il nostro Paese non avrebbe più conosciuto. Attraverso la storia di una band fittizia, Algozzino ripercorre la storia della musica di quegli anni e dei grandi mutamenti politici e sociali avvenuti in contemporanea. Il cartoonist siciliano mette in scena la vicenda umana di Nunzio e Patrizio, la cui amicizia attraversa la storia italiana. Il primo è di estrazione proletaria, lavora in fabbrica ed è politicamente impegnato. Il secondo viene da una famiglia borghese, che lo sostiene economicamente e gli paga gli studi. Diversi in tutto, sono uniti dall’amore per la musica: entrambi suonano come turnisti in uno studio di registrazione. Stufi di sentire la propria musica suonata da altri o sfruttata in musicarelli di poco conto, i due approfittano dell’esplosione del Beat in Italia per fondare con altri ragazzi una propria band, i Jokers, che conoscono un successo travolgente, partecipando ai più noti Festival dell’epoca come il Disco per l’Estate di Saint-Vincent.

La musica dei Jokers è un’alchimia vincente tra le melodie composte da Patrizio e i testi scritti da Nunzio che parlano ai giovani mettendoli al centro del grande rinnovamento sociale in atto. Ma per il membro più impegnato della band tutto questo non è sufficiente.  Mentre l’epoca d’oro del Beat si avvia alla conclusione con la fine degli anni ’60, la complessità storica del decennio successivo necessita di un nuovo approccio all’arte e alla musica. È così che i Jokers cambiano pelle, e si trasformano ne La Fabbrica Onirica del Suono mettendosi sulla scia della grande ondata del rock progressivo di quel periodo. La composizione musicale si fa più complessa e di ampio respiro, sfociando in suite sperimentali e psichedeliche di lunga durata. I testi si fanno più colti e pieni di riferimenti letterari. Ma nel momento di massimo splendore artistico, le strade di Nunzio e Patrizio iniziano a dividersi. Il primo è sempre più coinvolto nei movimenti di protesta e strizza l’occhio ai gruppi eversivi, chiedendo alla Fabbrica un maggior coinvolgimento politico che Patrizio non intende concedere. Irrompono così gli anni di piombo che metteranno fine alle utopie sognate in quegli anni, portando al tramonto delle ideologie.

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Con La Fabbrica Onirica del Suono, Sergio Algozzino si pone su un solco molto frequentato dalla fiction italiana, sia cinematografica che cartacea, come La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana e L’ora X di Erri De Luca, Cosimo Damiano Damato e Paolo Castaldi, di cui abbiamo parlato in precedenza. Un racconto intimista, in questo caso di una grande amicizia, che si sovrappone alla rievocazione di una stagione veramente irripetibile. Un lavoro appassionato, quello dell’autore, a cui si deve certamente perdonare la foga con cui cita praticamente tutti i protagonisti della scena musicale dell’epoca (oltre ai già citati beaters e musicisti prog, anche gli esponenti del cantautorato come Fabrizio De André, Francesco Guccini e Lucio Dalla). Questa scelta da una parte inquadra perfettamente il periodo in cui si svolge la narrazione, dall’altra finisce per rallentarne lo svolgimento. Si tratta però di un peccato veniale, che nasce dalla passione di Algozzino per la materia trattata e che farà felici i cultori del sound di quegli anni. Molto ben tratteggiata è invece l’amicizia tra i due protagonisti, opposti che si attraggono per amore della musica.

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A livello grafico, ci troviamo di fronte ad un lavoro felicemente riuscito, dove una gradevole semplicità compositiva lascia spazio improvvisamente a soluzioni più ardite. Si passa dai colori pastello e dalla linea chiara delle scene di dialogo, a sperimentalismi lisergici, carichi di colori acidi, che ricordano la psichedelia del periodo; felicissime anche le citazioni d’epoca con pagine cariche di copertine di dischi chiave del periodo. Le pagine più oniriche, ricche di neri, sono paradossalmente quelle che riportano il lettore alla realtà del nostro presente carico di inquietudini, con i personaggi invecchiati persi nel ricordo delle utopie ormai spente. Algozzino sembra dirci che nulla è più reale e vivido del sogno, consegnando ai lettori un’opera generosamente imperfetta. Un lavoro appassionato che a tratti sembra soccombere sotto il peso dei numerosi spunti proposti, salvo poi riemergere come omaggio gioiosamente caleidoscopico ad un’epoca andata che sapeva però parlare di futuro.

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Myrna e il tocco della morte: intervista a Sergio Algozzino e a Deborah Allo

Dopo Il Piccolo Caronte, prosegue la collaborazione artistica fra Sergio Algozzino e Deborah Allo e, sempre per Tunué, arriva Myrna e il tocco della morte. Una vicenda forte e intensa, narrata con grande sensibilità dai due artisti. Myrna è una ragazza che cresce in solitudine a causa del suo nefasto potere, quello di un tocco in grado di uccidere le persone, ma non le piante.
Abbiamo intervistato i due autori per approfondire la loro nuova opera e il loro lavoro.

Questa è la vostra seconda collaborazione dopo Il piccolo Caronte, come è avvenuto il vostro incontro artistico?
Deborah: Ci siamo conosciuti alla Scuola del Fumetto di Palermo. Sergio è stato mio docente, ma solo dopo la scuola mi ha proposto di fare una prova grafica per Il piccolo Caronte. Myrna nasce subito dopo.
Sergio: Alla Scuola di Fumetto di Palermo, come insegnante e allieva. Per me è stato rilevante il fatto che conoscessi non solo la sua bravura tecnica ma anche la sua sensibilità artistica.

Com'è nata l'idea per Myrna e il tocco della morte?
Deborah: Sergio, la domanda è tutta tua!
Sergio: Scrivo tante storie ma non è detto che poi le veda disegnate da me, ma è una cosa che ho dovuto capire nel tempo. Sia Il Piccolo Caronte che Myrna rappresentano la mia voglia di raccontare tematiche e atmosfere che amo molto e i due soggetti sono stati scritti una buona decina di anni fa, tempo che ho utilizzato per scrivere e disegnare altri libri.
Nonostante tutto, tornavo periodicamente su quei soggetti, avrei voluto farli e poi alla fine facevo un Storie di un Attesa o altro, capendo così che dovevo guardarli da un'altra prospettiva e portarli al termine non come autore completo.

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Quest'opera segue la scia de Il piccolo Caronte, quali sono le differenze e le similitudine rispetto al precedente lavoro?
Deborah: Dal punto di vista grafico le differenze sono molteplici. Nel primo libro ero ancora in una fase sperimentale, tanto che ho fatto una “macedonia” di stili misti, un puzzle di manuale e digitale anche in una sola pagina a volte, fino ad arrivare alle ultime tavole in cui mi rassegnai al solo digitale. Dopo Caronte ebbi il tempo di capire, tramite mie illustrazioni, che in realtà preferivo di gran lunga il disegno tradizionale, con carta e inchiostro. Per Myrna, infatti, le tavole sono tutte realizzate su carta da cartamodello e solo il colore è digitale.
Sergio: In comune c'è sicuramente l'atmosfera, il genere, i disegni di Deb e il mio approccio alla scrittura, con tematiche forti e a volte molto violente (qui più che in Caronte), dialoghi a volte importanti e a volte piuttosto leggeri, non amo un unico tono narrativo, trovo più interessanti le opere che non si prendono troppo sul serio anche se hanno qualcosa di serio da dire. Per me fanno parte di un unico mondo, non inteso come quello dei Supereroi ma come i Gialli Mondadori.

Ne Myrna e il tocco della morte uno dei temi portanti è quello della diversità che, in un periodo di forte intolleranza come quello che stiamo vivendo, è purtroppo molto attuale. Qual è il messaggio che il libro vuole lanciare?
Deborah: In questo libro sono tante le sfumature che si possono cogliere… la diversità è una tematica sempre attuale e non sempre capita. Tutti noi abbiamo delle diversità, che siano esse fisiche o mentali, altrimenti il mondo sarebbe statico! Ogni tipo di “menomazione” può rivelare una ricchezza nascosta, che potrà venire alla luce solo grazie alla sua accettazione. Se tutto questo venisse rifiutato, rimarrebbe nell’ombra… e l’ombra più la ignori, più diventa incontenibile.

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Mi incuriosisce molto il target di riferimento per cui avete pensato l'opera. Apparentemente, è una lettura per tutti, anche per i più piccoli, ma alcuni elementi un po' macabri la portano verso un pubblico più maturo.
Sergio: Che dovremmo anzitutto accettare noi stessi per iniziare a vivere bene con gli altri, non è solo una classica critica agli intolleranti. Spesso e volentieri il nostro peggior nemico è quello che vediamo allo specchio.

Sergio, tu sei sia disegnatore che sceneggiatore. Come ti approcci al lavoro quando affidi le tue storie a un altro artista? Realizzi storyboard, progetti le tavole e i personaggi insieme al disegnatore o lasci campo libero?
Sergio: Per Caronte ho fatto degli storyboard per conto mio per poi scrivere a inviare a Deb solo la sceneggiatura. Giunti al capitolo finale però le inviai quello storyboard perché in alcuni casi facevo fatica a spiegare cosa avevo in testa, storyboard piuttosto blandi nel disegno ma che magari chiarivano la struttura compositiva delle vignette e la disposizione delle stesse. Deb ha potuto quindi disegnare più rilassata, senza cercare di interpretare le mie parole per la composizione e lasciandosi andare totalmente, e io in effetti fui ancora più contento del risultato.

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Deborah, qual è l'aspetto su cui ti sei concentrata maggiormente per quanto riguarda la realizzazione delle tavole e del mondo gotico di Myrna e il tocco della Morte?
Deborah: Sicuramente nella realizzazione dei personaggi! Mi sono divertita a riprodurli anche in plastilina. In particolare ho amato immaginare l’abbigliamento della protagonista, mi ero creata proprio una serie di vestitini e guanti che poi “non ha indossato” perché sono stati sostituiti dalle bende.

Quali sono i vostri prossimi progetti?
Deborah: Tanti progetti in mente, ma nessuno da svelare.
Sergio: Io ho una terza storia del genere, vorrei farne una vera e propria trilogia, ma intanto pensiamo a questo. In parallelo, sul fronte libri a fumetti a settembre uscirà Nellie Bly, scritto da Luciana Cimino e che invece ho disegnato, sempre per Tunué e ho già una trentina di pagine di una storia scritta e disegnata da me in corso e almeno altre tre o quattro storie che vorrei fare ma l'unico problema è sempre e solo il tempo e magari anche me stesso. L'ho detto su che il nostro peggior nemico a volte siamo noi stessi, no?

 

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Il viaggio del piccolo Caronte, la recensione del fumetto di Algozzino e Allo

Ne Il piccolo Caronte di Sergio Algozzino e Deborah Allo, l’oltretomba è diverso da come lo conosciamo. La divisione dualistica fra bene e male non è così netta, non c’è un paradiso o un inferno, ma un luogo decisamente più stratificato e complesso che rende sterili le nostre semplicistiche classificazioni. In questo luogo, anche iconograficamente differente dal nostro immaginario, esistono ruoli millenari e, alcuni di loro, vengono tramandati da padre in figlio. Un esempio è quello di Caronte, il traghettatore delle anime. Il suo compito non è paragonabile a un semplice “servizio navetta” che trasporta anime da una parte all’altra, ma equivale a un viaggio in cui si prende coscienza della propria nuova condizione. Il ruolo di Caronte, dunque, non è affatto scontato o meccanico e per svolgerlo al meglio bisogna conoscere a fondo l’animo umano, carpire il segreto della vita e l’importanza di ogni singola esistenza. Quando dunque il Caronte in carica scompare misteriosamente, tocca a suo figlio Mono prenderne il posto.

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Il perno su cui ruota il racconto orchestrato da Algozzino è la preparazione del giovane, si fa per dire (parliamo comunque di essere semi-immortali), alla sua nuova esistenza. Il libro, dunque, è diviso in tre capitoli in cui il protagonista si confronterà con altrettante entità: le moire nel primo, il cugino Momo esiliato sulla Terra nel secondo, e Hypnos, fratello della Morte, nel terzo. Ogni incontro sarà fondamentale per la preparazione di Mono permettendogli di aprire i propri orizzonti mentali e di accrescere la propria esperienza.

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Il piccolo Caronte, dunque, è un romanzo di formazione che però coinvolge non solo il protagonista ma anche il lettore. Gli autori, infatti, affrontano tematiche esistenziali come la vita e la morte con la leggerezza dovuta alla formula narrativa scelta, ma al tempo stesso con minuziosa attenzione. Le infinite possibilità che ogni vita racchiude in sé, la bellezza della realtà che ci circonda e la varietà dataci dalla diversità, anche l’indispensabilità della morte, per quanto dolorosa e brutale che sia. Un’opera che invita alla riflessione, dunque, narrando il tutto in maniera naturale e non artificiosa, costruendo una vicenda semplice ma intrigante da seguire corredata da un cast di personaggi variegato e riuscito.

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Dal punto di vista grafico il tratto sottile e nervoso di Deborah Allo riesce a valorizzare il testo di Algozzino sia nella resa ambientale dei vari scenari sia in quella recitativa dei personaggi conferendo grande umanità ai protagonisti splendidamente caratterizzati sotto questo punto di vista. Il layout della tavole è estremamente vario e sempre in cerca della soluzione grafica più adatta alla situazione e dunque non ancorato a schemi fissi; si cerca, inoltre, di eliminare il più possibile la divisione in vignette e i rigidi bordi delle stesse. Ma dove l’artista si esalta di più è nelle numerose splash-page, singole o doppie che siano, talvolta raffiguranti un’unica situazione, in altre scene dinamiche in movimento. In generale, Il piccolo Caronte è un lavoro molto grafico in cui anche l’utilizzo del testo è molto dosato e dilazionato. Non è un caso se a scrivere la sceneggiatura è un autore noto anche per le sue matite.

La colorazione pittorica utilizzata conferisce a dare quel tono fiabesco che la storia ha. Anche in questo caso la varietà dei colori e dei toni è molto varia e ben rappresenta i vari momenti del racconto nonché i vari luoghi: oscura nell’oltretomba, solare e vivace nel mondo reale, in bianco e nero quando c’è la morte di mezzo. La carta lucida utilizzata da Tunué risalta il tutto e risulta fondamentale nell’ottima resa del fumetto impacchettando il tutto in un elegante volume cartonato.

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